Oggi ho
discusso con una persona su cosa sia la facoltà del pensiero.
E' stato un
giorno di festa, avevamo da poco terminato un raffinatissimo pasto e, come a
volte succede, ci siamo immersi in un dialogo dai toni animati, il cui sapore
aveva del quesito, del confronto, dello scontro assertivo... Fino alla
conclusiva piacevole convergenza.
Un bel pasto
completo, insomma!
La mia
pregressa formazione filosofica, come una nemesi, mi spinge a considerare il
pensare come un atto conoscitivo; la capacità di riflettere e di
mettere insieme i pezzi, cioè, è sempre stata per me una forma di conoscenza
che rende possibile la conoscenza per come solitamente la intendiamo, ossia la
conoscenza delle cose.
Il mio
interlocutore osteggiava vigorosamente tale approccio, sostenendo che il
pensare costituisce solo un passaggio successivo, quello che è introdotto
e reso possibile dall'intuizione.
E questa
intuizione, identificata nella capacità computazionale, esplica l'intelligenza
di cui è corredato l'essere umano.
Mi sono
sentita trascinata indietro di anni, in quelle aule universitarie in cui si
contrapponeva una vaga idea metafisica di intuizione alla familiarissima
capacità riflessiva e razionale. E a causa del sabotaggio dovuto alle mie
memorie, mi sono distratta, perdendomi un passaggio di cui mi sono accorta solo
in seguito, dopo ulteriori fiumi di parole, alzate di toni, e sbuffate
impazienti di chi mi sedeva davanti.
La
computazione: parola magica.
Ossia: il
talento di mettere insieme le parti in maniera simultanea, quell' insieme di
processi che trasformano gli impulsi che mi impattano in un linguaggio
"leggibile" e percepibile.
Con
l'espressione "intuizione", il mio interlocutore si riferiva a ciò
che i neuroscienziati definiscono "TR", il tempo di reazione, un indice della
velocità di processamento delle informazioni da parte del cervello umano - che
tra l'altro, in merito agli stimoli visivi, impiega
un tempo medio tra i 150 e i 300 millesimi di secondo.
Niente più
artificiosa metafisica; oggi parla la scienza: ci sono tempi di reazione
necessari a ordinare il bombardamento di informazioni, e sono stati anche
calcolati!
E intanto
che l'altro argomenta, mi si accende una lampadina. Mi viene in mente ciò
che ho letto tempo fa su come i browser raccolgono le informazioni dal web e le traducono in un linguaggio comprensibile per gli utenti che hanno posto domande,
avviando il processo di ricerca, di ricezione, e quindi di traduzione.
Computazione.
Anche in
quel caso la velocità ha una sua importanza.
E questo
linguaggio in cosa consiste? Non sorprendo nessuno se parlo di immagini, vero?
Fate una
prova sul web, digitate qualcosa su Chrome - o su qualsiasi altro browser cui
preferite affidarvi - e in pochi istanti avrete davanti una pagina piena di
immagini e di scritte.
Bastano
poche nozioni sul linguaggio macchina per
comprendere che anche le scritte, in realtà, sono immagini - risultanti di un
programma che stabilisce la visualizzazione di certe forme dovute al
susseguirsi di specifiche istruzioni.
Ed ecco che
come fruitori del web, ci relazioniamo ad un linguaggio comune, un
linguaggio primordiale, nativo, universale, che può essere poi certamente e
debitamente tradotto in molteplici linguaggi diversi: l'intuizione, che
esperiamo (poi) come immagine, precede la capacità di pensare, di riflettere
(su di essa e grazie ad essa).
Come sul
web. Come nei film. Come nei sogni.
In questi
giorni ho incontrato su carta Lev Manovic, professore emerito di
Computer Science
Program al City University
di New York, il quale
sostiene che la realtà virtuale rende possibile ciò che razionalmente potrebbe
non essere, in quanto azzera i limiti che la finitezza storica ci impone
(limiti spazio-temporali, limiti di gravità, limiti di azione...) e ci consente
così di fruire di un'area libera, svincolata, in cui sperimentare, osservare e
modificare il risultato di ciò che vogliamo realizzare.
Questo
spazio costituisce una realtà libera in cui esperire e conoscere in modo nuovo,
in padronanza di prospettive finora impossibili, e di poter quindi prevedere le
conseguenze al punto da divenire noi stessi capaci di gestirle o evitarle prima
ancora di realizzare concretamente il progetto.
Progetto che
peró esiste già e accade, sia pure in altra forma ed in altro stato.
Malevic parla
di software culture, ossia del fatto che la disponibilità di software,
propria di questa era informatica in cui viviamo, e la loro fruizione,
espandono sempre piú le nostre capacita cognitive, spingendoci ad agire in
modo diverso, perché ci permettono essenzialmente di pensare in modo
diverso.
Oggi noi
abbiamo cioè a disposizione la visualizzazione di una intuizione nella sua
complessità, e possiamo osservarla e studiarla in piena libertà, senza limiti
di prospettiva: é lì e ci appella.
Immagini
libere dai limiti della storia e della fisica, che sono il frutto di
coordinate, di istruzioni: if...then (a fronte di certe condizioni
accadono certi effetti)!
Proprio come
nei sogni, nei quali le coordinate della nostra situazione danno vita ad una
rappresentazione che oltrepassa i limiti imposti dal reale, attraverso un
personalissimo processo intuitivo che computa informazioni e ce le rende
accessibili.
E come un
browser, in tempi rapidi, ci presenta delle immagini.
Su queste
immagini potremo poi riflettere e argomentare, come fanno i critici
d'arte, i filosofi e gli esegeti.
Ora, però,
nella Babele degli interpreti, sarebbe opportuno verificare i criteri dei quali
essi si servono, in quanto non sempre son chiari e rispettosi del naturale modo
dell'umana specie.
Suggerisco,
in merito, una utilissima lettura:
