Il Mio Blog non vuole essere un monologo, ma un invito all'incontro: pertanto sono graditi i commenti e il succedersi degli scambi che ne conseguono.
Buona lettura!

giovedì 19 novembre 2015

Story Telling



 Watzlavich diceva che non e' possibile non comunicare, e che comunicare e' inevitabilmente agire.

Da sempre, la forma privilegiata della comunicazione e' il raccontare...

 Cosa sottende un racconto? Quali immagini usa e quali produce?
 Perche' ci interessa, e in che modo lo fa?

In quale misura, raccontar storie non e' solo "raccontar storie"?

Un piccolo saggio composto da me....






Buona lettura!

venerdì 25 settembre 2015

RIMBALZO



Piove, e si nutre la terra vestita di verde in un respiro frizzante di vita.

     Annuso il vento che porta notizie, e le osservo, già attese, arrivare.

Il telefono squilla, l'acuta voce femminea di chi sai che mi piace esibisce un saluto impacciato, e  lo scroscio vibrante di un'ansiosa euforia. Ed eccolo,  l'invito nervoso allo scontro, sparato con foga e mischiato ad elogi e gratitudine vana.
  Impertinente aggressione che si addice ai tuoi modi di astuzia fasulla.

Hai sbagliato l'azione, ed ora, sul palco, sei nudo.

E brucia quel faro sul volto, che ti mostra così come sei. E ti espone, oramai, nei tuoi falsi solfeggi.
   Colpire, bisogna, rispondere a tono e distorcere ancora il pensiero...Raccontare buglie!

    Continui ad usare chiunque tra te e la persona che neghi a te stesso. Disdegni chi usi, non pesi la nebbia che produci d'intorno, perchè è quella che hai dentro di te.
    La tua voce risuona arrochita nella confusione di chi la riporta senza nemmeno capirlo. Un messaggio che è sempre lo stesso: l'infantile vagito dei molti dai quali ti dici distante.

   Tu prendi e non dai, la risatina fasulla e i vuoti commenti che riempiono il tempo. Ha riflesso il mio sguardo la tua falsità, condanno la rapina maldestra; tu giochi la vita degli altri, mostrando di te ciò che non ti appartiene.

   Per te odioso chi ti lascia per strada, chi non plaude quel re,  soltanto un giullare di corte, che imita male tutto ciò che non vive.
     Emani tristezza e accendi con la tua villania il disprezzo che, solo, produci a te stesso.

Sei rimasto laggiù, non ti vedo nemmeno.

Perchè insisti ad urlare con la voce di altri?

La vita ha un suono migliore e vince ancora sul mondo, mentre pulisce la terra con l'acqua che scende, veemente, dal cielo.


  Hai detto che ti piace il mio canto...Allora gioisci, perchè questo è composto per te!





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lunedì 14 settembre 2015

L'Autenticità




Esistono i Falsi d'autore, imitazioni dell’arte, eseguite con tale maestria da ottenere esse stesse grande valore. La bravura di chi esegue codesti lavori è distante pero' da quella dei veri Maestri.
“Esistono diversi modi per indicare questi artisti, che sembrano dimostrare abilita' 'copiando' oggetti, figure, colori, scene, tempi addirittura remoti e poco attuali. Copista è anche soprannome di artista, che esercita arte 'non nuova', ma di 'tema' classificato e riferito alla storia. Sono opere ripetute, dei falsi che ripetono in tutto o in parte 'modelli e schizzi figurativi' prestabiliti, e osservanti canoni affermati.”: da Wikipedia la definizione veloce, che allude al valore che l'opera assume grazie all'abilita' dell'artista, sia pure egli stesso imitatore di un altro. Ripetitori di talento, insomma, i Copisti.
Diverso va per i Copioni, ripetitori ignoranti di qualcosa prodotto da altri, che non sanno nemmeno gestire. Quante volte, sui banchi di scuola, e' accaduto che lo studente scadente abbia trascritto, dopo averlo abilmente spiato, il lavoro di chi gli sedeva accanto, al fine di spacciarlo per proprio e vantarsi di competenze realmente mai acquisite. O per nascondere il fatto, per lo piu' imbarazzante, di non averne acquisita proprio nessuna.
Il copione, in gergo teatrale, e' anche quel foglio che espone le frasi e i sospiri che l'attore dovra' recitare. Battute scritte da altri, che egli deve imparare e far sue perche' ciò che espone possa suonare decente. Si tratta pero' qui di un lavoro prodotto per altri, proprio per loro. Non si da' ruberia. Non avviene scorretto sopruso. Per quanto anche qui poco sia originale, l'attore fa questo: rappresenta qualcosa coi modi piu' propri. Un po' come il Falso d'autore.
Ci son poi i roditori: viventi capaci di rosicchiare quanto interviene nel loro cammino. Ma qui l'arte non c'entra. Diremo piuttosto che l'evocazione di topi affamati produce in chi osserva un senso sgradito di repulsione. I ratti muovono in ambienti fognari, pieni di sporco e di orribili odori, e nessun individuo sano di mente vorrebbe trovarsene accanto.
I filosofi hanno evocato l’Autenticita'. L'etimo manda a chi e' se stesso all'interno di se' (autos enton), colui che non mente nel proporre all'esterno qualcosa che dissimula o cela il suo modo interiore.
E qui la questione.
Diciamo di qualcuno che e' “falso”, ossia che si pone in modo scorretto, ma non indaghiamo rispetto a chi stia esercitando la sua falsita'. Colui che si fa adulatorio verso chi mostra il proprio prestigio, potrebbe esser falso con l'altro, ma non nei confronti della propria persona. S'egli, infatti, ha la particolare tendenza a mentire per ottenere risultati nascosti, nel momento in cui esercita le sue qualita' rappresenta onestamente se stesso. 

