Il Mio Blog non vuole essere un monologo, ma un invito all'incontro: pertanto sono graditi i commenti e il succedersi degli scambi che ne conseguono.
Buona lettura!

mercoledì 14 novembre 2018

Le brutte sorelle




Autentico è ciò che si riferisce alla nostra vera interiorità (autòs : sé stesso ed entòs: in, dentro), al di là di quello che vogliamo apparire o crediamo di essere. (https://it.wikipedia.org/wiki/Autenticit%C3%A0#Etimologia)

Di situazioni curiose, nel tempo, ne ho incontrate parecchie. Eppure ce ne sono di un tipo a cui proprio non so abituarmi.

 Si tratta di chi si introduce con fare strisciante nella vita degli altri e poi, pian piano, e senza fare troppo rumore, al pari di un tarlo rosicchia via quanto si trova dinanzi, e lo trangugia con l'ottusa protervia che é propria di chi si lascia condurre dalla ingordigia smodata: braccia ossute e bocca affamata, sempre in cerca di una sazietà inappagabile, ad ingurgitare in fretta del cibo rubato - così di fretta perché non vada perduto.

 E allora il furto è divenuto già doppio, perché la materia sottratta non è nemmeno compresa: non se ne è colto il sapere; è solo sostanza che serve a riempire, materia che accresce il grigio ammasso arraffato. 

 Sottratta a chi l'aveva sapientemente  assemblata; sottratta a chi avrebbe saputo fruirne con vantaggio per sé e per altri attraverso di lui.

Ma l'avidità è una vecchia signora, curva sullo scheletro ossuto, e sola nella sua cecità. Si vanta e si bea del proprio misfatto e facendo in tal modo denuncia, ostentandola ignara, la propria pochezza. 

Guardate, signori, che bella veste ho indossato: è lucente e tutta da me realizzata. Non nota la vecchia che la gonna le struscia tra i piedi, né che la manica è larga, e ricade pesantemente su un arto per il quale non ha la misura. Non si avvede che un colore così va accostato ad uno spirito allegro e che la sua lucentezza oscura la misera ombra che le si impone dal basso.

 È tutto per altro, e ad altri dimostra di quanta pochezza é ornata la scaltra ignoranza. 

Scaltrezza per chi, se poi non sai trarne vantaggio?

E dunque signori un tale spettacolo non so proprio osservarlo senza provare un certo disagio: Avidità è sorella a Miseria ed insieme, tra gli sguardi seccati della stanca platea, se ne vanno a braccetto via per le strade, in cerca di Gloria, la terza sorella perduta che  pure acclamano in molti, convinti che basta ingannare le genti per fare di sè gran signori.

Ma la sorella rimane lontana, donando di sè l'immagine falsa che danza soltanto nella mente annebbiata di chi prende senza nemmeno vedere, ed espone così scioccamente la propria scarnita magrezza.

Ed ecco, è capitato di nuovo. Davanti al mio sguardo inasprito il movimento continua: persone che stanno facendo per sè e per gli altri, ed altre che prendono e buttano via. 

Chi fa e chi spreca, sciupando in questo modo malsano il valore di quanto le mani rapaci hanno sottratto con violenta ignoranza.

Ma dopo il rumore rimane il silenzio, e le vuote parole si disperdono insieme alle pallide foglie invernali: un soffio di vento e tutto finisce.







venerdì 28 settembre 2018

Nascere ancora

Stanchezza e relax in una serata tranquilla, tra le luci soffuse della casa in cui vivo: ambiente accogliente, molto privato, e sereno.
Scorro le foto scattate nel bosco, con uno sguardo ancora sorpreso - e un pó di sentire nostalgico...

I faggi, dalle radici intrecciate, estese sulla terra ruvida e vicine tra loro, rivestite dall'umido muschio, spalancano ancora il mio fresco entusiasmo. Io non ne avevo mai viste di creature cosí: osservavo non tanto i bei tronchi, ma la parte in cui poggiavano in terra, ornati dal ricamo nodoso e diffuso delle grosse radici sporgenti. Come una veste elegante che espone lo strascico lungo; maestosi,  mi si ergevano incontro.

