Il Mio Blog non vuole essere un monologo, ma un invito all'incontro: pertanto sono graditi i commenti e il succedersi degli scambi che ne conseguono.
Buona lettura!

giovedì 5 ottobre 2023

Natura

  

La vespa gigante fa tanto rumore,

si sposta scattando e mette timore. 

 

La osservo e mi sposto, ma lei segue me,

 meglio starebbe davvero lontana da me.

 

Mi barrico in casa per vedere che fa,

ma dalla vetrata lontana non sta.

 

Affievolisco le luci perché vada via,

ma niente che serva: con me in compagnia.

 

Pensa e ripensa

Alla fine decido: scosto la tenda e la sfido a duello. 

 

Mi armo di straccio e con grande ardimento,

 la inseguo colpendo dovunque riesco.

 

Si stanca alla fine di esser scacciata

 e con forte ronzare al fine s’è data.

 

Sorrido oramai che l'intruso non c'è,

 e canticchio di gioia un pepperepè. 

 

Mi piace guardare il mondo che gira

 ammirando con calma ogni vivente che arriva.

 

A volte però un pungiglione minaccia,

e tocca evitare la brutta storiaccia.

 

Ognuno si cura dei propri interessi,

e non sempre coi miei sono proprio gli stessi, 

pertanto mi accingo a guardarmi le spalle,

 intanto che vado e mi godo la valle.

 







lunedì 25 settembre 2023

Autunno

 

 

La pioggerella leggera scende rimbalzando sulle foglie rigide del fico, all'entrata, e cade giù sul mattonato, rendendolo scuro e lucido. 

L'ombra della notte appare più cupa, ma la gentilezza argentina di questa musica distende l'umore. Che stasera è triste e riflessivo.


Si conferma il vecchio detto, per il quale è vietato gettare perle ai porci: un modo pittoresco di invitare alla cautela durante il miracolo del dono.

Verificare, prima, è necessario. Riuscirci, almeno, per davvero.

Noi diamo nel piacere, concediamo col nostro una parte di noi stessi, e lo facciamo nel godimento dell’incontro; nella condivisione amiamo ed eleviamo – noi e gli altri – in una dimensione altra che sa di gioia e intimità. 

Può accadere però, con l’andare degli eventi, che quel momento, quel toccarsi di anime assuma un significato differente, come una forma che, illuminata altrimenti, rivela curve brutte e inattese, non precedentemente colte.

La mensa, allora, non nutre più, e forse un po' disgusta. 

Inizialmente il dubbio, l’incapacità di convenire con il nuovo scenario, intanto che l’amarezza si estende, gradualmente, come una pozza d’olio denso sul selciato. 

Accelera il ritmo dell'acqua leggera, lì fuori, e l’oscurità si fa più grave fino ad estendersi tra queste mura che mi accolgono con il calore di un nido e di una culla protetta.

  Pensieri noti e già affrontati, lunghi discorsi sullo spazio e sul tempo in una vita che ne accoglie infinite, in un presente mai concluso e mai iniziato: esistenze a confronto, si sfiorano a volte senza toccarsi davvero; caleidoscopio di emozioni e di percorsi che rendono a volte l’illusione dell’incontro.

Vediamo senza cogliere, leggendo parole che suscitano, in altri, mondi opposti.

Estranei tra diversi: viviamo questo, senza poter ascoltare, nel nostro essere finitamente umani? 





 

lunedì 6 febbraio 2023

EDEN


Ho visto un tronco torcersi e sfuggire dall'assedio impietoso dei bambù, in un bosco fitto di piante nervose e ben strutturate: nonostante la stretta si è alzato e si è piegato spingendosi fuori, guadagnando la luce e l'aria. Sembrava un individuo braccato, senza respiro, in fuga, alla disperata ricerca della sua libertà: un’immagine forte che si è impressa nella mia mente… Forse ha evocato un'esperienza vissuta.