Egli e' autentico rispetto al suo modo. Un modo che bello non è.

  Cosi' il frutto col nome di pigna. Una volta assaggiato penserete di avere ingollato la dolcissima polpa di quel frutto goloso dal colore rubizzo: la fragola, appunto. Ma il frutto mangiato e' piu' grosso, dalla buccia piu' dura e dal colore diverso. Non e' il frutto che mente, ma l'immagine evocata dal gusto che e' entrato in contatto con noi.
Viviamo in un mondo di piccole storie, ognuno ha la propria illusione. Un'immagine in corsa che evolve e si smonta, e che per noi e' totalmente reale. Per ognuno di noi un sogno diverso, nel quale e dal quale riemergo dimentica, a volte, di fare attenzione.
Che cosa ci orienta? Cosa filtra i nostri pensieri? Cosa induce le nostre emozioni? Chi è che guida, infine, le nostre movenze?
Un sospiro, uno strillo… Un senso di gioia o di umiliazione cocente. L'idea soffocante di un mondo finito in contrasto contro l'ampio respiro di una giornata brillante. Questo il fenomeno.
Emozioni dirigono il fare. Azioni orientano il mondo. Diciamo semplicemente "individui". Ma quanti in ognuno? Quanto è tradito e tradisce; quanto è appreso e sorprende? Livelli diversi. Piani d'esistenza coevi in contrasto: si annullano insieme, scambiandosi il luogo. E basta spostare lo sguardo, una semplice mossa di ciglia e poi sfuma. Lo cogli, ti sposti e c'è altro. Come non fosse mai davvero esistito, eppure permane. Ma tu non cogli quell’ombra…La distrazione. Non esiste perdono.
La mossa sbagliata rende matto il tuo re. Un passo più in qua, un conto sbagliato, l’informazione che manca...Ignoranza. Non esiste perdono.
Fuori tempo il mio gesto, fuori luogo il mio verbo…L'errore. Non esiste perdono.
Se cloni la scheda e rubi l'altrui, uccidi il suo tempo e gli accorci la vita…Malversazione.

Nel dolo patente non esiste perdono e la vita ti uccide.

Uno spazio racchiuso composto da quadri alternati: uno bianco, uno nero. Un esercito intero che si crede nemico a se stesso, divorandosi piano e con arte sottile.
Pupazzi.
Ogni pezzo va giù, qualcosa sembra cambiare, nella lenta avanzata. Rimane ben poco. Soltanto un gioco di morte in uno spazio ristretto.

   Ma ho colto nel rovo una piccola mora: lucido insieme di chicchi perfetti e minuti, dal limpido aroma di un turgore vitale. E il succo violaceo che scorre nel palmo della mia mano, col sole che inebria come il suo delicato profumo.
L'arietta gentile su me, invisibile e fresca: il saluto della stagione che cambia nella luce diversa, e l'odore dell'erba bagnata di pioggia.
Cammino tra i sassi lavati dall'acqua, e tendo le braccia tra i rovi. Tra le spine il tesoro, succoso e odoroso…Un cuore di linfa e di sole, piccolo premio per aver sorriso alla vita. 



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martedì 25 agosto 2015

ONIROCRITICA



Inserisco nel blog questo breve saggio che ho composto di recente. Si tratta di una storia dell'interpretazione dei sogni, un breve excursus di come si sia avvicendato l'interesse dell'umanita' nei confronti dell'onirocritica, fino al tempo della cosiddetta "moderna psicologia": dai babilonesi a Jung, in sostanza.
Mi sono impegnata  nella realizzazione di questo trattatello per una serie di motivi. Il primo in assoluto e' legato alla domanda che mi sono posta spesso: perche' tutti parlano dei sogni che fanno, tutti vogliono comprenderne il significato...Ma poi, ogni volta che si espongono, lo fanno con un senso di imbarazzo e di vergogna? Si, come se parlare di questo interesse denunciasse una stupidita' infantile.
    Ero gia' informata del fatto che in passato la lettura dei sogni veniva svolta da figure professionali ritenute di grande valore. E tra chi ha saputo leggere i sogni c'e' stato anche chi ha ottenuto importanti onorificenze dai potenti di turno, tanto era il vantaggio dovuto alle informazioni trasmesse...
Dunque cosa e' successo? Perche' si e' smesso di parlarne? Eppure tutti noi produciamo sogni di continuo, di notte e di giorno, ad occhi chiusi ma anche ad occhi aperti, in certe situazioni..
Mi sono messa a cercare, a frugare nell'antichita', a spulciare documenti e testi, ad interrogare filosofi e scienziati di un tempo passato, il nostro tempo passato...E ho trovato una risposta. C'e' stato un momento storico durante il quale conveniva impedire la circolazione e la diffusione di certe informazioni, e di certe attivita'. Un tempo in cui non era conveniente al potere del momento che alcuni strumenti rimanessero disponibili, e che certe convinzioni permanessero radicate nelle abitudini della popolazione.
   Un tempo in cui e' stato piu' opportuno far sintonizzare l'attenzione delle genti su canali diversi, ben organizzati e ben presentati...
  E questa, in realta', e' la storia di sempre. Nei secoli sono stati utilizzati contenuti, forme e tempi differenti, ma il processo di condizionamento e di ipnosi e' sempre passato attraverso l'informazione. E la contro-informazione.  Cosi' alcune immagini vengono sovrapposte ad altre, l'intuizione e la razionalita' son divenute due nemici che si contendono il dono della conoscenza (anziche' esser riconosciute ed apprezzate nella loro complementarita'), i sogni personali vengono soverchiati da quelli di altri, appositamente confezionati in funzione di un preciso obbiettivo. E sapientemente inoculati, fino a che non vengono accolti in modo inconsapevole ed ingenuo...(in modo addirittura entusiastico, direbbe Z. Bauman).

 L'informazione e' uno strumento potente, e c'e' chi questo lo ha capito, e sa come avvalersene.
 E c'e' chi permette che questo strumento venga utilizzato a proprio discapito.

Con il lavoro qui presentato mi propongo di offrire un sintetico sguardo a cio' che la tradizione riporta sul tema: tanta umanita' ha riconosciuto l'utilita' e l'importanza di quanto il sogno comunica a chi lo produce. E' affiorata una storia interessante, e sono felice di condividerla, perche' riflette la mia stessa convinzione, che alimento nel quotidiano attraverso sperimentazione continua.
 E a differenza di molti, ne parlo senza imbarazzo, perche' il rispetto e l'ascolto delle suddette personalissime rappresentazioni ha cambiato la mia vita.
E continua a farlo ogni giorno, con crescente personale soddisfazione.

Vi auguro pertanto una felice lettura!


Riflessioni sull'onirocritica



sabato 1 agosto 2015

Cicale


Domina un suono serrato e compatto, che sa di vibrante e corale euforia: potente ovazione alla vita! 

Apro gli occhi al mattino, sospinta da un'onda vitale, un chiasso vivente di fresca armonia.
Cicale, che cantano insieme, con forza crescente. Che scandiscono il tempo dell'azione diurna. Sfondo vivace ai monotoni gesti continui, alle parole esternate, alle espressioni facciali.