La terra, tutti quei rami nell'aria, agghindati di foglie verdine, e le impronte nel suolo, fiori e variopinti funghetti, che sbucano timidi ovunque, alcuni ancora coperti, sul capo, dalle foglie cadute nel suolo.  Avanti con lena, ad incontrare le querce, serie e composte nei loro scuri cappelli... Fino ad arrivare piú avanti, dove si mostrano, sparsi, i vecchi castagni.

Come in un raduno tra amici sono in ordine sparso, vicini, ma ognuno per sé: maestosi, nodosi e contorti; corpi legnosi che contano anni, centenari viventi dalla chioma leggera e brillante. 

Li osservo estasiata, pensando che in fondo, son quelli i viventi più belli e più saggi che io ho il piacere di amare. 

Mi sovviene il sorriso della piccola amica, mentre diceva convinta che se fosse possibile, se mai dovesse accadere, lei vuole rinascere albero. "Ho deciso - gli occhi lucenti su un viso pulito - é quello che voglio. Un bell'albero grande, con il suo posto nel mondo, tra il cielo e la terra, ben radicato nel suolo, circondato dal vento e dal canto di tanti pennuti." 

"Attenta - le ho detto - che cosí ti ritrovi bloccata in un unico posto, e poi chissà fino a quando! Un uccello, invece, ha le ali, può cambiare dimora, e incontrare tutti gli alberi che vuole sfiorare..."

Era un gioco, uno scherzo tra il serio e il faceto, ma ora che sono quaggiú, tra i giganti custodi del sacro, tra funghi, foglie e minuti viventi dai ritmi diversi; ora che massi vestiti di muschio brillante si offrono come a comporre un salotto di lusso, adesso ripenso a quel sorriso scherzoso, e vorrei che potesse vedere anche lei questo splendido sogno in cui sono coinvolta, sentire lo scricchiolio dei rami seccati sotto al mio passo leggero, le foglie e i licheni, che rendono tutto così straordinario. 

Vorrei che provasse anche lei quest'ampio respiro di vita!

Un'insolita pace, quaggiù, un silenzio che é pieno di senso e che respira il divino che contribuisce a creare. Da ora e da sempre, in questo luogo che continuo a esplorare con occhi assetati, un pó camminando, col fiato pesante, un pó arrampicando piegata in avanti, sulle ostili scarpate che son dominate, con rara maestá, dagli imponenti signori del luogo. 

Ogni tanto ne vedo uno riverso, con le radici corrose, ed i rami spezzati, bloccati tra quelli dei loro compagni che stanno ancora lassù in verticale, foss'anche un pó storti, nello sforzo finale di rimanere ben saldi.

 Li osservo nella loro veste rugosa, che sa di saggezza, di tempo e di vita vissuta, di respiri continui, immersi nell'aria pulita che profuma di erbe e di fiori, che sa di acqua e di legni, di funghi e di quella vita che passa d'intorno, lasciando le impronte profonde che il terreno mi mostra. 

Li osservo rapita e li immagino ancora sottili fuscelli, in corsa verso il cielo, dove affiora la luce del sole, irrobustire pian piano, un cerchio alla volta dentro la scorza grintosa, tra i sussurri dei forti compagni ed i passaggi di altri viventi.

Un mondo a sé stante, sul suolo che io stessa vado esplorando, e mi sento onorata di esservi accolta semplicemente cosí.
In terra i solchi impietosi di cinghiali affamati, hanno scavato dovunque ammorbidendo il terreno, e questo mi agevola il passo...

Mancano solo le fate, in questo bellissimo bosco, che infonde piacere e un senso di forza che non sono in grado di dire. 
E se la fatica inizia a farsi sentire, lo spirito esulta e spinge il mio sguardo assetato dovunque: intorno, lontano, tra le timide ombre e lassù, in quello spazio minuto di cielo che le fronde concedono di farmi vedere.

