Il Mio Blog non vuole essere un monologo, ma un invito all'incontro: pertanto sono graditi i commenti e il succedersi degli scambi che ne conseguono.
Buona lettura!

giovedì 30 luglio 2026

L'EVENTO

 

L’evento: l’uscita di Ulisse, l’ultimo attesissimo film di Christofer Nolan. Lunghe file di acquirenti davanti ai cinema coinvolti, anche sotto questo sole caldissimo che ci sfibra da mesi. I giornali e i social sono zeppi di commenti, articoli, riflessioni, botta e risposta…

Nolan è un regista di spessore, che ho avuto modo di apprezzare nel tempo.  L’Odissea è una opera gigante, che ho imparato ad apprezzare molto tempo fa. Sono curiosa e così mi inserisco tra gli spettatori.

Oggi mi è pervenuta una recensione da un amico, scritta dalla studiosa che ha tradotto per prima l’opera originale in lingua inglese, Emily Wilson  ( https://www.lrb.co.uk/the-paper/v48/n14/emily-wilson/an-uncomplicated-man). Più che una recensione è una stroncatura: la lamentela di fondo sta nel fatto che il regista ha stravolto l’opera senza rispettarne il senso.

Mi viene da dire che ha ragione, ma questo non ha a che fare con il valore del film. Un prodotto artistico, a mio avviso, può essere utilizzato per produrne un altro differente. Accade di continuo.

Quando vado a teatro, spesso vedo trasformare le opere classiche nel linguaggio della modernità, in modo da parlare al pubblico attuale, da tradurre certi passaggi altrimenti poco comprensibili, per lanciare messaggi di attualità.

 E concludo, tra me e me, che la signora è una rispettabilissima classicista che vede solo l'opera, e ne segna le discordanze con il film. 

A me il film è piaciuto proprio per la prospettiva audace che presenta: il senso dell'opera molto ma molto stravolto, reinventato secondo una logica anti-greca (dell'epoca). Nolan sembra contrapporre l'uomo moderno ai valori della Grecia antica, presenta un Ulisse che è un anti-Ulisse, esponendo una visione della guerra e di ciò che ne costituisce il contesto in netto contrasto con la visione "antica".

Scena dopo scena, l’eroe greco incontra per gradi l’uomo moderno mettendo in discussione ogni atto compiuto e vissuto: “e se quest’uomo si fosse perduto, vedendo in una notta sfogare la rabbia di dieci anni di sofferenze, se avesse capito di aver rotto il più sacro dei patti tra gli uomini…”: l’inganno di Ulisse, il punto di svolta che lo ha reso eterno nei canti è in realtà il proprio calvario: l’uomo capisce di aver tradito il rispetto dell’altro, perché la promessa di un dono di pace nascondeva la morte e la strage.  La visita agli inferi rivela la crudezza dei propri inganni legata agli egoismi affamati di gloria per il mantenimento del potere; le anime dei condottieri morti che ha abbandonato nei campi di guerra lo accusano, lo offendono e lo minacciano; il canto delle Sirene uccide perché è la memoria delle promesse non mantenute: lo specchio insopportabile della coscienza tradita; la guerra porta morte, porta stragi, distrugge civiltà, segna il passo alla perdita della sacra unione tra gli uomini. L’inganno segna il passo, e nulla sarà più come prima, e gli uomini continueranno a ripetere gli errori dimenticati.

L'uomo, se vuole fare "ritorno a casa" deve guardarsi allo specchio e farci i conti.

La sferzata ricade impietosa anche sul modo in cui vengono presentate le figure femminili, tale - secondo la Wilson - da “non avere molto da dire”.

Dio mio, penso, ma che film ho visto?

Io visto e ascoltato una maga Circe umanissima, che fa discorsi da donna moderna, che dietro la patina di eroismo attribuita ai soldati coglie e teme la violenza di uomini “affamati e dal sangue caldo”, mandati a cercare ciò di cui hanno bisogno presso la sua dimora, quella di una donna che vive sola nell’isola. Nel suo dialogo con Ulisse lei chiede cosa mai avrebbe dovuto attendersi da loro: si è difesa.  Gli uomini sono stati mutati in porci per rendere manifesta la loro vera natura, fatta di voracità e ingordigia: sono chiamati eroi, ma commettono assassini, rubano e stuprano, liberi di prendere ciò che vogliono come premio dei propri sforzi… Un discorso che è difficile non condividere. 

Io non ho trovato Calipso "patetica"; era nel ruolo del mediatore, del facilitatore - come spesso se ne trovano nelle favole o nei romanzi di formazione: una dea sì, ma non ammaliante e crudele, che rapisce l’uomo di cui si è invaghita.  Una donna che  mentre si prende cura inizia ad amare” e quindi capisce quanto sia sbagliato dar sfogo al proprio egoismo. Si impegna dunque a stimolare il ricordo nell’uomo, a rendergli possibile il ritorno, lo spinge alla consapevolezza, sapendo così di dover rinunciare ai propri desideri. Consapevole anch’ella che l’amore non può essere ricambiato per inganno.

