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giovedì 2 novembre 2017

PEDAGOGIA ESISTENZIALE: SULLE ORME DI DANIELE BERNABEI



Proprio in questi giorni riflettevo su quante persone malate ci sono in circolazione: così tanta sofferenza che trova forma in individui alterati in maniera più o meno visibile, nel corpo o nei comportamenti.

Poi mi sono imbattuta nell’articolo di Daniele Bernabei qui pubblicato, e sono partite in corsa le dita sulla tastiera…

Chi mi segue lo sa: io sono quella che osserva gli altri come comunicanti, laddove ogni atto comunicativo è sempre un comportamento, un fare.

Watzlavick sosteneva che la cosiddetta malattia mentale e' sempre espressione di un modo comportamentale, una risposta ad una provocazione, eseguita secondo criteri non funzionali per il soggetto in un dato contesto: il qui e ora della persona, il suo stare in quell’universo così ben descritto da Bernabei nel testo succitato. 

E’ così: le leggi dell’uomo molto spesso impongono quanto le leggi della natura non contemplano, e chi vi si asserve - sia pure in buona fede - per ignoranza o per paura, si trova poi a far i conti con la Vita, giudice supremo dei nostri modi.

Heidegger utilizzava l’espressione Dasein per indicare l’uomo storico, quell’uomo lì, in quel momento lì, radicato alla terra su cui è nato, e in cui vive, momento per momento, sempre alle prese con la praticità dell’esistere. 
Individui che hanno un tempo limitato ma tanto potenziale da poter sviluppare, chiamati a scegliere se lasciarsi vivere, gettati tra le cose, o se attuare la propria autenticità.

Questa idea di autenticità e di scelta riportano all’incipit della Responsabilità, quella verso cui Bernabei punta il dito quando afferma che “c’è sempre una colpa…Il fatto stesso di mettersi sulla croce, lo fa colpevole”.

Ma come si fa a trovare la propria via? 

Heidegger parlava di una chiamata da parte dell’Essere… Qualcosa che viene da dentro in ognuno di noi, e si appellava all’ambiguo e ricchissimo linguaggio della poesia come espressione esemplare di tale appello, un linguaggio che chiama chiamando in causa tutto l’uomo, non solo “la sua parte razionale”: un linguaggio che parla per immagini e sensazioni… H. ricordava infatti, con Holderlin, che l’uomo abita poeticamente su questa terra.

Ma il linguaggio, per propri limiti strutturali, non è sufficiente a dire quanto può essere solo vissuto in prima persona, ed è qui che i filosofi hanno sempre trovato l’ostacolo…. Una ricerca che si ingolfa per via del limite degli strumenti disponibili.

Ecco che Bernabei ci accompagna in quello che B. Russell definirebbe “il salto di livello logico”, ossia ci sposta in una modalità diversa di indagine, una modalità personale, rispettosa della individualità storica di ognuno, che si serve di un linguaggio universale, e che rispetta i criteri di conformità alla nostra stessa natura storica: la funzionalità naturale, biologica ed esistenziale. 

Ci porta al cospetto del linguaggio delle immagini, e ci pone dinanzi a loro in maniera totale, a chiederci come le nostre cellule reagiscono.

Non è più la nebulosa e a volte comoda metafisica di certi noti filosofi, ma una scienza diversa, a cui siamo poco avvezzi e che inizialmente destabilizza.

La legge dell’uomo costruisce un mondo di valori, che variano nel tempo e nello spazio secondo i flussi degli eventi e dei colori del vincitore di turno; la legge della natura risponde solo a se stessa e ci chiama direttamente, da dentro, e ci parla, e ci dice di noi. 

E’ quella spinta verso l’autentico che non molti hanno il coraggio di assecondare. E’ quell’istanza che ci sottrae al modo dell’esser cose o pupazzi, che rischiara il senso di un vagare che ci pone umili e ci riempie di domande, spingendoci a cercare.


Mi guardo intorno e nel vedere tanta sofferenza diffusa mi chiedo quanto ancora ci vuole perché la pedagogia renda possibile un accostamento delle leggi dell’uomo a quelle della natura, e si faccia finalmente pedagogia esistenziale.

Bernabei, nel suo scritto, si sofferma sulle dinamiche della rimozione, ed io stessa mi chiedo se questa cecità, questo ritardo e questa titubanza non siano il frutto di una più ampia rimozione che l’umanità tutta ha eseguito su stessa e sui propri canali gnoseologici: abbiamo dimenticato l’importanza di osservare le immagini, abbiamo dimenticato come leggerle, abbiamo dimenticato di ascoltare noi stessi.

 Tutti proiettati nella costruzione di un senso da attribuire a ciò che c’è fuori, dietro la spinta della legge che uomini dai colori vincenti, in un dato momento, hanno codificato per noi.





lunedì 24 ottobre 2016

Segnali

E così, casualmente, alzo lo sguardo e mi accorgo che quella voce gentile si sta rivolgendo proprio alla mia persona. 
Ogni tanto accade: sono talmente assorbita dalle cose che faccio, dai ritmi incalzanti e dalla sciatteria fastidiosa che sovente mi trovo d'intorno, che quando mi sfiora un tono gentile trascendo, quasi commossa.

Rimango spiazzata, sorpresa della mia ottusità. 

Un filo di musica dolce nel clamore color del metallo. Un viso pulito, un gesto gentile, ed ecco che si ripiana la fronte, mentre un pensiero confuso mi si intromette inatteso: l'umanità è ancora... 

Alcuni ci sono: gentili, attenti, in ascolto. Persone che sanno calare se stesse sulla rena comune, ed hanno piacere nel fare le cose con gli altri. Persone che non devono ucciderne altre per riuscire a sentirsi importanti. 

Stamani osservavo individui parlare con altri, e ne percepivo il variare dello stato emotivo: la tensione che cambiava modificava gli spazi tra loro, e l'atteggiarsi di quei lineamenti. Avveniva una danza, scandita dai suoni e dai gesti: un pò più in qua, e poi un passo indietro, e l'altro con lui... Distanze che aumentano e poi si stringono, o si mantengono tali.

 Segnali che orientano il respiro. Ne siamo immersi e li notiamo appena, distratti da quanto è fuori di noi, e ci attrae, col richiamo roboante del nuovo.
Che poi, di nuovo davvero, c'è sempre così poco...

Il corpo si espone esprimendo con le sue variazioni noi stessi. Lo fa di continuo, ignorato o studiato da altri.
Esso ostenta la gioia e il dolore, la sanità e la sofferenza, giudicando nel suo accadere la nostra condotta.

Quali sogni hai seguito per ottenere tanta bellezza?
E quali hai ignorato, invece, per ridurti in tale disagio?

La malattia, lo sai, è il lungo lamento dell'anima. Ti dice che tu, in un certo modo, con le tue idee e le tue convinzioni, stai tradendo te stesso, ignorando la tua natura... Stai servendo il padrone sbagliato! 

Anche se la società tutta ti ammira.

Abbandona i sogni degli altri e riprenditi i tuoi: ascolta cosa dici a te stesso e segui il percorso che più ti appartiene...

I sogni ci portano immagini proprie: le nostre. 
Da tempo frequento una scuola che insegna ad apprenderne il senso. 

Il primo obbiettivo: me stessa.
Il resto consegue da lì.