Più salgo e più I'aria diventa severa: i sentieri sono indicati da piccole tracce dipinte sui tronchi, un pó qua e un pó lá, ma io preferisco procedere libera, seguendo gli omaggi preziosi del suolo che hanno mille colori, e la forma di ombrellini compatti, poggiati su gambi carnosi. 

Io salgo, poi scendo, affondo un poco qua e un poco mi affanno, e non riesco a fermarmi perché la seduzione è continua. 

L'abetaia mi accoglie gravosa, in una nube aromatica fresca e carica d'ombra. Seguo con lo sguardo quei fusti che salgono su, talmente vicini tra loro che sembrano fare un tessuto, e ancora più su, in direzione del cielo, nascosto tra i rami corposi e spinosi, coperti di scuri piumaggi.

Il torrente é ancora di lá che canta suoni di vita, un pó dritto e un poco contorto, attraversato qua e lá da pietre scomposte, che fanno comodo ponte tra le sponde di terra.

Lo sento sussurrare magie, nel fitto del bosco incantato, che ha fatto di me la sua sposa, vestita di fiori, di frutti e di profumi terreni. 

Intanto la stagione é cambiata: le foglie ora cadono rosse e un pó gialle, e la terra diventa per gradi piú dura. E' diversa persino la luce!

 Residui di more essiccate, sporgendo tra i rami, allertano che l'autunno é in arrivo, e con esso il gran carnevale dei colori vivaci. 


Risposeró le mie membra e tornerò ad immergermi ancora in questo incredibile mare di vita...










domenica 2 settembre 2018

Come ci informiamo?



Esplorando il web sono recentemente incappata nell'articolo "Quanto è alto il tempo" di Pino Mario De Stefano, incentrato sul tema del tempo e di come l'uomo abbia dimostrato, nel corso della sua evoluzione, di non saperlo gestire affatto, e di averlo attraversato un pò a casaccio. 

L'autore sostiene che quanto l'umanità è stata ad oggi in grado di realizzare in termini di storia e di accadimenti reali è solo il frutto di alterne fortune e di cieca incoscienza. La chiosa finale del suddetto articolo riporta una bella citazione che invita a riflettere:

"Ci conviene riconoscere, con J. d'Ormesson, che, se è vero che gli uomini fanno la storia, è altrettanto vero che “non sanno la storia che fanno. Anzi si potrebbe dire che la fanno loro malgrado".

Queste righe ci conducono direttamente al tema de "la visione": una visione confusa che l'essere umano ha sostanzialmente del proprio cammino e della direzione da percorrere; una visione presuntuosa, basata sulla mera logica razionale pescata dai lasciti della tradizione - quella accolta e stigmatizzata come La Tradizione -, che designa i modi cartesiani quali unici fari di cui noi mortali disponiamo per illuminare il vasto mare della conoscenza.

Il tema sembra caro all'autore, dato che già faceva capolino in un suo precedente articolo titolato "Critica della trasparenza". 
In quel caso venivano lì ammoniti i fruitori dell'arte storicamente intesa a non limitare l'esercizio della capacità percettiva all'utilizzo dei soli strumenti della razionalità condivisa. 
L'esortazione conclusiva, qui sotto riportata, mi ha convinta infine a scrivere questo post: 

"Può sembrare paradossale, ma, forse nel percorso della vita, bisognerebbe temere la chiarezza eccessiva. “Fidatevi dell’intelligenza seconda, fidatevi della notte”, ho letto, una volta, da qualche parte, e ho volentieri accolto questa apertura, generosa e liberante"

Nel corso dell'articolo De Stefano indica "la chiarezza eccessiva" come la meta idealistica e mai raggiungibile di chi, con limitati strumenti, vuole vedere tutto ciò che una immagine espone. Tale condizione, ci dice, andrebbe temuta, in quanto  irraggiungibile oppure realizzabile soltanto in modo illusorio - condizione, a mio avviso, certamente peggiore.