Io transito, estranea, nell'aria e nel mondo.
 Cammino da sola in un flusso di storia, abitato da altri. Vicini, diversi, un pò strani...Mi sorridono o no, mi rivolgono maschere più o meno gradite. E come in un sogno, io avanzo. Ed osservo, ascoltando tutto ciò che m'impatta. Come nel lento fluire di un film, continuo e ovattato, latore di un senso che a volte mi sfugge, e cela se stesso  in momenti diversi.

E scivola il filo infinito di giochi e rumori, di mosse e pensieri, nel quale io viaggio, guardandomi intorno. E sgrano i miei occhi, spalanco gli orecchi isolandomi, alfine, ogni giorno di più.
Sorprendo me stessa che osservo, sgomenta, chiedendomi infine che cosa ne penso.

Familiare, distante e confuso si espone ogni giorno l'ambiente  nel quale anche gli altri si muovono, seri e divisi, spingendosi sempre, e toccando in se stessi gli umori degli altri. E si scambiano suoni, raccontano sogni, attendono eventi ma non ascoltano nulla. 

Procedono lenti, con ritmi dettati, obbedienti e arrabbiati...A volte un pò spenti, tra slogan convulsi e immagini estranee.
L'atmosfera é un pò grave, il vento non corre, una bolla impudente protegge l'acquario, ed occhi non visti trafiggono il vetro. 
Noi dentro, osservati, eppur ciechi. Noi soli, ma insieme ammucchiati, in un gioco di intrecci e situazioni confuse: il groviglio di azioni che ordisce un tessuto di brutta ma fine fattura, dai colori sgargianti.

Cicale, la' fuori, ci gridano contro, immerse nell'aria e nel caldo, tra i campi e le foglie di una vita che si vuole reale. Colonna sonora di un sogno complesso che tutti viviamo, ognuno a suo modo. 

Qualcuno domanda, qualcuno si guarda...Io vado e cammino, ispirata dal canto della stagione dorata. Ma parlo coi volti e sfioro le dita, respiro la stasi di chi si accontenta, e scrollo l'offesa di chi ha già ceduto. 

Le cicale, che piccoli insetti! Più minuti di noi. Rimangono in vita una sola stagione, e invadono l'aria col loro frinire.. Esistono insieme, ognuna per se', e accendono il giorno con forza verace. 
Le ascolto e sorrido, perché risvegliano in me una gran voglia di fare.

mercoledì 22 luglio 2015

La sfida


Raccolgo l'invito di Mauro e rispondo alla sfida. 

...Entrando nell'inconscio negativo femminile...


 C'era una vecchia, che stanca nel corpo,
voleva pur vivere antichi piaceri.
Quei giochi e quei lazzi, che spesso osservava, ben poco viveva, e molto soffriva!
Di giovani donne un pò si serviva per mettere in moto l'esigenza lasciva.
E donne e fanciulle, ignare del modo, a sé avvicinava e poi se le usava.
Uomini e donne, in miope furore, l'un l'altro scambiavano sensualissime ore.
Ma dopo una volta e poi un'altra ancora
Il corpo mollava la triste signora.
Scavata nel volto, svuotata nel corpo, tra lacrime tante,  mai piu' lei riusciva a sentire l'amante...
Lui pure non ride, ma solo si siede, e triste nel cuore non sente più amore.
La vecchia ha mangiato ma senza godere, e dondola lento il suo grosso sedere,
che parla e che chiama le povere genti a perder se stesse tra i molti viventi.
La bimba all'amica, guardando il diario risponde all'invito che crea il suo divario.
A dir, prima, mi piace tra foto ed inviti, ella spinge quel fuoco che accende la brace.
La gara abbia inizio, dalla vecchia col vizio, a chi tra le tante sembrera' la più aitante!
E lungo è il serpente che striscia rasente, vicino allo sguardo di chi é indifferente.
La mela rifiuta, ed il sacco di juta, chi veglia la notte nel suo immantinente.  Denuncia la vecchia, poi spezza la scopa. E sfuma la gara infelice
che in vita assai poco si addice.

domenica 12 luglio 2015

Prendere un granchio


Diciamo di prendere un granchio per dire, piuttosto, di aver commesso un errore. Con questa espressione, nel gergo normale, si allude a una certezza tradita, e alla delusa emozione che  tosto ne segue. 

Ma il granchio, perché?