Bambù: verghe robuste e flessibili dirette in alto, verso il cielo, con tracotanza e irruenza. Gambi lunghi e nervosi che spuntano dal suolo in ordine sparso, strettamente vicini, quasi un’armata antica e obbediente, a creare insieme una nube ombrosa che sembra invincibile. Ne guardo le basi e mi accorgo della presenza di tante piccole fitte funi chiare che ne circondano i fusti, come un gonnellino hawaiano, e scendono al suolo, radicandovisi in un tuffo diretto, esplorativo, fino a sparire alla vista.

Indietreggio un pochino e mi si para dinanzi una compatta macchia di verde che corre verso il cielo e fa da sipario tra una terra e l'altra, partorendo umida ombra al suolo, dove minuscoli animali si muovono lesti e funghi dai colori autunnali si mimetizzano ovunque. Seguo l’orizzonte con lo sguardo: un bosco e poi uno più chiaro, più giallo… forse è solo più vecchio. Le fronde leggere, sottili, come la chioma di cavalli in corsa, spostate dal vento con inebriante semplicità. Proseguo, saltando su per il pendio, la terra bagnata si attacca alle suole e il mio equilibrio un po’ viene meno. Rose sfiorite e tronchi scarlatti dalla scorza robusta e macchiata, foglie enormi e dure, e ciuffi vaporosi e leggeri. Tutto quel verde mi incanta.

Da un lato un cartello invita chi legge a lasciare in terra elementi caduchi, a non portar via nemmeno le foglie seccate, mentre un altro rammenta con fare pignolo che camminare vicino alle piante può disturbarne la crescita. 

Vita dovunque, brulicante e attiva, che richiede rispetto. Corsi d'acqua e antiche fontane, residui di statue coperte di muschio, e passeggeri silenziosi che fanno capolino ogni tanto. Timorosi, rispettosi, e affascinati. Come me, che mi lancio in avanti a guardare, attratta da un richiamo che sa di arcano e potente. La voce amica invoca il mio nome, da dietro il mio corpo, e in un attimo la mano non vista si stringe alla mia, ed esonda il piacere che mi ha invasa. In un respiro profondo avverto la linfa che scorre, come in un tronco. Sono rapita da sentimenti di sorpresa e pienezza.

 L’estasi è questa?
Mi sento felice e lo dico, circondata dalla vita che si mostra, sussurra, si muove e respira. Alberi antichi nel loro mondo umido, mostrano le proprie fatiche, recano i segni di lotte vissute nello sforzo di arrivare alla luce, e si uniscono con altri elementi in quelli che paiono appassionati abbracci amorosi.

Rami intrecciati che si ergono come dita protese verso il cielo grigio, e chiome spennate che sembrano ridervi sopra a dispetto. Vedo ferite protette dalle nodose cortecce, e l'andamento cadente di certe ramaglie, avvinghiate e confuse tra loro, gravare insieme verso lo scuro terreno. Si espongono, a breve distanza, zone d'ombra e di luce, tra un passo che muovo ed un altro.

Parla di sé, questo mondo, e ci dice ciò che riusciamo a vedere attraverso il dono dei suoni, i colori e gli spazi...






lunedì 23 gennaio 2023

E vogliamo fermare il femminicidio?

 

Ho avviato l’auto, come ogni mattina, per andare a lavoro, ho guardato flebili fiocchi di neve poggiarsi sul vetro e decorarlo con disegni ipnotici, frastagliati. Un breve momento, prima che il sottile braccio del tergicristallo portasse via tutto.

Il cielo bianco, il freddo intenso, i miei occhiali che si appannavano, in attesa che il motore consentisse all’abitacolo di assumere una temperatura accettabile.

Una giornata fredda, a seguito di una notta ancora più fredda, che mi ha gelato il cuore e i pensieri.

Ieri sera la chiamata di una conoscente: mi chiedeva di andare a prenderla alla stazione del treno. Mi sono mossa subito, aggravata dal sonno, chiedendomi perché, alle dieci di sera, di domenica, quella donna si trovasse da sola su un treno. Madre e moglie, tre bambini in casa. 

La vedo arrivare lenta, con andamento stanco. Apro lo sportello e la vedo piangere, lo spingo verso l’esterno per farla entrare e mi dice che il marito è ubriaco e ce l’ha con lei, che l’ha insultata con violenza, che è già successo ed è stanca, e ha paura. La porto davanti alla sua abitazione, e poi arriva lui.

