Il Mio Blog non vuole essere un monologo, ma un invito all'incontro: pertanto sono graditi i commenti e il succedersi degli scambi che ne conseguono.
Buona lettura!

giovedì 1 aprile 2021

Aprile

 

Primo aprile, un giorno dei tanti trascorsi qui sulla terra.

Oggi però il cielo è pulito e l’azzurro che mi sovrasta rimanda a pensieri sereni. Siedo sul muretto che costeggia il giardino, col suo calore mi scalda le gambe, e osservo le margheritine rosate che stanno sul prato, a piccoli gruppi.

 Sono intontita, ipnotizzata dal ronzio delle api che, numerose, si spostano vibrando tra i  fiori  leggeri del caro ciliegio. I rami, sulla mia testa, sono cosparsi di ciuffi odorosi, tanti petali bianchi a carezzarmi la mente, sotto il sole tiepido di una primavera un po’ timida, forse pudica.

Ascolto il concerto dei piccoli uccelli che vanno e vengono vicino al mio corpo, saltellano tra i fili verdi e sul mattonato, alla continua ricerca, e rimbalzando qua e là spiccano il volo, in direzione dei rami. 


Vorrei restare così, per un tempo infinito, a godermi una pace armoniosa di cui ho una sete profonda.

Il ronzio invade l’aria e carezza la mia anima tristemente ferita. Il sole, e l’aria, e i piccoli amici piumati, con gli echi di una voce sommessa, che si ripercuote nella memoria accendendo pensieri. La nostalgia di un tempo più intimo e dolce, di una carezza sul viso, di una mano gentile che si univa alla mia…

Vorrei donarti questo momento, vorrei che guardassi con me questa luce, per sorridere ancora, insieme.






martedì 23 febbraio 2021

CON MONDO

 Oggi mi sento un po’ strana, uggiosa come questa giornata, con i pensieri che indossano l’argento del cielo e mi trascinano via in una dolce evasione.

Gennaio e l’aria frizzante, portata ad ondate da un vento impietoso. Ho le mani gelate, le apro e le chiudo più volte, con lo sguardo rivolto all’esterno.

E mi perdo nel verde brillante del giardino silente, in questa mattina tranquilla che scorre così lentamente, e i pensieri vanno e vengono, inquieti, tra gli eventi rumorosi che stanno invadendo i miei giorni.

Fili di erba, tanti da sembrare un fitto tappeto, ornati da capolini rosati, concentrati in prossimità del muretto. Come me, anche loro hanno necessità di riparo, attendono che i flebili raggi del sole rimbalzino su quei mattoncini grigiastri e donino loro una delicata carezza.

Silenzio e lentezza, le mani agganciate intorno al bicchiere bollente che profuma di tiglio e di miele.

Mi vedo così, fatta di fibra, ben radicata nel suolo, sospinta dal vento che fischia, di qua e di là, e mi lascio cullare senza timori perché là sotto la terra mi tiene. Vicino, uno stuolo di amici che, al pari di me, si tengono stretti a quel terreno bagnato di pioggia, e intrecciano legami sottili ma forti.

La luce dovunque là sopra, e qualche foglia leggera che pian piano vien giù, ondeggia con calma fino a posarsi tra noi.

Ci attraversano passi di ogni misura, pesanti e sornioni, lesti e sinuosi, di corpi che annusano l’aria e la terra, e chi ogni tanto si ferma in silenzio ed ascolta, chissà in attesa di cosa.

Gocce di umore notturno rimangono impigliate su noi la mattina e per buona parte del giorno, mentre il cielo rischiara e le nubi proseguono, ignare, i loro percorsi.

Un amico comune ci spinge, invisibile e forte, ma nemmeno la sua voce potente riesce a turbarci: noi restiamo quaggiù, esili strumenti di unione tra mondi apparentemente discosti.

La terra protegge con forza la mia posizione, e allora io danzo nel vento, in onore alla luce che mi dà nutrimento, in compagnia di quei piccoli esseri che percorrono strade invisibili vicino e sopra il mio capo.