L'opera d'arte, nell'ambito della filosofia, viene indagata come espressione esemplare di quel processo informativo che tutto dice, ma i cui rimandi spesso non possono essere colti secondo l'ermeneutica convenzionale che fa uso di un linguaggio  "istituzionalmente" condiviso. 

Ne deriva pertanto la convinzione, difficile da contestare, secondo cui l'opera d'arte esprime l'indicibile, rimanda all'infinito, verso un luogo (esistenziale e metafisico) che si trova ben al di là della cornice che la racchiude e ce la offre.

Ciò che si espone alla percezione parla di sè, ha una capacità informativa ostensiva, attraverso un modo che, secondo il famoso motto di Wittgenstein per cui "di ciò di cui non si può parlare, bisogna tacere (T.L.P.)" ci condurrebbe all'accoglienza silenziosa.

La filosofia occidentale, però, denuncia qui un grosso limite: il linguaggio, sia pure ben declinato, non arriva a descrivere tutto, e non è il solo strumento attraverso cui presentare e condividere l'esperienza. 
Non è vero che il Reale è Razionale - per attardarci ancora un pò nei sentieri della filosofia - perché il Reale è molto molto di più, e trova espressione secondo modalità e forme non sempre "dicibili".

Ed è ciò che sperimentiamo ogni volta che ci poniamo dinanzi ad una immagine.
 La fruizione dell'arte esprime esemplarmente la complessità dell'atto conoscitivo, così come la difficoltà che incontriamo nel trasmetterne esaustivamente i contenuti - se così vogliamo definirli - ci mette dinanzi alla complessità del processo informativo.
 Che non può esaurirsi con il dire. Ma che richiede un altro "dire", più immediato e primordiale, che è strutturalmente connesso alla nostra esistenza.

Dinanzi a questa esperienza comprendiamo, in breve, che gli esseri umani condividono un modo comunicativo alternativo a quello istituzionale (quello che ci insegnano a scuola, insomma), che è  poetico, trasversale e globale.

Un linguaggio che attraverso le immagini ci parla da dentro e ci investe anche a livello organismico.
 Ma torniamo a De Stefano:

 “Fidatevi dell’intelligenza seconda, fidatevi della notte”, ho letto, una volta, da qualche parte, e ho volentieri accolto questa apertura, generosa e liberante"

Siamo soliti riferirci alla conoscenza viscerale come ad una intelligenza seconda, in quanto avvezzi a dar retta primariamente a quella razionale e cerebrale. 
Ma fior di scienziati hanno dimostrato che le nostre viscere presentano una struttura neuronale simile a quella del cosiddetto "primo cervello" ed anzi, forniscono ed elaborano informazioni molto più rapidamente di quello, tanto da meritarsi a buon diritto esse stesse il titolo di primo cervello - o intelligenza prima

"Primo" per intervento, utilità e funzionalità, quindi, ma purtroppo ancora "secondo" per attenzione riservata. 

Questa intelligenza viscerale va oltre i limiti dello strumento razionale, metabolizza e intercetta le immagini in maniera immediata e ci allerta se quanto impattiamo é buono, ci fa bene, o se provoca la necessità del rifiuto. 

Mi riferisco a quel sentire di pancia che ci mette misteriosamente in allerta, prima che noi arriviamo a razionalizzare gli eventi - e spesso proprio in contrasto con quell'operazione.

Quando ci riferiamo alla notte, indichiamo solitamente il periodo di presenza-assenza, quello in cui riposiamo e quindi esponiamo la nostra fragilità all'ambiente. 
In quella fase i nostri processi razionali sono rallentati, le nostre reazioni più blande... E la nostra intelligenza viscerale può finalmente informarci senza troppe sovrapposizioni. 

Lo fa, quindi, attraverso le immagini - brevi o collegate tra loro in una sequenza che sa di reale e di fantasioso al tempo stesso. E che ci informa, in modo completo, di quanto sta accadendo nel nostro personale percorso di vita. 

