Il Mio Blog non vuole essere un monologo, ma un invito all'incontro: pertanto sono graditi i commenti e il succedersi degli scambi che ne conseguono.
Buona lettura!

venerdì 10 giugno 2022

L'estetica della vita

 

 

Scrivo qui di seguito una riflessione in risposta al post pubblicato da Doriana Goracci su Agoravox il10 giugno,  

Premetto che la sottoscritta non è vegetariana né vegana, e che sono una persona che si alimenta con criteri di funzionalità e piacere, nel rispetto delle risorse che questo nostro mondo ci consente di cogliere.

 Mio padre era un medico e usava ripetere che il nostro organismo necessita di sostanze diverse, incluse le proteine animali. Aggiungeva però che l’alimentazione va fruita con intelligenza e misura, per evitare di danneggiare sé stessi e gli altri.

Chi mi conosce o legge ciò che scrivo sa che sono una persona che osserva il mondo animale – incluso l’uomo – con grande curiosità e ammirazione. Condivido la formulazione singeriana che ha citato Veronesi nel video del termine “antispecismo”: siamo viventi e coabitiamo il mondo, che si fa mondo individuale per gli uomini e per ogni specie vivente - tutti attori che lo vivono e sperimentano a proprio modo. E questo è ciò che va rispettato.

Sento ancora troppo spesso parlare di “animali da compagnia”, una espressione mi fa irritare.

 “Da compagnia” …

 Gli animali sono tali perché vivi: in passato, nel definirli, si è fatto ricorso all’idea di anima, intesa proprio come soffio vitale (forte il dissenso, condivisibilissimo, di Stefano Mancuso che ne coglie altrettanto nelle specie vegetali, a lungo sottostimate dai nostri scienziati); dunque come decidere che un verme vale meno di un cane? Forse perché non ci guarda con occhioni teneri e non si avvicina per ricevere coccole?

 Eppure, forse, un verme svolge funzioni per il nostro pianeta più utili di quanto non possa fare un cane di appartamento… (sembra che anche Veronesi sia caduto nella trappola)

E’ terminato da poco un interessante ciclo di conferenze indetto dall’Università di Firenze    sul tema della conservazione delle specie animali, e  su quanto la dimensione estetica influisca nella selezione e individuazione di quali ambienti e di quali animali siano indicati come meritevoli – rispetto ad altri – di attenzioni in tal senso. 

Ciò che emerge da questi incontri, oltre alla necessaria collaborazione ai fini della comprensione complessiva del fenomeno tra le scienze umane e le cosiddette scienze dure, è proprio il fatto che molto spesso ciò che ci spinge a decretare è un fattore soggettivo, estetico: quel che ci porta a dire “scelgo questo perché mi piace, lo trovo più bello”. 

Siamo esseri umani, con i nostri limiti e le nostre necessità, e non possiamo né dobbiamo essere condannati per questo, ma vero è che dovremmo aprire gli occhi e la mente – oltre che il cuore – dinanzi a quanto ci circonda.

Ripeto spesso agli amici che trovo incredibile il fatto che l’uomo cerchi nello spazio altre forme di vita quando non riesce nemmeno a sorprendersi per quelle che lo circondano.

Io, da qualche tempo, ho la fortuna di vivere in campagna e di avere un piccolo giardino a disposizione in cui deliziarmi come non ho mai potuto fare quando vivevo in città. Trascorro molto tempo all’aperto e osservo e ascolto, e mi trovo spesso a sorprendermi e a sorridere.

 Le mie passeggiate nei campi includono incontri con animali che si rivelano curiosi quanto me: mi fermo ad osservare viventi che fanno altrettanto, che si avvicinano e con i quali si realizza una forma di comunicazione che non so definire. 

Non è verbale, ovviamente, e non è solo fisica. E questo è bello. E’meravigliosamente bello.

Recentemente sto avendo incontri ravvicinati con animaletti particolari come le tartarughe, delle quali si dice un po' di tutto. Mi sto documentando e sento definirle come fredde, limitate ad azioni volte alla sopravvivenza, primitive e stupide. 

Sto sperimentando il contrario, in barba alle tante parole scritte e diffuse attraverso la vulgata. 

A fronte della messa a disposizione di spazi ampi e di cibo in abbondanza, loro si mostrano golose, cercano l’ultra che dà loro piacere, e riconoscono chi è in grado di fornirne: questa non è sopravvivenza, ma capacità di scegliere seguendo il piacere.