Piccoli steli piegati dal vento, radicati nel suolo con deboli funi, irrigiditi dal gelo, gravati dall’acqua piovana, calpestati da pellegrini inattesi. Comunque infiniti, nello spazio altrettanto infinito. Separati tra loro là fuori, ma radicalmente vicini ed uniti.

Insieme: la forza nel modo.






mercoledì 10 febbraio 2021

Il viaggio Fantastico.


 "A chi crede nella necessità che l'immaginazione abbia il suo posto nell'educazione" (Gianni Rodari, Grammatica della fantasia, 1973)

 

In questi giorni una notizia si diffonde veloce di bocca in bocca, di riga in riga, suscitando stupore e allegria: nella città di Roma, sulle paline di alcune fermate di autobus, compare una colonnina colorata di rosa indicante un percorso Fantastico. Si tratta della linea 140, che percorre strade e piazze di fantasia, rimanendo attiva in orari impossibili: sono i luoghi immaginifici di un grande poeta-educatore, Gianni Rodari, di cui quest'anno ricorre il centenario della nascita. I bus della linea “Fantastica” partono dalla stazione Rodari per poi passare a Campidoglio al Pistacchio, alla Torta in Cielo, Sulla spiaggia di Ostia ed infine al capolinea; e gli orari di “prima e non ultima partenza” vengono indicati come segue:

·       Dal lunedì al venerdì, dalle 05.30 alle 25.00

·       Zab, dalle 03.80 alle 29.00

·       Fest, dalle 04.30 alle 33.30

Un tributo anonimo che fa sorridere, ci sorprende, ma al tempo stesso incarna una polemica ben nota alla romanità: il servizio dei mezzi pubblici in questa città è talmente scadente e inappropriato da essere divenuto ormai soggetto fantastico, nel senso più critico possibile. E dunque perché non indicare mete fantastiche, dove il servizio reale non potrà ovviamente mai transitare?

La situazione igienico-sanitaria che stiamo vivendo ormai da un anno ha evidenziato con prepotenza quanto già era esposto in piena luce: il famoso elefante nella stanza, oggetto così scomodo ed ingombrante che è preferibile ignorarlo.

In questi mesi difficili hanno trovato attuazione provvedimenti poco compresi, a volte poco comprensibili, impopolari e ovviamente discussi, che hanno evidenziato con conseguenze disastrose la fragilità e la fatuità del sistema economico diffuso. I media ci sottopongono casi di disastro sociale che si reiterano senza apparente requie, con persone ridotte allo stremo.

E così, nei dibattimenti improntati alla ricerca delle aree di urgente intervento, si è puntato il dito da più canali sui trasporti, l’inadeguatezza dei quali ha ormai assunto lo status di con-causa della diffusione dell'odiatissimo virus tra la gente. Senza, per altro, che venissero messi in essere provvedimenti di qualche utilità.

Le persone necessitate a fruirne hanno sperimentato l'antitesi del tanto millantato e risolutorio “distanziamento sociale”. Alcuni di loro, così una mia amica, si sono ammalate, divenendo a propria volta strumenti di contagio.

Ecco che allora un anonimo poeta - perché di poesia a mio parere si tratta - ha protestato in maniera deliziosa, diffondendo il sorriso tra la gente e riponendo le odiose bombe, silenziando le urla, rompendo lo schema dei soliti inutili slogan.

 "Tanto strepito per nulla", scriveva un altro poeta!

E sia: che le rivoluzioni nascano dalla creatività e dal sorriso, dall'immagine di un luogo favoloso sovrapposto a quello disagiato, perché il confronto chiarisca, evidenzi, e provochi la necessaria reazione. 

Perché, permettetemi, con l'educazione si ottengono i cambiamenti migliori, e in un paese che si dichiara civile questo è il meglio che si possa augurare.

 





lunedì 1 febbraio 2021

ROSSO PUNGENTE

 Da qualche tempo io vivo in campagna, in un luogo in cui gli alberi se ne stanno felicemente piantati al suolo, con tanto spazio a disposizione di sopra e di sotto. 

