Il Mio Blog non vuole essere un monologo, ma un invito all'incontro: pertanto sono graditi i commenti e il succedersi degli scambi che ne conseguono.
Buona lettura!

martedì 27 settembre 2022

DUNAMIS

 

 

Un’amica mi invia una rassegna di articoli pubblicati dal Sole24ore e mi chiede cosa ne penso. Leggo e mi infiammo, come spesso accade.

 Il primo parla di come il linguaggio attuale, utilizzato, diffuso e rilanciato dai social media non faccia che impoverire la nostra capacità di articolare il pensiero: una lingua povera dice poco, non rispetta le differenze né le sfumature, ci spinge ad un fare frettoloso e pressapochista. 

Questo è effettivamente un fenomeno vivissimo con cui mi confronto nel corso delle giornate lavorative: studenti universitari che si esprimono in modo stringato e incomprensibile, in maniera confusa, e si infastidiscono se si chiedono loro chiarimenti.

Nel linguaggio quotidiano si infiltrano espressioni televisive, neologismi di giovani influencer, si dimentica la grammatica e si ricorre spesso a emoticons e abbreviazioni personali. 

Scrivere è diventato faticoso e fastidioso perché toglie tempo.

Il pensiero va alla mia adolescenza, alle lunghe lettere scambiate con amici lontani in cui raccontavo eventi per me significativi e descrivevo emozioni personali.

Quei fogli scritti di pugno portavano ai destinatari una parte della mia vita e avevano per me un grande valore: mi raccoglievo nel silenzio della cameretta e liberavo il piacere dello scambio. Col tempo la carta ha ceduto il passo a tastiera e monitor del pc… era bello intrattenersi con sé stessi per incontrare gli altri.

 La mia è stata una generazione “lenta”, che viveva di letture, di sport e passeggiate all’aperto. Le conversazioni private a distanza si svolgevano per via epistolare o attraverso le cabine telefoniche: buste, francobolli, gettoni e tessere plastificate…pensare che ora bastano un click e una sfiorata di monitor.

Ad oggi sembra che nessuno di noi abbia mai abbastanza tempo per fare ciò che vorrebbe, o anche solo ciò che è necessario fare: corriamo, corriamo sempre perché “non c’è tempo”. Dobbiamo preservarlo, questo poco tempo, dobbiamo ottimizzare, fare quante più cose in contemporanea.

Ma che cosa è successo? Dove abbiamo fatto finire il “nostro” tempo?  Non riusciamo più nemmeno a sederci intorno ad un tavolo per confrontare le esperienze fatte.

 Ci stiamo abituando ad assistere a conversazioni ridotte all’osso, cristallizzate in espressioni standard ripetute ovunque e da chiunque, spesso contratte in immagini, filmatini dai nomi moderni (i rill, le storie…), e tutto va pubblicato on-line perché si sappia che “ci sono anche io”. Tutto in vista di un rapido consumo, effimero come certi messaggi che i social fanno cancellare non appena visionati. 

Sembra che la conferma della propria esistenza sia demandata sempre di più allo sguardo pubblico: più mi vedono e più esisto. 

Un pubblico amplio e abbastanza anonimo, quel “man” a cui la filosofia tedesca dello scorso secolo ha attribuito il senso dell’”Inautenticità”: si dice, si pensa, si fa… Si, ma chi?

Corriamo quindi verso uno stato di anonima confusione, uniformandoci ad un sistema che spinge sempre più all’identificazione collettiva, una identificazione schiacciata verso il basso, verso l’elementare e il banale, dove le mosse e le trovate più stupide e insensate diventano facilmente virali e vengono spinte all'esasperazione.

 Fino a diventare modello per molte persone, e non solo tra i giovanissimi. Proprio di recente mi son imbattuta nel fenomeno del "parlare in corsivo", un modo distorsivo di emettere suoni linguistici che ha fatto scalpore in pochissimo tempo. 

