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mercoledì 10 febbraio 2021

Il viaggio Fantastico.


 "A chi crede nella necessità che l'immaginazione abbia il suo posto nell'educazione" (Gianni Rodari, Grammatica della fantasia, 1973)

 

In questi giorni una notizia si diffonde veloce di bocca in bocca, di riga in riga, suscitando stupore e allegria: nella città di Roma, sulle paline di alcune fermate di autobus, compare una colonnina colorata di rosa indicante un percorso Fantastico. Si tratta della linea 140, che percorre strade e piazze di fantasia, rimanendo attiva in orari impossibili: sono i luoghi immaginifici di un grande poeta-educatore, Gianni Rodari, di cui quest'anno ricorre il centenario della nascita. I bus della linea “Fantastica” partono dalla stazione Rodari per poi passare a Campidoglio al Pistacchio, alla Torta in Cielo, Sulla spiaggia di Ostia ed infine al capolinea; e gli orari di “prima e non ultima partenza” vengono indicati come segue:

·       Dal lunedì al venerdì, dalle 05.30 alle 25.00

·       Zab, dalle 03.80 alle 29.00

·       Fest, dalle 04.30 alle 33.30

Un tributo anonimo che fa sorridere, ci sorprende, ma al tempo stesso incarna una polemica ben nota alla romanità: il servizio dei mezzi pubblici in questa città è talmente scadente e inappropriato da essere divenuto ormai soggetto fantastico, nel senso più critico possibile. E dunque perché non indicare mete fantastiche, dove il servizio reale non potrà ovviamente mai transitare?

La situazione igienico-sanitaria che stiamo vivendo ormai da un anno ha evidenziato con prepotenza quanto già era esposto in piena luce: il famoso elefante nella stanza, oggetto così scomodo ed ingombrante che è preferibile ignorarlo.

In questi mesi difficili hanno trovato attuazione provvedimenti poco compresi, a volte poco comprensibili, impopolari e ovviamente discussi, che hanno evidenziato con conseguenze disastrose la fragilità e la fatuità del sistema economico diffuso. I media ci sottopongono casi di disastro sociale che si reiterano senza apparente requie, con persone ridotte allo stremo.

E così, nei dibattimenti improntati alla ricerca delle aree di urgente intervento, si è puntato il dito da più canali sui trasporti, l’inadeguatezza dei quali ha ormai assunto lo status di con-causa della diffusione dell'odiatissimo virus tra la gente. Senza, per altro, che venissero messi in essere provvedimenti di qualche utilità.

Le persone necessitate a fruirne hanno sperimentato l'antitesi del tanto millantato e risolutorio “distanziamento sociale”. Alcuni di loro, così una mia amica, si sono ammalate, divenendo a propria volta strumenti di contagio.

Ecco che allora un anonimo poeta - perché di poesia a mio parere si tratta - ha protestato in maniera deliziosa, diffondendo il sorriso tra la gente e riponendo le odiose bombe, silenziando le urla, rompendo lo schema dei soliti inutili slogan.

 "Tanto strepito per nulla", scriveva un altro poeta!

E sia: che le rivoluzioni nascano dalla creatività e dal sorriso, dall'immagine di un luogo favoloso sovrapposto a quello disagiato, perché il confronto chiarisca, evidenzi, e provochi la necessaria reazione. 

Perché, permettetemi, con l'educazione si ottengono i cambiamenti migliori, e in un paese che si dichiara civile questo è il meglio che si possa augurare.

 





domenica 25 ottobre 2020

GODOT



 Osservo una foto scattata da me mesi fa: fiori dai colori accesi, come un festone, ricoprire il balcone di una casa. Il cielo azzurro nello sfondo: era marzo e la stagione sembrava deridere questi esseri umani confusi, intontiti e impauriti dalla sorverchiante politica  governativa finalizzata a contrastare il brutto fenomeno oscuro: la Pandemia.  

Fiumi di inchiostro versati sul tema... Chi si angosciava, chi ne rideva, chi iniziava a comprenderne la vera portata...   
Ci siamo svegliati nel nuovo mondo un pò a rilento, ognuno a suo modo, con tempi diversi e in piena incredulità.

