Il Mio Blog non vuole essere un monologo, ma un invito all'incontro: pertanto sono graditi i commenti e il succedersi degli scambi che ne conseguono.
Buona lettura!

sabato 18 agosto 2018

Verde

Un prato inzuppato di pioggia, i fili d'erba solleticano i polpacci nella mia goffa andatura su questo tappeto odoroso, che come una spugna rilascia l'acqua ad ogni mio passo. 
Attraverso un campo scomposto, selvatico e verde, verdissimo. Picchiettato dai tenui colori di capolini fioriti, sparsi elegantemente un po' ovunque.

Lì  sopra il cielo e' occupato da gonfie nuvole scure, che assumono forme pompose, e mutano spostandosi via in fretta, seppure ammassate, come un unico e morbido corpo, sospinto dalle fredde correnti dei bizzarri venti montani.
Qui e la' solo brevi schiarite, spade di luce riescono a rompere il muro, a sbucare in transitori pertugi. Va tutto molto veloce, mentre io sono quaggiù, a muovermi lenta sulla terra bagnata. 

E osservo i rami del pino, ornati di perle cadenti, attratte dal suolo, e ondeggiano le punte argentate dei salici, che come ogni anno di questo periodo, impreziosiscono le chiome brillando nell'aria con i loro riflessi.

Il grigio che piove dal cielo rende la vegetazione piu' verde, la fa apparire più viva, e avverto come una forza che vibra e percorre  il mio corpo.

Un pomeriggio di fine agosto, in solitario ascolto di ciò che mi accoglie. Se mi avvicino a quella pozza accadrà, lo so bene: le piccole rane vi salteranno dentro veloci, con le lunghe zampe scure e quel musetto appuntito che rimane all'esterno, ad osservare il vasto mondo dell'aria. Fintanto che il pericolo sia contenuto, ovviamente...

E allora mi avvicino pian piano, voglio provare il noto piacere di poterle osservare, immobili, colorate, con gli occhi attenti e quel ritmo costante che danza sotto la gola. Un respiro di vita in un ambiente pulito.

Si accorgono della mia presenza, e lestamente si lanciano in acqua: alcune posso solo sentirle dal tonfo che fanno immergendosi, qualcuna  invece riesco a vederla, nel salto che conduce nel luogo sicuro, proprio a mezz'aria, dove il corpo in verticale inizia a incurvarsi per ridiscendere a terra - o in acqua, più propriamente.
Una squadra di atleti olimpionici!

Ce ne sono di scure, che si mimetizzano bene nel fango, e ve ne sono di color verde  brillante; sono di ogni misura, distribuite nell'erba in ordine sparso. E' difficile distinguere, in tutto quel verde, le snelle figure - di certo non per caso. Sono piccoli viventi, non sono aggressivi... Nuotano, saltano e cantano... In qualche modo dovranno pure proteggersi!

D'estate competono attraverso concerti amorosi,  scavalcandosi agilmente nell'acqua e nel limo. A differenza di me, che ho i vestiti impregnati di pioggia, i capelli bagnati appiccicati sul volto, e la camminata pesante, intanto che passo con passo, fatico a estrarre i miei piedi dal fango spugnoso. 

Ma provo una grande allegria, tra le gocce e le fronde agitate, illuminata da un cielo invasato, e spintonata da questo vento freddo e impietoso, intessuto di accesi lampi incrinati, rumorosi e fugaci.

Procedo con ritmi alternati, in questo mondo vivace, fatto di luce e di anime vive, che suona, a volte in modo un po' greve, il respiro del giorno.
Il giorno che appartiene anche a me.












mercoledì 15 agosto 2018

Responsabile?

E mi capita di conversare con persone che raccontano di eventi accaduti, esprimono le loro opinioni, riflettono sugli sviluppi possibili e ipotizzano scenari ottimizzabili.
E poi mi capita di udire quella opaca espressione che cita "il mio responsabile..."
 Espressione con cui, solitamente, si allude a qualcuno che, per qualche criterio tra i tanti possibili, é stato incaricato di fare da referente per altri.