La figura di Elena, punita per la propria fuga da un mondo maschile, in cui le donne sono considerate proprietà – da rapire e riprendere - , dove le donne devono assistere al sacrificio della loro unica figlia da parte del padre per propiziare la guerra: Clitemnestra non moglie ingrata e ingorda di potere, ma donna insoddisfatta e addolorata, assetata di vendetta.

E Penelope, tanto forte nel rimanere fedele alle proprie scelte, che capisce da sé di non essere davvero l’oggetto del desiderio dei pretendenti: lei è il viatico per il trono. E così resiste, tesse e disfa la tela, e regge il trono da sola, per lunghi venti anni – come lei stessa rinfaccia al figlio, accusando a gran voce un sistema maschile che preclude il potere alle donne, anche in barba all’esperienza e alla capacità di queste.

Il monologo del marito, sotto le mentite spoglie del mendicante, è lo starter da tempo atteso, la forza trattenuta e accresciuta nel tempo si manifesta nello slancio del suo discorso: si sposerà, ma solo con chi vincerà la sfida. Sfida che sa poter vincere solo Ulisse, l’ultimo pretendente arrivato, nei panni di un mendicante.

Come poter definire tali situazioni “prive di emozioni, di spessore psicologico e di valore politico ed etico”? Veramente i personaggi “non mostrano motivazioni convincenti per le proprie azioni”?

In linea con i valori del mondo antico, Nolan punisce la UBRIS, lo fa vendicando gli inganni degli uomini: Ulisse e il cavallo-dono, Circe e la promessa di sfamare i desideri degli uomini; Calipso, che nasconde attraverso il loto la verità ad un uomo impedendo il ritorno: queste persone capiscono e cambiando visione si redimono. Solo l’inganno di Penelope è vincente: cucire e scucire la tela le consente di guadagnare il tempo necessario che la sua fede richiede: lui tornerà, lo ha promesso: il bene vincerà sul male, per tutti.

Nel film, poi, non si vedono scene di sesso, e questo è oggetto di critica. Perché? Il lavoro presenta uno sforzo esistenziale, non c'è tempo per il sesso...non è necessario, non prioritario. Perché distrarre lo spettatore dal viaggio?  Finalmente uno stereotipo si spezza: non è necessario inserire scene di sesso per vendere un film: il botteghino sta andando a gonfie vele!

In quella sala io ho assistito ad una audace rilettura del testo, non la sua ripetizione in versione filmica!  Le trovate sceniche fanno parte dello spettacolo, che ho apprezzato anche per questo; il testo originale è altra cosa, e non si discute.

Quello è l’Ulisse di Omero; questo è quello di Nolan.








martedì 19 maggio 2026

CATTIVI MAESTRI

                                                                                            

“I cattivi maestri sanno cosa fanno. Lo fanno apposta. Lo fanno per mestiere”

 

 

 

Qualche anno fa sono stata in Polonia, ho visitato il lager di Aushwitz, ho ascoltato le spiegazioni che le guide man mano davano sull’utilizzo dei vari ambienti, sulle modalità di gestione, su cosa accadeva. Ho visto le rotaie che portavano direttamente all’inferno, il doppio filo spinato, il muro scuro presso cui si giustiziavano i “nemici dello stato”; sono entrata negli “ambienti igienici”, dove le persone venivano uccise in massa con il gas, ho visto quel che resta dei forni che servivano a smaltire i corpi nudi, privi di vita. Dove è stata rubata loro l’umanità. Ho visto quel bosco in cui persone allo stremo sono state costrette a marciare per l’ultima volta, per svanire nel buio del silenzio, testimoni scomodi da far sparire.

Ho ascoltato i racconti commossi dei parenti di coloro che lì dentro hanno trascorso le ultime terribili ore di esistenza.

Mi sono chiesta perché, come è stato possibile, come è stato possibile creare una organizzazione così ben strutturata e così mostruosa.

E ho iniziato a cercare.

Mi sono immersa nel gravoso studio del fenomeno del razzismo, degli autoritarismi e delle dittature.  Mi sono chiesta cos’è che porta alla loro affermazione, come si possa seguire una organizzazione violenta, imporla, supportarla o anche solo tollerarla.  Non capisco come gli esseri umani, persone che nei secoli hanno dimostrato grandi capacità ed espresso creatività ed emozioni importanti, possano precipitare così, impiegando la propria energia nell’usare violenza, nell’accettarla e anche nel promuoverla. Violenza contro altri viventi, simili o anche no, a loro, ai loro figli, alle loro amicizie.

