Il Mio Blog non vuole essere un monologo, ma un invito all'incontro: pertanto sono graditi i commenti e il succedersi degli scambi che ne conseguono.
Buona lettura!

martedì 22 dicembre 2020

Lavoro sostenibile?


Pensiamo sempre alla natura in termini idilliaci e fiabeschi, un po’ complice il mito del buon selvaggio del famoso Rousseau.
 La nominiamo, questa natura, e immaginiamo campi verdi e alberi rigogliosi che espongono frutti succosi e luccicanti. Ma una vecchia storia, nota a buona parte dell'umanità, ci dice che esiste anche un serpente, da qualche parte, pronto a render tutto questo mondo un po’ pericoloso...

Leggevo di recente un articolo sull'Indonesia: si tratta di un paese ricco di vegetazione e povero socialmente, un paese dalla straordinaria umanità e dal senso di solidarietà che non ho riscontrato in altri paesi cosiddetti poveri.  

Ci sono stata, in Indonesia, ci sono stata due volte per uno strano incastro di eventi. 
 E ne sono rimasta affascinata. Al di là della sporcizia e del laconico modo di esistenza, ho incontrato il sorriso della popolazione.

 Ero a Bali, per carità, un angoletto tra i più "socievoli" dell'arcipelago - questo è doveroso sottolinearlo. E tra le risaie a gradoni, le oche sparse nei campi - che sfruttano la sacralità attribuita loro per ingozzarsi liberamente di sementi - e i templi aperti... Persone. 
Persone magre, dai corpi sfruttati e dalla pelle stanca e vergata dal sole, piegati nei campi a lavorare la terra con strumenti rudimentali, seduti al mercato del pesce, tra pozze di acqua e sangue sparse in terra; vestiti di bianco accanto ai bramini, con i cestini delle offerte piene di fiori, di semi e di incenso; persone che danzano su ritmi tradizionali, per sé e per i turisti in arrivo.
 Persone che lavorano sempre, a tutte le età, e che sorridono. Che si aiutano naturalmente, e che ti rispettano.
Questo mi ricordo soprattutto di Bali: lo sforzo, la fatica e la solidarietà.

Poi è arrivato quell'articolo, che racconta di come uomini, donne e bambini si ritrovano a vivere in condizioni ancora più estreme, in un circuito in cui la violenza dell'uomo viene accettata per contrastare la durezza che sa imporre la vita. E non sono più uomini ma numeri, sacrificabili, pedine nella rete degli affari internazionali connessi al traffico dell'olio di palma. 

Per ore e per mesi, senza alcuna tutela, si ritrovano a spargere sostanze chimiche devastanti per sé e per l'ambiente, sopportano sforzi eccessivi, si nutrono a stento, riparati in baracche malsane. Chi lo fa da una vita, chi da generazioni intere. E da un campo ad un altro, senza un futuro, senza un presente. Violenze sul corpo e nell'anima perché in altre parti di questo stesso pianeta, altri più fortunati possano contribuire all'acquisto di merci dalla dubbia utilità.
Utilità dubbiamente sociale, dubbiamente ambientale, dubbiamente antropologica. 

L'articolo è pubblicato a questo link (http://www.labottegadelbarbieri.org/indonesia-stupri-e-abusi-nelle-coltivazioni-di-olio-di-palma/), per chi avesse la voglia e la forza di guardare per un momento il serpente, e distogliere l'attenzione dalla ipnotica mela. 
 
Nel 2015, con la sottoscrizione dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile , 193 paesi membri dell’Onu hanno proclamato il proprio impegno a favorire il superamento del gap esistente tra opportunità, ricchezze e potere, e lo hanno fatto individuando 17 fondamentali obbiettivi da conseguire, a livello nazionale e internazionale, entro il 2030.

Il leit-motive che fa da sfondo all’intero documento è sintetizzato in una espressione iniziale, che rivendica l’impegno congiunto nello sforzo di “liberare la razza umana dalla tirannia della povertà e con la volontà e l’impegno a curare e salvaguardare il nostro pianeta”.

All’orizzonte l’immagine di un mondo inclusivo, i cui abitanti favoriscano la crescita di un’economia sostenibile, rispettosa della biodiversità, e che facciano uso del principio di responsabilità, canalizzandolo all’implementazione degli strumenti culturali ed economici necessari all’attuazione di un’equa interconnessione umana.

 Un impegno che richiama la dovuta attenzione di ognuno di noi.



 


martedì 15 dicembre 2020

RIFLESSI

 Una foglia leggera scivola attraverso l'aria sull'acqua, vi si adagia gentile, ed una invisibile mano la spinge veloce con sé.

 È un sogno, un pensiero o solo un ricordo lontano: la vita che si dà in un continuum multiforme e variopinto, con la dolcezza di un pensiero poetico.
L'acqua pulita del fiume scorre veloce tra i sassi sommersi; alcuni ne sporgono fuori, coperti di muschio brillante, in cui gocce di brina risplendono al sole come minuscole pietre preziose.

Affondo gli stivali nella sabbia compatta del greto, e slitto goffamente tra i rami caduti e le radici sporgenti. L'odore di menta arriva dovunque, in questo giardino così familiare, e ne godo con tutti i miei sensi mentre procedo convinta, seppure a fatica. 

Espongo il viso allo splendore del sole, che quest'oggi si espande sereno sui campi e sulle fronde nutrite.

Salici, ovunque, adombrano il passo di chi, come me, oggi ha scelto la terra. Un giorno di pausa dal tran tran quotidiano, un amico che ha la casa in un parco, proprio sul fiume, e il cane giocoso della famiglia che dimora poco lontano. Un cane vispo e affettuoso, salvato da pessima sorte anni fa, che ha come casa ogni spazio del parco che a lui non dispiaccia. Mi porta con sé, spingendoci tra spini e burroni. Ha il passo veloce, e sembra planare nell'aria inseguendo le tracce.
 Corre e salta, poi si avvede del mio disagio e si ferma. Aspetta che io lo raggiunga, vuole che io esplori con lui. E siccome non chiedo di meglio, finisce che accetto la sfida: mi armo di forza e pazienza, e procedo caparbia, inalando profumi diversi ogni metro più in giù. 

Seguo il fiume, un po' mosso dalle fredde correnti, un po' liscio nel suo lungo percorso, e arrivo ad un punto in cui tutto si apre: uno slargo tranquillo e silente, dove rami intrecciati dal tempo s'incontrano a chiudere il corso.  La morta, mi hanno insegnato il suo nome, che poco ha a che fare con lo stato reale: di sopra e di sotto la vita vi esplode. 
È questo ciò che vedono gli alberi? 
 Essi son lì, tra il buio e la luce, immersi nella vita che scorre, con i loro folti cappelli e la veste legnosa.

Suggestioni di un mondo vissuto che vibra, ancora, in me. 






sabato 12 dicembre 2020

Gocce di vita

 In questi giorni di pioggia mi ritrovo stupita a guardare la magia che cade, compatta, dal cielo, dove uno scuro manto minaccia tuonando, copertura funesta su questa terra che è bella, e che abbiamo tanto imbruttito…

Acqua, miriadi di gocce sottili e fredde scendono giù come un fitto sipario di luce, che ondeggia nel vento, muovendo di qua e di là, con un certo dispetto, la visione della spettacolo grave.

Dal sole alla pioggia, scrosci d’acqua a cui il nostro sguardo, in tempi recenti, si sta abituando.. Dal nulla al tutto, verso allagamenti e crolli imminenti. Domani ne parleranno i giornali: il desco perfetto dei menestrelli di stato, omuncoli insani che strimpellano a suon di fanfara allagando coi loro fiumi di inchiostro schermate e carteggi. Esondazione su esondazioni avvenute.

Di questo, ormai, l’interesse comune si nutre: notizie eclatanti profferte in tempo reale, e niente di più. La lunga lista di persone disperse, case distrutte, inondazioni, e alcuni particolari toccanti.  Notiziari che si susseguono a ritmi incessanti tra i canali di una scatola magica che da anni ho cacciato fuori di casa. 
Immagini forti su toni nervosamente incessanti. 

E la frase turbata dell'amica al mio fianco, dinanzi alla grande vetrata che ci separa dall'acqua: 
“prima non era così: prima pioveva; ora piove e crollano ponti, sprofondano case e muore tantissima gente. Che cosa sta succedendo?"
La osservo e le dico due sole parole: crisi climatica.

Lei ne ha sentito parlare, ma non ha mai approfondito. Si è limitata a pensare che i luoghi che prima erano al caldo ora diventano freddi, che dove era il sole adesso ci sono le piogge, e che i ghiacci si sciolgono ai poli....

