Il Mio Blog non vuole essere un monologo, ma un invito all'incontro: pertanto sono graditi i commenti e il succedersi degli scambi che ne conseguono.
Buona lettura!

venerdì 17 settembre 2021

Solidarietà

 

Una falce di luna così gialla da sembrare dipinta. È bassa e splende nel cielo notturno come un dipinto olandese. È lì, al di là delle fronde delle grandi quercie, sopra noi che la osserviamo rapiti. 

Una sera di settembre, una spaghettata tra amici all'aperto. Ci teniamo vicini per rincuorarci a vicenda, ognuno con i suoi pesi di storia. E insieme ridiamo, scambiamo commenti e sguardi di intesa.

 Belli i profili sbagliati contro le luci basse sul prato, in questa sera in cui una strana magia ci tiene insieme e ci fa stare bene. 

La bambina mi si mette sempre vicino, sembra per caso, ma forse è per sentirsi sicura. Parla con tutti in modo sfrontato, per apparire grande anche lei, e poi si rintana vicino al mio corpo, mi mostra i suoi giochi e vuole che io parli solo con lei. Provo un misto di tenerezza e fastidio: dovrebbero incoraggiarla a stare con gli altri, a sentirsi bene comunque.  
Il suo piccolo cane ci raggiunge trotterellando e in un balzo e sulle mie gambe, si accomoda con uno sbadiglio e si gode le carezze. La lingua che trema fuori dal muso aperto. 

Avverto lo sguardo serio di un uomo puntato su me, e intorno discorsi noiosi e riflessioni leggere. La superficie dell'acqua  che brilla al chiarore delle luci notturne mentre i pensieri vanno qua e là, esplorando esperienze diverse.

Qui sembra di stare sospesi nel tempo.  Sarà per quella falce di luna lassù, affiancata da puntini brillanti.  

La bambina che ride e mi parla, e ogni tanto qualcuno mi chiama per nome. Quante storie in ognuno di noi, fili che stasera si intrecciano creando un caldo tessuto. È bello, stasera, e sereno. La luna dall'alto ci unisce in uno spazio comune che sa di diverso. 
Stasera siamo un unico corpo.







sabato 14 agosto 2021

Risveglio

 Torno alla natura, all'intima vicinanza con quei viventi che non appartengono alla specificità umana ma che questa specie, nonostante tutto, sanno rispettarla. Torno al mulo solitario, che incontravo attraverso la rete ogni mattina, all'ombra del prugno.  Quel grosso animale tozzo dagli occhi umili e immensi che mi è venuto incontro barcollando quella volta che mi ha vista arrivare da lontano.

 Era solo lui, e lo ero anche io. Sola con la mia tristezza. Abbiamo condiviso lunghi spazi di silenzio e di parole sommesse, fatti di occhi che si incontrano. Il suo naso sulla mia pelle, in ascolto.

Torno al cavallo nero che mangia gli arbusti, nel terreno che sta sotto casa, rasente al curvone che porta al borgo vecchio. Una bestia robusta e curiosa, dal pelo nero lucente.
E la gazza ladra, che distende le piume davanti ai miei occhi; la volpe che si ferma durante il viaggio per osservarmi, immobile, prima di defilarsi via silenziosa.

Torno ai corvi grigi, col loro urlo corale, ruvido ed esteso, lanciato tra un volteggio ed un altro.
Si muovono, questi amici, ognuno per sé; si incontrano o si evitano, occupando lo spazio ed il cielo secondo necessità.
Ma oggi rifuggo dall'uomo, che schiaccia se stesso con i suoi complessi pensieri e quelle strategie di riuscita.
Rifuggo l'inganno voluto, per impropria esigenza di eccesso, e la slealtà di chi vuole le lodi per sentire di essere vivo. 
Applausi, gratificazioni, e atteggiamenti ammirati: di fiore in fiore senza la sosta necessaria alla produzione di miele. Non api operose, con il dorso coperto di polline d'oro, ma pirati di vita e di belle emozioni, vanesi scialacquatori di vita. 