Un linguaggio che non siamo abituati a riconoscere nella sua importanza, e del quale sarebbe davvero opportuno recuperarne la capacità di lettura. 

Ciò potrebbe davvero favorire " un'apertura generosa e liberante".








   

                              

sabato 18 agosto 2018

Verde

Un prato inzuppato di pioggia, i fili d'erba solleticano i polpacci nella mia goffa andatura su questo tappeto odoroso, che come una spugna rilascia l'acqua ad ogni mio passo. 
Attraverso un campo scomposto, selvatico e verde, verdissimo. Picchiettato dai tenui colori di capolini fioriti, sparsi elegantemente un po' ovunque.

Lì  sopra il cielo e' occupato da gonfie nuvole scure, che assumono forme pompose, e mutano spostandosi via in fretta, seppure ammassate, come un unico e morbido corpo, sospinto dalle fredde correnti dei bizzarri venti montani.
Qui e la' solo brevi schiarite, spade di luce riescono a rompere il muro, a sbucare in transitori pertugi. Va tutto molto veloce, mentre io sono quaggiù, a muovermi lenta sulla terra bagnata. 

E osservo i rami del pino, ornati di perle cadenti, attratte dal suolo, e ondeggiano le punte argentate dei salici, che come ogni anno di questo periodo, impreziosiscono le chiome brillando nell'aria con i loro riflessi.

Il grigio che piove dal cielo rende la vegetazione piu' verde, la fa apparire più viva, e avverto come una forza che vibra e percorre  il mio corpo.

Un pomeriggio di fine agosto, in solitario ascolto di ciò che mi accoglie. Se mi avvicino a quella pozza accadrà, lo so bene: le piccole rane vi salteranno dentro veloci, con le lunghe zampe scure e quel musetto appuntito che rimane all'esterno, ad osservare il vasto mondo dell'aria. Fintanto che il pericolo sia contenuto, ovviamente...

E allora mi avvicino pian piano, voglio provare il noto piacere di poterle osservare, immobili, colorate, con gli occhi attenti e quel ritmo costante che danza sotto la gola. Un respiro di vita in un ambiente pulito.

Si accorgono della mia presenza, e lestamente si lanciano in acqua: alcune posso solo sentirle dal tonfo che fanno immergendosi, qualcuna  invece riesco a vederla, nel salto che conduce nel luogo sicuro, proprio a mezz'aria, dove il corpo in verticale inizia a incurvarsi per ridiscendere a terra - o in acqua, più propriamente.
Una squadra di atleti olimpionici!

Ce ne sono di scure, che si mimetizzano bene nel fango, e ve ne sono di color verde  brillante; sono di ogni misura, distribuite nell'erba in ordine sparso. E' difficile distinguere, in tutto quel verde, le snelle figure - di certo non per caso. Sono piccoli viventi, non sono aggressivi... Nuotano, saltano e cantano... In qualche modo dovranno pure proteggersi!

D'estate competono attraverso concerti amorosi,  scavalcandosi agilmente nell'acqua e nel limo. A differenza di me, che ho i vestiti impregnati di pioggia, i capelli bagnati appiccicati sul volto, e la camminata pesante, intanto che passo con passo, fatico a estrarre i miei piedi dal fango spugnoso. 

Ma provo una grande allegria, tra le gocce e le fronde agitate, illuminata da un cielo invasato, e spintonata da questo vento freddo e impietoso, intessuto di accesi lampi incrinati, rumorosi e fugaci.

Procedo con ritmi alternati, in questo mondo vivace, fatto di luce e di anime vive, che suona, a volte in modo un po' greve, il respiro del giorno.
Il giorno che appartiene anche a me.












mercoledì 15 agosto 2018

Responsabile?