Lei non ha riflettuto abbastanza, non ha pensato che ne conseguono cambiamenti di stili di vita, spostamenti sul suolo, migrazioni e problemi nella sopravvivenza e nella vita sociale. E le questioni economiche, e le vicende politiche, e l'estinzione di forme di vita. 
Incremento di povertà e svanir di risorse:  la necessità urgente di sforzi congiunti in direzione di soluzioni dall'impatto diffuso.

Osservo, rapita, questa natura che scende violenta, e che urla a noi tutti un richiamo severo ad un risveglio scioccante.
 Avverto l'urgenza di dire una sola prima importante parola: contezza.
 Dobbiamo informarci e dobbiamo informare,  rallentare la corsa all'acquisizione passiva di dati, e soffermarci finalmente a capire.

Dobbiamo ripartire dal basso: dalla terra e dal seme, per consentire a noi stessi e ai nostri fratelli di essere qui, abitanti del mondo in ogni respiro, perché ci sia sempre concesso di immergere gli occhi nel cielo, e librarli nella distesa del mare. 





domenica 15 novembre 2020

IN UN CUCCHIAINO DA TE'

 Viviamo mutamenti  continui, così delicati nel tempo da avvedercene appena. Arriva poi il momento in cui i fili si ammassano tanto da creare il brutto groviglio che impedisce l'azione.

 Come in un fiume, che corre pacioso nel fluire del giorno, e porta con sé residui un po' misti, fatti di rami e di fango. Ci camminiamo all'interno, con passi pesanti e a volte leggeri, tra i gorghi e le sottili correnti; un poco nuotando, a tratti costretti ad uscire sull'argine e a proseguire sull'erba, tra i rovi e le ortiche.

E quando riusciamo a rientrare  può accadere che l'acqua sia ferma, bloccata da tronchi e da rami, accumulati nel tempo, un poco per volta, sospinti e obbligati da quelle misteriose correnti. 
Allora chi è in grado si aggrappa a questi strati di mura contorte, e passa di là. Se riesci prosegui, ma non sempre è così, e devi impegnarti a trovare una strada diversa. 
Strozzature inattese che impediscono il passo: così nel fiume della nostra esistenza, con le sue flessioni e le curve, tra  piccole oasi e torrentelli agitati.  
La corrente che scorre da sé, recando residui del giorno sotto il sole silente, ed il vento, e le foglie di autunno. Il balsamico aroma  della menta selvatica, e l'odore stagnante del fango e del marciume in fermento.
 Situazioni che ci impongono di trovare una via, chiedono azione diversa, provocano il corpo che va, nel suo sforzo costante di procedere oltre. 

A volte, purtroppo, questa forza vien meno, e il corpo si stanca. I viaggi conseguiti nel tempo stancano il cuore e l'aria diventa pesante: servono pause continue e più lunghe.   
E lì percepiamo la potenza del mondo che ci piace guardare, e solcare col passo - e che pure non ci appartiene. Possiamo, per concessione gentile o indifferenza totale, abusarne o dimostrare rispetto fintanto che ne abbiamo le forze, oppure fermarci e guardare la vita che va.

 Fragilità riscoperta: solo quando arriva a limitare la nostra persona, che è stanca e fatica ad unirsi con gli altri. L'esperienza acquisita è stata da sempre il faro gentile a chi solcava i marosi; a uomini esperti era affidata la prole, interrogati sui sogni e rispettati nei loro talenti. 
Esploratori di vita che trasmettono i segreti svelati...
 Nessuno e' mai stato solo all'interno di un clan: insieme i talenti, congiunti verso il fine comune; generazioni che sviluppano storia nel passaggio graduale, persone che lasciano ad altri il segno del loro cammino.
 Ma oggi viviamo in una corsa perpetua verso fatui obbiettivi che cadono giù con la sera.
Correre fino a sfibrarsi, dietro al programma di turno che va rispettato, e ripetuto di nuovo.
 
Chi  corre, ora, con il naso all'in su, a godere dei pollini erbacei che saturano l'aria con la loro magia? Chi osserva l'acqua vibrare sotto la spinta silente di un pesce sottile? Gli alberi donano frutti e si spogliano delle foglie vivaci per recuperare le forze; e piccoli e grandi animali si spostano liberi nello stesso terreno che a volte ci è ostile. 