 Si avvicinano alle mani di chi fornisce loro il cibo extra, e se le trovano vuote (nel senso in cui non è presente il pezzetto di mela che a loro piace tanto, o la fettina di fragole che fa loro impazzire), allora le vedi esercitare colpetti ripetuti col becco, con delicatezza e senza intenti aggressivi, e poi rivolgono il loro piccolo muso in alto, verso la persona, aprendo e chiudendo ripetutamente il becco per inviare un chiaro messaggio di richiesta.

Se poni degli ostacoli sul terreno, anziché seguire i loro normali percorsi – le tartarughe sono delle grandi camminatrici – optano per le difficoltà e scelgono il pericolo arrampicandosi a rischio di ribaltamento. Se poi trovano una rete di contenimento che impedisce loro di procedere verso uno spazio inesplorato, in barba all’ampio territorio che hanno a disposizione, si ostinano a voler andare oltre, cercando di scalare la rete, facendo la ronda avanti e indietro, in cerca di una via di fuga.

Eccomi dunque concordare con il vecchio Darwin, quando sosteneva nei suoi taccuini di viaggio che anche gli animali più lontani dal nostro modo di vivere hanno il senso del gioco e agiscono in funzione del piacere, non solo della sopravvivenza.

Ha ragione Veronesi nel dichiarare che noi tutti dovremmo cambiare il modo di approcciare la vita, ma non solo perché abbiamo “il dovere di sviluppare una coscienza etica”, come lui sostiene,  bensì perché apparteniamo ad una rete vivente che ci consente di esistere.

 L’etica non è un dovere, a mio parere, ma una dimensione strutturalmente nostra.

 Il dovere sta nel cogliere questo, come può esserlo il fatto di avere un corpo che va nutrito. Il dovere del rispetto per la vita, che è anche il rispetto per noi stessi.

Come possiamo chiudere gli occhi davanti a ciò che siamo?






 

mercoledì 18 maggio 2022

La capacità di sorridere



 Gli esseri umani sono oggetto, da tempo, di bizzare e discutibili definizioni ad opera di filosofi, scienziati e studiosi di ogni sorta, frequentemente citati e spesso in maniera impropria: gli uomini sono lupo ai loro simili; sono esseri sociali; gli uomini sono individui fragili; non si può parlare di individui ma di connessione reticolare; enti tra gli enti o soggetti produttivi; evocatori di senso...e chi più ne ha più ne metta.

 

Quando ragiono con qualcuno ho l'abitudine di farlo riflettendo sulla mia propria esperienza: come altri, infatti, mi interrogo sul senso della vita, cercando di coglierne i fili sottili.

L'essere umano mi attrae e mi incuriosisce nei suoi molteplici aspetti che, francamente, non esauriscono alcuna delle definizioni diffuse. Una cosa però l'ho colta: ci appartiene una strana realtà, che sa spingerci oltre l'oggetto materico fino ad entrare nell'altrui intimità. C'è chi parla di anima, di intuizione, di empatia e campo semantico…una forza comunque che inibiamo da soli schierandoci a frotte nel confortante (per alcuni) terreno della sovrana Ragione. E questa tiranna ci illude, con regole e vari principi - per altro, fornite da altri par nostro - di riuscire a venire a capo di tutto.

 Noi, che nulla riusciamo davvero a tenere, vediamo dissolversi spesso convinzioni accanite, come granelli di sabbia in discesa tra le dita impotenti.

 Ignorare una tale premessa ci spinge a comportamenti ed azioni nefaste - per noi e per chi ci sta accanto. 

 

L'esperienza ci pone in relazione continua con altro e con altri, e qui vengono il bello ed il brutto, qui inizia la parte più dura: parti a confronto che vanno dovunque, gravate da insegnamenti pregressi e da esperienze di vita. Non enti chiusi e ben definiti, ma potenzialità in trasformazione continua, con il potere di dare e di prendere, ed anche quello di imporsi. 

 

C'è chi ascolta, chi chiede e chi dice. E poi c'è chi se ne rimane in disparte, rimugina e poi, magari, a sua volta si espone: é la danza di un fare che é l'agire comune. Qui si apre un mondo che riflette tutti gli strati dell'arcobaleno, in ogni sfumatura possibile.