E mi capita di conversare con persone che raccontano di eventi accaduti, esprimono le loro opinioni, riflettono sugli sviluppi possibili e ipotizzano scenari ottimizzabili.
E poi mi capita di udire quella opaca espressione che cita "il mio responsabile..."
 Espressione con cui, solitamente, si allude a qualcuno che, per qualche criterio tra i tanti possibili, é stato incaricato di fare da referente per altri.

Ma cosa significa davvero? Mi soffermo a pensare perché il groviglio induce spesso in errore, ed è bene, a mio avviso, che la foschia si diradi.

Referente é il participio del verbo latino refero, che indica l'azione del riportare, del restituire. Il referente - in una realtà aziendale - è dunque colui che ha l'incarico di riportare quanto ha acquisito, e solitamente si tratta di situazioni e informazioni che vedono coinvolte persone a lui sottoposte.

Si tratta, in sintesi, di una figura professionale che ha un compito ben definito, deputata a ricevere e trasmettere informazioni.

Che poi, questi, abbia anche i talenti del responsabile e riesca ad esercitarli ... è da vedere. Ci viene in aiuto un famoso sito sulla lingua italiana che rende disponibile al lettore la nota seguente: 

"La responsabilità è l'attitudine a rispondere. Non la sfacciataggine della battuta pronta, ma la capacità di rispondere reagendo alla situazione della vita in cui ci si trova. Non il vitalismo bruto da legge della giungla, ma l'inclinazione di tenore ieratico a fare la propria parte."

La figura del Responsabile, pertanto, non ha solo il compito di passare parola, ma soprattutto quella di "fare la propria parte", ossia di contribuire dall'interno della situazione alla sua gestione facendo uso delle proprie competenze; un attore che si mette in gioco in maniera sana, nel rispetto di quell'etica che chiama ciascuno di noi a produrre un contributo utile alla società.
 Nella stessa etichetta è raccolto un ruolo complesso che poco ha a che fare con la politica del comando positivo. Parliamo qui di chi ha l'onere e l'onore di prendersi cura della propria unità operativa, e di farlo nel senso germanico della Sorge (la cura, il prendere a cuore)    

Ora, la cura é quel modo di partecipazione attiva che prevede un coinvolgimento epistemologico - coltivare le capacita cognitive -; emotivo - fare attenzione allo stato emotivo -; e prassico, nel seguire attentamente il piano delle azioni, valutandone con anticipo le possibilità attuali e le conseguenze future: mi preoccupo di una situazione, la prendo a cuore, e mi impegno nel gestirla al meglio.

Il Responsabile, insomma, non si limita a riportare quanto accaduto attraverso una sintetica ripetizione, e tanto meno può ignorare le differenti modalità di espressione relative.

Egli ascolta, osserva e percepisce elementi che dovrà riportare - qualora lo ritenga necessario - nel modo e nel momento più opportuno, al fine di ristabilire l'equilibrio necessario a consentire a chi esegue di procede liberamente (sia pure con coscienza).

Il suo scopo: portare la propria equipe a raggiungere gli obbiettivi stabiliti, e farlo nel migliore dei modi. La condizione essenziale perché ciò avvenga è che i vari membri del team siano messi in condizione di operare in un clima sereno e in un ambiente adeguato, in cui siano garantiti  strumenti e servizi necessari,  affinché possano esprimere e/o affinare le proprie competenze a vantaggio di tutti.

Colui che si sente a suo agio, motivato, stimolato, accolto e ascoltato, colui che si vede insomma riconosciuto nel suo valore di persona e di risorsa, porta in sè il germe dell'evoluzione, della funzionalità e del valore. Porta in sè il sorriso della soddisfazione e del piacere, e ne diffonde a sua volta le spore.

Il Responsabile è dunque un operatore sociale che prende a cuore la piccola comunità che gli si affida, dopo che gli è stata affidata, e gli si affida perché in lui riconosce l'acqua che nutre la terra in cui sviluppare le proprie radici e far crescere i propri rami, vede in lui lo strumento utile al proprio sviluppo e, così facendo, con il suo impegno, contribuisce a rendere un poco migliore quello spazio condiviso, stimolando ognuno a offrire un poco del buono di sè che è stato motivato ad affinare.