È un animale piccino, che si muove al riparo e corre veloce davanti alle insidie. Si sposta slittando di notte, quando il sole e' lontano e i nemici non posson vederlo. Si traveste dei colori del suolo sul quale saltella, che sia l'oro graffiato del lido o la scura tintura rocciosa, e ha occhietti talmente in allerta che sporgono fuori dal suo corpicino.
Per fuggire e' munito di zampette sottili, che un poco da un lato e un poco dall'altro, rendono obliqua l'andatura veloce.
E' armato soltanto di piccole pinze che, a guisa di manine robuste, trattengono il cibo vicino alla bocca. Si difende con quelle da chi vuole affrontarlo, ma se preso da dietro rimane indifeso.

Insomma? Que pasa?

Tutto inizio' in una barca, così si racconta. Quando butti la lenza nel fondo del mare, se senti tirare, ti aspetti un bel pesce. E quindi ti aggrappi al tuo mulinello e cominci, eccitato, a girare. E la preda combatte, cercando la fuga e spingendoti quindi a provare manovre ...Fin quando non esce dall'acqua, a mostrarsi, il bottino. Ma a volte, a dispetto di chi resta in attesa, sul fondo del mare si aggancia un granchietto. Ha fame anche lui, e l'esca piovuta é un invito per tutti!
Scatta il segnale ed il filo va su. Lui muove e s'agita tutto, e tira e si torce cercando di uscirne. Chi é sopra si aspetta un bel pesce, ma a gioco concluso rimane un pò male.

Questo s'intende con tale espressione: confidare in qualcosa che tale non era!
La storia è carina, ma da me mai vissuta quando ero nel mare..Eh si, che ci vado a pescare!

Ahi, ma di granchi ne ho preso in cuor mio!
E la rabbia poi dopo, e che delusione!

Una volta pensavo di avere un'amica. Era un'allegra ragazza, dallo spirito arguto. Un po' appiccicosa, sia pure, e molto loquace. Però a me piaceva, non so bene perché. Aveva cadenza un pò greve, in netto contrasto con la figura stuccata che spesso esibiva: acconciatura perfetta su un trucco studiato, e accessori adeguati. Ma dentro era allegra, e sparava battute inattese.
Purtroppo il suo corpo era gonfio, di cose non dette e di scelte non fatte. E il peso la  schiacciava per terra. Temeva il potere e l'autorità...E, subendo a tal guisa, perdeva se stessa, ogni giorno un tantino. Chiedeva in silenzio il mio aiuto, e io ci ho provato. Le ho dato un battello per sé, e poi l'ho affiancata. Ma le onde le davano noia e gli scogli le incutevan timore...
Io mi accorgevo e fingevo di no, e con me la portavo nel mare agitato. Guidavo il battello da sola mentre lei, lentamente, ritraeva se stessa.
Così le ho parlato, ma con stupido orgoglio ha mentito. All'amica di fuori, che voleva aiutarla, e a quella di dentro, che perdeva ogni giorno il respiro. Lo specchio ridava un'immagine brutta, di chi dice e non fa. Che teme e che trema, con stupidi freni, ma non vuole lasciarlo vedere. Come il trucco ben fatto su un viso che é pallido e smunto.
E lì l'ho perduta.
 Maggiore la tema e scarso il coraggio, é scesa turbata e davvero confusa, rimasta sul greto a guardare, accusando chi invece la voleva con se'.
L'amico è mutato in nemico, parole di odio a demolire chi resta, assoldando alleati a sminuire il valore di chi muove e vuol fare. Di chi, dopotutto, sa fare, rendendo cocente, pur senza intenzione, il fallimento dell'altro.

Un bel granchio, signori, tirato su con la forza dopo tanto provare: la goccia vivace che avevo intravisto s'é spenta, seccata dal corpo pesante di chi non dice e non fa.
E ieri guardavo quel volto pittato, i capelli piegati nel modo più giusto, e lo sguardo umiliato di chi già lo sa: il granchio è un animale piccino, che si muove al riparo e scappa veloce davanti alle insidie; è armato soltanto di piccole pinze che, a guisa di manine robuste, trattengono il cibo vicino alla bocca.

Coraggio non ha.

Rimane sul fondo del mare o su rocce roventi. A volte ci muore, essiccato dal sole. O viene pescato per sbaglio da chi invece si sforza di prendere un pesce.