Documenti, libri, film… Molti testi sul tema risalgono agli anni 60, si tratta di riflessioni scaturite dopo il fenomeno del nazismo: un evento catastrofico e per molti versi assurdo, su cui effettivamente, nonostante le molte parole e le tante cerimonie, sembra davvero non si sia riflettuto abbastanza. E giù sociologi, psicologi, storici, filosofi, letterati…Ogni settore della cultura si è speso nella riflessione, nel difficile e delicato impegno a districare quel nodo così complesso, ognuno da un settore diverso, ognuno da un punto di vista diverso. Disponiamo di un vasto tesoro di riflessione, di tanti lumini accesi che ripercorrono un quadro storico e culturale che fa diventare tale fenomeno, ahinoi, quasi un evento annunciato.

Da accapponare la pelle.

Eppure trovare questi documenti è difficile: pubblicazioni non rinnovate, materiale da cercare nel mercato dell’usato o nelle varie biblioteche specializzate, sparse nel territorio. Perché? Cosa ha spento l’interesse?

Quel brutto periodo è rimasto nell’immaginario collettivo come “il fatto degli ebrei”, come un evento straordinario e terribile che appartiene al passato, archiviato come un fenomeno da ricordare una volta l’anno, affidato alla cosiddetta Giornata della memoria: cerimonie di stato, eventi teatrali e parole pompose lette con toni tristi durante i telegiornali.

Un ragazzo, qualche giorno fa, mi ha chiesto cosa sono quelle stelle dorate che ogni tanto calpesta davanti ad alcuni portoni della città…

 

Sono testi davvero interessanti, ben scritti, che hanno molto da insegnare, sempre, ma soprattutto oggi. Oggi che non si fa che puntare il dito su “femminicidi”, sulla violenza che i nostri giovani esercitano nelle scuole e nelle strade… Oggi che si finge di trovare soluzioni come “educhiamoli alle emozioni” o “mettiamo il metal detector all’ingresso delle scuole”. Oggi che si cerca di mettere a tacere le coscienze senza riflettere sulle cause, ma solo paventando ridicole proposte spacciate per soluzioni. Abbiamo smesso di chiederci perché, totalmente impauriti dagli eventi che ci vengono propinati a cascata attraverso i media, in continuazione.

Quando ero una ragazzina, tanto tempo fa, sentii mio padre dire che esiste sempre una spiegazione alle situazioni, mi disse che è giusto soffermarsi e riflettere per cercare quale è il sistema sottostante che ne consenta la comprensione. Mi spiegò che non è sufficiente soffermarsi sull’evento: bisogna vedere cosa lo ha generato e in cosa si alimenta. Mio padre era un medico, di quelli appartenenti alla vecchia scuola: quando svolgeva il suo mestiere non si soffermava sull’organo, lui osservava il sistema.  A pensarci ora, dev’esser nata lì la mia passione per la filosofia. Grazie papà.

La memoria si spegne mentre si finge di alimentarla, cala la nebbia, prodotta dalla infinità di pseudo informazioni che invadono sistematicamente ogni giorno la nostra mente.  E dimentichiamo di ricordare davvero, non abbiamo tempo di capire e smettiamo di cercare.

Chi lo fa, come me, incontra il sorriso beffardo di chi chiede “ma chi te lo fa fare, dove lo trovi il tempo? Poi ti sale l’angoscia…”.

Me lo fa fare la mia appartenenza al genere umano, me lo fa fare il fatto di vivere in questo mondo, perché mi piace farlo e mi piace l’dea che possano farlo, godendone, anche i miei nipoti. È davvero così sorprendente?

Una frase semplice e chiara ha colpito la mia mente: le guerre di religione, così come il razzismo, non sono eventi naturali: sono dispositivi costruiti, alimentati e finalizzati.

L’odio e l’amore veicolati attraverso le idee – o le ideologie. Da qui le azioni. Di che tipo?

Cercare la causa che va all’obiettivo.

Stamani mi sono imbattuta in un articolo, che non posso esimermi dal riportare qui di seguito, ringraziando l’autore per la sua chiarezza. Un articolo che invito a leggere, con la nota dovuta: “non è politica” – nel senso comune di contrapporre la bravura di un partito politico alle attribuite mancanze di un altro – ma è PROPRIO politica:

https://www.labottegadelbarbieri.org/i-maestri-dellodio-dietro-lassassinio-di-bakari-sako/

 

Buona lettura.

 



 

 

 

 


martedì 17 febbraio 2026

Adolescere

 


Rientro da una cena divertente con amici; mi sento bene e un po’ stanca: la giornata era iniziata alle 6 del mattino con la sveglia, immediatamente bloccata con una ditata seguita dal solito grugnito. L’idea di abbandonare il calduccio del letto e i vapori dei sogni appena vissuti è fastidiosa…

La colazione, una rapida rassettata all’appartamento e via, incontro alla giornata lavorativa, fino all’appuntamento con i vecchi amici, la sera, per scaldarsi il cuore e vivere una sana allegria.

Parcheggio l’auto, e mentre raccolgo documenti, borsa, borraccia e il contenuto della borsa rovinosamente sparso nell’abitacolo, mi godo in anticipo il senso di distensione che mi pervaderà a breve, quando sarò entrata nel mio letto, interamente sommersa dal piumone soffice e caldo…Quegli ultimi momenti di coscienza vigile che preludono al sonno dei giusti.