Ma cosa significa davvero? Mi soffermo a pensare perché il groviglio induce spesso in errore, ed è bene, a mio avviso, che la foschia si diradi.

Referente é il participio del verbo latino refero, che indica l'azione del riportare, del restituire. Il referente - in una realtà aziendale - è dunque colui che ha l'incarico di riportare quanto ha acquisito, e solitamente si tratta di situazioni e informazioni che vedono coinvolte persone a lui sottoposte.

Si tratta, in sintesi, di una figura professionale che ha un compito ben definito, deputata a ricevere e trasmettere informazioni.

Che poi, questi, abbia anche i talenti del responsabile e riesca ad esercitarli ... è da vedere. Ci viene in aiuto un famoso sito sulla lingua italiana che rende disponibile al lettore la nota seguente: 

"La responsabilità è l'attitudine a rispondere. Non la sfacciataggine della battuta pronta, ma la capacità di rispondere reagendo alla situazione della vita in cui ci si trova. Non il vitalismo bruto da legge della giungla, ma l'inclinazione di tenore ieratico a fare la propria parte."

La figura del Responsabile, pertanto, non ha solo il compito di passare parola, ma soprattutto quella di "fare la propria parte", ossia di contribuire dall'interno della situazione alla sua gestione facendo uso delle proprie competenze; un attore che si mette in gioco in maniera sana, nel rispetto di quell'etica che chiama ciascuno di noi a produrre un contributo utile alla società.
 Nella stessa etichetta è raccolto un ruolo complesso che poco ha a che fare con la politica del comando positivo. Parliamo qui di chi ha l'onere e l'onore di prendersi cura della propria unità operativa, e di farlo nel senso germanico della Sorge (la cura, il prendere a cuore)    

Ora, la cura é quel modo di partecipazione attiva che prevede un coinvolgimento epistemologico - coltivare le capacita cognitive -; emotivo - fare attenzione allo stato emotivo -; e prassico, nel seguire attentamente il piano delle azioni, valutandone con anticipo le possibilità attuali e le conseguenze future: mi preoccupo di una situazione, la prendo a cuore, e mi impegno nel gestirla al meglio.

Il Responsabile, insomma, non si limita a riportare quanto accaduto attraverso una sintetica ripetizione, e tanto meno può ignorare le differenti modalità di espressione relative.

Egli ascolta, osserva e percepisce elementi che dovrà riportare - qualora lo ritenga necessario - nel modo e nel momento più opportuno, al fine di ristabilire l'equilibrio necessario a consentire a chi esegue di procede liberamente (sia pure con coscienza).

Il suo scopo: portare la propria equipe a raggiungere gli obbiettivi stabiliti, e farlo nel migliore dei modi. La condizione essenziale perché ciò avvenga è che i vari membri del team siano messi in condizione di operare in un clima sereno e in un ambiente adeguato, in cui siano garantiti  strumenti e servizi necessari,  affinché possano esprimere e/o affinare le proprie competenze a vantaggio di tutti.

Colui che si sente a suo agio, motivato, stimolato, accolto e ascoltato, colui che si vede insomma riconosciuto nel suo valore di persona e di risorsa, porta in sè il germe dell'evoluzione, della funzionalità e del valore. Porta in sè il sorriso della soddisfazione e del piacere, e ne diffonde a sua volta le spore.

Il Responsabile è dunque un operatore sociale che prende a cuore la piccola comunità che gli si affida, dopo che gli è stata affidata, e gli si affida perché in lui riconosce l'acqua che nutre la terra in cui sviluppare le proprie radici e far crescere i propri rami, vede in lui lo strumento utile al proprio sviluppo e, così facendo, con il suo impegno, contribuisce a rendere un poco migliore quello spazio condiviso, stimolando ognuno a offrire un poco del buono di sè che è stato motivato ad affinare.

Il valore si aggiunge al valore, e dal singolo si arriva alla comunità. L'individuo si fa sociale in una circolarità virtuosa che fa la cittadinanza nel mondo. Quella sana, quella responsabile, quella partecipata. Quella che tutti vorremmo respirare.

