Il Mio Blog non vuole essere un monologo, ma un invito all'incontro: pertanto sono graditi i commenti e il succedersi degli scambi che ne conseguono.
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venerdì 22 novembre 2024

Rappresentazioni

 


 In questi giorni di riflessione sulla complessità delle relazioni umane, non a caso -  mi vien da dire come mio solito - mi sono trovata davanti allo schermo, immersa nella visione di due film affascinanti dei quali non avevo nemmeno mai sentito parlare: si tratta di The Closer e My Policeman; uno distribuito circa vent’anni fa, mentre l’altro è molto più recente.

In entrambe le proiezioni si affronta il tema delle relazioni di amore, della difficoltà a definirle e a comprenderle per gli stessi personaggi che le vivono, immersi in esse in maniera drammatica.

Coppie che si incrociano, si osservano, si studiano; chi si fa la guerra in una sfida “per vincere” e chi cerca di recuperare errori commessi con tradimenti. E qui il tradimento è in entrambi i casi inteso nella sua spiritualità, sebbene attraversi l’onda della sessualità.

Coppie che si lasciano e si ritrovano dopo un lungo percorso e tante incertezze, ed emozioni contrastanti con ciò che la moralità insegna e rende ovvio. La domanda che ne esce è la stessa: ovvio per chi?

Al centro è solo l’uomo, con le sue pulsioni, le sue passioni, i suoi sentimenti e il caos che questo produce nel suo modo di pensare. Il rifiuto, la fuga, la resa. Infine l’accettazione,  e con essa la libertà.

La mano di una donna che rinuncia ad una vita ingannevole, che saggia l’aria salina del mare fuori dal finestrino mentre il taxi la porta altrove, finalmente sola. La dolcezza di un abbraccio tra due persone che dopo anni  di paure, vergogne e timori trovano finalmente il coraggio di stare insieme. La dolcezza del bacio della buona notte, in un letto dove marito e moglie tornano a condividere la loro intimità.

Viviamo di emozioni e con parole ed etichette che rendono così difficile farvi i conti, perché viviamo con altri nella società, con regole condivise, imposte, assorbite.

Una riflessione degna, finalmente, della parola tanto abusata di questi tempi, la parola più scioccamente sbandierata in giro: inclusione. Capire cosa è la passione, l’amore e la solitudine, in un mondo che non sa accettare le differenze: l’omosessualità, il sesso promiscuo, i rapporti occasionali.

Eccolo, finalmente, il tema della condivisione, della vicinanza e della differenza. E sopra ogni cosa la forza della decisione: di andar via per ritornare a sé stessi, e di restare, per fare lo stesso.

Film appassionati e appassionanti, attori brillanti e registi che sanno il fatto loro.

Grazie.






giovedì 12 ottobre 2023

16 settembre

 

Che caos, con flutti che si espandono da ogni dove, dilagano nella mia anima e intorno alla mia persona. 

Onde che si scontrano sovrapponendosi come tele leggere, come i riccioli lenti della mia chioma. 

Rimango immersa nella spuma frizzante, che solletica e mi confonde. Vivo una gradevole e preoccupante sensazione di spaesamento, conscia del fatto che nulla mi sostiene ad eccezione delle mie gambe, in questo mare senza fondo e senza limiti.

Una sensazione di estraniante libertà, infine.

Cadono i riferimenti, si smontano le convinzioni, svaniscono le certezze: tutto muta di continuo, e si profilano nuove forme possibili, stimolanti e allarmanti ad un tempo.

Torno da un viaggio e non ricordo l'indirizzo di casa: il sogno racconta la mia storia. Quale è il mio indirizzo? Sta cambiando ancora.

Sembra che io non debba tornare più, ma andare avanti ed esplorare. Proprio come fanno certe care bestiole, che zampettano goffamente sul suolo, frugando col muso ogni anfratto, sempre in cerca di altro.

È tempo di esplorazione e  sperimentazione, di incontri ed abbandoni, di sorrisi e sospiri.

Il cielo mi guarda e la terra mi sostiene. Le mie membra scivolano tra le correnti.
Un corpo solo nel flusso infinito. 






 


martedì 8 novembre 2022

DENTRO

 

Le piccole foglie scure del leccio si agitano spinte dal vento, di qua e di là, e inducono in me un senso ipnotico confortante.

 Il cielo azzurro e poi scuro, e poi di nuovo chiaro, nel pomeriggio di un giorno senza tempo di un anno senza volto.

