Ieri
ho visto un film della Marvel, uno dei tanti sugli X-Men: un genere di film che guardo con piacere, affascinata
dagli effetti speciali, sempre più spettacolari e divertenti. Di
tanto in tanto mi piace distrarmi con i film "spaccabumbum",
come li chiamiamo con gli amici: film dinamici, rumorosi, dalla trama
facile ma dagli effetti roboanti. Leggerezza e sorrisi per rilassarsi
un pò.
Gli
X-Men
mi piacciono per lo stesso motivo per cui piacciono ai bambini:
individui dotati di super-poteri, in grado di fare cose strepitose,
ma un pò limitati dalla incapacità ad una perfetta gestione delle
loro virtù. E poi sono personaggi un pò instabili, male integrati
nel mondo, poco compresi e percepiti come diversi, da se stessi e
dagli altri.
Insomma, c'è dell'umano in tanta grandezza!
E
chi non ha mai avuto esitazioni, dubbi o difficoltà nell'integrarsi
con gli altri? Chi non vorrebbe pensare di avere doti particolari,
magari ancora inespresse e non comprese che possano compensare
l'apparente inettitudine? Come dire: non è facile farmi capire, ma
questo accade perché sono speciale.
In
effetti le cose stanno così: ognuno di noi, nella sua peculiarità, è
speciale, dotato di caratteristiche
evidenti, ma anche di talenti non immediatamente percepibili. Noi
pensiamo e reagiamo a modo nostro, in modo non sempre comprensibile
secondo le coordinate di chi ci osserva.
Ognuno
di noi, insomma, ha del potenziale da esprimere e da affinare, da
imparare a gestire: ecco il nucleo della differenza, la bella
differenza, che fa l'individualità.
Ma
siccome in noi vige anche l'istanza alla vita in comune e allo stare
insieme, la bella differenza può rivelarsi un problema. Lo vediamo
ogni giorno.
Politiche
livellanti, quelle del tutto uguale, tutto comune, uno per uno e
niente più, se perseguite, contribuiscono ad accrescere un certo
senso di sicurezza e di appartenenza, ma tagliano fuori una ulteriore
istanza che non è sano reprimere: la creatività che, a sua volta,
nella urgenza di emergere, scalpita fino a venir fuori, in un modo o
in un altro.
E così ci risiamo, ricomincia il giro: la diversità,
gli squilibri, le tensioni, l'esigenza di un nuovo ordine, di capi
che sanno imporre in modo autorevole una stabilità rassicurante.
La
storia ci insegna che spesso, a tal fine, l'autorità che fa da
padrona è quella instabile creatura prodotta dalla violenza e dalla
paura.
L'autorevolezza, invece, il cui nome è stato tanto a lungo
evocato nel tempo come un idolo chimerico di lontana memoria, è un
mastice forte, ma lento a formarsi: la sua nascita richiede impegno
costante e serio, la sua forza si nutre di ascolto, di motivazione,
di osservazione, della capacità di riflettere; soprattutto richiede
umiltà, e la disponibilità a mettersi in discussione e rivedere le
proprie certezze.
La forza che ne deriva non poggia quindi nella
muscolarità fisica, ma si origina e cresce nel riconoscimento comune
del vantaggio sicuro.
Tra
i tanti suoi scritti, F. Dostoevskij ha lasciato un piccolo saggio
che è stato oggetto di riflessioni accurate e controverse: "L'Ultimo Inquisitore". Attraverso il classico espediente del racconto nel
racconto, l'autore ricava una nicchia ulteriore, all'interno della
sua ultima opera - I fratelli Karamazov - per presentare al
lettore una personalissima visione del concetto di amore. Così, due
fratelli discutono alacremente su una storia che uno dei due ha
intenzione di scrivere, e che ci espone, attraverso la narrazione,
nella sua sofferta complessità.
Il
racconto si apre in Spagna, ai tempi della Inquisizione: un periodo
doloroso, annebbiato dalle sofferenze e dal fumo dei roghi nei quali
migliaia di cosiddetti eretici trovano la fine dei loro giorni. Gesù
- ci viene raccontato - decide di scendere in terra, tra i suoi
figli, per vedere come se la cavano, anziché attendere - come
promesso - che giunga la fine dei tempi. Non è dunque nella gloria
del tempo compiuto, che il Figlio di Dio vuol presentarsi ai suoi
figli, ma nella durezza di una vita vissuta in un'epoca grigia, che
odora di morte e di lacrime amare.
Gesù
cammina tra gli uomini, non usa parole, ma la sua forza e il suo
amore attirano gente da ogni dove, che si avvicina e lo vuole per
sè. Lo lodano, lo cercano, esprimono parole appassionate, finché il Grande Inquisitore dell'epoca lo intravede, lo riconosce e ne ordina
l'immediata carcerazione.
Nel
corso della notte avviene un dialogo intenso che vede coinvolti carceriere e carcerato, durante il quale i ruoli sembrano ribaltarsi e
confondersi sull'onda di una emotività sincera, che si fa crudele e
ingenua al contempo.
L'inquisitore,
un uomo anziano, dai lineamenti consunti, ha viva negli occhi una
luce sinistra: egli ha vissuto e lottato in nome di quel Dio che è rappresentato davanti ai suoi occhi, e che, riconosciutolo, adesso rifiuta, accusa, e bandisce per sempre.