Ma arriva la telefonata di una conoscente: mio figlio ti sta cercando, non so perché.

Si tratta di un ragazzo appena maggiorenne che conosco da anni, a cui ho offerto sostegno in un periodo un po' difficile della sua vita: motivi sociali, culturali, emotivi… quella difficile età dello sviluppo. Insomma, niente di drammatico, solo un brutto nodo che necessitava di un aiuto per essere sciolto. Insieme, io e lui, con un po' di tempo, tante parole e tante cose da fare, ci siamo riusciti. È stato bello vedergli tornare il sorriso. Siamo rimasti amici.

A distanza di qualche anno il ragazzo è cresciuto - nel corpo e nello spirito: ora è meno timido, frequenta la palestra, ed è finalmente uscito da quel brutto isolamento che lo rendeva triste.

Dunque, mi chiedo, che sarà mai successo? Mi avvicino alla porta di casa e lo vedo: esile figura grigia nel chiarore dei faretti che illuminano il giardino. Lui è lì, in silenzio, che mi aspetta. Capisco in un attimo che la serata sarà lunga.

Lo guardo in volto, chiedo come sta, e vedo che ha il viso un po' gonfio, gli occhi socchiusi…Un brutto ricordo di quando i suoi genitori lo portarono da me quella volta. Allora aveva smesso di mangiare, non parlava e piangeva. Mi allerto alla sua risposta: sto male.

 Lo faccio entrare in casa e metto su il bollitore per il tè. Lui è imbarazzato, non mi guarda in volto, non sa da dove cominciare e farfuglia una serie di frasi che suonano in modo strano, così uscite da un ragazzo tanto giovane: tu mi conosci bene, mi hai aiutato a capire delle cose, e a casa tua mi sento a mio agio, mi sento davvero bene... Mi dice che non ha mangiato e accetta la mia offerta di un paio di uova al tegamino. Sono quelle buone, quelle del contadino…

Concordiamo di metterci su un po' di formaggio, scaldo qualche fetta di pane e gli preparo la tavola. Il suo aspetto cambia, ora è più rilassato. Parliamo delle uova, dei miei amici che allevano le galline, lasciandole libere di beccare nel campo, senza gabbie, e di come la sera tornino da sole nella dimora adibita per loro, dove vengono poi chiuse a protezione dalle volpi. E ce ne sono di volpi, dalle nostre parti.

Parliamo della natura, degli animali…lui inizia a mangiare, fa la scarpetta, poi attacca i biscotti. La madre diceva che non mangia quasi più, che di recente è diventato insofferente.

A me, fortunatamente, non pare proprio. 

Quando vedo di nuovo apparire il sorriso su quel volto dai lineamenti delicati, vado dritta al sodo: ma che è successo, che ci facevi davanti alla mia porta a quest’ora?

Così, tra una frase smozzicata e un’altra, riesce a dirmi che sta vivendo un brutto momento. Non grave come quello che abbiamo risolto tempo prima, no, però sta in difficoltà emotiva e non riesce a farsi ascoltare da nessuno. Nessuno ha tempo di ascoltarmi, hanno tutti fretta, anche i miei amici. Loro dicono di avere altro da fare.

Lui, adesso, ha compiuto18 anni: ha vissuto il periodo critico dell’adolescenza in quel disastro organizzato che va sotto il nome di “periodo covid”. Ha trascorso molto tempo in solitudine, come gran parte dei suoi coetanei, a interagire con qualche compagno al riparo di avatar nei videogiochi, e a forzarsi – senza troppo successo – di frequentare lezioni on line erogate da una scuola razzista (le sue origini non sono italiane, nonostante sia cresciuto nel nostro paese e ne parli perfettamente la lingua) e poco organizzata. 

Una scuola che non supporta gli studenti, e che si libera dei problemi in modo gordiano: “perché, a questo ragazzo interessa la scuola?”. Ai tempi lui trascorreva molte ore in casa, con il fratellino disabile sempre accanto, dovendo i suoi assentarsi per lavoro: la sopravvivenza costa, purtroppo. Soprattutto se sei straniero, e soprattutto di questi tempi.

 Nel mio atavico idealismo continuo a credere che rientra nel mestiere di un insegnante aiutare i ragazzi a trovare interesse negli studi o a farne comprenderne l’utilità. Un pensiero obsoleto?

Rimbalza ancora nella mia testa quella frase, sembra non esserci più nulla, in questo cranio, tranne quel suono sgradito che rimbalza di qua e di là: nessuno ha tempo di ascoltarmi.

Abbiamo parlato a lungo, abbiamo scherzato, e pian piano il suo viso è tornato luminoso, i suoi occhi ben aperti e il tono della voce più fermo.

A nube finalmente dissolta l’ho mandato a casa a dormire con due facili consigli e una carezza sulla testa.