Io vado verso la vita, intanto che mi allontano dalla brutta rete che crea disagio e provoca rabbia, che ancora una volta delude e mi fa sentire senz'aria.

Annuso il vento dall'alto di scogli bruniti, mentre turbinii schiumanti di acqua salata mi carezzano i piedi dall'intimo di un ricordo vivace di un tempo vissuto. Guardo ancora quel cielo, impresso dentro di me, e fuso con il mare di emozioni reali, vissute in un tempo che fu.

Il passato e il presente, in un tempo di vita che mi fa quel che sono: unica nel mio solitario sostare, disponibile a chi ha voglia di ascoltare, con la mano protesa verso dita che sanno sfiorare. 







 

lunedì 26 luglio 2021

Ecologia divertente

 


Qualche mese fa, durante una conversazione, mi sono appuntata il titolo di un libro che Paolo Stella mi ha detto di aver scritto.

Paolo è un “architetto giocoso” per propria definizione e per effetto fattivo: egli gioca con le forme affinché chi le fruisce possa seriamente divertirsi. L’assunto di base è che un mondo in cui le persone sorridono è un mondo certamente piacevole. Un artista umano, Stella, che disegna e modella per l’uomo.

Il titolo del libro rievoca il gioco degli enigmi e il mondo delle piante: due temi a me molto cari… Potevo forse esimermi? Le dita sulla tastiera: “Incursioni di Enigmistica botanica”; mi imbatto in una casa editrice a me finora sconosciuta, la Bookabook, e ne scopro la politica leggendone la presentazione nel sito. In breve, la trovo giusta e premiante, e vi racconto perché.

Se la redazione ritiene di interesse il lavoro proposto, definisce un tempo massimo e un numero minimo di copie da vendere (prenotabili anticipandone il costo tramite Crownfounding): chi è interessato a possederne una copia sarà motivato anche a diffonderne l’interesse e a pubblicizzarne l’acquisto, ampliando l’orizzonte di visibilità dell’autore, del testo e della casa editrice.

L’interesse diviene sociale laddove prende le mosse da un egoismo sano. E così ho fatto anche io finché, con grande soddisfazione, dopo un paio di mesi, un messaggio nella casella di posta elettronica mi ha esortata a scaricare il libro acquistato. Testo che oggi circola liberamente in libreria.

Di contro, dove l’esperimento dovesse fallire, l’autore torna in possesso del suo scritto e può tranquillamente proporlo in altri canali, mentre l’acquirente intenzionale viene rimborsato della spesa sostenuta preventivamente.

Corretto, mi viene da dire, e funzionale: un buon inizio!

Leggo il libro, mi complimento con l’autore e decidiamo per un incontro, durante il quale ci confrontiamo su alcuni punti che mi hanno colpita: Paolo è sempre tranquillo e sorridente, usa toni bassi e non si scompone davanti alle mie elucubrazioni.

 Mi rivela una passione in comune, che è quella dei sogni. Anche lui, come me – e come il personaggio del suo libro – ama riflettere sulle immagini della notte, e la mattina utilizza carta e penna per impedire loro di svanire via. Ed è proprio con la descrizione di un sogno che il nostro autore apre le danze nel libro...

Non svelerò la trama per non sciupare il gusto della lettura ma, questo posso dirlo, il tema della sostenibilità ecologica trova ostensione in maniera fruibile e accattivante, puntellando qui e là su tematiche varie: le relazioni familiari, i vari modi dell’amicizia, il valore del gioco di squadra e la capacità che esso ha di riattivare lo spirito vitale - quello che a volte si assopisce con l’avanzare dell’età. E il messaggio del sogno si dipana attraverso la storia fino al suggerimento finale: il premio destinato a chi risolve l’enigma consiste in un dono, un dono che dona a sua volta se stesso, ed è la veste di chi la natura la vive: un costume da elfo.  Una metafora ancora: indossare la veste di chi sa dialogare coi boschi consentirà di scusarci con loro, e di sorprenderli almeno quanto loro riescono a stupire noialtri.

