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mercoledì 6 aprile 2022

La fine del mondo

 

Esco di casa nel silenzio del circondario: chi non è già uscito se ne sta riparato in casa, al calduccio, magari con una tazzina in mano di caffè.  In questa pigra primavera il sole è alto e brilla in risposta alla grandinata gelida del giorno prima.

Allungo il passo sul mattonato, circondata dai suoni armonici degli uccellini, che sono in piena attività nell’aria frizzantina.

 Sfioro la siepe di alloro con le dita e raggiungo la mia auto sul piazzale: pesco il telecomando nella borsa, getto le mie cose alla rinfusa nell’abitacolo, scaldo il motore con solerzia, pigio il tasto della radio e poi tocca al cancello… pochi minuti e sono in strada.

Il sedile è freddo, mi scaldo ripensando alla bella serata trascorsa con gli amici, intanto che la voce, dalla radio, sovrasta i miei pensieri con particolari struggenti sulla situazione della guerra. 

La guerra.

 La guerra è alle porte, dietro casa, vicino a noi. Case distrutte, persone uccise, gente che ha perso tutto, la fame e la disperazione. Armi e combattimenti. 

La guerra è qui.

Se ne accorgono solo adesso, che è qui. E’ sempre stata qui, e lo è stata ancora di più da quando viviamo nella globalizzazione. I confini hanno smesso di essere nazionali molto tempo fa, non sono più fatti di terra e sassi. Direi che non lo sono mai stati.

Gli uomini, esseri vivi che nascono e vivono in uno spazio comune - che è fatto di terra, certo, ma anche di pensiero, di dialogo, di cultura. Che è fatto di sentimenti ed emozioni.

 Il nostro mondo è fatto da noi ed esiste con noi.

La guerra accompagna l’uomo da sempre, ma l’uomo decide di vederla e di indicarla col dito solo in certe occasioni.

I crimini contro l’umanità, tribunali, leader che con espressioni di sorpresa proclamano il loro sdegno… e parlano, parlano, si riuniscono, vanno a consiglio… e la gente continua a morire, chi da una parte e chi dall’altra, in preda alle correnti. 

Qualcuno lo dica: la guerra piace e viene nutrita, lo strumento ottimale per favorire interessi che sono sfuggiti di mano.

La domanda che aleggia è sempre la stessa, da sempre per tutti: a chi giova, perché?

Persone che riescono a fuggire – per dove, poi? – e altre che rimangono lì, nella terra, senza vita. Immagini che fanno il giro del globo, rimbalzando tra gli schermi e i nostri neuroni, riempiono occhi e orecchie, accompagnati dal suono delle sirene e dalle tante parole. Immagini e suoni che abbiamo già visto, che alcuni di noi ricordano per esperienza diretta.

Gli interessi degli uomini sono divenuti interessi altri, di altro, oltre. E l’uomo, che costruisce la guerra, la subisce impotente.  

Creiamo per distruggere e tornare a creare: viviamo in un circolo strano di azioni, reazioni ed azioni contrarie. Esseri stupidi e brillanti, ottusamente piccoli. L’evoluzione è solo un adattarsi.

La morte di un uomo è la fine di un mondo – scriveva qualcuno – e la fine del mondo sta accadendo ogni giorno.

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sabato 18 agosto 2018

Verde

Un prato inzuppato di pioggia, i fili d'erba solleticano i polpacci nella mia goffa andatura su questo tappeto odoroso, che come una spugna rilascia l'acqua ad ogni mio passo. 
Attraverso un campo scomposto, selvatico e verde, verdissimo. Picchiettato dai tenui colori di capolini fioriti, sparsi elegantemente un po' ovunque.

Lì  sopra il cielo e' occupato da gonfie nuvole scure, che assumono forme pompose, e mutano spostandosi via in fretta, seppure ammassate, come un unico e morbido corpo, sospinto dalle fredde correnti dei bizzarri venti montani.
Qui e la' solo brevi schiarite, spade di luce riescono a rompere il muro, a sbucare in transitori pertugi. Va tutto molto veloce, mentre io sono quaggiù, a muovermi lenta sulla terra bagnata. 

E osservo i rami del pino, ornati di perle cadenti, attratte dal suolo, e ondeggiano le punte argentate dei salici, che come ogni anno di questo periodo, impreziosiscono le chiome brillando nell'aria con i loro riflessi.

Il grigio che piove dal cielo rende la vegetazione piu' verde, la fa apparire più viva, e avverto come una forza che vibra e percorre  il mio corpo.

Un pomeriggio di fine agosto, in solitario ascolto di ciò che mi accoglie. Se mi avvicino a quella pozza accadrà, lo so bene: le piccole rane vi salteranno dentro veloci, con le lunghe zampe scure e quel musetto appuntito che rimane all'esterno, ad osservare il vasto mondo dell'aria. Fintanto che il pericolo sia contenuto, ovviamente...

E allora mi avvicino pian piano, voglio provare il noto piacere di poterle osservare, immobili, colorate, con gli occhi attenti e quel ritmo costante che danza sotto la gola. Un respiro di vita in un ambiente pulito.

Si accorgono della mia presenza, e lestamente si lanciano in acqua: alcune posso solo sentirle dal tonfo che fanno immergendosi, qualcuna  invece riesco a vederla, nel salto che conduce nel luogo sicuro, proprio a mezz'aria, dove il corpo in verticale inizia a incurvarsi per ridiscendere a terra - o in acqua, più propriamente.
Una squadra di atleti olimpionici!

Ce ne sono di scure, che si mimetizzano bene nel fango, e ve ne sono di color verde  brillante; sono di ogni misura, distribuite nell'erba in ordine sparso. E' difficile distinguere, in tutto quel verde, le snelle figure - di certo non per caso. Sono piccoli viventi, non sono aggressivi... Nuotano, saltano e cantano... In qualche modo dovranno pure proteggersi!

D'estate competono attraverso concerti amorosi,  scavalcandosi agilmente nell'acqua e nel limo. A differenza di me, che ho i vestiti impregnati di pioggia, i capelli bagnati appiccicati sul volto, e la camminata pesante, intanto che passo con passo, fatico a estrarre i miei piedi dal fango spugnoso. 

Ma provo una grande allegria, tra le gocce e le fronde agitate, illuminata da un cielo invasato, e spintonata da questo vento freddo e impietoso, intessuto di accesi lampi incrinati, rumorosi e fugaci.

Procedo con ritmi alternati, in questo mondo vivace, fatto di luce e di anime vive, che suona, a volte in modo un po' greve, il respiro del giorno.
Il giorno che appartiene anche a me.