E allora possiamo parlare di Leader, che guida risorse avendone cura,  a conseguire obbiettivi che richiedono impegno comune a farsi migliori e a migliorare l'insieme. E questo fare, che è un fare insieme per l'insieme, è ciò che dà il valore ad un ruolo, che corrobora le mere etichette di un titolo ovunque fin troppo abusato.

Non dirige chi impone violenza dall'alto di un podio rubato - o assegnato per altri motivi - ma chi nel suo fare guadagna la stima degli altri, ne ottiene il consenso, e prova piacere nel vederli avanzare.

Ecco dunque chiarito quel nodo confuso: 
 Un responsabile è un capo perché sa essere leader , esercitando con fare verace la cura di chi, questo mondo, lo attraversa con lui.

Un referente soltanto non è.
Un capo soltanto non é.

Si tratta di un Uomo, che rispetta la vita ed intende onorarla.















martedì 24 luglio 2018

Preparazione

Persone che si fanno del male perché non sanno rinunciare a un pensiero. Persone che fanno del male perché non sanno evitare un pensiero. Volti amici che non sorridono più ed espressioni provate che si portano dietro corpi pesanti, resi lenti da ciò che è contenuto nelle ossa del cranio.

Pensiamo volteggiando nervosi un pò avanti e un pò indietro, e ripassiamo ancora su quelle curve quando ci sembra di aver trovato qualcosa, che poi ci sfugge, ed ecco che ricomincia il giro...

Ci sentiamo migliori di altri viventi eppure, spesso, stiamo peggio di loro. Ci raccontiamo la storia della razza migliore, civile ed evoluta, intanto che roviniamo tutto ciò che ci serve, e abbiamo paura di regalare un sorriso... 

Dirottiamo noi stessi agganciati dagli odori fasulli che portano i venti, e ci avviciniamo l'un l'altro in dimensioni irreali, rassicurati di non essere troppo scoperti.
 "Abbiamo dimenticato come si sta all'aperto": la frase rimbalza dall'ultimo film di Spielberg che ho visto (Ready player one), in cui uomini e donne vivono ciecamente immersi in una realtà virtuale ipertecnologica, la cui forza ha surclassato l'interesse per la vita reale.
 E la vita, quegli uomini, non la curano più, non vi cercano stimoli, e non si interessano più a migliorarla. 

Si sono distratti, dimorando in un altrove che, pure, però, vi è radicato. Ma questo non sanno vederlo, così si confinano in ambienti irreali, tra compagni altrettanto fasulli ("tu vedi di me solo ciò che io voglio farti vedere"), rinunciando a curare se stessi nel proprio mondo.

Il nostro futuro, forse, o di una gran pletora di individui.

Oggi ho pulito, sgrattando con la spazzola di ferro, diversi metri di muro: le pareti preventivamente trattate con un prodotto in grado di eliminare le muffe; ho impastato del cemento, e un pò per volta, bagnando i buchi che dovevo sanare, li ho colmati con l'impasto ottenuto. 
Ho coperto anche le crepe, lunghe e profonde sulla superficie sbiadita.

Ho spazzolato via tutto, poi, ho pulito bene la base... E così potrò verniciare! 

 Ho un bel pennello, massiccio e pesante, che attende vicino all'ingresso il suo grande momento. Un pò su e un pò giù, e poi le strisce trasversali, rigorosamente in punta di pennello. 
So farlo, ho imparato osservando e ascoltando, e poi provando in prima persona.
La preparazione è il 90 %, mi dice l'amico, ed io lo so che è vero. 

Ed è forse per prepararci che continuiamo a pensare, giriamo e rigiriamo gli eventi simulandone a mente le potenziali sequenze, ma stiamo solo volando, i nostri piedi non poggiano più.... 

Voliamo nell'etere dimenticando la terra, e abbandoniamo così la vita reale. Perchè essa è dura, perchè non scivola bene, perché a volte ci opprime obbligando una selezione di scelte.

Ma la preparazione è importante, e continua ogni giorno per ogni giorno a venire. 

Non inizia e non finisce: la preparazione è la vita! 