 Gli alberi vengono messi in condizione di parlare la lingua degli uomini perché questi arrivino davvero a comprendere che i propri rifiuti sono un veleno per l’ambiente, a differenza dell’ossigeno - definito “la cacca” delle piante - che invece consente a noi umani di respirare, e quindi di vivere. 

Il solito pessimista messaggio ambientalista, direte voi, e invece no: l’uomo – un uomo particolare, dato che porta il nome di un albero e ama immergersi nella natura con elementare genuinità – si scusa con l’albero e dà l’abbrivio ad una rocambolesca avventura che coinvolgerà gli abitanti di un paese intero. 

Si alternano vicende e azioni tese a salvare il futuro, ed espresse infine come tributo al passato attraverso una seria responsabilizzazione nel tempo presente. La dialettica di hegeliana memoria trova la sua composizione in una vecchia foto che l’autore farà indicare come non il passato, ma il futuro stesso: l’immagine trasversale al tempo umano che saprà conciliare gli opposti. Individui in contrasto – un insegnante, il sindaco ed una giornalista – incarnazione storica delle tre forze realmente necessarie per sanare conflitti, quali educazione, comunicazione e istituzione politica – ricompongono letteralmente insieme un puzzle fino a ricostituire l’intero, nonostante i diverbi e gli orientamenti diversi, unendo le forze. 

La spinta della natura e l’impegno degli uomini.

Il gioco è il fulcro dell’opera, e si palesa nel tradizionale senso sacro della “festa”: lo spazio di un incontro voluto, condiviso, che dà piacere a chi partecipa e che impone il rispetto delle sue regole. Come una catarsi, questa prassi eleva chi la vive, e se è vero, come dicevamo, che perseguire un sano egoismo individuale definisce una ricaduta oltre il limite verso il sociale… lo scoprirete leggendo il libro!

Il tempo del gioco è il tempo stesso dell’esistenza, quel punto oscuro che tanto ha solleticato e infastidito i filosofi di ogni epoca. Relazioni interrotte tornano a vivere un nuovo inizio, o una diversa continuità; immagini antiche riaccendono lo sguardo sul futuro; segreti nascosti indotti a riaffiorare si compongono in eventi nuovi, e figure ben caratterizzate ci insegnano che la forza è nella perseveranza, nella volontà di cimentarsi e nel piacere della condivisione. Una maestra attiva i suoi allievi stimolandone la curiosità e interessandoli alla ricerca, perché è solo con la creatività che le persone sono spinte ad apprendere. Ancora e soprattutto il gioco, come espressione estetica epistemologica.

Ed è giocando che l’autore sponsorizza il suo libro, realizzando un indice animato che coinvolge persone di tutte le età: il gioco è una dimensione senza tempo, uno spazio comune.

 





 

sabato 12 giugno 2021

Amore

 Senso di confusione diffusa, apro e chiudo gli occhi di continuo. Sono stremata. Ascolto impotente il mio corpo: duole dovunque e in maniera profonda. Ispiro ed espiro, lentamente, ma non passa. Posso solo far trascorrere il tempo. Pensieri e lacrime raccolte, ammucchiate lì in fondo alla gola, che spingono per travasarsi fuori. Con i pensieri, con il dolore, con questo vuoto assurdo. Persone amiche vanno e vengono nella mia casa, rumore di fondo in questa landa deserta.