Agire comune in un mondo condiviso, spesso però in modalità ottusa e perentoria: ognuno per sé, verso obiettivi, anche fugaci, che sembrano a volte oscurare il contesto.

 

Ecco che quindi chi si riunisce per godere un po' di amicizia finisce per perderla, in virtù del rispetto di azioni avviate e di regole a ciò inizialmente conformi. Le regole, questo conta...e l'uomo che arriva si adatta! Costoro non sanno vedere né udire il gioco sociale più serio, dalle forme mutevoli, che chiede adattamento al momento. Non sanno cogliere, purtroppo, lo sguardo dell'altro, e l'appello di chi si presenta senza troppe parole.

La bella rotondità dell'uovo si rompe e ne fuoriesce il contenuto prezioso: disperso e buttato via scioccamente.

L'incanto è perduto, e una pioggia di stereotipi e sciocche parole rivelano l'egoismo di approcci limitati e violenti, fino alle offese e alle uscite di scena.

Che dire, signori, se non che l'uomo, la bellezza, non sa proprio goderla, e ancor meno sa tenerla con sé. 

Essa accade, magicamente, da sé, ma il rigidismo di visioni oscurate si fa artefice dell'incombenza del buio.

 La capacità di sorridere, signori miei, è davvero appannaggio di pochi...




 








lunedì 2 maggio 2022

Maggio

 

 Primo maggio, giornata di rievocazioni storiche, di slogan e bandiere rosse: giornate di rabbia e di gioia, di musica e comizi. Una giornata, quest’anno, di nuvole e aria tiepida, e poi, sul tardi, anche di sole.

Una giornata da trascorrere in disparte per coloro che non apprezzano la gazzarre sociale, per chi detesta di trovarsi imbottigliato nel traffico o vedere agenti di polizia dislocati per la città.

La mia persona, tra questi.

Quest’anno però c’ero anche io. Sarà per via del lungo periodo di restrizioni, dell’inverno prolungato, del continuo parlare di guerra e di morti, e di bambini dispersi in vari paesi, allontanati dalle bombe che cadono sulle città. Fiumi di parole e commenti che definiscono buoni e cattivi all’interno di un discorso che parte da premesse assurde - la guerra –, e le contraddizioni di un mondo che fatico a interpretare.

Osservo incuriosita ragazze che con le mani tra i capelli lisci espongono visi vistosamente truccati alle telecamere dei loro smartphone, le labbra arricciate nella smorfia fin troppo comune; sullo sfondo la distesa azzurra del lago, e la lenta discesa del sole tra i monti tra la luce rosata del cielo.

Passeggio lentamente vicino ai grossi ippocastani, che si estendono altissimi sopra di me, attratta dai vari modi che hanno gli astanti di muovere i piedi sul suolo, vicino alla riva, mentre papere indifferenti affondano il collo nell’acqua, a pesca di cibo, e agitano il loro codino pennuto per aria.

Sorrido e stranisco, in un misto di emozioni confuse.

Il mese di maggio, tra l’inverno e l’estate: il venticello frizzante serale, le luci e i locali che si riempiono di persone.

Ieri e domani, in un turbinio di suoni e luci, di odori e di corpi in movimento.

I pensieri che vanno agli ultimi eventi e al passato, a esperienze già fatte, che non torneranno. E va bene così. Osservo i bimbetti correre e darsi spintoni, con le loro biciclette, frenati dalle mani di adulti che sono con loro. Chi si infastidisce perché interrotto nelle conversazioni con altri, e chi si dedica totalmente a quelle creature.

L’umanità che va avanti, da quanto tempo e fino a quando. In un mondo confuso, che cambia, e che offre i suoi spazi.

Osservo gli alberi, immergo i miei pensieri nell’acqua, di un azzurro ipnotico. La brezza crea increspature che potresti continuare a osservare per ore. 

Ho conosciuto persone, ne ho perse e ne incontrerò altre: tutto si intreccia in un presente che sembra attorcigliarsi in direzione futura, senza davvero essere altro dal passato vissuto. Io sono qui. Ancora. Come lo ero allora. Sono qui, con vedute più ampie, con un corpo più adulto, con pensieri più pieni. Tutto il resto che avanza, ci attraversa, e ci supera.

Sembra che nulla cambia tra le azioni degli uomini: si ride, si mangia, ci si abbraccia e ci si odia. Le persone giocano e litigano, si danno obiettivi, tutto sotto un cielo ampio, solcato da ali grandi e piccole, attraversato da nubi di vario colore. Sole e pioggia, vita altra da noi insieme con noi.