La mattina esco di casa e mi godo i colori dell'alba sparsi per l'orizzonte; non ci sono murate di palazzi a nasconderlo, solo case sparse qua e là. La notte sento le fronde cantare, in sintonia con la forza del vento, che cambia ogni istante, e nella tranquillità ovattata arrivano suoni che non conoscevo, la voce di uccelli solitari o in reciproco scambio. 

Così, quando posso, infilo gli scarponi e via, libertà di pensiero tra i campi e piacere per tutti i sensi.
Mi lascio guidare dagli aromi erbacei che sono sparsi, a macchie, nell'aria frizzante del mattino, sedotta dalla vastità del cielo, a volte limpido e a volte ornato da soffici nuvole. 

Tutto si sposta in fretta lassù, a differenza di quanto avviene nel suolo, a dispetto della mia coscienza. Qui i cambiamenti sono così diluiti nel tempo che quando muta la scena non fa che sorprenderti. 
Di colpo l'estate e ora, di nuovo, l'inverno. 

I biologi dicono che è questo il motivo per cui non diamo peso alla crisi climatica: avviene in maniera strisciante, con ritmi che non percepiamo, e poi, però, si mostra in tutta evidenza attraverso le catastrofi di cui ormai già sappiamo.

A me piacciono i campi, d'estate e d'inverno, quando brulicano di vita ronzante e di movimenti rapidi, e quando sono silenti, in un manto serio e composto.
Io cammino tra cardi spinosi, cresciuti in altezza o aderenti al terreno, allargati a coprire quanto più suolo possibile con quella forma a raggiera, dalle tinte varie di verde e di rosso. Mi muovo veloce, inzuppando pian piano le vesti di brina, e guardando curiosa il terreno: tante forme diverse, e i colori, e timidi fiori qua e là. 

È inverno, ma scorgo già margherite minute, dal gambo corto, sparse su quel panno verde che fa da sfondo regale.
Le pratoline... Ma non escono a marzo? Vado avanti, evitando i piccoli gusci di funghi neonati che sbucano, impertinenti, dal suolo: cupolette compatte  dalle tinte discrete. Son grigi e sono di color nocciola. 

Ripenso alle lezioni studiate, in cui si racconta che il fungo è la sotto, nella terra, dove filamenti diffusi per metri e metri di spazio si incontrano e si trovano... Un mondo nel mondo, di cui la maggior parte di noi nemmeno si accorge. E pensare che cerchiamo la vita in altri pianeti, nel lontano universo in cui galleggiamo.

Cammino e rifletto, con l'aria fredda che entra nel naso e mi gela la fronte, mentre il rosso nel cielo si espande e schiarisce pian piano il mondo in cui vivo. Da qui ogni giornata è un miracolo che dona emozione.

A passo svelto procedo, la brina ormai dentro le scarpe, sento i calzini fastidiosamente bagnati e penso alle rane, che stanno sempre nell'acqua: flessuose creature dai movimenti lunghi e scattanti. Così mi cimento nel salto anche io, ridendo, provando a imitarne lo strano verso, che ricorda una mano che stropiccia un palloncino gonfiato. 
Mi riesce male, però.

Infine lo vedo: in terra, tre piccoli fogli di tessuto leggero si chiudono in un cerchio scomposto dal colore brillante. La fragilità eterea di un fiore che d'estate infuoca ovunque la terra.. Un papavero aperto è lì, davanti ai miei occhi.

Ora sono davvero smarrita. Mi tornano in mente le lezioni sul sublime di Kant: lo vivo, quello spaesamento improvviso, il senso di caos che ti sprofonda la mente.
Una distonia che rammenta l'incontenibilità della vita: tutto cambia e tutto sorprende.
Movimento, come i passi che vanno su questo molle terreno bagnato; come gli storni che  giocano al di sopra di me, componendo forme che mutano in fretta.

Ma un papavero in fiore, a dicembre, lascia troppi pensieri.

