Il Mio Blog non vuole essere un monologo, ma un invito all'incontro: pertanto sono graditi i commenti e il succedersi degli scambi che ne conseguono.
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mercoledì 12 ottobre 2022

Tra cielo e terra

 

Un volto scolpito nella pietra, consumato nel tempo. La lunga barba che scende morbida lungo la linea del mento. Sullo sfondo il cielo e l’aria frizzante di un autunno lento. Un pomeriggio di libertà che decido di vivere vicino a persone care. Me lo devo, e colgo l’occasione capitata: decido di accostare doveri - la noia e la burocrazia – a piaceri, così colgo la palla al balzo. 

In effetti è una grossa palla di pietra bianca, quell’oggetto ipnotico che il volto liso di pietra, lassù, sta fissando. Da chissà quanto tempo.

Occhi vuoti, spalancati tra cielo e terra,

in un universo fermo e antico che è presente qui, ancora, tra noi. E sembra non interessarsene.

 Questa situazione mi attrae, mi affascina, e scatto una foto così, quasi di nascosto, timidamente, con un certo pudore… ci penserò dopo, scaverò nei percorsi dei miei neuroni e cercherò di capire perché.

Ora sono lì, di nuovo, che osservo questa immagine, che sento amica, tra un biscotto e una sorsata di tè. È una scena che mi ispira serenità, anche allegria. 

Saranno quei folti baffoni, rassicuranti e robusti, che troneggiano su una barba quasi fluida, riccia, che scivola in basso come un torrentino vivace sul suo letto di pietra, o forse quelle orbite spalancate verso l’alto, comodamente sovrastate dall’arco sopracciliare, che le protegge come un grosso muro. 

L’ampia fronte ispira saggezza, contornata da una capigliatura ariosa e mossa, che chiude il volto come un quadro armonioso. La grande testa sembra emergere da un giaciglio appena accennato, fatto di pietra grezza.

Lo osservo e mi viene in mente il modo in cui dormo, immersa nelle coltri, dalle quali emerge solo la testa. 

Mi piace osservare l’ambiente, quando mi sveglio – accade più volte durante la notte -, illuminato dalla luce del cielo, che cambia col trascorrere delle ore e dei minuti. Prima più lentamente, poi, la mattina presto, sempre più celere. Il chiarore notturno si spalanca in un bianco lucente, si tinge rapidamente di arancio, fino ad accendersi di vita viva nelle giornate estive.

I vetri, aperti anche in inverno, lasciano entrare un’arietta fresca che sa di buono, donandomi i profumi dell’erba e degli alberi, e carezza i miei pensieri al ritmo della loro danza mentre ondeggiano nel vento.

A completare il miracolo gli uccelli notturni, coi loro fischi e richiami, delicati e striduli, sussurrano e dialogano insistentemente tra loro. Io li ascolto con stupore, meravigliandomi e sorridendo, innamorata di un mondo precluso a chi vive in città.

Ha ragione il mio amico, quando dice ridendo che il mio tetto è il cielo, e le pareti la foresta…

 Ieri una grossa e tonda luna piena splendeva nel cielo, diffondendo nella stanza un candore accogliente.  A pensarci, era come quel globo pesante, osservato da sempre e per sempre dalla facciona gentile: tondeggiante, impreciso, che sembra morbido, un po' squagliato, nonostante sia fatto di pietra. Forse, però, non lo è l’anima che lo ha scolpito.

Sorrido, non posso farne a meno. Viaggia il pensiero tra passato e presente, e va ad un futuro ipotetico in cui, ancora, il saggio dormiente sarà lì, nel suo angolo, sopra il paesaggio e tra le nuvole chiare, a dialogare con il suo globo.






 

 

 

 

 

sabato 29 maggio 2021

Che qualcuno lo dica

  

Una domenica mattina, una delle mie tante escursioni tra campi e boschi. Viaggio con una cara amica che da anni, ormai, accetta di seguire col sorriso le mie scorribande. Abbiamo scarpinato nel fango, raccolto ortica selvatica, sonnecchiato tra i cardi e sorriso davanti a un vitello che succhiava il latte dal corpo materno.

Una splendida giornata di sole, satura dei profumi dolciastri di questa strana primavera che è lenta a svelarsi. Finalmente distese, anche se stanche, ci dirigiamo verso casa. Poi, però, lo sguardo cade su un campo in cui una decina di asini pascolano sereni. Hanno il pelo arruffato, sono di colori diversi, con le grandi chiazze bianche intorno agli occhi e le caratteristiche lunghe orecchie.