Di recente ero con un amico al cinema, e lui mi ha detto: "Vedi, il mondo cambia... e il cinema ce lo restituisce, ce lo fa vedere"…E' proprio così. Si trattava di un film gettonato, ma era pregno di citazioni di altri film, imitazioni e battute banali scontatissime, e sentite mille volte nei film del passato. Dopo un quarto d'ora ci siamo chiesti se non fosse meglio tornare a casa... Il mondo cambia, ma deve per forza retrocedere?

 Un secondo articolo osannava alla rivalsa della donna grassa nella società attuale: le donne (alcune) finalmente si liberano dello sguardo–padrone dell’uomo-maschio che le vuole snelle e quasi anoressiche, un diktat che non ha pietà per le taglie forti che, pure, una volta erano considerate attraenti…

Un articolo che rientra – o ne esce – nella stessa logica e che esibisce la forza coercitiva e condizionante di un mercato anonimo, che non è maschio né femmina, e che orienta i gusti in funzione meramente economica.

E’ vero che uomini e donne hanno subito sempre gli influssi della moda del momento, ma oggi questa voce si è fatta più suadente e invasiva: ormai gli algoritmi informatici dominano le nostre scelte senza che ce ne rendiamo davvero conto. Nuovi strumenti conseguiti dall'evoluzione delle neuroscienze e dagli effetti prodotti dallo sviluppo tecnologico rendono potente quella pubblicità anonima che Heidegger demonizzava cento anni fa. 

Allora non esisteva internet, le persone non si incontravano in ambienti virtuali e non trascorrevano tanto tempo sui canali social. Le mediazioni e le distorsioni accadevano in altro modo, di certo in maniera meno infida e seduttiva.

 La dispersione e l’overdose di informazione e disinformazione provocano il caos, e la ritmicità sfrenata della corsa continua impedisce la riflessione. E’ verissimo che l'utilizzo di un linguaggio povero, stringato e fumettistico riduce la capacità di articolare il pensiero e indebolisce la mente. 

Eccolo l'uomo, individuo solo che corre e che consuma, e che crede in questo di essere libero. Viene da chiedersi cosa sia davvero, in fondo, la libertà, e quanta mai l’essere umano possa averne saggiata. 

Ogni epoca usa i suoi strumenti e dietro le quinte se la ridono quei soggetti che ne fanno uso: espressione, questa, di intelligenza, sia pure mal orientata.  

E’ dunque possibile usarla e alimentarla, e volgerla in direzione diversa. Perché siamo così lenti?






 

lunedì 25 luglio 2022

Luce

 

Conduco una vita concitata, sono concitata, la vita è concitazione: lascio girare queste parole in attesa di rispondere alla domanda di un amico. 

Sto rispondendo a me stessa, alla domanda che continuo a pormi da un po' di tempo, e che mi perseguita da quando ho saputo della nascita della mia nipotina. 

La notizia è arrivata a sorpresa, e mentre la voce di mio fratello suonava nelle orecchie, ero spaesata ma in modo bello, e sentivo lacrime scendermi sul viso. L’animo pervaso da una emozione che non capivo. E tutti a dire che è normale “perché è la famiglia”, ma questo lo so già.

 Ci sta dell’altro, qualcosa che va oltre la “normalità" di un evento che pure è straordinario.

Una certa inquietudine mi ha accompagnata per giorni, finché mi sono trovata a vivere una situazione analoga: presenziavo al matrimonio di una coppia di amici. L’evento inanellava più di 10 anni di convivenza – quella che appariva alla mia mente come una formalità che non avrebbe portato alcun cambiamento alla loro situazione.

Osservavo la mia amica, radiosa nel suo bel vestito, adornata di fiori ed emozionatissima. Li osservavo mentre si scambiavano gli anelli e si guardavano con tenerezza, poi lei si è girata verso di me e aveva gli occhi bagnati. Si sono bagnati anche i miei, e qualcosa di invasivo si è posizionato nella mia gola.