Provo un  certo disagio, una strana tensione che contrasta il piacere del sole sul viso.
 Qualcosa non va.
In testa documentari già visti, allerte sentite, parole e parole che oggi tornano vive, attivate dal rosso pungente di un fragile fiore che è qui, e che invece dovrebbe essere altrove.






martedì 29 dicembre 2020

Verso una comunità etica


Per chi ne sentisse parlare oggi per la prima volta, Stefano Mancuso, "scienziato di enorme prestigio, docente di Arboricoltura generale e coltivazioni arboree all’Università di Firenze, e direttore del Laboratorio internazionale di neurobiologia vegetale, membro fondatore dell’International Society for Plant Signaling & Behavior (etc. etc.)", é un affascinante divulgatore, che racconta continuamente  di quel meraviglioso modo in cui vivono le piante.

Mi sono imbattuta nei suoi scritti grazie agli entusiastici riferimenti espressi da un'artista esordiente, Eleonora Riccio, conosciuta in occasione della presentazione di alcune sue creazioni: tessuti dipinti con pigmenti naturali ottenuti per estrazione da foglie e fiori, con procedure artigianali dai risultati davvero ammalianti.

Tra i vari contributi, La Nazione delle Piante , il libro che ad oggi mi ha  particolare colpita per via del valore etico espresso, che trovo impossibile non voler condividere.
Pagina dopo pagina l'autore descrive il mondo delle piante come una nazione funzionale e democratica, garante di diritti fondamentali per ogni vivente e custode della sopravvivenza degli stessi.
 E dall'osservazione attenta delle sue espressioni vitali, Mancuso coglie l'occasione di estrapolare  alcuni principi, che definisce pilastri, su cui costruire una Costituzione politica, via via argomentata nel saggio in questione.
 La riflessione etica tradizionale, egoisticamente incentrata sulla coesistenza interna alla specie umana, subisce un'espansione verso tutti i viventi del pianeta, in una  prospettiva finalmente comunitaria.

La Terra viene quindi a configurarsi come una grande casa comune, da custodire e rispettare, che garantisce il sostentamento, lo sviluppo e l'incontro della vita nelle sue molteplici rappresentazioni.

Mancuso  ci racconta l'errore dovuto  alla  incomprensione di fondo, nella cultura umana, delle "regole della vita": ogni organismo è interconnesso agli altri in una fitta rete di scambi e relazioni, come un grande unico corpo vivente che agisce secondo principi di cooperazione e simbiosi: siamo una grande comunità cooperativa, basata sul mutuo soccorso e sul reciproco stimolo, una comunità ben lontana dal famoso Homo Homini lupus di vecchia memoria. 

Darwin - un po' frainteso, lo sappiamo - sosteneva che sopravvive il più adatto (non il più forte, come è stato poi detto da alcuni), ossia quel vivente in grado di  sfruttare l'ambiente in cui sta nel modo necessario a prolungare la propria esistenza.
E le piante, questo, stanno dimostrando di saperlo fare da molto più tempo di noi: dovremmo apprendere le loro regole per condividerle e scoprire che il nostro  mondo non è poi così separato dal loro, e che la nostra comunità non dovrebbe poi esser considerata tanto altra rispetto alla loro. 

E magari, così facendo, arriveremo anche a capire che l'ambiente, alla fin fine, siamo noi.

Il mondo animale si serve di un sistema predatorio nei confronti dell'energia ad esso necessaria: non disponendo della capacità di produrne direttamente (le piante si servono della fotosintesi per utilizzare l'energia solare), gli animali consumano quella già esistente, lasciando gli scarti in un ambiente già saturato, che non è più in grado di riprodurre le risorse sottratte.

Al sistema competitivo animale si contrappone il sistema cooperativo proprio del mondo vegetale. O meglio, gli si affianca integrandolo.

Le piante, incapaci di attuare spostamenti al pari degli animali, - sono infatti radicate al suolo - hanno acuito la capacità percettiva nei confronti di quanto le circonda, e hanno imparato a conoscere attentamente le risorse disponibili, finendo con l'utilizzarle in maniera davvero funzionale.
 E la reciproca connessione esistente tra gli abitanti di questa Nazione Verde  - la più popolosa della Terra - ha reso possibile e reale, in essa, un approccio di mutuo scambio di fondamentale importanza per rafforzarne l'esistenza e tutelarla.