 E la guerra. Perché?

Ho voglia di leggerezza e di colori, di distarmi un po': raggiungo il Ballon Museum con una amica e mi immergo in un mondo di palloncini gonfiati, di luci e di semplicità. Pago troppo per le istallazioni disposte, ma abbastanza per lo spettacolo fruito: tanti bambini  felici, eccitati e agitati, che corrono e ridono, che stupiscono, aggrappati alle mani dei genitori, abbracciati tra loro, che urlano e fanno le gare.

 Mentre faccio la fila li osservo: sono dovunque, sparsi nella luce soffusa con gli occhioni sgranati puntati sui colori accesi dei giochi. Qualcuno si sente osservato e mi guarda. Sorrisi bellissimi, di quelli che solo i bambini ti sanno donare. Finalmente un po' di calore nel cuore.

Mi immergo nella piscina di palline bianche, che mi vanno dovunque, ne tiro all’amica e aiuto una bimba a scendere giù. Viene voglia di nuotare, ma i movimenti sono impediti, come è ovvio, e il corpo sembra pesante. 

Rido anche io, in questa giornata di maggio, finalmente lontana dai discorsi di guerra, di economia, di crisi globale. Rido in semplicità, insieme con individui piccini.





 

mercoledì 6 aprile 2022

La fine del mondo

 

Esco di casa nel silenzio del circondario: chi non è già uscito se ne sta riparato in casa, al calduccio, magari con una tazzina in mano di caffè.  In questa pigra primavera il sole è alto e brilla in risposta alla grandinata gelida del giorno prima.

Allungo il passo sul mattonato, circondata dai suoni armonici degli uccellini, che sono in piena attività nell’aria frizzantina.

 Sfioro la siepe di alloro con le dita e raggiungo la mia auto sul piazzale: pesco il telecomando nella borsa, getto le mie cose alla rinfusa nell’abitacolo, scaldo il motore con solerzia, pigio il tasto della radio e poi tocca al cancello… pochi minuti e sono in strada.

Il sedile è freddo, mi scaldo ripensando alla bella serata trascorsa con gli amici, intanto che la voce, dalla radio, sovrasta i miei pensieri con particolari struggenti sulla situazione della guerra. 

La guerra.

 La guerra è alle porte, dietro casa, vicino a noi. Case distrutte, persone uccise, gente che ha perso tutto, la fame e la disperazione. Armi e combattimenti. 

La guerra è qui.

Se ne accorgono solo adesso, che è qui. E’ sempre stata qui, e lo è stata ancora di più da quando viviamo nella globalizzazione. I confini hanno smesso di essere nazionali molto tempo fa, non sono più fatti di terra e sassi. Direi che non lo sono mai stati.

Gli uomini, esseri vivi che nascono e vivono in uno spazio comune - che è fatto di terra, certo, ma anche di pensiero, di dialogo, di cultura. Che è fatto di sentimenti ed emozioni.

 Il nostro mondo è fatto da noi ed esiste con noi.

La guerra accompagna l’uomo da sempre, ma l’uomo decide di vederla e di indicarla col dito solo in certe occasioni.

I crimini contro l’umanità, tribunali, leader che con espressioni di sorpresa proclamano il loro sdegno… e parlano, parlano, si riuniscono, vanno a consiglio… e la gente continua a morire, chi da una parte e chi dall’altra, in preda alle correnti. 

Qualcuno lo dica: la guerra piace e viene nutrita, lo strumento ottimale per favorire interessi che sono sfuggiti di mano.

La domanda che aleggia è sempre la stessa, da sempre per tutti: a chi giova, perché?

Persone che riescono a fuggire – per dove, poi? – e altre che rimangono lì, nella terra, senza vita. Immagini che fanno il giro del globo, rimbalzando tra gli schermi e i nostri neuroni, riempiono occhi e orecchie, accompagnati dal suono delle sirene e dalle tante parole. Immagini e suoni che abbiamo già visto, che alcuni di noi ricordano per esperienza diretta.

Gli interessi degli uomini sono divenuti interessi altri, di altro, oltre. E l’uomo, che costruisce la guerra, la subisce impotente.  