Non riuscendo a resistere, ci fermiamo, e li vediamo arrivare in un attimo: ci raggiungono fino al recinto, allungando il muso verso le nostre mani. La mia amica raccoglie erba fresca dal suolo e la offre ridendo davanti allo spettacolo allegro che ci si para dinanzi: gli uni con gli altri, i musi vicini, si tolgono i fili di bocca. E così il gioco prosegue, con manciate di erba tenera e veloci bocche pelose che masticano.

Mi guardo intorno, chiedendomi perché vengono allevati degli asini. Sono belli, certo, ma oggi si fa tutto per profitto… e vedo un cartello di legno, con su scritto a caratteri storti “si vendono uova fresche ed altro”. Uno sguardo di intesa e ci diamo da fare: andiamo a vedere.

Raggiungiamo un ometto, avanti negli anni, un po’ curvo, che ci sorride invitandoci a entrare. E’ lui il capoclan: vive lì con la famiglia, con le galline, gli asini e alcune capre.  Ci dice che, in effetti, dovrebbe correggere il cartello: lui vende le uova, quanto all’ “ed altro”, non sa bene cos’è. Ci racconta che le capre le gestisce il genero, producendo pochi formaggi (che poi avremo il piacere di assaggiare); quanto agli asini, non sa nemmeno lui perché il figlio abbia deciso di allevarli…

Domenico, è questo il suo nome, ci accoglie in casa per presentarci Teresa, la moglie: una donna robusta dagli occhi buoni, che ci prepara un caffè e fa spazio sul tavolo. Sediamo in una piccola cucina dall’aspetto vissuto, i piatti svuotati ancora sul tavolo dopo un pranzo in famiglia appena concluso.

Io e la mia amica sediamo, a nostro agio, e parliamo a lungo con loro: respiriamo un’atmosfera benevola che ci fa stare bene; l’atmosfera è rilassata e gioviale. Domenico ci racconta delle sue galline, di quella piccola, nera e ribelle, che smaniosa di libertà, aveva covato all’aperto, sotto la protezione di un grosso cavolo. Tanta l’ostinazione che le uova si erano poi schiuse, lasciando uscire dei sani pulcini. Ci parla della sua infanzia, al paese in Abbruzzo, quando la carne non si mangiava quasi mai, perché gli animali costavano, e costava fatica nutrirli. I polli di oggi, però… Ci fa il nome di allevatori famosi alle cronache, del modo in cui allevano le bestie che poi la gente acquista, per pochi euro, al supermercato.

Parliamo dei nipoti, della scuola, del fatto che molti ragazzi crescono senza avere la fortuna di poter toccare la terra, senza conoscere il verso di alcuni animali. Loro hanno tre figli, e ognuno ha altrettanti bambini - qualcuno di più - e vivono lì, tutti vicini, condividendo un pezzo di terra che accoglie animali, un bell’orto e una serra.

Il nostro ospite tiene banco, un cerimoniere di corte, e restiamo in silenzio a seguirne i volteggi mentali; abbiamo gli occhi sgranati e le orecchie spalancate intanto che il tempo scorre veloce verso la sera. Lui si è rovinato una spalla lavorando la terra, ma non si ferma, nonostante l’età: è lì, tutti i giorni sul campo. Dopo un po’ infatti si congeda con una frase cortese e torna al lavoro. Ci dice la moglie che lui si fermerà solo da morto. Sorride, Teresa, con un’espressione di semi-rimprovero e approvazione: si vede da come scherzano che l’intesa tra loro è sana.

 Compro le uova e mi invitano a vedere la serra: dietro la porticina sbilenca, custodita da un lucchetto rugginoso, vedo file lunghe di insalate giganti, così belle e sode da sembrare gioielli. Rimango ammaliata da tanta semplicità, umanità e benevolenza.

Teresa mi consegna un cespo di canasta che ha appena colto: un regalo per me, secondo i rituali di una ospitalità antica e dimenticata da molti. Un benvenuto che segna il primo di incontri futuri. L’insalata è croccante e piena di terra, il suo diametro supera quello del mio busto. Lavorare la terra è faticoso, e questa coppia, avanti negli anni, fatica.

 E accolgono me, con calore, con fiducia e con doni preziosi.

Ci diamo un appuntamento a breve perché ho intenzione di acquistare i formaggi, ed il loro genero non è in casa. E così io ritorno, e scopro che altri parenti gestiscono api e, a breve, produrranno miele di acacia e castagno.

 Altra lunga conversazione, altre risate, ancora festa. I piccoli caci hanno il sapore dei miei ospiti: semplici, genuini e sinceri. Tra una visita e un’altra si susseguono bicchieri di vino, racconti, riflessioni e sorrisi. Ogni volta, in auto, percorro una strada diversa per raggiungerli, ma l’accoglienza è sempre la stessa.