Il valore si aggiunge al valore, e dal singolo si arriva alla comunità. L'individuo si fa sociale in una circolarità virtuosa che fa la cittadinanza nel mondo. Quella sana, quella responsabile, quella partecipata. Quella che tutti vorremmo respirare.

E allora possiamo parlare di Leader, che guida risorse avendone cura,  a conseguire obbiettivi che richiedono impegno comune a farsi migliori e a migliorare l'insieme. E questo fare, che è un fare insieme per l'insieme, è ciò che dà il valore ad un ruolo, che corrobora le mere etichette di un titolo ovunque fin troppo abusato.

Non dirige chi impone violenza dall'alto di un podio rubato - o assegnato per altri motivi - ma chi nel suo fare guadagna la stima degli altri, ne ottiene il consenso, e prova piacere nel vederli avanzare.

Ecco dunque chiarito quel nodo confuso: 
 Un responsabile è un capo perché sa essere leader , esercitando con fare verace la cura di chi, questo mondo, lo attraversa con lui.

Un referente soltanto non è.
Un capo soltanto non é.

Si tratta di un Uomo, che rispetta la vita ed intende onorarla.















martedì 24 luglio 2018

Preparazione

Persone che si fanno del male perché non sanno rinunciare a un pensiero. Persone che fanno del male perché non sanno evitare un pensiero. Volti amici che non sorridono più ed espressioni provate che si portano dietro corpi pesanti, resi lenti da ciò che è contenuto nelle ossa del cranio.

Pensiamo volteggiando nervosi un pò avanti e un pò indietro, e ripassiamo ancora su quelle curve quando ci sembra di aver trovato qualcosa, che poi ci sfugge, ed ecco che ricomincia il giro...

Ci sentiamo migliori di altri viventi eppure, spesso, stiamo peggio di loro. Ci raccontiamo la storia della razza migliore, civile ed evoluta, intanto che roviniamo tutto ciò che ci serve, e abbiamo paura di regalare un sorriso... 

Dirottiamo noi stessi agganciati dagli odori fasulli che portano i venti, e ci avviciniamo l'un l'altro in dimensioni irreali, rassicurati di non essere troppo scoperti.
 "Abbiamo dimenticato come si sta all'aperto": la frase rimbalza dall'ultimo film di Spielberg che ho visto (Ready player one), in cui uomini e donne vivono ciecamente immersi in una realtà virtuale ipertecnologica, la cui forza ha surclassato l'interesse per la vita reale.
 E la vita, quegli uomini, non la curano più, non vi cercano stimoli, e non si interessano più a migliorarla. 

Si sono distratti, dimorando in un altrove che, pure, però, vi è radicato. Ma questo non sanno vederlo, così si confinano in ambienti irreali, tra compagni altrettanto fasulli ("tu vedi di me solo ciò che io voglio farti vedere"), rinunciando a curare se stessi nel proprio mondo.

Il nostro futuro, forse, o di una gran pletora di individui.

Oggi ho pulito, sgrattando con la spazzola di ferro, diversi metri di muro: le pareti preventivamente trattate con un prodotto in grado di eliminare le muffe; ho impastato del cemento, e un pò per volta, bagnando i buchi che dovevo sanare, li ho colmati con l'impasto ottenuto. 
Ho coperto anche le crepe, lunghe e profonde sulla superficie sbiadita.

Ho spazzolato via tutto, poi, ho pulito bene la base... E così potrò verniciare! 

 Ho un bel pennello, massiccio e pesante, che attende vicino all'ingresso il suo grande momento. Un pò su e un pò giù, e poi le strisce trasversali, rigorosamente in punta di pennello. 
So farlo, ho imparato osservando e ascoltando, e poi provando in prima persona.
La preparazione è il 90 %, mi dice l'amico, ed io lo so che è vero. 