Guai a fermarci, guai a rinunciare! Ogni momento esperito, sembri pure di poca importanza, è li che ci plasma, e ci dirige, orientando la mossa ulteriore. 

Siamo nel gioco, ed allora si giochi!

Detto tra noi seriamente: può capitare che si cominci col prenderci gusto...



domenica 27 maggio 2018

Il deserto di Drogo

Un uomo che si consuma nell'attesa, fedele ad una promessa non scritta che incombe sul suo mondo come uno spirito custode.

 Speranzoso, si tende all'orizzonte che ha da venire, egli procede e decide di incedere oltre. E via via che gli avvenimenti  si susseguono lenti, nell'attesa di quella "fortuna" - che è sempre prossima a venire, ma che stenta ancora a mostrarsi -, il tunnel in cui egli si aggira si stringe, lo chiude ogni giorno di più, nell'unicità di un percorso che non concede ritorno.

Ci prova, ci prova una volta soltanto a tornare, ma é giá tardi per lui: ormai trasmutato in spettatore di un ambiente che non è più capace di vivere, abitudini e modi che non é più avvezzo a gestire.

Tornare nel tunnel, quindi, e continuare a sperare, aggrappandosi a quella promessa che, sola, giustifica tutto; che sola, potrà illuminare il senso di una vita compiuta, della direzione intrapresa, della solitudine, della noia, delle privazioni, e può rendere amabile  la malinconia che dipinge lo sfondo.

La natura selvaggia, le rocce ed il deserto. E radi, vaghi e lontanissimi fuochi ad accendere, col passare degli anni, la speranza sopita, sbiadita... Resa confusa.

L'uomo ha spiato il proprio deserto ogni giorno, in ogni momento, in attesa di una fortuna che non è mai stata a lui destinata. Quando il tempo sarà passato, portando via gli anni della forza e dell'entusiasmo, comprenderà l'originario inganno, e la gloria avidamente e pazientemente attesa vestirà i tragici toni della bugiarda utopia. 

Illuso, schernito, e intimamente umiliato: cosí sta quell'uomo che ha continuato a sperare, confidando nella lealtá di quel patto che lui solo ha onorato fino alla fine, fino a capire che il suo tempo e' stato dolosamente rubato.
Quella porzione di tempo che non può tornare a nessuno.

Il Deserto dei tartari  é il deserto degli uomini, percorso da  inganni, abusi e delusioni cocenti, intanto che la folle speranza, ottusa e ostinata, sospinge quel Drogo a dipanare, rispettoso e paziente,  il filo della propria esistenza.

Non si é guardato d'intorno, il povero Drogo; non ha spiato  gli umani che gli tessevano intorno la tela finale: onestamente seguiva le regole, in attesa di quella promessa fortuna. 

Consoliamo noi stessi ripetendo che la vita é crudele, come si trattasse di una sola coscienza che affianca il nostro cammino, anziché una trama complessa, ordita da molteplici azioni, cucite e intrecciate con imprevedibili modi. Essa muta e distorce il suo aspetto in continui singulti, ostacolando il percorso alla meta che spesso rende confusa, e addirittura nasconde.

E tra speroni di rocce, boschetti e distanti spianate, tra le azioni e la noia un po' tutti, al pari di Drogo, osserviamo con animo teso il nostro personale deserto. 
In questa favola strana, che alterna l'offerta del sole alla notte piú oscura.





giovedì 3 maggio 2018

Insieme


La primavera è arrivata di colpo. Come se la ricca nevicata avvenuta in febbraio avesse attivato qualcosa, e la vegetazione, chiamata, avesse risposto con forza, esplodendo con indescrivibile orgoglio.

I viali della mia città ostentano ovunque quel verde brillante che è proprio di maggio, decorato qua e là da eterei  papaveri e dal rosa dei fiori di malva, e I'aria è satura di odori, che mutano ad ogni passo che va.

E così anche nel mio piccolo giardino, dove incontro lucertole e piccoli gechi di passaggio, le chiocciole e i pigri gatti dei vicini che si spostano tra le aiuole ed i muretti in piena libertà.

Ospiti graditi e temporanei, ospiti giocosi che mi donano allegria.

