L’evento: l’uscita di Ulisse, l’ultimo attesissimo film di Christofer
Nolan. Lunghe file di acquirenti davanti ai cinema coinvolti, anche sotto
questo sole caldissimo che ci sfibra da mesi. I giornali e i social sono zeppi
di commenti, articoli, riflessioni, botta e risposta…
Nolan è un regista di spessore, che ho avuto modo di
apprezzare nel tempo. L’Odissea è una opera
gigante, che ho imparato ad apprezzare molto tempo fa. Sono curiosa e così mi
inserisco tra gli spettatori.
Oggi mi è pervenuta una recensione da un amico, scritta
dalla studiosa che ha tradotto per prima l’opera originale in lingua inglese,
Emily Wilson ( https://www.lrb.co.uk/the-paper/v48/n14/emily-wilson/an-uncomplicated-man).
Più che una recensione è una stroncatura: la lamentela di fondo sta nel fatto
che il regista ha stravolto l’opera senza rispettarne il senso.
Mi viene da dire che ha ragione, ma questo non ha a che fare
con il valore del film. Un prodotto artistico, a mio avviso, può essere utilizzato
per produrne un altro differente. Accade di continuo.
Quando vado a teatro, spesso vedo trasformare le opere
classiche nel linguaggio della modernità, in modo da parlare al pubblico
attuale, da tradurre certi passaggi altrimenti poco comprensibili, per lanciare
messaggi di attualità.
E concludo, tra me e
me, che la signora è una rispettabilissima classicista che vede solo l'opera, e
ne segna le discordanze con il film.
A me il film è piaciuto proprio per la prospettiva audace
che presenta: il senso dell'opera molto ma molto stravolto, reinventato secondo
una logica anti-greca (dell'epoca). Nolan sembra contrapporre l'uomo moderno ai
valori della Grecia antica, presenta un Ulisse che è un anti-Ulisse, esponendo
una visione della guerra e di ciò che ne costituisce il contesto in netto
contrasto con la visione "antica".
Scena dopo scena, l’eroe greco incontra per gradi l’uomo
moderno mettendo in discussione ogni atto compiuto e vissuto: “e se
quest’uomo si fosse perduto, vedendo in una notta sfogare la rabbia di dieci
anni di sofferenze, se avesse capito di aver rotto il più sacro dei patti tra
gli uomini…”: l’inganno di Ulisse, il punto di svolta che lo ha reso eterno
nei canti è in realtà il proprio calvario: l’uomo capisce di aver tradito il
rispetto dell’altro, perché la promessa di un dono di pace nascondeva la morte
e la strage. La visita agli inferi rivela
la crudezza dei propri inganni legata agli egoismi affamati di gloria per il mantenimento
del potere; le anime dei condottieri morti che ha abbandonato nei campi di
guerra lo accusano, lo offendono e lo minacciano; il canto delle Sirene uccide
perché è la memoria delle promesse non mantenute: lo specchio insopportabile
della coscienza tradita; la guerra porta morte, porta stragi, distrugge
civiltà, segna il passo alla perdita della sacra unione tra gli uomini.
L’inganno segna il passo, e nulla sarà più come prima, e gli uomini
continueranno a ripetere gli errori dimenticati.
L'uomo, se vuole fare "ritorno a casa" deve
guardarsi allo specchio e farci i conti.
La sferzata ricade impietosa anche sul modo in cui vengono presentate
le figure femminili, tale - secondo la Wilson - da “non avere molto da dire”.
Dio mio, penso, ma che film ho visto?
Io visto e ascoltato una maga Circe umanissima, che fa
discorsi da donna moderna, che dietro la patina di eroismo attribuita ai
soldati coglie e teme la violenza di uomini “affamati e dal sangue caldo”, mandati
a cercare ciò di cui hanno bisogno presso la sua dimora, quella di una donna
che vive sola nell’isola. Nel suo dialogo con Ulisse lei chiede cosa mai
avrebbe dovuto attendersi da loro: si è difesa.
Gli uomini sono stati mutati in porci per rendere manifesta la loro vera
natura, fatta di voracità e ingordigia: sono chiamati eroi, ma commettono assassini,
rubano e stuprano, liberi di prendere ciò che vogliono come premio dei propri
sforzi… Un discorso che è difficile non condividere.
Io non ho trovato Calipso "patetica"; era nel
ruolo del mediatore, del facilitatore - come spesso se ne trovano nelle favole
o nei romanzi di formazione: una dea sì, ma non ammaliante e crudele, che
rapisce l’uomo di cui si è invaghita.
Una donna che “mentre si
prende cura inizia ad amare” e quindi capisce quanto sia sbagliato dar
sfogo al proprio egoismo. Si impegna dunque a stimolare il ricordo nell’uomo, a
rendergli possibile il ritorno, lo spinge alla consapevolezza, sapendo così di
dover rinunciare ai propri desideri. Consapevole anch’ella che l’amore non può
essere ricambiato per inganno.
La figura di Elena, punita per la propria fuga da un mondo
maschile, in cui le donne sono considerate proprietà – da rapire e riprendere -
, dove le donne devono assistere al sacrificio della loro unica figlia da parte
del padre per propiziare la guerra: Clitemnestra
non moglie ingrata e ingorda di potere, ma donna insoddisfatta e addolorata,
assetata di vendetta.
E Penelope, tanto forte nel rimanere fedele alle proprie
scelte, che capisce da sé di non essere davvero l’oggetto del desiderio dei
pretendenti: lei è il viatico per il trono. E così resiste, tesse e disfa la
tela, e regge il trono da sola, per lunghi venti anni – come lei stessa
rinfaccia al figlio, accusando a gran voce un sistema maschile che preclude il
potere alle donne, anche in barba all’esperienza e alla capacità di queste.
Il monologo del marito, sotto le mentite spoglie del
mendicante, è lo starter da tempo atteso, la forza trattenuta e accresciuta nel
tempo si manifesta nello slancio del suo discorso: si sposerà, ma solo con chi
vincerà la sfida. Sfida che sa poter vincere solo Ulisse, l’ultimo pretendente
arrivato, nei panni di un mendicante.
Come poter definire tali situazioni “prive di emozioni, di
spessore psicologico e di valore politico ed etico”? Veramente i personaggi
“non mostrano motivazioni convincenti per le proprie azioni”?
In linea con i valori del mondo antico, Nolan punisce la
UBRIS, lo fa vendicando gli inganni degli uomini: Ulisse e il cavallo-dono,
Circe e la promessa di sfamare i desideri degli uomini; Calipso, che nasconde
attraverso il loto la verità ad un uomo impedendo il ritorno: queste persone
capiscono e cambiando visione si redimono. Solo l’inganno di Penelope è
vincente: cucire e scucire la tela le consente di guadagnare il tempo
necessario che la sua fede richiede: lui tornerà, lo ha promesso: il bene
vincerà sul male, per tutti.
Nel film, poi, non si vedono scene di sesso, e questo è
oggetto di critica. Perché? Il lavoro presenta uno sforzo esistenziale, non c'è
tempo per il sesso...non è necessario, non prioritario. Perché distrarre lo
spettatore dal viaggio? Finalmente uno
stereotipo si spezza: non è necessario inserire scene di sesso per vendere un
film: il botteghino sta andando a gonfie vele!
In quella sala io ho assistito ad una audace rilettura del
testo, non la sua ripetizione in versione filmica! Le trovate sceniche
fanno parte dello spettacolo, che ho apprezzato anche per questo; il testo
originale è altra cosa, e non si discute.
Quello è l’Ulisse di Omero; questo è quello di Nolan.