Bisogna guardare lassù, perdersi nell'azzurro del cielo, dove nuvole lievi si rincorrono giocando col vento, oscurando a volte la luce del sole. 

Siamo convinti di non avere più  tempo per nulla, ma quando arriviamo allo stagno, quando la strozzata di rami ci ferma, allora qualcosa si apre perché siamo costretti a sollevare quel capo e a cercare soluzioni diverse. 
Adesso capiamo che altri, al pari di noi, poggiano il braccio sul fianco guardandosi attorno confusi.

Ricevere e dare: la vita è fatta di questo, nelle sue forme graziose ed ostili. Ricevere e dare, e creare qualcosa di nuovo: magari un seme o un frutto, o anche una sola speranza...

  Avanti nel fiume, tra le correnti ed il limo, tra i pesci e le rane, facendo attenzione a non cadere sui sassi che rallentano il passo, o di farsi portare dal liscio tessuto del muschio.

Tutto questo io vedo in un piccolo quadro, rimandato a me dal riflesso di un oggetto ordinario: la vita infinita, e la sua potenza, nell'incavo di un cucchiaino da tè.








domenica 25 ottobre 2020

GODOT



 Osservo una foto scattata da me mesi fa: fiori dai colori accesi, come un festone, ricoprire il balcone di una casa. Il cielo azzurro nello sfondo: era marzo e la stagione sembrava deridere questi esseri umani confusi, intontiti e impauriti dalla sorverchiante politica  governativa finalizzata a contrastare il brutto fenomeno oscuro: la Pandemia.  

Fiumi di inchiostro versati sul tema... Chi si angosciava, chi ne rideva, chi iniziava a comprenderne la vera portata...   
Ci siamo svegliati nel nuovo mondo un pò a rilento, ognuno a suo modo, con tempi diversi e in piena incredulità.

  Quando le forze armate hanno occupato le strade vuote, ed anche i cieli azzurri, e i cori dai balconi hanno stracciato il silenzio urbano con l'intoccabile invadenza delle buone intenzioni,  abbiamo iniziato a renderci conto di come tutto stava cambiando. 
Sono trascorsi mesi e stagioni, e il problema ha raggiunto dimensioni inquietanti. Le nostre coscienza fluttuano tra ipotesi e pensieri legati ad un ignoto futuro.

I bambini vengono istruiti nelle scuole, un po' aperte e un po' chiuse, ad evitare i compagni, a non scambiare con gli altri le cose, a non abbracciare chi vuole star loro vicino. I ragazzi vengono addestrati al sospetto e alla delazione, e gli adulti si fanno censori e supervisori morali.

 I nostri volti, parzialmente coperti da bavagli di forme varie più o meno inquietanti, esibiti con una certa mestizia, senza aver davvero proprio capito a quale specifico scopo indossarli.  
Non si vede un sorriso, e se non fosse per gli occhi vivaci di alcuni, sembriamo robot inespressivi:  ci spostiamo da un luogo ad un altro senza più soffermarci con gli altri; pochi scambi e rapidi gesti distanti. 

 Non riconosco più questo mondo. 

Il bimbo di un mio conoscente, un bimbo di pochi anni, ha riportato a casa da scuola una nota per non aver rispettato il distanziamento sociale: atto di necessità incontestabile e paradossale al contempo.
I brividi percorrono il mio cuore nell'avvertire quella strana atmosfera di cui ho letto nei libri di scuola, e mi deprimo a sentire le mie gravi parole, espresse a gran voce e con rabbia ostinata, secondo cui gli orrori del nostro passato non pretendono la necessità di memoria, ma l'attenzione di chi non deve ripetere. 

Non si é trattato di eventi eccezionali - a differenza di quanto, per ipocrisia e per immensa vergogna, insistiamo a ridirci: essi rimangono in noi perché appartengono alla nostra realtà più profonda. 
 Abbiamo attuato e nutrito eventi nefandi perché ci è dato farli accadere, e ci è dato purtroppo il potere che questo accada di nuovo. 
In brutale onestà: quelli di allora siamo quelli di adesso: la storia insegna solo a chi vuole o riesce ad apprendere. 
 Per il resto, essa scorre, con il nostro tempo, come il vento sul mare: veloce, più o meno intensa, e svanisce...
Da alcune ore un'altra triste parola, evocatrice di orrori passati, rimbalza da una schermata a un discorso: il coprifuoco... 

Un sorriso increscioso e poi lo spavento. 