 Fluttuo tra gli eventi, passati e futuri, raccogliendo il presente che mi si offre mutevole ed estraneo. Un passo e un evento; un giorno e un incontro.

 Emozioni: tante, forti, nuove… tutte insieme, ravvicinate, condensate in una vita che non riconosco e dalla quale mi lascio sedurre.

Fluttuo, non cammino né corro. Sembra che il suolo non tocchi i miei piedi, e che l’aria mi avvolga come un nido sicuro: esisto, semplicemente, come accade ora e poi ancora e ancora.

 Rannicchiata dentro il mio corpo, sorpresa e un po' spaventata, ma curiosa: mi do coraggio per spostare ancora un passo, fare un gesto, donare un suono. E ascoltare la risposta.

Avverto un senso estraneo di libertà, uno scongelamento inquietante, in una corrente che mi porta al largo. Ho mollato gli ormeggi e mi lascio finalmente portare.

Sorrido al vento che mi sfiora il viso e sposta i capelli con dispetto; spalanco gli occhi su un futuro che ignoro e di cui non mi importa.

 Potrei viaggiare, potrei affondare, potrei smettere di respirare e lasciare che l’acqua sommerga il mio volto ed invada il mio corpo.

 Potrebbe spegnersi il cielo o aprirsi il mondo, potrei rimanere così per sempre. 

Voci, sguardi, parole che rombano dentro me, situazioni vissute e perdute, da una vita ad un’altra, per mille anni in un solo istante.

 Sono qui, dentro me.





domenica 24 ottobre 2021

Lingua Madre

 

  

L’immagine della Monnalisa con le cuffie in testa, il volto di De André sovrapposto all’originale: Lingua Madre è il podcast di Franco Pistono, maestro di musica, letterato e pedagogista. Direi anche poeta e saggista, direi persona brillante e dai vari talenti: uno spirito vivo che ho avuto il piacere di conoscere.

Ogni mercoledì un appuntamento, in una sperimentazione progettata ad un anno, poi vedremo. Franco mi dice che si diverte, che ha il suo angolo operativo che lo attende: il microfono, la sedia, la situazione. Lui che prepara l’inizio e la coda, lui che registra, lui che definisce i canali di rilancio.

Lingua Madre è il titolo stabilito perché questo lavoro nasce dalla passione per la lingua, la lingua madre, che, in quanto lingua e in quanto madre, è generatrice di mondi: pensieri e parole si uniscono nella generazione del senso, ed è proprio a questo che Franco vuol far pensare. Ciò che lo affascina e con cui ci corteggia.

 La sua voce nello sfondo, mentre si uniscono i punti – per usare le sue parole – in un viaggio che scivola intelligentemente tra forme espressive diverse: l’uomo che espone sé stesso, a suo modo, in tempi diversi, parlando di sé. Interessante il connubio di musica, letteratura e scultura: vita che scorre nella sua poesia.

E se l’Antologia di SpoonRiver ha ispirato  De André, il canto di questi riesce a evocare in Pistono un ricordo altro, apparentemente lontano: dalla musica alla danza, alla corporeità statica che rompe gli schemi e si fa movimento, facendo lo spazio in modalità circolare, emotiva, spirituale: la Menade danzante di Scopas, un’opera meravigliosamente moderna che ha visto la luce nel 4 secolo a. c.

 Il suonatore Jones, De André lo chiama per nome perché da solo esprime, incarnandolo, un modo forte di assaporare la vita fino alla consunzione letale, fin quando ”resterà solo un flauto spezzato, ricordi  e nessun rimpianto”.

La terra si mostra nei suoi molteplici aspetti: terra arsa e polverosa che va coltivata, la terra che consente benessere a chi si frega le mani per aver venduto i propri buoi, e la terra che sostiene la danza, smossa dal vortice vivo del tessuto di una gonna: la terra che nutre non solo le membra nelle sue esigenze essenziali, ma arriva fino allo spirito, accendendo memorie e pensieri, emozioni che risuonano dentro esigendo di essere esposte e condivise. La terra che è il cuore, e “non è possibile pensarla migliore”.

Vibrazioni, suoni e movimento svelati in un canto voluto, impellente e conosciuto, un canto che Jones – e con lui tutti noi – non può più smettere di suonare, soprattutto adesso che anche gli altri lo sanno che lui sa suonare, a lui che piace lasciarsi ascoltare

Libertà, libertà di esistere attraverso emozioni, oltre le necessità più stringenti, sulle note di un cuore che vibra.