 Insomma, che succede? Non trovo strano il fatto di emozionarmi, ma strano era quel tipo di emozione. Anche stavolta, si trattava di qualcosa che andava oltre.

Pensa e ripensa, credo di esserci arrivata: si tratta di questo tempo, e della vita.

Da mesi ormai la nostra attenzione è focalizzata su disgrazie, cattive notizie e allarmismi dovuti a stati pandemici, alla diffusione di virus sconosciuti, a crisi geopolitiche, economiche e climatiche. Io stessa non faccio che documentarmi e devo ammetterlo, effettivamente, che si respira un’aria plumbea, come se il nostro mondo fosse coperto da un cielo torbido, denso e brutto.

 E sinceramente, ritengo che lo sia. 

Ma sono caduta anche io nell’ipnosi di massa: ecco cosa è successo, ecco le lacrime… Finalmente una crasi! È accaduto qualcosa di bello, di vivo e di umano, qualcosa che nasce dalla felicità e la genera a sua volta, e finalmente la luce del sole, quel sole che ci appartiene e che domina il cielo, si è lasciata mostrare.

 Un evento distrattivo rispetto al grigio ha rovesciato la visione: qualcosa di brutto, ora è chiarissimo, si è immesso in qualcosa di bello, quel qualcosa che si chiama vita, la nostra vita. E noi, assorbiti, contribuiamo ad alimentarlo e a coprire noi stessi di malessere.

Guardavo quell’esserino di pochi giorni: una personcina in miniatura, perfetta, emotiva, dagli occhi luminosi, in continuo movimento tra una espressione e l’altra. Osservavo i genitori, stanchi ed estasiati, e sentivo il mio cuore. 

La vita ci dona bellezza: semplicemente, te la trovi dinanzi. E poi lo dimentichi, così indaffarato a fare lo slalom tra le bruttezze che, prevalentemente, ci siamo costruiti intorno. Un’amica si impegna, con il compagno che ama, a proseguire insieme il viaggio comune, e nel suo viso una luce bella, che non le avevo mai visto.

Ecco che certe formule, in passato per me indifferenti, assumono oggi un valore profondo: rituali, cerimonie, gestualità, e frasi a volte considerate banali: è la rete delle nostre emozioni, che ci unisce e ci fa respirare.

E’ la nostra vita, da esseri umani, ed è tempo di riappropriarsene.





  


 

 

venerdì 10 giugno 2022

L'estetica della vita

 

 

Scrivo qui di seguito una riflessione in risposta al post pubblicato da Doriana Goracci su Agoravox il10 giugno,  

Premetto che la sottoscritta non è vegetariana né vegana, e che sono una persona che si alimenta con criteri di funzionalità e piacere, nel rispetto delle risorse che questo nostro mondo ci consente di cogliere.

 Mio padre era un medico e usava ripetere che il nostro organismo necessita di sostanze diverse, incluse le proteine animali. Aggiungeva però che l’alimentazione va fruita con intelligenza e misura, per evitare di danneggiare sé stessi e gli altri.

Chi mi conosce o legge ciò che scrivo sa che sono una persona che osserva il mondo animale – incluso l’uomo – con grande curiosità e ammirazione. Condivido la formulazione singeriana che ha citato Veronesi nel video del termine “antispecismo”: siamo viventi e coabitiamo il mondo, che si fa mondo individuale per gli uomini e per ogni specie vivente - tutti attori che lo vivono e sperimentano a proprio modo. E questo è ciò che va rispettato.

Sento ancora troppo spesso parlare di “animali da compagnia”, una espressione mi fa irritare.

 “Da compagnia” …

 Gli animali sono tali perché vivi: in passato, nel definirli, si è fatto ricorso all’idea di anima, intesa proprio come soffio vitale (forte il dissenso, condivisibilissimo, di Stefano Mancuso che ne coglie altrettanto nelle specie vegetali, a lungo sottostimate dai nostri scienziati); dunque come decidere che un verme vale meno di un cane? Forse perché non ci guarda con occhioni teneri e non si avvicina per ricevere coccole?