 I sorrisi, le parole, e le lancette dell'orologio che segnano il passare del tempo. Ancora notte e ancora giorno. Così ancora una volta. Il grembo che duole e queste braccia che non si chiudono più sulla vita.
I cavalli nel campo vicino hanno ripreso a nitrire, si fanno percepire da qui: sono le sole voci, con quelle dei corvi, che riesco ad apprezzare. Navigo sola in questo fiume profondo e scuro, che sembra fermo e rischioso. Fatico ad ogni respiro, ad ogni tentativo di andare oltre. Non si esce, non riesco. 
"Tu, questo, lo devi superare". 
E ancora la mano pesante sui miei capelli arruffati: "Mari, non piangere..."
Te ne sei andato così brutalmente, il tuo corpo che mi attendeva sospeso e inerte in quella stanza grigia. Mi aspettavi così per un ultimo triste saluto. Io sono ancora lì, adesso, a tenerti sospeso chiedendo aiuto a chiunque, con una voce a me ignota che urla e urlava. Mentre la vita, arrogante, restava aggrappata al mio corpo, davanti al tuo, che la vita l'aveva già persa. Io sono ancora lì, in un abbraccio estremo e solitario, in una pozza di dolore, a vivere l'assurdità di una tragedia impossibile, ma reale. 
La tua voce, il tuo viso, ed un corpo divenuto leggero: tutto si confonde nel pensiero tardivo, nelle immagini notturne e nelle lacrime che scendono da sé, senza preavviso.
Non serve stare lì, so che devo venir via da quella stanza, dal colore abbagliante di quella lampadina accesa, dal tuo braccio inerme che ho carezzato chiamandoti per nome. Ma non riesco a venir via, come quel giorno, non ci riesco. 
Un dolore perverso che vuole restare, un legame con la solitudine che hai vissuto mentre preparavi quel salto che avrebbe chiuso per sempre lo sguardo sul mondo. Da solo, in silenzio, senza avermi vicina. 
Daniele, il tuo nome, e un amore profondo.

mercoledì 9 giugno 2021

Un Paese...

 

Tempo di pandemia, giugno 2021, una estate che fatica ad affermarsi. Pioggia torrenziale e caldo umido... gli effetti della crisi climatica sono sempre più evidenti. E ancora qualcuno non vede. 

Mi avvio al centro vaccinale per il richiamo: appartengo al gruppo che ha ricevuto Astrazeneca. Ieri notte ho avuto la febbre, e la mattina sono seguiti brividi di freddo… da un anno mi è stata diagnosticata una malattia autoimmune, e un evento tragico degli ultimi mesi ha contribuito a peggiorare il mio stato di salute. In questi giorni ho poi assistito alle pesanti reazioni di chi ha terminato il ciclo vaccinale, e sono onestamente preoccupata. 

Ieri ho cercato inutilmente di spostare l'appuntamento per avere il tempo di fare un tampone, ed eventualmente riprendermi un po’, ma non c'è stato modo: "non ci sono slot disponibili: se non si presenta al richiamo dovrà rifare tutto da capo".

 Sono turbata: non esiste un piano B? Come è possibile? Un paese che si dice civile e attento alla salute dei suoi cittadini... decido di superare la notte e vedere come va.

Tachipirina, freddo, grande sudata. Stamane sveglia presto, doccia bollente e ricca colazione. Mi distraggo cucinando i piselli freschi che ho preso ieri dall'amico ortolano, e intanto mi ascolto.

 Ancora qualche brivido e un po’ di sudore; magari è solo per via della doccia bollente, mi dico.

 Andiamo, mi presento e ripropongo la questione. 

Arrivo puntuale ma l'appuntamento si rivela una farsa: mi dicono di seguire la fila, che consiste in una coda di due km di persone arrabbiate, che si lamentano a gran voce per la disorganizzazione, e che si confrontano in modo concitato su come è andata ad amici e conoscenti. Osservazioni corrette, luoghi comuni e tante generalizzazioni - giustificate, ahinoi, dall'andamento politico di questo paese. 

Fa caldo, non ci sono tettoie, e nella sciagurata fila presenziano numerose persone anziane. A quasi un'ora dal mio arrivo un operatore ci informa, con fare incomprensibilmente accusatorio, che la fila è destinata solo a chi deve fare la prima dose; gli altri vanno diretti all'entrata. Sembra che il tipo ci stia accusando di star creando un problema, e la sensazione spiazzante rievoca uno di quei romanzi di Kafka, dove accadono situazioni incresciose con apparente normalità, che è però impossibile da comprendere. Un vuoto informativo che genera ansia e soffocamento, ed uno sgradevole senso di impotenza. 