 Ieri, licenziandomi, ho ricevuto un abbraccio materno. Ci vedremo domani, probabilmente: le ho promesso un rimedio per le ginocchia dolenti.

Teresa mi ha raccontato di sé, di come è arrivata in Italia da Asmara ai tempi in cui dall’Eritrea si partiva per tornare dopo alcuni anni di lavoro. “Io volevo aiutare i miei fratelli e così sono partita da sola, non conoscevo nessuno, ma sono stata fortunata: ho trovato tante brave persone” - Teresa ha cresciuto i figli di altri, prima di crescere i suoi. Lo ha fatto per soldi e lo ha fatto per necessità. Ha cresciuto anche i figli dei fratelli che sono morti durante la guerra, e li ha aiutati a venire via da quel paese ferito. Ora i nipoti sono tutti sistemati: la scuola, il lavoro, e i loro figli. A questa donna brillano gli occhi mentre sorride al nipotino più piccolo che si avvicina timidamente stringendo la mano alla mamma, che entra in cucina per un saluto. Entrambi sono scuri di pelle, capelli ricci e zigomi alti. La voce rivela la cadenza romana.

Il suono corposo conquista lo spazio nel raccontare della sorella più giovane, figlia di un padre diverso, che è rimasta ad Asmara, e i nipoti che sono migrati in Canada, e i suoi figli, che le vivono accanto. La casa è piccina, eppure mi sembra enorme, piena di vita e di urla, di capricci e di gambette veloci...

Le dico, commossa, che ha vissuta una vita importante, suggerendo quello che sa: che lei ha avuto tanti, tantissimi figli.  Sorride e dice di sì, che è felice. La sua vita, ora sta qui.

La voce rimane serena anche quando descrive gli orrori, la fatica e le incertezze: ha dovuto guadagnare molti soldi per consentire ai ragazzi di approdare in Italia: storie di barconi, di capò, di un sistema malato.  Mi ha descritto i campi di accoglienza nella loro vera natura: prigioni violente che snaturano l’uomo, a cui tolgono quel poco che c’è e la dignità di esistenza. Dove si ruba su quanto già è stato rubato.

L’ha superato, tutto questo, Teresa, e i suoi ragazzi sono divenuti uomini e padri. Dopo aver faticosamente comprato – sue le parole – la libertà dei suoi cari, questi si sono dati da fare, e lavorando onestamente hanno ricostruito la dignità sequestrata.

Questa famiglia, con i suoi modi, con la sua storia, ha toccato qualcosa dentro di me. E ora sono qui, a scrivere di loro su questa tastiera, perché le parole cupe mi girano ancora e ancora nel cuore: “nessuno lo sa perché nessuno lo dice”.






 

martedì 24 luglio 2018

Preparazione

Persone che si fanno del male perché non sanno rinunciare a un pensiero. Persone che fanno del male perché non sanno evitare un pensiero. Volti amici che non sorridono più ed espressioni provate che si portano dietro corpi pesanti, resi lenti da ciò che è contenuto nelle ossa del cranio.

Pensiamo volteggiando nervosi un pò avanti e un pò indietro, e ripassiamo ancora su quelle curve quando ci sembra di aver trovato qualcosa, che poi ci sfugge, ed ecco che ricomincia il giro...

Ci sentiamo migliori di altri viventi eppure, spesso, stiamo peggio di loro. Ci raccontiamo la storia della razza migliore, civile ed evoluta, intanto che roviniamo tutto ciò che ci serve, e abbiamo paura di regalare un sorriso... 

Dirottiamo noi stessi agganciati dagli odori fasulli che portano i venti, e ci avviciniamo l'un l'altro in dimensioni irreali, rassicurati di non essere troppo scoperti.
 "Abbiamo dimenticato come si sta all'aperto": la frase rimbalza dall'ultimo film di Spielberg che ho visto (Ready player one), in cui uomini e donne vivono ciecamente immersi in una realtà virtuale ipertecnologica, la cui forza ha surclassato l'interesse per la vita reale.
 E la vita, quegli uomini, non la curano più, non vi cercano stimoli, e non si interessano più a migliorarla. 

Si sono distratti, dimorando in un altrove che, pure, però, vi è radicato. Ma questo non sanno vederlo, così si confinano in ambienti irreali, tra compagni altrettanto fasulli ("tu vedi di me solo ciò che io voglio farti vedere"), rinunciando a curare se stessi nel proprio mondo.

Il nostro futuro, forse, o di una gran pletora di individui.

Oggi ho pulito, sgrattando con la spazzola di ferro, diversi metri di muro: le pareti preventivamente trattate con un prodotto in grado di eliminare le muffe; ho impastato del cemento, e un pò per volta, bagnando i buchi che dovevo sanare, li ho colmati con l'impasto ottenuto. 
Ho coperto anche le crepe, lunghe e profonde sulla superficie sbiadita.