 Eppure, forse, un verme svolge funzioni per il nostro pianeta più utili di quanto non possa fare un cane di appartamento… (sembra che anche Veronesi sia caduto nella trappola)

E’ terminato da poco un interessante ciclo di conferenze indetto dall’Università di Firenze    sul tema della conservazione delle specie animali, e  su quanto la dimensione estetica influisca nella selezione e individuazione di quali ambienti e di quali animali siano indicati come meritevoli – rispetto ad altri – di attenzioni in tal senso. 

Ciò che emerge da questi incontri, oltre alla necessaria collaborazione ai fini della comprensione complessiva del fenomeno tra le scienze umane e le cosiddette scienze dure, è proprio il fatto che molto spesso ciò che ci spinge a decretare è un fattore soggettivo, estetico: quel che ci porta a dire “scelgo questo perché mi piace, lo trovo più bello”. 

Siamo esseri umani, con i nostri limiti e le nostre necessità, e non possiamo né dobbiamo essere condannati per questo, ma vero è che dovremmo aprire gli occhi e la mente – oltre che il cuore – dinanzi a quanto ci circonda.

Ripeto spesso agli amici che trovo incredibile il fatto che l’uomo cerchi nello spazio altre forme di vita quando non riesce nemmeno a sorprendersi per quelle che lo circondano.

Io, da qualche tempo, ho la fortuna di vivere in campagna e di avere un piccolo giardino a disposizione in cui deliziarmi come non ho mai potuto fare quando vivevo in città. Trascorro molto tempo all’aperto e osservo e ascolto, e mi trovo spesso a sorprendermi e a sorridere.

 Le mie passeggiate nei campi includono incontri con animali che si rivelano curiosi quanto me: mi fermo ad osservare viventi che fanno altrettanto, che si avvicinano e con i quali si realizza una forma di comunicazione che non so definire. 

Non è verbale, ovviamente, e non è solo fisica. E questo è bello. E’meravigliosamente bello.

Recentemente sto avendo incontri ravvicinati con animaletti particolari come le tartarughe, delle quali si dice un po' di tutto. Mi sto documentando e sento definirle come fredde, limitate ad azioni volte alla sopravvivenza, primitive e stupide. 

Sto sperimentando il contrario, in barba alle tante parole scritte e diffuse attraverso la vulgata. 

A fronte della messa a disposizione di spazi ampi e di cibo in abbondanza, loro si mostrano golose, cercano l’ultra che dà loro piacere, e riconoscono chi è in grado di fornirne: questa non è sopravvivenza, ma capacità di scegliere seguendo il piacere.

 Si avvicinano alle mani di chi fornisce loro il cibo extra, e se le trovano vuote (nel senso in cui non è presente il pezzetto di mela che a loro piace tanto, o la fettina di fragole che fa loro impazzire), allora le vedi esercitare colpetti ripetuti col becco, con delicatezza e senza intenti aggressivi, e poi rivolgono il loro piccolo muso in alto, verso la persona, aprendo e chiudendo ripetutamente il becco per inviare un chiaro messaggio di richiesta.

Se poni degli ostacoli sul terreno, anziché seguire i loro normali percorsi – le tartarughe sono delle grandi camminatrici – optano per le difficoltà e scelgono il pericolo arrampicandosi a rischio di ribaltamento. Se poi trovano una rete di contenimento che impedisce loro di procedere verso uno spazio inesplorato, in barba all’ampio territorio che hanno a disposizione, si ostinano a voler andare oltre, cercando di scalare la rete, facendo la ronda avanti e indietro, in cerca di una via di fuga.

Eccomi dunque concordare con il vecchio Darwin, quando sosteneva nei suoi taccuini di viaggio che anche gli animali più lontani dal nostro modo di vivere hanno il senso del gioco e agiscono in funzione del piacere, non solo della sopravvivenza.