Sorpresa e irritata chiedo perché non sono stati posizionati cartelli informativi. La risposta imbarazzante, gettata con fare offeso, rimanda alla "ovvia impossibilità di fare avanti e indietro per dirlo a tutti. Cosa ci vuole a capirlo?" Sopracciglio alzato e l'espressione di chi non sta in cattedra, piuttosto ci levita sopra. 

L'offesa è per me, che parlo in maniera civile con chi, la civiltà, sembra conoscerla poco...

Avanti: al bussolotto destinato all'anamnesi medica espongo per la ennesima volta la mia situazione. Uno studente di medicina mi ascolta con mezz'orecchio; si vede che è stanco. Chissà da quanto è lì e quanto ancora dovrà restare. Dice che posso procedere lo stesso con l'inoculazione, ma lo interrompo riferendo la situazione analoga di un conoscente, invitato a sottoporsi al tampone (e poi mandato in quarantena, essendosi rivelato l'esito positivo) in quanto il vaccino può scatenare reazioni pericolose in chi e già affetto da covid-19.

 Il ragazzo nemmeno mi guarda, compila un foglio, me lo consegna, e mi indica la tenda adibita ai tamponi rapidi: ci vediamo dopo, se l'esito è negativo, sennò attenderò la quarantena e il prossimo tampone. 

Avanti il prossimo.

Seguo le indicazioni, il tempo scorre senza che un filo di vento rinfreschi questa mattina torrida. Una ragazza robusta e molto sgarbata ascolta la mia richiesta, guarda i moduli che mi hanno fatto compilare, che sono il risultato di fotocopie reiterate chissà quante volte, e quindi rigorosamente illeggibili.  Anche lei è molto seccata, si rivolge alle persone come a dei nemici, e anziché parlare grida. Eppure qui ci sono poche persone, tutte sedute a distanza richiesta, tranne me e una donna che compila moduli per i suoi due bambini. 

Sono stranieri e la piccola non vuole fare il tampone: piange perché ha paura. Ci gioco un po’, le dico che lo faccio anche io, che dura poco, non fa male, e dopo potrà divertirsi. Si lascia prendere per mano dalla ragazza arrabbiata e trascina la mamma con sé. 

Il contrasto è evidente: la donna dal seno pieno e rassicurante che sorride in modo dolce a me e alla bambina che, intanto, tiene gli occhi sgranati su me. Mi ha ascoltata e ora sta per verificare se ho mentito. Proverà dolore, ma che altro potevo dirle? A volte l'aspettativa del dolore rende ancora più insopportabile lo sfregio. E la donna più giovane, irritata e irritabile, che ha verosimilmente e comprensibilmente fretta. Anche lei, come lo studente, presidia in solitudine. Ho sentito che accettano appuntamenti anche dopo le 23.00. 

Un paese che si dice civile...

La bimba esce dalla tenda aggrappata alla madre, che le parla sommessamente, e una lacrima lunga le ha bagnato la guancia; è ancora lì che scende. Le ricordo che ha finito, si e liberata e ora andrà a pranzo.

 E dunque entro io. Il mio primo tampone: una brutta esperienza, dolorosa e invasiva. Mi sento come un oggetto buttato tra altri. "Si sieda e attenda 20 minuti". Ci trattano come appestati, e magari nemmeno lo siamo. Il pensiero mi va ai lazzaretti, alle quarantene, alle punizioni che subivamo da bambini nella scuola elementare... sempre la stessa storia: manca il rispetto dell'uomo per l'uomo. 

 Un pensiero che graffia più di quanto ha fatto il bastoncino sulla mia mucosa.

Esito negativo: avviso i vicini, possono stare tranquilli.

 Fase finale: ultima fila per l'ultima dose, sperando sia davvero così. Da giorni infatti i notiziari avanzano l'ipotesi della necessità di una terza somministrazione in autunno, per via delle cosiddette varianti.

Si procede per tentativi, ancora, a più di un anno di distanza dalla dichiarazione dello stato pandemico. 

Scienziati internazionali si sono confrontati sulla questione, eppure sembra ancora che domini il caos.  Ovunque, ed anche qui, in un paese che si dice civile....