Da poco ho riposto dei semini appena sotto terra, e come è giusto, ogni sera, con amorevole pazienza, mi prodigo con l'acqua. Terra buona smossa ogni tanto per fare passare aria e renderne più morbido il tappeto; il resto è affidato al cielo, alle nuvole e al sole.

Dove vivo tira sempre un certo venticello, che addolcisce la insolita calura di questi giorni quasi estivi e porta seco i rumori della notte.
E a parte il frastuono dei soliti convogli, che raschiano i binari a tempi definiti un po' più in lá, un complesso cinguettio diffuso, come un coro di invisibili strumenti musicali, accompagna nel suo viaggio il sole, che con tepore amico, ogni giorno si affaccia sopra i tetti, e mi ricorda che c'è vita.

Così i piccoli semi, appena coperti da un velo di terra, rinfrescati ogni sera, e cullati dall'aria e dall'armonia di quei corpi minuti rivestiti da piume leggere, sfogliano via quella loro modestia, e si allontanano per gradi dall'oscuro rifugio che li accoglie...

E stamani, attirata dall'aria gentile che si portava le note oleose dell'acacia spinosa, maestoso e fiorito custode dell'ingresso, li osservavo cambiati, curiosa ed impaziente, e ho sorriso felice davanti alle foglie così piccine, attaccate agli steli come braccia minute, ogni giorno un poco più lunghe.

Accanto, le colleghe più anziane son lì, che si allargano comode nelle loro poltrone, godendosi la mitezza del clima, ed esibendo le proprie profumate virtù.

Il rosmarino già coperto di gemme bluette, che affollano i rami nodosi, galleggiando indisturbati tra i verdi aghetti di cui sono vestiti; le calendule lunghe esibiscono a turno le proprie luminose corone, accendendo di luce arancione tutto il muretto che fa loro da sfondo... E più in basso, dalle loro fresche dimore, si affacciano impavidi, un pò bianchi e un pò rosa, i piccoli garofani in ciuffo, con le teste vicine tra loro come fossero unite, e cantano un leggero nuovo profumo, esibendo le vesti dal bordo intagliato.

Il ranuncolo, invece, si é un poco accasciato, forse perché se ne sta tutto solo, distante dagli altri, in una zona un po' in ombra... D'altronde è un fiore un po' velenoso, questo si sa.... Chi mai può volerlo vicino?

Creature che festeggiano il giorno e la notte, davanti ai miei occhi, con colori e forme diverse; condividono il suolo e gli umori del cielo, pur se costretti in ambienti finiti, ognuno nella dimora che ha.

E mi domando perché  quelle altre creature, quelle di cui ho le stesse fattezze, non sanno farlo anche loro, di starsene insieme, ognuna per sé, a godersi la vita che, sola, con quello che dà, può permettere loro di mettere in mostra la bellezza che hanno...







mercoledì 11 aprile 2018

Aurum non vulgi


Jung studiava l'uomo. E per incontrare l'uomo si mise a studiare le immagini che questi produce e ha prodotto nel tempo. Quelle interiori e quelle che nei secoli sono state estroflesse, venerate, additate e oscurate.

Locke, un pò di tempo prima, dichiarava che usiamo il linguaggio per condividere le nostre conoscenze del mondo, ma non è con il linguaggio che possiamo arrivare a conoscerlo. In particolare sosteneva che:

I nomi non si riferiscono alla realtà, ma alle idee esistenti nel nostro intelletto, e dunque il linguaggio non serve per lo studio della realtà, ma solo a porre ordine nel pensare.
Il linguaggio, quindi, non ci consente di cogliere l'essenza delle cose ma solo la loro essenza nominale: concetti, idee messe insieme a costruire e orientare direzioni di azione.

Era il Saggio sull'intelletto umanoquel testo in cui il pensatore scandagliava i vari modi in cui l'uomo arriva a conoscere. E così arrivò a definire diversi modi di conoscenza: per fede, per probabilità, per dimostrazione e per intuizione. Fino a dire che sì, siamo sempre nella sfera del probabile e dell'interpretabile, perché il linguaggio non arriva mai davvero ad esprimere quelle "chimere" che ognuno ha dentro di sé, quelle fantasticherie prodotte dalla nostra immaginazione che renderebbero egualmente autentica, qualora coerentemente espressa, la visione di un pazzo come quella di un uomo tenuto per sapiente.