Ha ragione Veronesi nel dichiarare che noi tutti dovremmo cambiare il modo di approcciare la vita, ma non solo perché abbiamo “il dovere di sviluppare una coscienza etica”, come lui sostiene,  bensì perché apparteniamo ad una rete vivente che ci consente di esistere.

 L’etica non è un dovere, a mio parere, ma una dimensione strutturalmente nostra.

 Il dovere sta nel cogliere questo, come può esserlo il fatto di avere un corpo che va nutrito. Il dovere del rispetto per la vita, che è anche il rispetto per noi stessi.

Come possiamo chiudere gli occhi davanti a ciò che siamo?






 

mercoledì 18 maggio 2022

La capacità di sorridere



 Gli esseri umani sono oggetto, da tempo, di bizzare e discutibili definizioni ad opera di filosofi, scienziati e studiosi di ogni sorta, frequentemente citati e spesso in maniera impropria: gli uomini sono lupo ai loro simili; sono esseri sociali; gli uomini sono individui fragili; non si può parlare di individui ma di connessione reticolare; enti tra gli enti o soggetti produttivi; evocatori di senso...e chi più ne ha più ne metta. 

Quando ragiono con qualcuno ho l'abitudine di farlo riflettendo sulla mia propria esperienza: come altri, infatti, mi interrogo sul senso della vita, cercando di coglierne i fili sottili.

L'essere umano mi attrae e mi incuriosisce nei suoi molteplici aspetti che, francamente, non esauriscono alcuna delle definizioni diffuse. Una cosa però l'ho colta: ci appartiene una strana realtà, che sa spingerci oltre l'oggetto materico fino ad entrare nell'altrui intimità. C'è chi parla di anima, di intuizione, di empatia e campo semantico…una forza comunque che inibiamo da soli schierandoci a frotte nel confortante (per alcuni) terreno della sovrana Ragione. E questa tiranna ci illude, con regole e vari principi - per altro, fornite da altri par nostro - di riuscire a venire a capo di tutto.

 Noi, che nulla riusciamo davvero a tenere, vediamo dissolversi spesso convinzioni accanite, come granelli di sabbia in discesa tra le dita impotenti.

 Ignorare una tale premessa ci spinge a comportamenti ed azioni nefaste - per noi e per chi ci sta accanto.  

L'esperienza ci pone in relazione continua con altro e con altri, e qui vengono il bello ed il brutto, qui inizia la parte più dura: parti a confronto che vanno dovunque, gravate da insegnamenti pregressi e da esperienze di vita. Non enti chiusi e ben definiti, ma potenzialità in trasformazione continua, con il potere di dare e di prendere, ed anche quello di imporsi.  

C'è chi ascolta, chi chiede e chi dice. E poi c'è chi se ne rimane in disparte, rimugina e poi, magari, a sua volta si espone: é la danza di un fare che é l'agire comune. Qui si apre un mondo che riflette tutti gli strati dell'arcobaleno, in ogni sfumatura possibile.

Agire comune in un mondo condiviso, spesso però in modalità ottusa e perentoria: ognuno per sé, verso obiettivi, anche fugaci, che sembrano a volte oscurare il contesto. 

Ecco che quindi chi si riunisce per godere un po' di amicizia finisce per perderla, in virtù del rispetto di azioni avviate e di regole a ciò inizialmente conformi. Le regole, questo conta...e l'uomo che arriva si adatta! Costoro non sanno vedere né udire il gioco sociale più serio, dalle forme mutevoli, che chiede adattamento al momento. Non sanno cogliere, purtroppo, lo sguardo dell'altro, e l'appello di chi si presenta senza troppe parole.

La bella rotondità dell'uovo si rompe e ne fuoriesce il contenuto prezioso: disperso e buttato via scioccamente.

L'incanto è perduto, e una pioggia di stereotipi e sciocche parole rivelano l'egoismo di approcci limitati e violenti, fino alle offese e alle uscite di scena.

Che dire, signori, se non che l'uomo, la bellezza, non sa proprio goderla, e ancor meno sa tenerla con sé. 