 Un ragazzo di 18 anni cerca una donna di 53 per poter parlare un po’ di sé: va da lei perché i suoi amici non hanno tempo di ascoltarlo, e lui sta male.

Girano in branco ma sono tutti così soli, a tal punto da non sapere nemmeno dirselo a vicenda per farsi forza stringendosi per mano.

Cosa è accaduto? Che cosa è venuto meno? Cosa impedisce loro di costruire ponti?

Matisse scriveva nei suoi diari che una generazione non arriverà mai a comprendere il prodotto delle generazioni successive – o le loro azioni, che poi è lo stesso - perché non dispone di quelle stesse categorie mentali: il limite è strutturale. 

Un pensiero condivisibile, certo, ma solo in parte: un ragazzo di 18 anni, che vive nella società delle “successive generazioni”, cerca un dialogo con qualcuno della vecchia generazione, lo trova, e riscopre il sorriso, l’appetito e la voglia di stare insieme. 

 Questo è accaduto ieri.





 

venerdì 17 ottobre 2025

Asilo

 

 

C’è stato un tempo in cui sbarcavo il lunario impegnandomi in attività disparate. Ero una entusiasta studentessa universitaria che cercava di unire lavori intellettuali ad attività pratiche: avevo paura di finire come quei soggetti capaci solo di sfogliare libri e tenere in mano la penna. Dinamiche di un tempo perduto, ovviamente: internet non era ancora nelle case di tutti e i computer non erano proprio alla portata di molti…

Così, dato che la sottoscritta era l’ultima persona entrata nel giro, oltre che la più giovane, una società assicurativa mi affidò rappresentanza e vendita di contratti presso gli asili comunali della mia città - quelli più scomodi da raggiungere, ovviamente, situati nei confini del regno.

 Mi si aprì uno scenario sconcertante.

Già da allora mi occupavo di formazione, studiavo per entrare nelle Risorse Umane, mi occupavo dell’educazione di bambini e ragazzi, e scoprii, in quell’occasione, che nelle strutture pubbliche i nostri piccoli erano affidati a persone dalla scarsa cultura e dalla dubbia educazione. I bambini, individui delicati e fragili, un enorme potenziale da stimolare e curare...in mano a chi cercava solo una retribuzione a fine mese, senza ben capire realmente il contesto in cui operava.

Sono trascorsi anni da allora, e io sono ancora attiva in quell’ambito che reputo fondamentale per la realizzazione e il mantenimento di una società civile. E con cuore dolente mi tocca affermare che ad oggi questo settore continua a vivere nell’oscurità della ignoranza e della finta buona forma.

Nel tempo si sono susseguiti decreti legislativi contraddittori, che hanno portato a confondere l’assistenza sanitaria con la cultura pedagogica – gli operatori definiti tutti indistintamente EDUCATORI -, e l’infanzia è diventata un unico calderone che identificava neonati e bambini di età scolare, come se essere piccoli fosse un unico elemento distintivo rispetto al mondo adulto.

Sono poi emersi numerosi scandali legati a fatti di cronaca, a seguito di denunce di genitori ostinati, e alla messa in funzione di telecamere nascoste nelle strutture dedicate: molti cosiddetti educatori, in pieno esaurimento fisico e mentale, esercitavano il loro mestiere con i bambini a suon di botte, strattonate, urla e male parole.

Si è finalmente dovuta affrontare la questione della loro formazione professionale.  

Ed è diventato un po' più chiaro che la diffusa affermazione secondo cui “tanto sono piccoli, che altro vuoi fare se non intrattenerli e cambiare il pannolino?” era un po' troppo semplificativa…

 Decisori politici hanno quindi decretato ancora, disponendo la distinzione ufficiale tra prima (fascia di età 0-3 anni) e seconda infanzia (4-6 anni), tornando a separare il settore socio-sanitario - di orientamento clinico - da quello psicopedagogico a carattere educativo.

Si è infine stabilito che per operare con la prima infanzia fosse obbligatorio aver conseguito un titolo specifico del corso di laurea in scienze dell’educazione, con curriculum Prima infanzia. Gli altri percorsi aprono le porte a lavorare nelle comunità anche con adulti, con anziani, come animatori, nelle ludoteche e con extracomunitari. Le materie di studio spaziano dalla sociologia, alla psicologia, alla pedagogia e anche un po' all’area giuridica.

Per arrivare a questo abbiamo dovuto attendere l’anno 2020 (ieri l’altro, in poche parole).

Con un personale sversamento di bile faccio notare che il corso di studi universitario in scienze dell’educazione è nato solo negli anni 2000 e che, in precedenza, gli educatori hanno potuto operare con i bambini (sui bambini, mi correggo) avendo conseguito anche solo un titolo regionale della durata di un anno di studi basato sull’apprendimento di materie umanistiche.

