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lunedì 3 marzo 2025

Brutalmente

 

Era da giorni che volevo vederlo, era da un po' che miravo ad acquistare quel biglietto, e alla fine mi sono decisa.

Dopo una lunga e difficile giornata di lavoro, con la stanchezza sulle spalle e nell’anima, ho atteso le ore 20.00 e mi sono addentrata in una piccola sala cinematografica dopo aver comprato un biglietto per The Brutalist.

Avevo letto solo poche righe di commento per non guastare la visione, evitando l’ipotetico possibile inganno del trailer: mi ero solo informata di cosa fosse il Brutalismo, quel movimento architettonico che dava il titolo al film.

Già stanca e demoralizzata per gli avvenimenti della giornata, sono stata indirizzata in una sala molto piccola, dalle poltrone rovinate, in cui regnava una aria stantia. Sola fino a pochi istanti dall’inizio del film, mi ha raggiunta un esiguo manipolo di utenti mangiatori, con le braccia colme di ciotole di popcorn, patatine e bottigliette varie.

Finalmente il buio, ma non il silenzio: denti e pop corn. Per buona parte del film. Per fare il bis dopo l’intervallo.

Mi concentro sulla visione, il volume molto alto, ma non abbastanza da coprire il ruminare degli astanti.. Gli interpreti parlano ungherese e i sottotitoli scorrono troppo velocemente sopra immagini dinamiche: sono in giallo, e non è facile coglierli. Mi chiedo se non ho sbagliato giorno: la stanchezza, un cinema di pessima qualità, una compagnia poco rispettosa, il sospetto di essere incappata anche nella giornata delle proiezioni in lingua originale, e tre ore e mezzo di visione all’orizzonte...prima di mezzanotte non se ne esce: ce la farò?

 In pochi minuti, però, l’audio suona la mia lingua...Almeno questa è andata.

In pausa dovrò ricordarmi di andare a pagare il biglietto per il parcheggio, perché il tempo della proiezione eccede quello previsto normalmente, e rischio di restare dentro: il ragazzo della biglietteria si è raccomandato: “non è detto che dopo, qui, trovi più qualcuno”.

Una serata difficile.

Assisto a una proiezione intensa e complessa, una storia pesante e grave, con attori bravissimi ed una regia magnifica. Finisce il primo tempo e controllo l’orologio: quasi non ci credo che sono quasi le 23!

 Corro a saldare il piccolo debito e al ritorno incontro i vicini di nuovo carichi di derrate alimentari. Ricomincia il convulso scricchiolio dei denti e, fortunatamente, ricomincia anche il film.  Rimango appesa fino all’ultima scena, rimango seduta durante lo scorrere dei titoli di coda. Rimarrei ancora lì, presa dalla forte emozione che sto vivendo. Ma la stanza è ormai priva di ossigeno, e la macchina è prigioniera del parcheggio deserto. La mia abitazione è lontana.

 Nonostante l’ora tarda la stanchezza si è dissolta, sostituita dal grande senso di disagio, di dolore e di ammirazione che non so dominare.  Si riaccende quella cupa ombra che mi ha accompagnata per giorni dopo il viaggio in Polonia…

Alla fine non è l’arte, non è una biografia, non è una storia: è la fatica del vivere, dell’uomo sballottato in un mondo in cui l’altro è scomodo, è sgradito, viene usato, e dove il rispetto è solo una nebbia che si impiglia in parole per poco davvero credibili. La violenza morale si fa carne nella violenza fisica: di chi esercita, e poi anche di chi subisce.

Sono giorni che ci penso. Ciò che conduce l’esistenza degli uomini non è la ragione, non è nemmeno la promessa di un guadagno: sono le emozioni, quelle che scaturiscono da quanto vissuto. E le più potenti sembrano essere proprio quelle che non sono state gestite, che non hanno ricevuto la giusta attenzione, che non hanno subito elaborazione. Rimangono lì, quegli aghi pungenti, li comprimiamo, e lasciamo che si spingano sempre più in fondo, fino a divenire invisibili. Come una piccola zecca, che si insinua nella pelle e va giù, a nutrirsi del nostro sangue, causando malattie che possono addirittura far morire l’ospite.   E intanto noi attraversiamo le nostre giornate, ci imbattiamo negli altri, svolgiamo i nostri compiti, assolviamo agli impegni e affrontiamo questioni. L’ago-zecca è sempre lì sotto, che punge, che succhia e che ammala.