Creiamo per distruggere e tornare a creare: viviamo in un circolo strano di azioni, reazioni ed azioni contrarie. Esseri stupidi e brillanti, ottusamente piccoli. L’evoluzione è solo un adattarsi.

La morte di un uomo è la fine di un mondo – scriveva qualcuno – e la fine del mondo sta accadendo ogni giorno.




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giovedì 17 febbraio 2022

Disegnare il mondo

Timothy Morton ci dice che questo mondo non è più Il mondo, e che prenderne coscienza provoca il trauma salvifico, l’unico in grado di farci cambiare modo, lo choc che ci risveglia. Il mondo non è più il contenitore conoscibile, ma quello che indica come lo “estraneo strano”, ciò che ci attrae e ci respinge, che si impone dall’interno per costitutiva coappartenenza, e che ci sfugge, pur dominandoci.

 L’ossessione di questa nostra realtà ci cambia e ci obbliga ad una riflessione rivoluzionaria, che stravolge la nostra visione del passato e del presente, costringendoci ad un agire diverso, lungimirante seppure parzialmente cieco, ad un salto verso l’ignoto.

Morton descrive questo stato come qualcosa che sa di pazzia: una stabilità che ci impedisce di stazionare, perché tutto rimane inafferrabile, o lo è solo parzialmente. Un pensiero attraente e spaventoso, che mi pare ben descrivere lo stato attuale in cui tutto è crisi, tutto è disciolto e dilaga ovunque, come un magma fluido che nell’espandersi incorpora ciò che trova e lo porta con sé.

 E questa pazzia dovrebbe aiutarci a veder oltre, a cambiare “casa”, a muover passi altri. Sono personalmente convinta che ciò sia vero, l’ho sempre creduto, ma non tutti gli uomini sanno resistere all’orrido: qualcuno, un tempo non lontano, con fare grave, mi ha detto e ripetuto di non riuscirci, che non sapeva adattarsi, che in questo mondo non riusciva a ritrovarsi e che si sentiva perduto. 

Mesi dopo questa persona ha deciso di andarsene, e lo ha fatto nella solitudine e nel dolore. Una persona che, pure, aveva molte risorse, più di quante ne abbia colto in tantissime altre. La storia si ripete, ed altre persone di mia conoscenza hanno spento la luce, nel solo modo che le leggi violente di questo paese concedono a tutti: nel silenzio, nella solitudine, e nella disperazione. Il pensiero vola oltre la mia bolla privata: siamo così tanti. Un’anima bella mi scrive che “il nostro mondo è ridisegnare il mondo”; anche su questo mi sono sempre impegnata.

 Nel piccolo, tra le persone, con i bambini, in natura…ovunque. Ma siamo formiche, troppo spesso distanti, isolati da retaggi culturali ed interessi altri che di humanitas non hanno nemmeno l’odore più tenue.

Lo sconforto per lotte vanificate e per scenari vissuti che potevano essere evitati, in uno spazio che ha i limiti del fenomeno fisico e del tempo della memoria.

Un’ amica africana racconta della sua terra, della convinzione condivisa dell’importanza del crescere i figli, tanti figli: chiunque continuerà a vivere finché altri lo ricorderanno. La famiglia diviene una prolunga, diviene un ponte.

Espando questo concetto a tutte le impronte lasciate durante il cammino terreno, alle persone toccate, anche solo per poco, e mi ripeto come un mantra ciò in cui credo fermamente: chi dà riceve e chi riceve ha il dovere di restituire dando a sua volta, in un circuito virtuoso che concede il recupero franco di una familiarità sostanziale con noi stessi e con chi calpesta questo mondo.  

Rimane un gran senso di dispiacere, di disagio, di mancanza. Rimane il senso di una violenza incomprensibile. E subdolamente, a ondate, la stanchezza prevale.

Per cosa viviamo? Forse per stringerci insieme ed unirci in un sorriso comune, forse per aiutare chi ne ha bisogno maggiore, forse per godere della bellezza che ci si offre dinanzi senza essere vista, una bellezza che non può escludere l’uomo e che sembra però sopravvivere solo senza di esso: uno iato che dobbiamo curare, un mondo che sta a noi disegnare di nuovo.

 




 


mercoledì 5 gennaio 2022

In Terrare

 

  

Stamane leggevo l’articolo  di una persona che, come tante, descrive l’importanza che ha l’azione di piantare alberi per “curare” il nostro mondo.