Essa accade, magicamente, da sé, ma il rigidismo di visioni oscurate si fa artefice dell'incombenza del buio.

 La capacità di sorridere, signori miei, è davvero appannaggio di pochi...




 








lunedì 2 maggio 2022

Maggio

 

 Primo maggio, giornata di rievocazioni storiche, di slogan e bandiere rosse: giornate di rabbia e di gioia, di musica e comizi. Una giornata, quest’anno, di nuvole e aria tiepida, e poi, sul tardi, anche di sole.

Una giornata da trascorrere in disparte per coloro che non apprezzano la gazzarre sociale, per chi detesta di trovarsi imbottigliato nel traffico o vedere agenti di polizia dislocati per la città.

La mia persona, tra questi.

Quest’anno però c’ero anche io. Sarà per via del lungo periodo di restrizioni, dell’inverno prolungato, del continuo parlare di guerra e di morti, e di bambini dispersi in vari paesi, allontanati dalle bombe che cadono sulle città. Fiumi di parole e commenti che definiscono buoni e cattivi all’interno di un discorso che parte da premesse assurde - la guerra –, e le contraddizioni di un mondo che fatico a interpretare.

Osservo incuriosita ragazze che con le mani tra i capelli lisci espongono visi vistosamente truccati alle telecamere dei loro smartphone, le labbra arricciate nella smorfia fin troppo comune; sullo sfondo la distesa azzurra del lago, e la lenta discesa del sole tra i monti tra la luce rosata del cielo.

Passeggio lentamente vicino ai grossi ippocastani, che si estendono altissimi sopra di me, attratta dai vari modi che hanno gli astanti di muovere i piedi sul suolo, vicino alla riva, mentre papere indifferenti affondano il collo nell’acqua, a pesca di cibo, e agitano il loro codino pennuto per aria.

Sorrido e stranisco, in un misto di emozioni confuse.

Il mese di maggio, tra l’inverno e l’estate: il venticello frizzante serale, le luci e i locali che si riempiono di persone.

Ieri e domani, in un turbinio di suoni e luci, di odori e di corpi in movimento.

I pensieri che vanno agli ultimi eventi e al passato, a esperienze già fatte, che non torneranno. E va bene così. Osservo i bimbetti correre e darsi spintoni, con le loro biciclette, frenati dalle mani di adulti che sono con loro. Chi si infastidisce perché interrotto nelle conversazioni con altri, e chi si dedica totalmente a quelle creature.

L’umanità che va avanti, da quanto tempo e fino a quando. In un mondo confuso, che cambia, e che offre i suoi spazi.

Osservo gli alberi, immergo i miei pensieri nell’acqua, di un azzurro ipnotico. La brezza crea increspature che potresti continuare a osservare per ore. 

Ho conosciuto persone, ne ho perse e ne incontrerò altre: tutto si intreccia in un presente che sembra attorcigliarsi in direzione futura, senza davvero essere altro dal passato vissuto. Io sono qui. Ancora. Come lo ero allora. Sono qui, con vedute più ampie, con un corpo più adulto, con pensieri più pieni. Tutto il resto che avanza, ci attraversa, e ci supera.

Sembra che nulla cambia tra le azioni degli uomini: si ride, si mangia, ci si abbraccia e ci si odia. Le persone giocano e litigano, si danno obiettivi, tutto sotto un cielo ampio, solcato da ali grandi e piccole, attraversato da nubi di vario colore. Sole e pioggia, vita altra da noi insieme con noi.

 E la guerra. Perché?

Ho voglia di leggerezza e di colori, di distarmi un po': raggiungo il Ballon Museum con una amica e mi immergo in un mondo di palloncini gonfiati, di luci e di semplicità. Pago troppo per le istallazioni disposte, ma abbastanza per lo spettacolo fruito: tanti bambini  felici, eccitati e agitati, che corrono e ridono, che stupiscono, aggrappati alle mani dei genitori, abbracciati tra loro, che urlano e fanno le gare.