Franco ci dice con tono fermo che a lui piace accostare suoni e parole, lo fa con senso estetico ed intento educativo: il linguaggio crea mondi, li svela evocandoli, accompagnandoci in quella terra di mezzo tra l’esibito e l’alluso.

Un invito gentile, il suo, a muovere un passo e poi altri ancora, nella danza del tempo che abbiamo per essere uomini.



 



 

 

domenica 5 febbraio 2017

X-MEN



Ieri ho visto un film della Marvel, uno dei tanti sugli X-Men: un genere di film che guardo con piacere, affascinata dagli effetti speciali, sempre più spettacolari e divertenti. Di tanto in tanto mi piace distrarmi con i film "spaccabumbum", come li chiamiamo con gli amici: film dinamici, rumorosi, dalla trama facile ma dagli effetti roboanti. Leggerezza e sorrisi per rilassarsi un pò.

Gli X-Men mi piacciono per lo stesso motivo per cui piacciono ai bambini: individui dotati di super-poteri, in grado di fare cose strepitose, ma un pò limitati dalla incapacità ad una perfetta gestione delle loro virtù. E poi sono personaggi un pò instabili, male integrati nel mondo, poco compresi e percepiti come diversi, da se stessi e dagli altri. 
Insomma, c'è dell'umano in tanta grandezza!

E chi non ha mai avuto esitazioni, dubbi o difficoltà nell'integrarsi con gli altri? Chi non vorrebbe pensare di avere doti particolari, magari ancora inespresse e non comprese che possano compensare l'apparente inettitudine? Come dire: non è facile farmi capire, ma questo accade perché sono speciale.

In effetti le cose stanno così: ognuno di noi, nella sua peculiarità, è speciale, dotato di caratteristiche evidenti, ma anche di talenti non immediatamente percepibili. Noi pensiamo e reagiamo a modo nostro, in modo non sempre comprensibile secondo le coordinate di chi ci osserva.

Ognuno di noi, insomma, ha del potenziale da esprimere e da affinare, da imparare a gestire: ecco il nucleo della differenza, la bella differenza, che fa l'individualità.
Ma siccome in noi vige anche l'istanza alla vita in comune e allo stare insieme, la bella differenza può rivelarsi un problema. Lo vediamo ogni giorno.

Politiche livellanti, quelle del tutto uguale, tutto comune, uno per uno e niente più, se perseguite, contribuiscono ad accrescere un certo senso di sicurezza e di appartenenza, ma tagliano fuori una ulteriore istanza che non è sano reprimere: la creatività che, a sua volta, nella urgenza di emergere, scalpita fino a venir fuori, in un modo o in un altro. 
E così ci risiamo, ricomincia il giro: la diversità, gli squilibri, le tensioni, l'esigenza di un nuovo ordine, di capi che sanno imporre in modo autorevole una stabilità rassicurante.
La storia ci insegna che spesso, a tal fine, l'autorità che fa da padrona è quella instabile creatura prodotta dalla violenza e dalla paura. 

L'autorevolezza, invece, il cui nome è stato tanto a lungo evocato nel tempo come un idolo chimerico di lontana memoria, è un mastice forte, ma lento a formarsi: la sua nascita richiede impegno costante e serio, la sua forza si nutre di ascolto, di motivazione, di osservazione, della capacità di riflettere; soprattutto richiede umiltà, e la disponibilità a mettersi in discussione e rivedere le proprie certezze. 
La forza che ne deriva non poggia quindi nella muscolarità fisica, ma si origina e cresce nel riconoscimento comune del vantaggio sicuro.

Tra i tanti suoi scritti, F. Dostoevskij ha lasciato un piccolo saggio che è stato oggetto di riflessioni accurate e controverse: "L'Ultimo Inquisitore". Attraverso il classico espediente del racconto nel racconto, l'autore ricava una nicchia ulteriore, all'interno della sua ultima opera - I fratelli Karamazov - per presentare al lettore una personalissima visione del concetto di amore. Così, due fratelli discutono alacremente su una storia che uno dei due ha intenzione di scrivere, e che ci espone, attraverso la narrazione, nella sua sofferta complessità.

Il racconto si apre in Spagna, ai tempi della Inquisizione: un periodo doloroso, annebbiato dalle sofferenze e dal fumo dei roghi nei quali migliaia di cosiddetti eretici trovano la fine dei loro giorni. Gesù - ci viene raccontato - decide di scendere in terra, tra i suoi figli, per vedere come se la cavano, anziché attendere - come promesso - che giunga la fine dei tempi. Non è dunque nella gloria del tempo compiuto, che il Figlio di Dio vuol presentarsi ai suoi figli, ma nella durezza di una vita vissuta in un'epoca grigia, che odora di morte e di lacrime amare.