Immaginazione, fantasticherie e chimere che ci muovono da dentro, nel privato, e ci danno una conoscenza del mondo che metabolizziamo e manipoliamo ogni dí.

Immagini che il linguaggio non arriva a descrivere, limitandosi a rappresentare idee eterogeneamente azzeccate tra loro. A volte spontanee, a volte trasmesse, a volte apprese con modi invadenti e non rispettosi.

Idea: una parola che viene dal greco ίδεἶν (ideìn), e indica l'atto del vedere, del cogliere con la mente ciò che appare... La percezione di immagini.

Conosciamo attraverso le immagini, ma il linguaggio che usiamo comunemente non riesce ad esprimerne completamente il senso...

E torniamo a Jung.
Come altri scienziati rivolse la sua attenzione alla potenza delle immagini, e ne raccolse tantissime da studiare: le immagini della tradizione mistica, filosofica, alchemica, quelle dei suoi pazienti e le proprie.
Dopo la sua morte ha trovato diffusione un libro di sogni personali che lui aveva pazientemente compilato per anni, commentando e annotando, con tenace sforzo interpretativo, alla ricerca di una misura che lo aiutasse a decodificarne l'espressione.

Un documento talmente personale e privato che l'autore stesso rifiutò alla pubblicazione per tutto il tempo in cui rimase in vita (lo fecero pubblicare gli eredi, a dispetto della sua volontà e in irrispettoso odor di moneta).

Era il suo Libro Rosso - di nome e di fatto.

Egli sapeva che il linguaggio immaginifico è il modo più intimo che abbiamo di parlare a noi stessi e di esibire la nostra realtà in modo diretto e sfrontato, in barba ai dettami sociali, alle suddette buone maniere e al comune senso del pudore.

 Esso ci mostra quello che in quel preciso momento stiamo facendo, la sua utilità e l'eventuale degrado che imponiamo alla nostra persona per scelte sbagliate, non rispettose della nostra più propria natura.

Un'infamia condotta per falsi giudizi che ricade su quanto facciamo, o la premessa azzeccata di un successo in fieri.

 Jung era noto come uomo di scienza, che andava esaltando la valorosa funzione formativa della psicologia, orientata a far comprendere - a suo parere - a chi non vede che ha solo necessità di imparare a farlo. 

Poteva forse mostrare a tutti i suoi dubbi, gli errori e le incertezze profonde, ma decise di tenere per sé i propri esercizi...

Il punto di grande dissenso con Freud, al quale si era accostato per un certo periodo, riguardava proprio l'approccio da colui riservato alla lettura dei sogni.

 Per Jung ciò che vediamo con gli occhi interiori della nostra persona (il sè l'anima, come la si preferisca indicare) non è solo relegato al passato: la vita è continua, attiva, muove e procede. E quanto eseguiamo riguarda il nostro presente che, per quanto inficiato del proprio vissuto (sia pure molto lontano nella linea del tempo), è radicato nell'attualità del nostro momento, e consequenzialmente, riguarda l'estensione futura degli echi del nostro operare.

Si ostenta pertanto una sintesi, sia pure sotto forma di enigma, del nostro momento corrente: situazione, sentimenti, pressioni, errori, variazioni e ambizioni. In un fantastico rebus abbiamo le coordinate della nostra esistenza - per come in quel dato momento stanno orientando il nostro percorso.

 Non una fumosa e magica precognizione, ma una progettazione viva, in itinere,  disponibile alla conoscenza intuitiva, alla percezione eidetica: una visione personale sincronica, irriducibilmente connessa  a quanto accaduto e alla direzione intrapresa. Un prospetto che possiamo variare, se solo impariamo a vederlo.