 Mentre faccio la fila li osservo: sono dovunque, sparsi nella luce soffusa con gli occhioni sgranati puntati sui colori accesi dei giochi. Qualcuno si sente osservato e mi guarda. Sorrisi bellissimi, di quelli che solo i bambini ti sanno donare. Finalmente un po' di calore nel cuore.

Mi immergo nella piscina di palline bianche, che mi vanno dovunque, ne tiro all’amica e aiuto una bimba a scendere giù. Viene voglia di nuotare, ma i movimenti sono impediti, come è ovvio, e il corpo sembra pesante. 

Rido anche io, in questa giornata di maggio, finalmente lontana dai discorsi di guerra, di economia, di crisi globale. Rido in semplicità, insieme con individui piccini.





 

mercoledì 6 aprile 2022

La fine del mondo

 

Esco di casa nel silenzio del circondario: chi non è già uscito se ne sta riparato in casa, al calduccio, magari con una tazzina in mano di caffè.  In questa pigra primavera il sole è alto e brilla in risposta alla grandinata gelida del giorno prima.

Allungo il passo sul mattonato, circondata dai suoni armonici degli uccellini, che sono in piena attività nell’aria frizzantina.

 Sfioro la siepe di alloro con le dita e raggiungo la mia auto sul piazzale: pesco il telecomando nella borsa, getto le mie cose alla rinfusa nell’abitacolo, scaldo il motore con solerzia, pigio il tasto della radio e poi tocca al cancello… pochi minuti e sono in strada.

Il sedile è freddo, mi scaldo ripensando alla bella serata trascorsa con gli amici, intanto che la voce, dalla radio, sovrasta i miei pensieri con particolari struggenti sulla situazione della guerra. 

La guerra.

 La guerra è alle porte, dietro casa, vicino a noi. Case distrutte, persone uccise, gente che ha perso tutto, la fame e la disperazione. Armi e combattimenti. 

La guerra è qui.

Se ne accorgono solo adesso, che è qui. E’ sempre stata qui, e lo è stata ancora di più da quando viviamo nella globalizzazione. I confini hanno smesso di essere nazionali molto tempo fa, non sono più fatti di terra e sassi. Direi che non lo sono mai stati.

Gli uomini, esseri vivi che nascono e vivono in uno spazio comune - che è fatto di terra, certo, ma anche di pensiero, di dialogo, di cultura. Che è fatto di sentimenti ed emozioni.

 Il nostro mondo è fatto da noi ed esiste con noi.

La guerra accompagna l’uomo da sempre, ma l’uomo decide di vederla e di indicarla col dito solo in certe occasioni.

I crimini contro l’umanità, tribunali, leader che con espressioni di sorpresa proclamano il loro sdegno… e parlano, parlano, si riuniscono, vanno a consiglio… e la gente continua a morire, chi da una parte e chi dall’altra, in preda alle correnti. 

Qualcuno lo dica: la guerra piace e viene nutrita, lo strumento ottimale per favorire interessi che sono sfuggiti di mano.

La domanda che aleggia è sempre la stessa, da sempre per tutti: a chi giova, perché?

Persone che riescono a fuggire – per dove, poi? – e altre che rimangono lì, nella terra, senza vita. Immagini che fanno il giro del globo, rimbalzando tra gli schermi e i nostri neuroni, riempiono occhi e orecchie, accompagnati dal suono delle sirene e dalle tante parole. Immagini e suoni che abbiamo già visto, che alcuni di noi ricordano per esperienza diretta.

Gli interessi degli uomini sono divenuti interessi altri, di altro, oltre. E l’uomo, che costruisce la guerra, la subisce impotente.  

Creiamo per distruggere e tornare a creare: viviamo in un circolo strano di azioni, reazioni ed azioni contrarie. Esseri stupidi e brillanti, ottusamente piccoli. L’evoluzione è solo un adattarsi.