Gesù cammina tra gli uomini, non usa parole, ma la sua forza e il suo amore attirano gente da ogni dove, che si avvicina e lo vuole per sè. Lo lodano, lo cercano, esprimono parole appassionate, finché il Grande Inquisitore dell'epoca lo intravede, lo riconosce e ne ordina l'immediata carcerazione.

Nel corso della notte avviene un dialogo intenso che vede coinvolti carceriere e carcerato, durante il quale i ruoli sembrano ribaltarsi e confondersi sull'onda di una emotività sincera, che si fa crudele e ingenua al contempo.

L'inquisitore, un uomo anziano, dai lineamenti consunti, ha viva negli occhi una luce sinistra: egli ha vissuto e lottato in nome di quel Dio che è rappresentato davanti ai suoi occhi, e che, riconosciutolo, adesso rifiuta, accusa, e bandisce per sempre.

 Egli non tollera quanto le sue parole hanno portato nel mondo: gli uomini son nati deboli, inetti e fragili, e Gesù, ostinandosi a lottare per dare loro la libertà, per enfatizzarne l'istanza, ha creato in essi ancora più turbolenze e dolori di quanti già non ne avessero in sè. A loro è stato promesso "il pane celeste", ma solo in pochi possono davvero raggiungerlo:

"E che colpa ne hanno gli altri, gli uomini deboli, di non aver potuto sopportare ciò che i forti poterono? Che colpa ha l'anima debole, se non ha la forza di accogliere così terribili doni? Possibile che tu sia venuto davvero solo agli eletti e per gli eletti? Ma se è così qui c'è del mistero e noi non possiamo comprenderlo!" *

L'accusa è profonda: il Figlio di Dio si è comportato con i suoi figli in modo crudele, come se li odiasse, come se li avesse creati per irriderli. L'amore diventa presuntuosa vanità del creatore, che non ha saputo cogliere il limite che la terrestrità impone alle sue creature: "stimandolo meno (l'uomo), avresti anche meno preteso da lui, e questo sarebbe stato più vicino all'amore".

Espone l'umana fragilità, l'Inquisitore, e lo fa attraverso una compassione sferzante. 
Gli uomini temono e rifuggono la libertà - ci dice - tanto da esser disposti a poggiarla ai piedi di altri affinché garantiscano, in cambio, una comune illusoria felicità mondana; ma il padre crudele ha risvegliato quel sogno e loro, tra dubbi e tormenti, "non sanno più davanti a chi inchinarsi, non sanno per cosa e come vivere, non sanno a chi donare la loro coscienza." 
La provocazione al risveglio addolora coloro che non sanno seguirla, coloro che vogliono il miracolo, il mistero, pronti ad accogliere l'autorità. 

Gli uomini preferiscono essere illusi ed adeguarsi - ci dice l'autore attraverso le labbra dell'Inquisitore - piuttosto che seguire un cammino faticoso verso una felicità che non sono in grado di guadagnare.

Ed ecco che in questa visione il gesto di amore più grande sembra essere invece ciò che di più odioso un uomo possa fare al suo simile: ingannare e guidare gli uomini verso la propria morte e distruzione, protraendo l'illusione che durante il cammino siano protetti e resi felici. 

L'Inquisitore, nella piena coscienza della mostruosità insita nella strategia sopra descritta, ritenuta per lui inevitabile, vive e consuma in prima persona quello che per lui è il sacrificio più grande che un uomo possa offrire ad un altro, in nome dell'amore universale. 

Un bacio silente tra le due figure sigilla alla fine lo scambio: al vecchio trema un pò il cuore, ma non cambia la sua posizione.


Ed eccola qui: l'autorità. Quella che in cambio di una pace apparente porta via la possibilità di riuscire, perché non consente la prova. Lo fa in nome dell'amore, di una comprensione e di una compassione universale, e soffoca i pochi in funzione dei molti, rende impossibile a tutti afferire alla schiera dei pochi affinché non diventi una schiera dei molti.