 Ma cosa stiamo facendo?  Dove spinge il regista di questa strana commedia in cui tutti si aspetta Godot, che ha la veste del farmaco sacro e  della soluzione geniale?
E ci dimentichiamo del resto, mentre ci sforziamo di evitare coloro con cui cooperare. 
La confusione che il timore produce manda in pezzi ogni possibile azione, e la soluzione tarda sempre più ad arrivare. 

Le speranze offuscate da un crescente senso di arresa, in un gravoso cammino alla cieca.
Qui intorno non vedo più nemmeno i bambini giocare all'aperto, le biciclettine dai colori accesi; non sento le loro acute vocine nell'aria, a costellare il cinguettio diffuso tra i rami.  

La  austerità che ci viene richiesta denuncia il vestito del re, quello nudo, e le festività commerciali assurgono a demone ostile. Niente riunioni, nessuna allegria... La solitudine sobria della monotonia quotidiana: il lavoro e lo stare in casa. 

Ma il sole brilla ancora lassù, e illumina il giardino che percorro lentamente guardandomi attorno.  Questa aria frizzante, l'urlo graffiante dei corvi e il raglio di quel povero mulo .... Io continuo a sentirli, e ancora io sento i miei piedi poggiare su questa umida terra. 

La luce non è stata ancora oscurata.















mercoledì 1 luglio 2020

Compagnie

E insomma, mi dico, in questo bel giardino su cui si affaccia la casa in cui vivo, c'è posto davvero per tutti!

Me ne stavo pigramente allungata sulla sdraio, le gambe rialzate su una sedia, e una giacca di lana grossa a ripararmi dal venticello fresco della sera. 
Me ne stavo lì, un po' sonnacchiosa, quando un movimento percepito al limitare del mio campo visivo mi ha destato l'attenzione. Nella bruma serale la luce tenue del faretto mi restituiva la sagoma snella di un piccolo vivente che, lesto e snello, letteralmente volava dal muretto giù sul prato, e dopo pochi passi incerti, via di nuovo su, nel versante opposto, fino al buio indistinto della siepe.

Pelliccia scura e coda nutrita, quattro zampe sotto un corpo lungo... Mi sono un po' rammaricata di non aver avuto l'occhio pronto: chissà chi era l'ospite in tangente...
Ma poi, dopo un po' di minuti, eccolo che torna, misterioso ed elegante, comparire in silenzio da chissà dove: un gatto dal pelo nero e morbido, un muso appuntito e l'andatura felpata. Mi viene incontro, si trattiene incerto a breve distanza, e poi si sdraia a pancia in su, invitandomi con un'allungata di zampa ad avvicinarlo. 

E' giovane, si vede dalle zampe grosse e cicciotte. Complice la serata tranquilla, coi suoi suoni familiari di uccelli e di fronde, cedo al mio codice etico e mi lascio andare: immergo le dita in quel pelo liscio e sottile, che ricorda un batuffolo di lana spettinata e soffice, e le lascio scorrere sul corpicino magro, fino alla coda, e poi sotto le orecchie, per una grattatina apprezzata. 
Un suono viscerale che ricorda il motore di un trattore lontano invade l'aria, con toni progressivamente elevati. 

Ho commesso un errore, mi dico: adesso accadrà proprio ció detesto nei gatti, e infatti accade.
La piccola massa pelosa si alza di scatto sulle zampe, arcuando la schiena come un ponte. E inizia a strusciarmisi ossessivamente sugli stinchi, avanti e indietro, con quel fare appiccicoso che mi urta. Mi allontano cercando di interrompere l'ipnotico rituale, e lo lascio lí, osservando a distanza quella macchia scura in una notte divenuta quasi nera.

 Sembra tonto, un po' spaesato, si muove a caso perlustrando, e poi si ferma davanti all'entrata di casa, guardando dentro con ostinazione rigorosa. 
Lo so cosa mi sta comunicando: é curioso e astuto, e aspetta solo che io dica si. 
Ma io dico no: la sua comodità significherebbe la fine della mia libertà. 
Mio malgrado, quindi, emetto un suono brusco che lo distrae dall'intento, e l'esplorazione ricomincia silenziosa. 
Dopo un poco però si stanca, si stende in terra e resta lí, nel buio. In attesa, magari, di una carezza accessoria. 
Oggi é stata una giornata calda, piena di sole e senza un filo di vento. Ma finalmente l'aria è rinfrescata, e qui fuori si sta davvero bene: lo so io e lo sa il mio ospite inatteso.