Il percorso dedicato alla prima infanzia, però, poco si discosta da quello tradizionale, puntando sullo studio di alcuni moduli formativi dedicati alla fascia di età 0-3 che, a contarli, richiedono al massimo un anno di studi. Sono stati però inseriti laboratori obbligatori in presenza che insegnano ad operare in gruppo, ad affinare capacità di ascolto e di coinvolgimento, oltre che strumenti di mediazione e stimoli alla creatività dell’operatore oltre che del bambino. E qui, finalmente, possiamo tirare un respiro di sollievo, se non fosse che in alcuni atenei queste ore di attività vengono evitate aggirando facilmente le regole.

In molte università, purtroppo, il carattere commerciale finisce con il prevalere sulla missione formativa, e si cerca di venire incontro alle esigenze di chi dichiara di avere poco tempo disponibile da dedicare agli studi: viviamo in una società di clienti, purtroppo, in cui vige la legge del mercato.

Assistiamo così ad un curioso fenomeno di capovolgimento del senso comune: se un tempo si studiava, anche a costo di enormi sacrifici, per acquisire le competenze necessarie ad operare, oggi si cerca di conseguire titoli accademici attraverso l’adozione di scorciatoie e agevolazioni, perché il tempo da dedicare non può più essere tanto. Ormai l’obiettivo è divenuto il conseguimento del titolo, a scapito del percorso effettivo di formazione.

Nasce dunque, nella mente di genitori preoccupati e seriamente attenti allo sviluppo della propria prole, la ricerca di soluzioni alternative… Dove andare, come fare?

Negli ultimi anni si è parlato molto dei cosiddetti “asili nel bosco”, strutture educative che operano in maniera differente dal metodo classico cui siamo abituati: bimbi che trascorrono ore in ambienti chiusi, senza possibilità di correre e giocare a contatto con elementi naturali, spesso intrattenuti con l’ausilio di strumenti video non sempre proprio educativi…  E si, la televisione può essere un buono strumento formativo, come la storia ha dimostrato, ma non ne esaurisce le modalità.

 Così, sulla scia di quanto già accade da anni nell’area del nord Europa, anche il nostro paese ha visto fiorire qualche “asilo nel bosco”, scuole che rispettano nel bambino il suo essere naturale, individuo che necessita del contatto con la natura per il proprio benessere e per uno sviluppo rispettoso aperto alla comprensione di sé e dell’altro.

Ma il nostro paese si sa, riesce a far cadere ogni buon proposito con la complessità burocratica che lo caratterizza, e queste tipologie di scuole hanno dovuto far i conti con tante difficoltà, fino a chiudere o a mutare i propri obiettivi di fondo, trasformandosi infine in scuole di élite per sole persone dal reddito alto (sempre perché istruzione e formazione siano un diritto di tutti!).

Ora, io conosco due persone a me molto care, novelli genitori, altrettanto attenti a certi temi, che sono onestamente preoccupati per il futuro delle loro figliolette.  In questi primissimi anni si arrovellavano nella ricerca di una soluzione che potesse ritenersi dignitosa, fino a quando hanno deciso, e mi hanno inviato il programma dell’asilo gratuito da loro organizzato nelle aree aperte del paese in cui vivono.  Si tratta di un luogo interessante e per certi versi faticoso, un paese arroccato su una montagna, fatto di pietre e persone. Al suo interno non circolano macchine né trabiccoli a motore: si cammina e ci si inerpica su scalini fatti di pietre, a volte piuttosto erti, a volte scivolosi.

E così ha avuto inizio un’avventura che sembrava aprire molti quesiti, ma che si è rivelata una grande opportunità per tutti, sia grandi che piccini.

Il paese presenta aree giochi e giardinetti curati dagli abitanti, dove i bimbi si radunano la mattina con i volontari che, giocando, li istruiscono, li correggono, li aiutano a socializzare e a capire cosa significa vivere: stare con altri, a volte litigarci, imparare ad affrontare conflitti e capire il valore dell’amicizia.

Ci sono stata anche io, in questa novella scuola, e ho vissuto un’esperienza bella: finalmente ho sentito cosa significa vivere la comunità e il tanto millantato valore della famosa inclusione. Bimbi piccoli che imparano ad apprezzare gli altri, a conoscerli, a fidarsi, che si contrappongono, si imitano e si aiutano. Che a volte si escludono e poi si cercano, che ascoltano gli adulti coinvolti in attività divertenti che loro stessi, con la propria fantasia, contribuiscono a orientare. Non ci sono mura scolastiche a contenerli: sono benedetti dal sole e carezzati dal vento, si scaldano correndo tra i vicoli, correttamente protetti da indumenti idonei, ovviamente. La pioggia non fa paura, perché dona l’occasione ambita di poter schiacciare l’acqua delle pozzanghere con qualcun altro. Li ho visti suonare sulle ringhiere dei giardinetti con rametti secchi presi in terra, percuotere pezzi di legno tra loro e ballare al suono delle mani ritmicamente battute su superfici casuali, giocare con l’acqua delle fontanelle e con le foglie, mangiare tra una risata e l’altra le giuggiole generosamente offerte dall’alberello che sta in piazza, e rincorrersi per scaldarsi in una giornata fredda, inventando storie di lupi cattivi e pecorelle smarrite (ma furbette!).