Incontro una persona totalmente diversa da quell’uomo mite e gentile, sempre disponibile, che conosco da qualche anno: mi si para davanti una furia, il forte odore di alcool, urla con il corpo e con la voce; mi fronteggia, ha lo sguardo fisso su di me mentre chiede di chi sia la colpa. Parole prive di senso, il suo corpo è teso e scattante, e continua a venirmi addosso. 

Potrebbe darmi una spinta, potrebbe toccarmi, intanto che indietreggio e cerco di farlo ragionare con la voce calma che cerco di far risultare ferma. Ora ho paura anche io.

La esorto a chiamare i carabinieri mentre lo trattengo per guadagnare tempo. Ora lui se la prende con me, urla e minaccia… Non so come, riesco a chiamare un amico al telefono gridando che è urgente, che mi stanno mettendo le mani addosso. 

Il tempo si dilata e si ferma. Il buio, quella furia e io che cerco di tenere la giusta distanza tra noi; mi sposto, indietreggio, gli parlo guardandomi intorno. I suoi occhi spalancati sui miei: non mi vede. Un’esperienza già vissuta in un tempo lontano: l’aggressione da parte di un uomo altrettanto fuori di testa. Quella volta, però ero sola, e una sua distrazione mi ha permesso di darmela a gambe.

Di nuovo a cercare soluzioni in una situazione disperata. L’amico è arrivato, e poi i carabinieri, in coppia, le mani sulla pistola. Stavolta non sono sola, ne usciremo.

Urla, pugni sui muri, salti, parole, lacrime, la donna barricata nella mia auto, i bambini usciti di casa, la ragazzina che si stringe a me senza dire una parola. Poi i carabinieri, altre parole, la comprensione, il dispiacere, il freddo sempre più intenso e i pensieri.

 Li abbiamo visti entrare in casa con loro, invitandoli a calmarsi entrambi, che siccome non è stata data violenza FISICA, non è possibile fare altro. Li abbiamo lasciati lì, nella notte, nel freddo, con tre ragazzini spaventati. Violenza fisica??

La Giustizia non può proteggere nessuno: mandano due uomini a tentare di far ragionare un uomo che la ragione l’ha persa, a supporto di una donna terrorizzata. 

Mi sono tirata dietro la porta di casa e ho tirato il chiavistello: i pensieri si sono ammassati furiosi, come il vento gelido che fischia dietro i vetri. Una storia già sentita: finché non sei stata picchiata nessuno può intervenire. Le minacce, le urla, la violenza NON FISICA non conta perché non è violenza: è solo rumore. 

Propaganda, ci riempiono di parole e di slogan, è tutto un parlare di femminicidio e di violenza sulle donne…Poi accade qualcosa, e chi è chiamato a intervenire ha le mani legate.

E gli esseri umani: persone che si trasformano, che non riconosci. La persona più mite diventa un pericolo, ti minaccia. Tutto in movimento, tutto senza controllo. Viviamo in un mondo così. Una bambina che ti si stringe contro, affonda il viso sul tuo petto e non parla. E tu dici parole che non riesci a sentire, che non sai da dove vengono, e vuoi solo che sparisca tutto questo e che quelle piccole orecchie, che cerchi di chiudere con le mani gelate, non sentano.

Ma non puoi cancellare gli eventi. Le situazioni accadono, lo ripete continuamente un amico, accadono e tu puoi solo viverle, e devi prenderne atto.

Siamo umani, siamo fragili e siamo tutti continuamente sotto pressione. Dobbiamo aiutarci, dobbiamo capirci – soprattutto – abbiamo il dovere morale di ascoltarci.






 

giovedì 15 dicembre 2022

Armonia

 



La pioggerella scende gentile, il ticchettio sul selciato, affonda sul prato, e solletica l’olfatto insonnolito. È notte, in questa casa silenziosa e accogliente, accompagnata dalla luce azzurra che fa capolino dai vetri aperti, nella stanza in cui riposo. Il corpo pigramente disteso, la mente all'erta, si estende oltre l'ambiente e la nebbia, oltre il cielo, che mi copre a protezione del mondo in cui agisco. 