A partire dagli anni 70, soprattutto grazie all'eco suscitato dal famoso Rapporto Meadows é sempre più chiara l'insostenibilità di un sistema di crescita illimitata (dei consumi) - quello che stiamo conseguendo - perseguito in un ambiente dalle risorse limitate quale è il nostro, ed é ormai evidente il fatto che insistere in tale direzione mina seriamente, ogni giorno di più, la possibilità stessa della nostra sopravvivenza. 
Siamo già responsabili di una accelerazione del processo di estinzione di molte specie viventi (pari a 10.000 volte rispetto alle normali tempistiche  occorse finora, dicono gli esperti), fintanto che non toccherà anche a noi stessi: una corsa folle verso l'autodistruzione.

Il Club di Roma, un'organizzazione non governativa composta da economisti e scienziati internazionali, in collaborazione con il MIT, realizzò uno studio predittivo sulle condizioni in cui l'uomo sarebbe arrivato a trovarsi continuando a vivere con quello stile di vita consumistico  irresponsabile adottato dalle ultime generazioni.
 
Oggi, a distanza di 50 anni, i fatti confermano le pesanti valutazioni che furono alacremente rifiutate dagli ottimisti promotori dello sviluppo insostenibile.
Il modello del consumo irresponsabile danneggia noi stessi, incapaci di vedere oltre l'illusorio riflesso che lascia apparire l'ambiente come qualcosa di altro rispetto a noi. 

Dobbiamo arrivare a comprendere che abbiamo a che fare con la nostra grande casa comune, che noi tutti dovremmo amare e conservare con cura.

 Dovremmo imparare guardandoci intorno, magari viaggiando attraverso l'affascinante Nazione delle piante.







martedì 22 dicembre 2020

Lavoro sostenibile?


Pensiamo sempre alla natura in termini idilliaci e fiabeschi, un po’ complice il mito del buon selvaggio del famoso Rousseau.
 La nominiamo, questa natura, e immaginiamo campi verdi e alberi rigogliosi che espongono frutti succosi e luccicanti. Ma una vecchia storia, nota a buona parte dell'umanità, ci dice che esiste anche un serpente, da qualche parte, pronto a render tutto questo mondo un po’ pericoloso...

Leggevo di recente un articolo sull'Indonesia: si tratta di un paese ricco di vegetazione e povero socialmente, un paese dalla straordinaria umanità e dal senso di solidarietà che non ho riscontrato in altri paesi cosiddetti poveri.  

Ci sono stata, in Indonesia, ci sono stata due volte per uno strano incastro di eventi. 
 E ne sono rimasta affascinata. Al di là della sporcizia e del laconico modo di esistenza, ho incontrato il sorriso della popolazione.

 Ero a Bali, per carità, un angoletto tra i più "socievoli" dell'arcipelago - questo è doveroso sottolinearlo. E tra le risaie a gradoni, le oche sparse nei campi - che sfruttano la sacralità attribuita loro per ingozzarsi liberamente di sementi - e i templi aperti... Persone. 
Persone magre, dai corpi sfruttati e dalla pelle stanca e vergata dal sole, piegati nei campi a lavorare la terra con strumenti rudimentali, seduti al mercato del pesce, tra pozze di acqua e sangue sparse in terra; vestiti di bianco accanto ai bramini, con i cestini delle offerte piene di fiori, di semi e di incenso; persone che danzano su ritmi tradizionali, per sé e per i turisti in arrivo.
 Persone che lavorano sempre, a tutte le età, e che sorridono. Che si aiutano naturalmente, e che ti rispettano.
Questo mi ricordo soprattutto di Bali: lo sforzo, la fatica e la solidarietà.

Poi è arrivato quell'articolo, che racconta di come uomini, donne e bambini si ritrovano a vivere in condizioni ancora più estreme, in un circuito in cui la violenza dell'uomo viene accettata per contrastare la durezza che sa imporre la vita. E non sono più uomini ma numeri, sacrificabili, pedine nella rete degli affari internazionali connessi al traffico dell'olio di palma. 