Ho condiviso le risate e placato le lacrime, ammirando l’attenzione verso chi stava accanto, e godendo della delicatezza esercitata dagli stessi bimbi nei confronti di quelli più piccoli. Beh, qualche spintone non è mancato, ovviamente.

Alla giornata dedicata alla musica è seguita quella orientata alla lingua, arricchita dalla presenza di bambini provenienti da famiglie di nazionalità differenti.  La giornata rivolta alle foglie ha prodotto quadretti dai colori vivaci, composizioni allegre e gentili fatte solo di natura e creatività.

E così ogni giorno una nuova lezione, all’aperto, vivendo, gli uni con gli altri.

Mi ripeto che è così che si cresce, adulti e i bambini: insieme, con la voglia di star bene, in un contesto sano fatto di natura e movimento, fatto di musica vitale.


Un esempio per molti, cui si può solo essere grati.





giovedì 11 settembre 2025

SETTEMBRE

 

Cammini e poi cadi. Corri e ti fermi. Al limitare del bosco c’è un fiume, e l’argine è alto. Osservi ascoltando i rumori. Sembra che tutto sia fermo, ma ogni vivente fa il suo, visibile o meno.

Gli scarponi nel fango, le mani nell’acqua che è calda, e i pensieri vanno ad allagare la mente, vagando nell’aria, si specchiano nel liquido che gorgoglia tra i sassi, sotto ai salici ombrosi.

Non so più dove andare, ma vado. Gli amici cadono lasciando il grande silenzio che duole, che morde la pancia da dentro soffocando il respiro. Soggiungono voci e altre dita si stringono alle mie.

 Scavalco pezzi di legno lisciati dall’acqua, sono sbiaditi.

Da anni trascino i miei passi su questa rena, da anni sono qui con il cuore. Qui sono cresciuta e qui morirò: quanto di più mi conforta.

 Io sono questo luogo che mi accoglie facendomi sentire viva nella mia solitudine.

I pensieri, agili compagni di viaggio, slittano scivolosi sull’acqua e nella luce di questa ulteriore giornata. L’aria è fresca e profuma di erbe: la menta e il timo serpillo più in là, tra le rocce.


 Il grigio della roccia antica nel verde scuro degli alberi richiama come un urlo la mia attenzione: percepisco la  forza, vorrei averla anche io.








lunedì 4 agosto 2025

Anime

  

 

Corro, salto e danzo. Forse sto solo fuggendo, ancora, o forse no. Magari sto tornando, e inciampo qua e là per la fretta che divora dentro. La voglia di liberarmi o di ritrovare quanto un tempo era mio, o che tale credevo.

 Ma il paesaggio è cambiato, lo riconosco a fatica: illuminato ormai da un cielo diverso e da un sole un po' caldo e un po' freddo. Mai così caldo, però se il ricordo è verace...

Ascolto solo i miei passi, un po’ lievi e un po’ pesanti, nel mio vagare forzoso e sorpreso, l’orecchio teso e l’occhio socchiuso. Non ci sono paure, cos’altro potrebbe ancora ferirmi?  Con me un grande tesoro, dietro ci sta tanto futuro, cui vado incontro con animo lieve.

Sono qui, mi dico, sono sempre qui. Dovrei dire piuttosto: ci sono.

 Ho dedicato del tempo alle vecchie voci, anche alle mie. Alle parole gentili e a quelle voraci, e mentre cammino sul ruvido tappeto terreno dai molti colori, indago inquiete emozioni. Mi ripeto soltanto che non posso più perdere nulla: è triste ed è bello. 

Forse è un lasciapassare.

L’inverno, la primavera e l’estate...l’autunno. Il sole che illumina il giorno e cede il passo alla luna. Di nuovo le lucciole brillano la notte intorno al mio corpo. Sono ancora qui, io che non avrei voluto, che non avrei saputo...Sempre io.

Il mondo mi avvolge e si svolge d’intorno, su un corpo che cambia e resiste, che guarda fuori e non smette mai di vedere. Sfioro dita e carezzo palmi di mano, mi adopro per guadagnare il tempo o per provare a comprenderlo. 

Mi concentro sul respiro a occhi chiusi e rimango da sola, perché tale io sono. Come tutti, del resto, ne hai voglia a saperlo!

Sorrido davanti a ingenui espedienti: chi si aggrappa alle boe, chi si riversa sugli altri, chi sente senza ascoltare. Un pensiero che copre ogni altro, nonostante tutto e proprio per quello.

 Ognuno di noi cerca di salvare sé stesso con ciò che crede di avere. E così facendo dimentica di potere proprio perché non ha.

Timore di che, non ne provo più. C’è così poco da perdere, così tanto da cogliere. Come nei passi che sciolgo nei campi. Trovo sempre qualcosa, che siano semi, frutti o pensieri.