Mi sfugge un sorriso compiaciuto: ogni giorno un nuovo amico, un passaggio di vita che accade dinanzi ai miei occhi. In questi giorni ho incontrato una volpe, che si è fermata due volte a fissarmi con quegli occhi segnati di scuro, con un tratto forzato che ricorda il bistro degli attori di teatro. 

Ho visto scivolare con silenziosa eleganza un grosso serpente dalla pelle verde brillante tra i rovi e gli arbusti sotto il sole, e indaffarati topini di campagna, lucertole e tamarri, grilli di ogni misura e colore, e poi le lucciole, in queste serate calde, apparire e sparire nel prato, come a definire la magia del luogo.

Quanta vita si esibisce intorno, nonostante me e insieme con me, includendo questo spettatore curioso e affascinato.
 Mi ripeto ridendo che è cosí: c'è posto per tutti in questo bel giardino, dove ammiro e rispetto  lo sforzo che ogni vivente fa nel corso della sua esistenza. 

Non siamo soli, anche se a fatica siamo in grado di saperlo.







  

venerdì 19 giugno 2020

Prassi Naturale

Un' arvicola risale al crepuscolo il vecchio tronco del fico, silenziosa e veloce, la codina un pó storta, diretta un po' in su, come un ramo sbilenco. 
E dal tronco in un salto al muretto, e poi, rapidissima, risale il ciliegio e corre, corre fino alla punta del ramo più esile. 

La osservo rapita intanto che  consuma con rumorini graditi la polpa degli ultimi frutti rimasti, quelli più in cima, seccati dal sole. Un corpicino nutrito, vestito da una bella pelliccia, tra le fronde di un albero scosse dal vento.

 E poi viene giù, ripercorre all'indietro la strada già fatta portando qualcosa che servirà nel futuro. Dopo poco ritorna, risale, e discende. 

Rimango in silenzio ed osservo: avrà fatto decine di viaggi, nella penombra serale, rischiando  coi predatori che volano liberi e impietosi qui intorno.

 Il suo compare, ieri l'altro, non ce l'ha fatta; ero presente quando il corvo grigio l'ha preso. Un gioco crudelmente normale, ma non ho trattenuto il mio grido...
É rimasta da sola nelle sue sortite notturne, coraggiosa e veloce, e io sono qui ad ammirarla.

E mi viene da pensare a noialtri, cosí pure incastrati tra rischi, tentativi, ripetizioni... Nello sforzo continuo di dover sopravvivere.

 Per arrivare alla cima del ramo piú esterno, quel piccolo essere ha zampettato di corsa esponendo se stesso fino alle salvifiche fronde. Ne seguo gli spostamenti ad udito, attraverso il frusciare fogliaceo e il movimento ondeggiante dei rami. 

Nulla che vada perduto, nulla che finisca sprecato in natura. Vedo noccioli sparsi qua e là, spostati dal vento e dal banchetto di altri, intanto che il grande ciliegio, sornione e silente,  ottiene di espandere la propria presenza. Si sposta attraverso di loro, guadagnando spazio nel mondo in cambio di nutrimenti sicuri.

Noi, per lo più, aiutiamo solo chi amiamo. 

L'albero non ama l'uccello che nutre, ma questi ricambia il favore portando lontano i suoi semi. Nascerà un altro albero altrove, per continuare il gioco di sempre, quello che sa di azione comune, normale in natura.
Noi uomini invece ci avvitiamo con riflessioni di etica, discutiamo sul sistema di convivenza migliore, sperimentiamo innaturali e formali modalità che di sociale hanno davvero ben poco.

 E poi, sempre scontenti, ricominciamo da capo.

 Sisifo contro la simpatica arvicola, che ripete il suo viaggio affannoso portando a casa dei frutti. Noi rovesciamo solo inutili massi, per poi tornare a cercarli e gettarli ancora giù dalla rupe. 

Qualcosa non va, deve essere intervenuto a un certo punto un intoppo, mi dico. Veniamo anche noi dalla terra, ci nutriamo con essa, ma senza riuscire a nostra volta a nutrirla.

 La circolarità si è interrotta: prendiamo senza una resa, all'interno di un mondo in cui, invece, ogni prendere é un dare. 

Ci incastriamo in un fare che è depredare se stessi: una prassi che non sa di natura.