Egli non tollera
quanto le sue parole hanno portato nel mondo: gli uomini son nati
deboli, inetti e fragili, e Gesù, ostinandosi a lottare per dare
loro la libertà, per enfatizzarne l'istanza, ha creato in essi
ancora più turbolenze e dolori di quanti già non ne avessero in sè. A loro è stato promesso "il pane celeste", ma solo in pochi
possono davvero raggiungerlo:
"E
che colpa ne hanno gli altri, gli uomini deboli, di non aver potuto
sopportare ciò che i forti poterono? Che colpa ha l'anima debole, se
non ha la forza di accogliere così terribili doni? Possibile che tu
sia venuto davvero solo agli eletti e per gli eletti? Ma se è così qui c'è del mistero e noi non possiamo comprenderlo!" *
L'accusa è profonda: il Figlio di Dio si è comportato con i suoi figli in
modo crudele, come se li odiasse, come se li avesse creati per
irriderli. L'amore diventa presuntuosa vanità del creatore, che non
ha saputo cogliere il limite che la terrestrità impone alle sue
creature: "stimandolo meno (l'uomo), avresti anche meno preteso
da lui, e questo sarebbe stato più vicino all'amore".
Espone
l'umana fragilità, l'Inquisitore, e lo fa attraverso una compassione
sferzante.
Gli uomini temono e rifuggono la libertà - ci dice - tanto
da esser disposti a poggiarla ai piedi di altri affinché
garantiscano, in cambio, una comune illusoria felicità mondana; ma
il padre crudele ha risvegliato quel sogno e loro, tra dubbi e
tormenti, "non sanno più davanti a chi inchinarsi, non sanno
per cosa e come vivere, non sanno a chi donare la loro coscienza."
La provocazione al risveglio addolora coloro che non sanno seguirla,
coloro che vogliono il miracolo, il mistero, pronti ad accogliere
l'autorità.
Gli uomini preferiscono essere illusi ed adeguarsi - ci
dice l'autore attraverso le labbra dell'Inquisitore - piuttosto che
seguire un cammino faticoso verso una felicità che non sono in grado di guadagnare.
Ed
ecco che in questa visione il gesto di amore più grande sembra
essere invece ciò che di più odioso un uomo possa fare al suo
simile: ingannare e guidare gli uomini verso la propria morte e
distruzione, protraendo l'illusione che durante il cammino siano
protetti e resi felici.
L'Inquisitore, nella piena coscienza della
mostruosità insita nella strategia sopra descritta, ritenuta per lui inevitabile, vive e consuma in prima persona quello che per lui è il
sacrificio più grande che un uomo possa offrire ad un altro, in nome
dell'amore universale.
Un bacio silente tra le due figure sigilla
alla fine lo scambio: al vecchio trema un pò il cuore, ma non cambia
la sua posizione.
Ed
eccola qui: l'autorità. Quella che in cambio di una pace apparente porta via la possibilità di riuscire, perché non consente la prova. Lo fa in nome dell'amore, di una comprensione e di
una compassione universale, e soffoca i pochi in funzione dei molti,
rende impossibile a tutti afferire alla schiera dei pochi affinché
non diventi una schiera dei molti.
La figura del Cristo è stata descritta, nel tempo, in diverse versioni; qui emerge la stessa terribile immagine che la Chiesa Romana ha escluso dalla cultura ufficiale, ma è viva e potente nei vangeli apocrifi.
Quel Cristo veniva in terra per dividere, non per unire; spingeva le genti a fare le scelte più dure, ad abbandonare legami, a lasciarsi i morti alle spalle.
Uomini invitati a fare la scelta, e a non guardarsi più indietro.
Una scuola per pochi, la sua, per quelli più forti - direbbe l'Inquisitore: nella Vita non c'è spazio proprio per tutti. Amore è selezione, e spinta suprema per coloro che hanno la volontà di ascoltare, e la forza di fare: "a chi ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; e a chi non ha sarà tolto anche quello che ha" (MT13,12).
Una visione che ferisce l'animo già grave di chi pure ha commesso atti estremi - l'Inquisitore - e che vorrebbe salvare l'umanità tutta, quasi a riscatto dei morti che si è lasciato alle spalle.
Dostoevskij
era un uomo infelice, che ha molto sofferto, che ha vissuto "nella casa dei morti", ha studiato i suoi simili, riportando su carta quanto aveva osservato e donandolo al mondo come suo testamento - un testamento prezioso.
E forse è davvero così: l'uomo cerca miracoli, invoca l'autorità, e teme la libertà.
Ma non ogni uomo.
Piuttosto non sa
riconoscerla, la libertà, non sa usarla, e non sa comprenderne il senso. A volte preferisce davvero non farlo. Ma alcuni avvertono in sè una spinta profonda, e patiscono la strenua ricerca di risposte diverse, quelle che consentano loro di saper cosa fare della propria esistenza, e di riceverne, infine, nell'intimo proprio quel sano, personale, ed egoistico godimento.
La "libertà" assume per tali uomini il senso del fare, nel rispetto di ciò che la natura comanda. Ad ognuno per sè, in maniera diversa, tra spini e ruscelli.
La stessa esigenza a cui son rivolti quei bimbi, che vorrebbero avere i super-poteri di uomini strani, veri mutanti, ovvero individui
liberi di uscire e rientrare dalle forme (e dai modi) consuete attraverso talenti
che si trovano dentro, e che non sanno bene gestire.
Poteri, talenti per fare di più e per fare in modo migliore.
Le
istanze devono esser seguite, e vanno affinate: esiste una scuola per
farlo, e inizia in ognuno di noi.
Comincia
dai sogni.
Non
si può rinunciare alla vita: l'amore per gli altri deve partire
innanzitutto da sè: se imparo a trovare me stesso son pronto ad incontrare anche gli altri.
F.
M. Dostoevskij, I
fratelli Karamazov,
Garzanti, Milano, 1979, vol. I, pagg. 263 e 282.
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