 L’autrice non entra nei particolari della chimica, dell’ossigeno, dell’inquinamento; sottolinea piuttosto la rilevanza che ha l’azione, sia pure piccola, sia pure per gradi. “Piantare un albero aiuta a cambiare il mondo, metro per metro”: un pensiero che da sé si estende in un orizzonte più ampio, che oltrepassa la terra fisica e impregna l’esistenza quotidiana del pensare e del sentire.

 L’ambiente, l’economia e la politica: l’uomo pensa e agisce, a volte agisce e poi pensa… A volte sembra non pensare affatto, tutto preso dalla rincorsa di un fare programmato e scellerato.

Il pensiero mi va a quell’alberello che ho piantato quasi un anno fa: mi era stato donato in una strana occasione, da un ragazzo che come me ama perdersi nella natura.

 Con il mio sacchetto di terra, e due attrezzi minimali ho scavato la buca su un terreno, a quella che mi sembrava essere la giusta distanza da altri inquilini chiomati, e l’ho affidato a loro. Mancuso scrive nei suoi saggi che gli alberi comunicano tra loro, lo fanno attraverso segnali chimici, sopra e sotto terra.  

Mi sono detta: lo accoglieranno.

Avevo perso da poco un carissimo amico e contribuire a questa opportunità di crescita mi è sembrato un gesto importante.

Ora quell’alberello sta bene, sul suo prato, con i suoi vicini arborei: l’osservo ogni giorno, gli parlo e mi esce sempre un sorriso. Incontrarlo e saperlo lì mi ha reso uno strano senso del tempo.  Lui vive e cresce, ma in sordina: lentamente si espande, si rafforza e agisce. E così facendo contribuisce a cambiare l’ambiente. Proprio come ogni vivente, proprio come noi.

Rifletto su questo pensando agli umani, che vanno sempre di corsa, nel vortice dei ritardi e di impegni onerosi, o che si trascinano stanchi nella noia di un tempo che sembra impietoso. 

E il tempo, lo ignorano attraversandolo, senza contezza. Nella foga lasciano che gli eventi, gli impegni e le ansie si chiudano su di loro, e si distraggono dalla terra su cui poggiano i piedi. 

Dimenticano le cose più ovvie: che sono i piccoli gesti che fanno l’insieme, che disegnano il presente preparando il futuro, e che si tratta pur sempre del loro presente. Come fanno gli alberi, gli arbusti e gli animali selvatici.

Se ricominciassimo a vivere assaporando il contesto, ascoltando il contorno, e lasciando che la danza del vento ci sfiori …






 

 

 

 

 

giovedì 4 novembre 2021

Incontri

 


Cammino osservando i miei passi apparire e sparire nel folto di un prato compatto. A poca distanza arriva un gregge scomposto di ovini, conquista il mio campo visivo con suoni di varia durata, e l'andare alternato dei campanacci rurali.

Tra loro, alteri, si spostano lenti alcuni cani pastore: tanto fango nel pelo, e una certa andatura leggera di chi si porta l'animo allegro.

Come mi avvistano parte il diktat del ruolo attraverso un concerto a più voci. Non avverto minaccia, ma come l'intento di dirmi qualcosa. Li osservo in attesa, curiosa, mentre anche loro osservano me, e si avvicinano piano, prudenti, un poco per volta.

Uno solo, forse quello più giovane, rompe le righe e si avvicina parecchio. Di nuovo il suono lungo della voce profonda, che sembra percorrere un tunnel infinito, prima di riuscire ad emergere fuori.

Lo osservo e mi metto a saltare. Lui piega le zampe anteriori ed è fatta: ci rincorriamo sul campo ridendo e muovendo la coda.

Infine, io appoggio entrambe le mani per terra ponendo il mio capo all'altezza del suo, e continuo la danza avviata.

 Due specie diverse condividono uno spazio comune: entrambe cerchiamo amicizia e ci incontriamo nel gioco. 

Qualcuno mi chiama, laggiù, e devo rimettermi in marcia. Ancora uno sguardo a distanza, e poi, lentamente, ognuno fa ritorno al suo gruppo. 

Le pecore sparse sul prato, l'azzurro del cielo intervallato dalle rocce puntute, una donna ed un cane pastore che si rincorrono divertendosi un po'.

Il fiato grosso e il calore nel cuore.

Mi chiedo com'è che qualcuno ancora non vede: che le specie viventi, insieme, possono avere interazioni felici.