E quando poi ci incontriamo, quando poi stiamo insieme, la distorsione si scontra e cozza con quella di altri. E scoppiano le guerre di ogni tipo: verbali, sociali, emotive… Fino a quelle militari.

E’ un bel parlare nei talk show, attraverso i social e dentro i bar: perdiamo l’umanità laddove non curiamo noi stessi, laddove non vediamo e non ascoltiamo i nostri bisogni primari e le nostre ferite primordiali. Per arrivare agli altri dobbiamo partire da noi. Radicalmente, dal profondo.

 Solo riconoscendo noi stessi riconosceremo gli altri, e forse, potremmo iniziare a rispettarli.







 

venerdì 30 giugno 2017

ESSERE LEADER



In questi mesi sono stata impegnata nello studio del Leanthinking, una metodologia di progettazione della produttività (come organizzare ciò che mi conviene fare per raggiungere l'obbiettivo prefissato) che si fonda su due principi sostanziali: dichiarare guerra agli sprechi, e ottimizzare al meglio le prestazioni.

Per dirla in modo facile, uno spreco è un uso improprio di risorse: quelle disponibili, come beni e servizi; ma soprattutto le nostre, quelle personali.

Il punto è che lo spreco di beni dipende soprattutto dal modo in cui utilizziamo le nostre capacità: dal modo in cui le sviluppiamo, le affiniamo e le contestualizzato all'ambiente di azione.

Alle grandi organizzazioni, in oriente prima che in occidente, questo è divenuto ben chiaro, tant'è che i processi formativi rispettano l'assunto di base per cui il fare degli uni ha sempre ripercussioni sul fare degli altri.

Così, la consulenza aziendale che alcuni anni fa era orientata direttamente sul team, oggi sta muovendo, con convinzione sempre maggiore, in direzione dei singoli individui, in supervisione, ed eventuale revisione, dei modi e delle motivazioni che sottostanno alle azioni.

La scienza ci informa che una buona percentuale delle nostre azioni, a differenza di quanto crediamo, non è dovuta a scelte operate consapevolmente, ma ad abitudini comportamentali, rinforzatesi via via con la prassi fino a diventare automatiche, e ad imporsi all'attore in contesti svariati, anche laddove non saranno garanzia di successo: ha funzionato una volta, e quindi torno a servirsene ancora.

Veniamo agiti, insomma, da routine non sempre ottimali: una incoscienza dagli esiti a volte nefasti per noi e per chiunque è connesso. Routine che sono liberamente osservabili, modificabili, eliminabili, oppure eseguite. A noi spetta la scelta: se utilizzare le nostre risorse per ottimizzarne la resa, o ignorare gli sprechi che, a partire proprio dalle nostre persone, si propagano ovunque.

Ho recentemente discusso la tesi di un master in Project Management: un lavoro incentrato sulla leadership, sulla formazione, sulla consulenza e sulle scelte ottimali, presentate in un'ottica di confronto tra la cultura orientale, che fonda se stessa su una capacità di visione analogica degli eventi, osservati in modo sistemico e relazionale ad ampio raggio; e quella occidentale, che invece erge il pensiero razionale ad unico strumento di conoscenza.

Insieme con i principi teorici ho presentato un caso di consulenza aziendale accaduto di fresco qui in occidente, condotto però con un approccio innovativo di Auditing teso a rilevare e revisionare i processi mentali inconsci e ripetitivi.

 Tutto si gioca sulle scelte che l'individuo fa per se stesso. E questo è il motivo per cui, nel mio lavoro, ho assimilato la leadership ad un fenomeno culturale, ad uno stile di vita.

Per chi volesse saperne di più, ecco il link:




Colgo l'occasione per ringraziare il prof. Paragano che, in veste di relatore, ha seguito lo sviluppo del mio lavoro con attenzione e curiosità, ed il dott. Bernabei, professionista della consulenza e dell'amicizia.