Ho spazzolato via tutto, poi, ho pulito bene la base... E così potrò verniciare! 

 Ho un bel pennello, massiccio e pesante, che attende vicino all'ingresso il suo grande momento. Un pò su e un pò giù, e poi le strisce trasversali, rigorosamente in punta di pennello. 
So farlo, ho imparato osservando e ascoltando, e poi provando in prima persona.
La preparazione è il 90 %, mi dice l'amico, ed io lo so che è vero. 

Ed è forse per prepararci che continuiamo a pensare, giriamo e rigiriamo gli eventi simulandone a mente le potenziali sequenze, ma stiamo solo volando, i nostri piedi non poggiano più.... 

Voliamo nell'etere dimenticando la terra, e abbandoniamo così la vita reale. Perchè essa è dura, perchè non scivola bene, perché a volte ci opprime obbligando una selezione di scelte.

Ma la preparazione è importante, e continua ogni giorno per ogni giorno a venire. 

Non inizia e non finisce: la preparazione è la vita! 

Guai a fermarci, guai a rinunciare! Ogni momento esperito, sembri pure di poca importanza, è li che ci plasma, e ci dirige, orientando la mossa ulteriore. 

Siamo nel gioco, ed allora si giochi!

Detto tra noi seriamente: può capitare che si cominci col prenderci gusto...



martedì 29 agosto 2017

ControRacconto: il bel gioco della vita



Oggi Il Mio Blog è stato citato in un post di Elena Ferro come sito meritevole di interesse: sono venuta così a conoscenza della pratica nota nel web col nome di liebstermania, una sorta di premio-notorietà incluso in un gioco curioso che richiede ai premiati una reciprocità di attenzione.

Ho quindi deciso di ringraziare così, scrivendo un contro-racconto che possa mutare un amaro sorriso in un sorriso splendente.

 Di ispirazione il racconto di Elena: Uno strano scherzo del destino, che ho preferito immaginare così:


ControRacconto: il bel gioco della vita.


Goe e Gae, i loro nomi: due amici sinceri che amano fare e pensare, e sperimentano insieme occupazioni più varie. A volte altri Goi, da strade diverse, trascorrono anni, millenni o minuti insieme con loro, a fare e rifare, affinare e cambiare, sorridendo col volto e col cuore. Ogni dì una esperienza diversa, nel fiume, sui colli e tra rudi montagne, benedetti dal cielo e dal mare, nel percorso vivace del tempo che scorre.

Crono si ferma e li osserva, con cipiglio da re, curioso e ammaliato egli stesso da tanta beltà. Vulcano rallenta gli ardori e le piogge non scendono più torrenziali ma in dolce armonia, che sa di musica e cedro fragrante.
Tutto è incantato, tutto è magia, ed unisce più mondi in una sola visione di pace e di sana allegria.

Eccolo il gioco di chi sa giocare vivendo, perchè vivere è pura armonia, che sovrasta gli strappi e i rumori, che raccoglie i piccoli pezzi che a volte cadono tanto lontani.
Sentire la terra che chiama, vestita di verde e di rosso, vestita di fiori e profumi fragranti, carezzata dal sole e da zampe ruspanti di chi lì vi dimora.

Si cercano le anime sparse, e si ascoltano avvedendosi appena di questo mutuo giocare che trova e collega, che elabora e affina, che muove e conduce il cambiamento infinito.

La vita alimenta se stessa, accendendo quel brio che pure illumina l'aria.

Le regole scarne ma serie: evitare situazioni già note, osservare con animo aperto e lasciarsi stupire, rivolgere la propria attenzione a ciò che intanto succede, e a quanto si ha voglia di creare in ex novo

In ogni momento  quell'uscio è dischiuso, ad accogliere chi, un pò titubante oppure entusiasta, percorre quel viale con animo fresco.

Via via che scorrono i giorni aumentano le capacità sensoriali, s'amplia la mente ed i volti si coprono d'oro.
La canicola estiva si fa più tollerabile, e pure il rigido inverno diviene un amico, perchè stiepidito dall'energia della vita che pulsa.

Man mano crescono i Goi, si fanno più grandi e più forti, e divengono sempre più belli e più uniti, tanto che illuminano il pianeta infuocato che, pure, riceve vita da loro.

Succede così qualcosa di strano, che sconvolge studiosi e scienziati: si sono invertite le parti e la scienza ne rimane turbata... 

Ora è la Terra che illumina il sole, e ne diviene il fine causale: è Gea, madre di Goe e di Gae, amica dei Goi, che respira il sorriso che illumina il mondo.