Braccia tese ovunque, per avvicinare o estromettere. Impressi negli occhi i sorrisi di amore, come il dolore di chi soffre, e l’indifferenza di altri. Presenza e assenza in giornate contigue: sei re e poi profugo stanco. La corona e gli stracci in un solo respiro, in una sola stessa unica vita.

L’ho visto nei sogni, l’ho toccato con le mani e col cuore. Anime salve, cantava qualcuno..Anime sole, mi viene invece da dire…

 









venerdì 23 maggio 2025

PALINDROMO

  

 
Di recente ho visto “Lo strano caso di Benjamin Button”, un film datato (2008) ma grazioso e delicato, dai temi di classico (mio) interesse: il tempo, la nascita e la morte. La vita che scorre… L’esperimento interessante proposto sta nel vederla al contrario: l’uomo nasce vecchio e pian piano torna indietro, ringiovanisce, fino a morire nella veste di neonato.
 

 Morire?  

Alla fine, che poi sarebbe un inizio, l'infante apre gli occhi sulla donna che lo cura e che ha amato per tutta la vita, sembra riconoscerla finalmente – come da voce narrante – e poi li chiude per sempre.


La parte iniziale del film pone in contemporanea la creazione di un orologio che indica il tempo al contrario: lo ha realizzato il padre di uno dei tanti ragazzi andati a morire in guerra; egli lo ha posizionato nella stazione ferroviaria, spiegando agli astanti che vorrebbe con questo far tornare indietro gli eventi affinché i ragazzi tornino indietro da quel campo di morte per vivere ancora.

Un bambino nasce vecchio.

La parte finale, quasi a evocare un diluvio di biblica memoria, mostra l’invasione dell’acqua dell’Uragano Kathrina, che lentamente invade il magazzino in cui il vecchio orologio era stato da tempo abbandonato, sostituito da un modello analogico. Il tempo è andato avanti, e le lancette del vecchio orologio ancora scorrono indietro.

Il neonato chiude gli occhi per l’ultima volta.

In questo lavoro affiora potente la sacralità della vita, che accade in modo palindromo all’interno di un percorso temporale, semplicemente accadendo. L’amore, la morte, le scoperte, il dolore, il corpo che cambia e la mente che apprende, e poi dimentica nella confusione di un non-più divenuto un non-ancora. 

 Interessante che questo strano uomo si innamori di una ballerina, espressione viva della corporeità nello spazio.

 Lei racconta il suo mondo mostrando e dicendo come la danza sia “tutta nella linea”, nell’armonia ordinata del movimento, per poi scoprire ella stessa la disarmonia, la rottura di tale linea come altra espressione emotiva e corporea di uno stesso linguaggio, un linguaggio che parla usando diversi idiomi (i nuovi studi sulla danza contemporanea, ad opera di M. Graham). Una stranezza che è naturale nel suo esser viva: ancora un andare in una direzione e nel suo opposto al contempo.  

Tutto il film va oltre il regolare e il determinato, in avanti e indietro, a partire da quel grosso orologio. Credo che il regista abbia proprio voluto dipingere questo, con un lavoro tenero, ironico, duro e delizioso: la vita non segue regole…Siamo noi che ce le infiliamo, dettando l’ordine delle lancette, cercando di disegnare una sequenza leggibile e imponendo a noi stessi dei limiti.

 Il bambino cresce in una casa di anziani che, pian piano, vanno incontro alla morte. È così che lui impara a conoscerla e a viverla per quello che è: non un nemico sociale da temere, ma il naturale proseguo di quella che definiamo esistenza. E forse è proprio questo ciò che gli consente di vivere con tale “serenità” una vita diversa dalla regola: lui, il “bambino strano”, viaggia, parte, coglie occasioni, ignora certe convenzioni, e diventa saggio.

 Riconosce il momento in cui dover andar via, si prende cura della famiglia che ha creato e si allontana, lasciando tracce che lo riporteranno alla stessa famiglia nel momento opportuno.  

Gli opposti continuano a fronteggiarsi, quasi specchiandosi nel punto di mezzo, come il Narciso davanti all’acqua cheta del lago quando incontra sé stesso innamorandosi senza speranza.

Già, come non innamorarsi della vita?

 L’amore si mostra anch’esso in modo bifronte: l’amore di una donna diventa l’amore di una madre, continuando ad essere ciò che è: semplicemente e complessamente amore.

Dall’inizio alla fine e dalla fine all’inizio due vie si confrontano: la confusione della ragazza si confronta con la moderazione dell’uomo, e poi le parti si scambiano.

 Il tempo va avanti nel nuovo orologio, ma continua a regredire nel vecchio…Vuol dire che il tempo non è: esiste l’uomo, con il suo esperire, e il suo reagire, e il suo scoprire – nel prima e nel poi. 

 Esperiamo attraverso sentieri inattesi, ci stringiamo e ci espandiamo, con la sorpresa di un bambino e la pazienza di un adulto, e siamo sempre quel bambino e quell’adulto.