Ed è forse per prepararci che continuiamo a pensare, giriamo e rigiriamo gli eventi simulandone a mente le potenziali sequenze, ma stiamo solo volando, i nostri piedi non poggiano più.... 

Voliamo nell'etere dimenticando la terra, e abbandoniamo così la vita reale. Perchè essa è dura, perchè non scivola bene, perché a volte ci opprime obbligando una selezione di scelte.

Ma la preparazione è importante, e continua ogni giorno per ogni giorno a venire. 

Non inizia e non finisce: la preparazione è la vita! 

Guai a fermarci, guai a rinunciare! Ogni momento esperito, sembri pure di poca importanza, è li che ci plasma, e ci dirige, orientando la mossa ulteriore. 

Siamo nel gioco, ed allora si giochi!

Detto tra noi seriamente: può capitare che si cominci col prenderci gusto...



domenica 27 maggio 2018

Il deserto di Drogo

Un uomo che si consuma nell'attesa, fedele ad una promessa non scritta che incombe sul suo mondo come uno spirito custode.

 Speranzoso, si tende all'orizzonte che ha da venire, egli procede e decide di incedere oltre. E via via che gli avvenimenti  si susseguono lenti, nell'attesa di quella "fortuna" - che è sempre prossima a venire, ma che stenta ancora a mostrarsi -, il tunnel in cui egli si aggira si stringe, lo chiude ogni giorno di più, nell'unicità di un percorso che non concede ritorno.

Ci prova, ci prova una volta soltanto a tornare, ma é giá tardi per lui: ormai trasmutato in spettatore di un ambiente che non è più capace di vivere, abitudini e modi che non é più avvezzo a gestire.

Tornare nel tunnel, quindi, e continuare a sperare, aggrappandosi a quella promessa che, sola, giustifica tutto; che sola, potrà illuminare il senso di una vita compiuta, della direzione intrapresa, della solitudine, della noia, delle privazioni, e può rendere amabile  la malinconia che dipinge lo sfondo.

La natura selvaggia, le rocce ed il deserto. E radi, vaghi e lontanissimi fuochi ad accendere, col passare degli anni, la speranza sopita, sbiadita... Resa confusa.

L'uomo ha spiato il proprio deserto ogni giorno, in ogni momento, in attesa di una fortuna che non è mai stata a lui destinata. Quando il tempo sarà passato, portando via gli anni della forza e dell'entusiasmo, comprenderà l'originario inganno, e la gloria avidamente e pazientemente attesa vestirà i tragici toni della bugiarda utopia. 

Illuso, schernito, e intimamente umiliato: cosí sta quell'uomo che ha continuato a sperare, confidando nella lealtá di quel patto che lui solo ha onorato fino alla fine, fino a capire che il suo tempo e' stato dolosamente rubato.
Quella porzione di tempo che non può tornare a nessuno.

Il Deserto dei tartari  é il deserto degli uomini, percorso da  inganni, abusi e delusioni cocenti, intanto che la folle speranza, ottusa e ostinata, sospinge quel Drogo a dipanare, rispettoso e paziente,  il filo della propria esistenza.

Non si é guardato d'intorno, il povero Drogo; non ha spiato  gli umani che gli tessevano intorno la tela finale: onestamente seguiva le regole, in attesa di quella promessa fortuna. 

Consoliamo noi stessi ripetendo che la vita é crudele, come si trattasse di una sola coscienza che affianca il nostro cammino, anziché una trama complessa, ordita da molteplici azioni, cucite e intrecciate con imprevedibili modi. Essa muta e distorce il suo aspetto in continui singulti, ostacolando il percorso alla meta che spesso rende confusa, e addirittura nasconde.

E tra speroni di rocce, boschetti e distanti spianate, tra le azioni e la noia un po' tutti, al pari di Drogo, osserviamo con animo teso il nostro personale deserto. 
In questa favola strana, che alterna l'offerta del sole alla notte piú oscura.