Là fuori fischiano animali notturni, protetti dal buio e dalle fronde smosse dal vento e dall'acqua, redarguite, così pare, dal brontolio delle nubi che scivolano svelte, rincorrendosi indifferenti a quanto accade quaggiù.

Sono in ascolto, i miei sensi accesi, e con animo incerto rivivo momenti della giornata trascorsa: volti amici, sorrisi spontanei e tensioni male occultate. Le loro e le mie.

 La percezione del corpo che si muove nell'aria, il ritmo dei passi, e lo sforzo nel raggiungere un punto, una idea. Il tentativo di trasmettere immagini attraverso la mente e le azioni.
Lo sguardo dell'anima e quello del corpo si uniscono in una danza complessa, tra presente e passato, dal cielo diurno a questa notte ovattata, percorsa dai suoni che amo. 

I rami del fico antico, davanti alla porta di casa, si tendono liberi verso l'alto, sembra che pregano, a ringraziare il cielo per tutta quest’acqua che scende e va giù, a nutrire le radici nodose, dalle quali escono rami ulteriori, nuovi individui di una esistenza comune.

 Pioggerella gentile, tra le fronde e la terra, sospinta dal vento festoso e potente, entri nei miei pensieri, e decori di gioia le mie sensazioni. Sono qui che vivo, io che un giorno credevo di non esserci più, di non esserci forse mai stata.

 Respiro e mi sento le membra, e mi accorgo di quanto mi tocca d'intorno, come l'acqua del mare che carezza la pelle del corpo che vi nuota dentro, che si muove con lei. Una notte indivisa dal giorno e dai giorni passati e a venire, e dalle mille notti che ancora verranno, con i loro doni, preziosi barlumi di una luce delicata e continua, che vuole essere colta e che pure, a volte, sembra ritrarsi. 

Mi giro su un fianco per udire quel coro da un’angolazione diversa: l'acqua ora scende più intensa, sembra una giovane donna che domina il suolo incedendo con vesti fruscianti, attirando su di sé l'attenzione di molti.

La magia di un opale luminescente, di un affilato cristallo dalle insolite forme e dai colori brillanti, rintanato nella grigia e monotona scorza di un semplice sasso: è sufficiente osservare, basterebbe ascoltare, allungare le dita e fare silenzio, per cogliere il respiro del mondo. Le gocce infinite scendono in terra più intense, come un applauso a queste mie riflessioni per lo spettacolo grande della nostra esistenza.

La storia si fa col presente, recando con sé le radici di un sogno comune, vissuto da ogni piccola e unica forza: la nostra coscienza e la forza del mondo. Miriadi di fili preziosi intessuti tra loro in sorprendente armonia. 







 

martedì 8 novembre 2022

DENTRO

 

Le piccole foglie scure del leccio si agitano spinte dal vento, di qua e di là, e inducono in me un senso ipnotico confortante.

 Il cielo azzurro e poi scuro, e poi di nuovo chiaro, nel pomeriggio di un giorno senza tempo di un anno senza volto.

 Fluttuo tra gli eventi, passati e futuri, raccogliendo il presente che mi si offre mutevole ed estraneo. Un passo e un evento; un giorno e un incontro.

 Emozioni: tante, forti, nuove… tutte insieme, ravvicinate, condensate in una vita che non riconosco e dalla quale mi lascio sedurre.

Fluttuo, non cammino né corro. Sembra che il suolo non tocchi i miei piedi, e che l’aria mi avvolga come un nido sicuro: esisto, semplicemente, come accade ora e poi ancora e ancora.

 Rannicchiata dentro il mio corpo, sorpresa e un po' spaventata, ma curiosa: mi do coraggio per spostare ancora un passo, fare un gesto, donare un suono. E ascoltare la risposta.

Avverto un senso estraneo di libertà, uno scongelamento inquietante, in una corrente che mi porta al largo. Ho mollato gli ormeggi e mi lascio finalmente portare.