La morte di un uomo è la fine di un mondo – scriveva qualcuno – e la fine del mondo sta accadendo ogni giorno.




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giovedì 17 febbraio 2022

Disegnare il mondo

Timothy Morton ci dice che questo mondo non è più Il mondo, e che prenderne coscienza provoca il trauma salvifico, l’unico in grado di farci cambiare modo, lo choc che ci risveglia. Il mondo non è più il contenitore conoscibile, ma quello che indica come lo “estraneo strano”, ciò che ci attrae e ci respinge, che si impone dall’interno per costitutiva coappartenenza, e che ci sfugge, pur dominandoci.

 L’ossessione di questa nostra realtà ci cambia e ci obbliga ad una riflessione rivoluzionaria, che stravolge la nostra visione del passato e del presente, costringendoci ad un agire diverso, lungimirante seppure parzialmente cieco, ad un salto verso l’ignoto.

Morton descrive questo stato come qualcosa che sa di pazzia: una stabilità che ci impedisce di stazionare, perché tutto rimane inafferrabile, o lo è solo parzialmente. Un pensiero attraente e spaventoso, che mi pare ben descrivere lo stato attuale in cui tutto è crisi, tutto è disciolto e dilaga ovunque, come un magma fluido che nell’espandersi incorpora ciò che trova e lo porta con sé.

 E questa pazzia dovrebbe aiutarci a veder oltre, a cambiare “casa”, a muover passi altri. Sono personalmente convinta che ciò sia vero, l’ho sempre creduto, ma non tutti gli uomini sanno resistere all’orrido: qualcuno, un tempo non lontano, con fare grave, mi ha detto e ripetuto di non riuscirci, che non sapeva adattarsi, che in questo mondo non riusciva a ritrovarsi e che si sentiva perduto. 

Mesi dopo questa persona ha deciso di andarsene, e lo ha fatto nella solitudine e nel dolore. Una persona che, pure, aveva molte risorse, più di quante ne abbia colto in tantissime altre. La storia si ripete, ed altre persone di mia conoscenza hanno spento la luce, nel solo modo che le leggi violente di questo paese concedono a tutti: nel silenzio, nella solitudine, e nella disperazione. Il pensiero vola oltre la mia bolla privata: siamo così tanti. Un’anima bella mi scrive che “il nostro mondo è ridisegnare il mondo”; anche su questo mi sono sempre impegnata.

 Nel piccolo, tra le persone, con i bambini, in natura…ovunque. Ma siamo formiche, troppo spesso distanti, isolati da retaggi culturali ed interessi altri che di humanitas non hanno nemmeno l’odore più tenue.

Lo sconforto per lotte vanificate e per scenari vissuti che potevano essere evitati, in uno spazio che ha i limiti del fenomeno fisico e del tempo della memoria.

Un’ amica africana racconta della sua terra, della convinzione condivisa dell’importanza del crescere i figli, tanti figli: chiunque continuerà a vivere finché altri lo ricorderanno. La famiglia diviene una prolunga, diviene un ponte.

Espando questo concetto a tutte le impronte lasciate durante il cammino terreno, alle persone toccate, anche solo per poco, e mi ripeto come un mantra ciò in cui credo fermamente: chi dà riceve e chi riceve ha il dovere di restituire dando a sua volta, in un circuito virtuoso che concede il recupero franco di una familiarità sostanziale con noi stessi e con chi calpesta questo mondo.  

Rimane un gran senso di dispiacere, di disagio, di mancanza. Rimane il senso di una violenza incomprensibile. E subdolamente, a ondate, la stanchezza prevale.

Per cosa viviamo? Forse per stringerci insieme ed unirci in un sorriso comune, forse per aiutare chi ne ha bisogno maggiore, forse per godere della bellezza che ci si offre dinanzi senza essere vista, una bellezza che non può escludere l’uomo e che sembra però sopravvivere solo senza di esso: uno iato che dobbiamo curare, un mondo che sta a noi disegnare di nuovo.