Il Mio Blog non vuole essere un monologo, ma un invito all'incontro: pertanto sono graditi i commenti e il succedersi degli scambi che ne conseguono.
Buona lettura!

martedì 17 febbraio 2026

Adolescere

 


Rientro da una cena divertente con amici; mi sento bene e un po’ stanca: la giornata era iniziata alle 6 del mattino con la sveglia, immediatamente bloccata con una ditata seguita dal solito grugnito. L’idea di abbandonare il calduccio del letto e i vapori dei sogni appena vissuti è fastidiosa…

La colazione, una rapida rassettata all’appartamento e via, incontro alla giornata lavorativa, fino all’appuntamento con i vecchi amici, la sera, per scaldarsi il cuore e vivere una sana allegria.

Parcheggio l’auto, e mentre raccolgo documenti, borsa, borraccia e il contenuto della borsa rovinosamente sparso nell’abitacolo, mi godo in anticipo il senso di distensione che mi pervaderà a breve, quando sarò entrata nel mio letto, interamente sommersa dal piumone soffice e caldo…Quegli ultimi momenti di coscienza vigile che preludono al sonno dei giusti.

Ma arriva la telefonata di una conoscente: mio figlio ti sta cercando, non so perché.

Si tratta di un ragazzo appena maggiorenne che conosco da anni, a cui ho offerto sostegno in un periodo un po' difficile della sua vita: motivi sociali, culturali, emotivi… quella difficile età dello sviluppo. Insomma, niente di drammatico, solo un brutto nodo che necessitava di un aiuto per essere sciolto. Insieme, io e lui, con un po' di tempo, tante parole e tante cose da fare, ci siamo riusciti. È stato bello vedergli tornare il sorriso. Siamo rimasti amici.

A distanza di qualche anno il ragazzo è cresciuto - nel corpo e nello spirito: ora è meno timido, frequenta la palestra, ed è finalmente uscito da quel brutto isolamento che lo rendeva triste.

Dunque, mi chiedo, che sarà mai successo? Mi avvicino alla porta di casa e lo vedo: esile figura grigia nel chiarore dei faretti che illuminano il giardino. Lui è lì, in silenzio, che mi aspetta. Capisco in un attimo che la serata sarà lunga.

Lo guardo in volto, chiedo come sta, e vedo che ha il viso un po' gonfio, gli occhi socchiusi…Un brutto ricordo di quando i suoi genitori lo portarono da me quella volta. Allora aveva smesso di mangiare, non parlava e piangeva. Mi allerto alla sua risposta: sto male.

 Lo faccio entrare in casa e metto su il bollitore per il tè. Lui è imbarazzato, non mi guarda in volto, non sa da dove cominciare e farfuglia una serie di frasi che suonano in modo strano, così uscite da un ragazzo tanto giovane: tu mi conosci bene, mi hai aiutato a capire delle cose, e a casa tua mi sento a mio agio, mi sento davvero bene... Mi dice che non ha mangiato e accetta la mia offerta di un paio di uova al tegamino. Sono quelle buone, quelle del contadino…

Concordiamo di metterci su un po' di formaggio, scaldo qualche fetta di pane e gli preparo la tavola. Il suo aspetto cambia, ora è più rilassato. Parliamo delle uova, dei miei amici che allevano le galline, lasciandole libere di beccare nel campo, senza gabbie, e di come la sera tornino da sole nella dimora adibita per loro, dove vengono poi chiuse a protezione dalle volpi. E ce ne sono di volpi, dalle nostre parti.

Parliamo della natura, degli animali…lui inizia a mangiare, fa la scarpetta, poi attacca i biscotti. La madre diceva che non mangia quasi più, che di recente è diventato insofferente.

A me, fortunatamente, non pare proprio. 

Quando vedo di nuovo apparire il sorriso su quel volto dai lineamenti delicati, vado dritta al sodo: ma che è successo, che ci facevi davanti alla mia porta a quest’ora?

Così, tra una frase smozzicata e un’altra, riesce a dirmi che sta vivendo un brutto momento. Non grave come quello che abbiamo risolto tempo prima, no, però sta in difficoltà emotiva e non riesce a farsi ascoltare da nessuno. Nessuno ha tempo di ascoltarmi, hanno tutti fretta, anche i miei amici. Loro dicono di avere altro da fare.

Lui, adesso, ha compiuto18 anni: ha vissuto il periodo critico dell’adolescenza in quel disastro organizzato che va sotto il nome di “periodo covid”. Ha trascorso molto tempo in solitudine, come gran parte dei suoi coetanei, a interagire con qualche compagno al riparo di avatar nei videogiochi, e a forzarsi – senza troppo successo – di frequentare lezioni on line erogate da una scuola razzista (le sue origini non sono italiane, nonostante sia cresciuto nel nostro paese e ne parli perfettamente la lingua) e poco organizzata. 

Una scuola che non supporta gli studenti, e che si libera dei problemi in modo gordiano: “perché, a questo ragazzo interessa la scuola?”. Ai tempi lui trascorreva molte ore in casa, con il fratellino disabile sempre accanto, dovendo i suoi assentarsi per lavoro: la sopravvivenza costa, purtroppo. Soprattutto se sei straniero, e soprattutto di questi tempi.

 Nel mio atavico idealismo continuo a credere che rientra nel mestiere di un insegnante aiutare i ragazzi a trovare interesse negli studi o a farne comprenderne l’utilità. Un pensiero obsoleto?

Rimbalza ancora nella mia testa quella frase, sembra non esserci più nulla, in questo cranio, tranne quel suono sgradito che rimbalza di qua e di là: nessuno ha tempo di ascoltarmi.

Abbiamo parlato a lungo, abbiamo scherzato, e pian piano il suo viso è tornato luminoso, i suoi occhi ben aperti e il tono della voce più fermo.

A nube finalmente dissolta l’ho mandato a casa a dormire con due facili consigli e una carezza sulla testa.

 Un ragazzo di 18 anni cerca una donna di 53 per poter parlare un po’ di sé: va da lei perché i suoi amici non hanno tempo di ascoltarlo, e lui sta male.

Girano in branco ma sono tutti così soli, a tal punto da non sapere nemmeno dirselo a vicenda per farsi forza stringendosi per mano.

Cosa è accaduto? Che cosa è venuto meno? Cosa impedisce loro di costruire ponti?

Matisse scriveva nei suoi diari che una generazione non arriverà mai a comprendere il prodotto delle generazioni successive – o le loro azioni, che poi è lo stesso - perché non dispone di quelle stesse categorie mentali: il limite è strutturale. 

Un pensiero condivisibile, certo, ma solo in parte: un ragazzo di 18 anni, che vive nella società delle “successive generazioni”, cerca un dialogo con qualcuno della vecchia generazione, lo trova, e riscopre il sorriso, l’appetito e la voglia di stare insieme. 

 Questo è accaduto ieri.