La figura del Cristo è stata descritta, nel tempo, in diverse versioni; qui emerge la stessa terribile immagine che la Chiesa Romana ha escluso dalla cultura ufficiale, ma è viva e potente nei vangeli apocrifi

Quel Cristo veniva in terra per dividere, non per unire; spingeva le genti a fare le scelte più dure, ad abbandonare legami, a lasciarsi i morti alle spalle. 
Uomini invitati a fare la scelta, e a non guardarsi più indietro.
 Una scuola per pochi, la sua, per quelli più forti - direbbe l'Inquisitore: nella Vita non c'è spazio proprio per tutti. Amore è selezione, e spinta suprema per coloro che hanno la volontà di ascoltare, e la forza di fare: "a chi ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha" (MT13,12). 

Una visione che ferisce l'animo già grave di chi pure ha commesso atti estremi - l'Inquisitore - e che vorrebbe salvare l'umanità tutta, quasi a riscatto dei morti che si è lasciato alle spalle.

Dostoevskij era un uomo infelice, che ha molto sofferto, che ha vissuto "nella casa dei morti", ha studiato i suoi simili, riportando su carta quanto aveva osservato e donandolo al mondo come suo testamento - un testamento prezioso. 
E forse è davvero così: l'uomo cerca miracoli, invoca l'autorità, e teme la libertà.

 Ma non ogni uomo. 

Piuttosto non sa riconoscerla, la libertà, non sa usarla, e non sa comprenderne il senso. A volte preferisce davvero non farlo. Ma alcuni avvertono in sè una spinta profonda, e patiscono la strenua ricerca di risposte diverse, quelle che consentano loro di saper cosa fare della propria esistenza, e di riceverne, infine, nell'intimo proprio quel sano, personale, ed egoistico godimento.

La "libertà" assume per tali uomini il senso del fare, nel rispetto di ciò che la natura comanda. Ad ognuno per sè, in maniera diversa, tra spini e ruscelli.

La stessa esigenza a cui son rivolti quei bimbi, che vorrebbero avere i super-poteri di uomini strani, veri mutanti, ovvero individui liberi di uscire e rientrare dalle forme (e dai modi) consuete attraverso talenti che si trovano dentro, e che non sanno bene gestire.
Poteri, talenti per fare di più e per fare in modo migliore.

Le istanze devono esser seguite, e vanno affinate: esiste una scuola per farlo, e inizia in ognuno di noi.
Comincia dai sogni.

Non si può rinunciare alla vita: l'amore per gli altri deve partire innanzitutto da sè: se imparo a trovare me stesso son pronto ad incontrare anche gli altri.



  • F. M. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Garzanti, Milano, 1979, vol. I, pagg. 263 e 282.
  • il testo lo trovate cliccando qui








martedì 8 marzo 2016

08 marzo 2016


E arriva l'8 marzo, inevitabile appuntamento con fiori minuti, polemiche e luoghi comuni.

Uomini che fanno gli auguri alle donne (ma auguri per cosa?), donne che si scambiano baci e rametti di mimosa comprati tristemente al semaforo o strappati da qualche pianta qua e là.

E poi le femministe e le antifemministe, e chi, nauseato, rifiuta di toccare l'agomento.

Le vetrine delle pasticcerie ostentano torte rotonde e biscottini gialli, tutti zucchero, panna e coloranti... Una vera botta di vita, l'8 marzo!

Ma non è ancora passato di moda?

Nemmeno quest'anno, in cui la mitezza del clima ha favorito l'anticipata fioritura degli alberi dalla bionda chioma, liberando nell'aria - senza alcun rischio- il dolce richiamo all'abuso, quei rami più bassi malamente strappati... Bellezza vitale recisa per qualche ora di ravvicinata ammirazione contemplativa (?), per qualche distratta annusata da chi vive quel rito con stanchezza annoiata...?

   Andiamo, gente, l'albero che fiorisce vicino alla mia abitazione è già lasso!! Il suo biondo cappello è brunito, le belle palline giallette ormai svaporate. Anche l'odore non è più affascinante, non accoglie più il mio rientro serale con fresca allegria. Mica vorrete donare qualcosa ormai privo di linfa per fare bella figura??

E poi... Ma sapete perchè recitate quel gesto ogni anno? Perchè in quella data?

Se lo chiedete a voi stessi o ai vostri compari, la risposta più comune che potrete ottenere è di gran lunga la più banale: un giorno speciale (ovvero un giorno scelto a caso, uno come un altro, in sintesi) vi sentirete dire, nato per ricordare che le donne hanno il diritto di essere rispettate!
 Un pò come la festa della mamma, quella del papà... Quella degli innamorati, insomma!

Si, appunto... Una festa commerciale, istituita per vendere fiori, cioccolatini e torte rotonde a forma di fiore...

Ma la storia parte da lontano, e ha la veste a stelle e strisce dei cugini americani. Eh già, questi americani... Sempre i primi, e sempre i migliori!

Agli inizi del 900, in America appunto, fu dedicata una giornata ad una manifestazione in favore del diritto del voto politico delle donne, e fu fissata nell'ultima domenica di febbraio.
  Rapidamente l'iniziativa venne imitata in tutta Europa, e ripetuta annualmente per un pò, in date diverse per ogni paese.

E allora, perchè l'8 marzo? E perchè le mimose? Si tratta di un bel fiore, certo...

Russia, 8 marzo 1917: ecco la data che sancisce l'inizio ufficiale della rivoluzione (la Rivoluzione Russa di febbraio, per la precisione).

 In quella data un corteo di donne coraggiose sfilò per chiedere la fine della guerra. Un corteo che  richiamò altre azioni simili da parte di donne forti e temerarie, amanti della vita e stanche dell'orrore.
             E signori, in quegli anni, in Russia, non è che le donne vivessero in condizioni di agiata libertà intellettuale e operativa! Avete mica letto un pò di letteratura del luogo, per caso?

Così, in seguito, la Seconda Conferenza delle donne comuniste - siamo nel 1921, a quattro anni dagli eventi descritti- fissò l'8 marzo come "giornata internazionale dedicata alla donna operaia"...Giornata che ogni paese comunista era tenuto a celebrare (in Italia la data fu spostata, chissà perchè, alla prima domenica successiva, il giorno 12).

 Ma si trattava di una festa comunista, pertanto l'Italia non le diede importanza per tutto il famoso "Ventennio"... Finchè, nel 46, le signore filocomuniste non tornarono a farsi sentire, coi loro slogan e la loro voglia di esserci.

E soprattutto, con i primi voti che le donne poterono esprimere in politica.

Nel 77, poi, quando la sottoscritta aveva da poco compiuto i 4 anni, le Nazioni Unite promossero la celebrazione della ricorrenza della ormai definita Festa della Donna presso tutti gli stati membri.

La natura del fiore prescelto a simboleggiare ed adornare l'evento rispecchiava l'originale spirito comunista, trattandosi di un  fiore campagnolo, facile da trovare e, quindi, di poco costo... Accessibile a tutti.

A me piaceva quel giorno, quando ero piccola. Mio padre portava un fascio di fiori gialli alla moglie, e sempre un rametto per me. Mi faceva sentire importante.
Quanto al significato di quel dono... Non lo conoscevo e nemmeno mi importava. In casa, la politica, non era argomento di conversazione. Tanto meno con una bimbetta educata secondo i dettami di una decaduta e surreale aristocrazia di altri tempi.

Sono cresciuta e ho iniziato a fare domande, a riflettere, a elucubrare, a discutere... E quella data ha iniziato a provocare in me un forte senso di disagio e di rabbia: donne orgogliose di veder dedicato loro uno spazio di 24 ore ogni anno, 24 ore in un anno per esser riconosciute come esseri viventi di pari diritto con i compari dell'altro sesso.

Ma dico...Le donne russe, nel 1909, non vi hanno insegnato nulla?

Loro non ricevevano pallini di polline, come riconoscimento della loro forza e del loro valore, della loro pretesa di esistere...Loro ricevevano pallini di piombo!!

Tutto si perde, si dimentica e si confonde... Assumendo le odiose quanto inevitabili invadenti connotazioni commerciali...
Quante donne, annusando il rametto giallino che tengono in mano, ne conoscono il richiamo storico?
Si limitano a dire, cinguettando allegre e festose, che è proprio un bel giorno, quello in cui si riconosce al gentil sesso il permesso di esistere come persone...

Uno spazio di 24 ore l'anno, durante il quale poter liberamente uscire solo tra donne (quale legge lo vieta negli altri giorni dell'anno, francamente mi sfugge), e abbandonarsi, finalmente in libertà, legalmente, a frenetici quanto rari piaceri lussuriosi.

 E pensare che le donne dell'antica Grecia utilizzavano uno spazio molto ma molto più esteso delle 24 ore suddette, in onore di sè, della vita e della divinità bacchica...Come dire: con la benedizione del cielo e per grazia divina!!

E le donne di oggi, davanti a quel fiore, ricevendo gli auguri, sorridono e parlano usando espressioni e parole curiose per dire che si, finalmente, si vive l'emancipazione.


Roma, 08 marzo, 2016