  Quando le forze armate hanno occupato le strade vuote, ed anche i cieli azzurri, e i cori dai balconi hanno stracciato il silenzio urbano con l'intoccabile invadenza delle buone intenzioni,  abbiamo iniziato a renderci conto di come tutto stava cambiando. 
Sono trascorsi mesi e stagioni, e il problema ha raggiunto dimensioni inquietanti. Le nostre coscienza fluttuano tra ipotesi e pensieri legati ad un ignoto futuro.

I bambini vengono istruiti nelle scuole, un po' aperte e un po' chiuse, ad evitare i compagni, a non scambiare con gli altri le cose, a non abbracciare chi vuole star loro vicino. I ragazzi vengono addestrati al sospetto e alla delazione, e gli adulti si fanno censori e supervisori morali.

 I nostri volti, parzialmente coperti da bavagli di forme varie più o meno inquietanti, esibiti con una certa mestizia, senza aver davvero proprio capito a quale specifico scopo indossarli.  
Non si vede un sorriso, e se non fosse per gli occhi vivaci di alcuni, sembriamo robot inespressivi:  ci spostiamo da un luogo ad un altro senza più soffermarci con gli altri; pochi scambi e rapidi gesti distanti. 

 Non riconosco più questo mondo. 

Il bimbo di un mio conoscente, un bimbo di pochi anni, ha riportato a casa da scuola una nota per non aver rispettato il distanziamento sociale: atto di necessità incontestabile e paradossale al contempo.
I brividi percorrono il mio cuore nell'avvertire quella strana atmosfera di cui ho letto nei libri di scuola, e mi deprimo a sentire le mie gravi parole, espresse a gran voce e con rabbia ostinata, secondo cui gli orrori del nostro passato non pretendono la necessità di memoria, ma l'attenzione di chi non deve ripetere. 

Non si é trattato di eventi eccezionali - a differenza di quanto, per ipocrisia e per immensa vergogna, insistiamo a ridirci: essi rimangono in noi perché appartengono alla nostra realtà più profonda. 
 Abbiamo attuato e nutrito eventi nefandi perché ci è dato farli accadere, e ci è dato purtroppo il potere che questo accada di nuovo. 
In brutale onestà: quelli di allora siamo quelli di adesso: la storia insegna solo a chi vuole o riesce ad apprendere. 
 Per il resto, essa scorre, con il nostro tempo, come il vento sul mare: veloce, più o meno intensa, e svanisce...
Da alcune ore un'altra triste parola, evocatrice di orrori passati, rimbalza da una schermata a un discorso: il coprifuoco... 

Un sorriso increscioso e poi lo spavento. 

 Ma cosa stiamo facendo?  Dove spinge il regista di questa strana commedia in cui tutti si aspetta Godot, che ha la veste del farmaco sacro e  della soluzione geniale?
E ci dimentichiamo del resto, mentre ci sforziamo di evitare coloro con cui cooperare. 
La confusione che il timore produce manda in pezzi ogni possibile azione, e la soluzione tarda sempre più ad arrivare. 

Le speranze offuscate da un crescente senso di arresa, in un gravoso cammino alla cieca.
Qui intorno non vedo più nemmeno i bambini giocare all'aperto, le biciclettine dai colori accesi; non sento le loro acute vocine nell'aria, a costellare il cinguettio diffuso tra i rami.  

La  austerità che ci viene richiesta denuncia il vestito del re, quello nudo, e le festività commerciali assurgono a demone ostile. Niente riunioni, nessuna allegria... La solitudine sobria della monotonia quotidiana: il lavoro e lo stare in casa. 

Ma il sole brilla ancora lassù, e illumina il giardino che percorro lentamente guardandomi attorno.  Questa aria frizzante, l'urlo graffiante dei corvi e il raglio di quel povero mulo .... Io continuo a sentirli, e ancora io sento i miei piedi poggiare su questa umida terra. 

La luce non è stata ancora oscurata.