Questo era l'aurum non vulgi cui mirava la grande alchimia, rozzamente confusa nei suoi raffinati obbiettivi: voler mutare in preziosa la materia volgare  era lo sforzo esemplare per azionare un cambiamento di tipo diverso, mirato  a far uscire dall'oscuro rifugio ogni uomo, finalmente congiunto con quanto di se' per vari motivi si costringe a ignorare.
E questa auspicata ricongiunzione, descritta come slancio universale della natura verso la libertà di essere per sè, era quel valore piú  puro che Jung definiva "l'evidenza inalterabile della propria parte d'immortalità".

E l'immaginazione se ne rende capace parola.










martedì 13 marzo 2018

Fiducia

La fiducia è quello stato d'animo, di non facile gestione, che ci dispone a concedere e che, una volta insediatosi, pervade ostinato il nostro sistema di modi, prevaricando in noi la console di controllo.

Se provo fiducia per quel tale contesto abbasso la guardia in ogni mossa che faccio, ed esibisco senza prudenza i miei modi, intessendo rapporti leggeri senza più porvi troppa attenzione.

Ma questo non sempre va bene: nei boschi incantati, agli elfi giocosi si accostano i trolls, sia pure oscurati dalle affascinanti fiammelle di ipnagogici fuochi ...

Certe armonie risvegliano antichi pensieri e sussurrando al mio orecchio melliflue promesse, instillano la voglia di incedere oltre, a seguire un percorso un po' oscuro senza che possa davvero intuirne la meta.

La familiarità provocata da certi fenomeni riveste di confidenza i miei umori, levando la forza che il mio spirito acquista dallo stato di attenzione costante.

E che sarà mai? Forse che è un male sorridere agli altri e allargare le braccia nell'accoglienza ridente?

L'obiezione si impone ma in modo volgare; non è questo il punto.
Io vivo in un ambiente prezioso, popolato da anime varie, vestite di vari colori, e dai molti sapori. La Babele di forme e di suoni in cui ogni giorno mi trovo a vagare costituisce il mio premio, e pure la mia punizione.

Ogni giorno utilizzo la vita e ne dono a mia volta, manipolando l'esistenza che mi è stata assegnata. Ne sono custode, nel bene e nel male, e il dolore e la gioia sono lì che segnano il passo, insieme con altre emozioni.

Come per me, lo stesso per altri: ognuno con la sua libertà e e la propria misura. 

In un tale contesto viene a molti la voglia di unirsi e di scambiare esperienze vissute, magari in comune. 
Accade per  lunghi o per brevi momenti, una tantum o con costante cadenza.
 E quando  mi accade di aprire le braccia, rendendo questo gesto normale, ecco che insieme col buono dell'altro prendo tutto ciò che egli reca con sé.
Anche quando non sarebbe opportuno.

L'intimità di un contatto essenziale ci illude di una somiglianza di base, che rilassa la mente e fa spalancare le porte... E in breve un  estraneo gironzola libero sul ponte di plancia senza che alcuno sia lí a vigilare...

Il placido letto del fiume concede l'incontro tra spazi diversi, che sembrano uguali pur rimanendo uno qui e l'altro di lá. E si somiglino pure, per caritá, regalando una scena omogenea che carezza lo sguardo e pacifica il cuore.
 Ma si tratta  comunque di sponde diverse.

Abbiamo bisogno di aprirci con gli altri, vogliamo condividere il viaggio e scambiare impressioni, ma poi accadono fatti, e se ci accorgiamo che qualcosa non va, ci sentiamo traditi e torniamo avviliti  al nostro solitario cammino. 

La delusione che attribuiamo al dolo di altri é realmente dovuta soltanto a noi stessi, e quivi orientata, avendo in effetti  ceduto  al languore  di una illusione voluta.
Abbiamo giocato la nostra persona rincorrendo un desiderio comune, ma senza che esso avesse davvero sostanza nella nostra storia reale.

Saper provare fiducia è un talento prezioso,  che consente l'incontro più bello ma anche il rischio può grosso. A volte ne facciamo un uso sbagliato e finiamo purtroppo per doverlo pagare. 

Scrutando il mio volto allo specchio devo ricordare a me stesso che l'altro non potrà mai essere me.