Per ore e per mesi, senza alcuna tutela, si ritrovano a spargere sostanze chimiche devastanti per sé e per l'ambiente, sopportano sforzi eccessivi, si nutrono a stento, riparati in baracche malsane. Chi lo fa da una vita, chi da generazioni intere. E da un campo ad un altro, senza un futuro, senza un presente. Violenze sul corpo e nell'anima perché in altre parti di questo stesso pianeta, altri più fortunati possano contribuire all'acquisto di merci dalla dubbia utilità.
Utilità dubbiamente sociale, dubbiamente ambientale, dubbiamente antropologica. 

L'articolo è pubblicato a questo link (http://www.labottegadelbarbieri.org/indonesia-stupri-e-abusi-nelle-coltivazioni-di-olio-di-palma/), per chi avesse la voglia e la forza di guardare per un momento il serpente, e distogliere l'attenzione dalla ipnotica mela. 
 
Nel 2015, con la sottoscrizione dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile , 193 paesi membri dell’Onu hanno proclamato il proprio impegno a favorire il superamento del gap esistente tra opportunità, ricchezze e potere, e lo hanno fatto individuando 17 fondamentali obbiettivi da conseguire, a livello nazionale e internazionale, entro il 2030.

Il leit-motive che fa da sfondo all’intero documento è sintetizzato in una espressione iniziale, che rivendica l’impegno congiunto nello sforzo di “liberare la razza umana dalla tirannia della povertà e con la volontà e l’impegno a curare e salvaguardare il nostro pianeta”.

All’orizzonte l’immagine di un mondo inclusivo, i cui abitanti favoriscano la crescita di un’economia sostenibile, rispettosa della biodiversità, e che facciano uso del principio di responsabilità, canalizzandolo all’implementazione degli strumenti culturali ed economici necessari all’attuazione di un’equa interconnessione umana.

 Un impegno che richiama la dovuta attenzione di ognuno di noi.



 


martedì 15 dicembre 2020

RIFLESSI

 Una foglia leggera scivola attraverso l'aria sull'acqua, vi si adagia gentile, ed una invisibile mano la spinge veloce con sé.

 È un sogno, un pensiero o solo un ricordo lontano: la vita che si dà in un continuum multiforme e variopinto, con la dolcezza di un pensiero poetico.
L'acqua pulita del fiume scorre veloce tra i sassi sommersi; alcuni ne sporgono fuori, coperti di muschio brillante, in cui gocce di brina risplendono al sole come minuscole pietre preziose.

Affondo gli stivali nella sabbia compatta del greto, e slitto goffamente tra i rami caduti e le radici sporgenti. L'odore di menta arriva dovunque, in questo giardino così familiare, e ne godo con tutti i miei sensi mentre procedo convinta, seppure a fatica. 

Espongo il viso allo splendore del sole, che quest'oggi si espande sereno sui campi e sulle fronde nutrite.

Salici, ovunque, adombrano il passo di chi, come me, oggi ha scelto la terra. Un giorno di pausa dal tran tran quotidiano, un amico che ha la casa in un parco, proprio sul fiume, e il cane giocoso della famiglia che dimora poco lontano. Un cane vispo e affettuoso, salvato da pessima sorte anni fa, che ha come casa ogni spazio del parco che a lui non dispiaccia. Mi porta con sé, spingendoci tra spini e burroni. Ha il passo veloce, e sembra planare nell'aria inseguendo le tracce.
 Corre e salta, poi si avvede del mio disagio e si ferma. Aspetta che io lo raggiunga, vuole che io esplori con lui. E siccome non chiedo di meglio, finisce che accetto la sfida: mi armo di forza e pazienza, e procedo caparbia, inalando profumi diversi ogni metro più in giù. 

Seguo il fiume, un po' mosso dalle fredde correnti, un po' liscio nel suo lungo percorso, e arrivo ad un punto in cui tutto si apre: uno slargo tranquillo e silente, dove rami intrecciati dal tempo s'incontrano a chiudere il corso.  La morta, mi hanno insegnato il suo nome, che poco ha a che fare con lo stato reale: di sopra e di sotto la vita vi esplode. 
È questo ciò che vedono gli alberi? 
 Essi son lì, tra il buio e la luce, immersi nella vita che scorre, con i loro folti cappelli e la veste legnosa.

Suggestioni di un mondo vissuto che vibra, ancora, in me.