Sorrido al vento che mi sfiora il viso e sposta i capelli con dispetto; spalanco gli occhi su un futuro che ignoro e di cui non mi importa.

 Potrei viaggiare, potrei affondare, potrei smettere di respirare e lasciare che l’acqua sommerga il mio volto ed invada il mio corpo.

 Potrebbe spegnersi il cielo o aprirsi il mondo, potrei rimanere così per sempre. 

Voci, sguardi, parole che rombano dentro me, situazioni vissute e perdute, da una vita ad un’altra, per mille anni in un solo istante.

 Sono qui, dentro me.





mercoledì 12 ottobre 2022

Tra cielo e terra

 

Un volto scolpito nella pietra, consumato nel tempo. La lunga barba che scende morbida lungo la linea del mento. Sullo sfondo il cielo e l’aria frizzante di un autunno lento. Un pomeriggio di libertà che decido di vivere vicino a persone care. Me lo devo, e colgo l’occasione capitata: decido di accostare doveri - la noia e la burocrazia – a piaceri, così colgo la palla al balzo. 

In effetti è una grossa palla di pietra bianca, quell’oggetto ipnotico che il volto liso di pietra, lassù, sta fissando. Da chissà quanto tempo.

Occhi vuoti, spalancati tra cielo e terra,

in un universo fermo e antico che è presente qui, ancora, tra noi. E sembra non interessarsene.

 Questa situazione mi attrae, mi affascina, e scatto una foto così, quasi di nascosto, timidamente, con un certo pudore… ci penserò dopo, scaverò nei percorsi dei miei neuroni e cercherò di capire perché.

Ora sono lì, di nuovo, che osservo questa immagine, che sento amica, tra un biscotto e una sorsata di tè. È una scena che mi ispira serenità, anche allegria. 

Saranno quei folti baffoni, rassicuranti e robusti, che troneggiano su una barba quasi fluida, riccia, che scivola in basso come un torrentino vivace sul suo letto di pietra, o forse quelle orbite spalancate verso l’alto, comodamente sovrastate dall’arco sopracciliare, che le protegge come un grosso muro. 

L’ampia fronte ispira saggezza, contornata da una capigliatura ariosa e mossa, che chiude il volto come un quadro armonioso. La grande testa sembra emergere da un giaciglio appena accennato, fatto di pietra grezza.

Lo osservo e mi viene in mente il modo in cui dormo, immersa nelle coltri, dalle quali emerge solo la testa. 

Mi piace osservare l’ambiente, quando mi sveglio – accade più volte durante la notte -, illuminato dalla luce del cielo, che cambia col trascorrere delle ore e dei minuti. Prima più lentamente, poi, la mattina presto, sempre più celere. Il chiarore notturno si spalanca in un bianco lucente, si tinge rapidamente di arancio, fino ad accendersi di vita viva nelle giornate estive.

I vetri, aperti anche in inverno, lasciano entrare un’arietta fresca che sa di buono, donandomi i profumi dell’erba e degli alberi, e carezza i miei pensieri al ritmo della loro danza mentre ondeggiano nel vento.

A completare il miracolo gli uccelli notturni, coi loro fischi e richiami, delicati e striduli, sussurrano e dialogano insistentemente tra loro. Io li ascolto con stupore, meravigliandomi e sorridendo, innamorata di un mondo precluso a chi vive in città.

Ha ragione il mio amico, quando dice ridendo che il mio tetto è il cielo, e le pareti la foresta…

 Ieri una grossa e tonda luna piena splendeva nel cielo, diffondendo nella stanza un candore accogliente.  A pensarci, era come quel globo pesante, osservato da sempre e per sempre dalla facciona gentile: tondeggiante, impreciso, che sembra morbido, un po' squagliato, nonostante sia fatto di pietra. Forse, però, non lo è l’anima che lo ha scolpito.

Sorrido, non posso farne a meno. Viaggia il pensiero tra passato e presente, e va ad un futuro ipotetico in cui, ancora, il saggio dormiente sarà lì, nel suo angolo, sopra il paesaggio e tra le nuvole chiare, a dialogare con il suo globo.