 





sabato 29 maggio 2021

Che qualcuno lo dica

  

Una domenica mattina, una delle mie tante escursioni tra campi e boschi. Viaggio con una cara amica che da anni, ormai, accetta di seguire col sorriso le mie scorribande. Abbiamo scarpinato nel fango, raccolto ortica selvatica, sonnecchiato tra i cardi e sorriso davanti a un vitello che succhiava il latte dal corpo materno.

Una splendida giornata di sole, satura dei profumi dolciastri di questa strana primavera che è lenta a svelarsi. Finalmente distese, anche se stanche, ci dirigiamo verso casa. Poi, però, lo sguardo cade su un campo in cui una decina di asini pascolano sereni. Hanno il pelo arruffato, sono di colori diversi, con le grandi chiazze bianche intorno agli occhi e le caratteristiche lunghe orecchie.

Non riuscendo a resistere, ci fermiamo, e li vediamo arrivare in un attimo: ci raggiungono fino al recinto, allungando il muso verso le nostre mani. La mia amica raccoglie erba fresca dal suolo e la offre ridendo davanti allo spettacolo allegro che ci si para dinanzi: gli uni con gli altri, i musi vicini, si tolgono i fili di bocca. E così il gioco prosegue, con manciate di erba tenera e veloci bocche pelose che masticano.

Mi guardo intorno, chiedendomi perché vengono allevati degli asini. Sono belli, certo, ma oggi si fa tutto per profitto… e vedo un cartello di legno, con su scritto a caratteri storti “si vendono uova fresche ed altro”. Uno sguardo di intesa e ci diamo da fare: andiamo a vedere.

Raggiungiamo un ometto, avanti negli anni, un po’ curvo, che ci sorride invitandoci a entrare. E’ lui il capoclan: vive lì con la famiglia, con le galline, gli asini e alcune capre.  Ci dice che, in effetti, dovrebbe correggere il cartello: lui vende le uova, quanto all’ “ed altro”, non sa bene cos’è. Ci racconta che le capre le gestisce il genero, producendo pochi formaggi (che poi avremo il piacere di assaggiare); quanto agli asini, non sa nemmeno lui perché il figlio abbia deciso di allevarli…

Domenico, è questo il suo nome, ci accoglie in casa per presentarci Teresa, la moglie: una donna robusta dagli occhi buoni, che ci prepara un caffè e fa spazio sul tavolo. Sediamo in una piccola cucina dall’aspetto vissuto, i piatti svuotati ancora sul tavolo dopo un pranzo in famiglia appena concluso.

Io e la mia amica sediamo, a nostro agio, e parliamo a lungo con loro: respiriamo un’atmosfera benevola che ci fa stare bene; l’atmosfera è rilassata e gioviale. Domenico ci racconta delle sue galline, di quella piccola, nera e ribelle, che smaniosa di libertà, aveva covato all’aperto, sotto la protezione di un grosso cavolo. Tanta l’ostinazione che le uova si erano poi schiuse, lasciando uscire dei sani pulcini. Ci parla della sua infanzia, al paese in Abbruzzo, quando la carne non si mangiava quasi mai, perché gli animali costavano, e costava fatica nutrirli. I polli di oggi, però… Ci fa il nome di allevatori famosi alle cronache, del modo in cui allevano le bestie che poi la gente acquista, per pochi euro, al supermercato.

Parliamo dei nipoti, della scuola, del fatto che molti ragazzi crescono senza avere la fortuna di poter toccare la terra, senza conoscere il verso di alcuni animali. Loro hanno tre figli, e ognuno ha altrettanti bambini - qualcuno di più - e vivono lì, tutti vicini, condividendo un pezzo di terra che accoglie animali, un bell’orto e una serra.

Il nostro ospite tiene banco, un cerimoniere di corte, e restiamo in silenzio a seguirne i volteggi mentali; abbiamo gli occhi sgranati e le orecchie spalancate intanto che il tempo scorre veloce verso la sera. Lui si è rovinato una spalla lavorando la terra, ma non si ferma, nonostante l’età: è lì, tutti i giorni sul campo. Dopo un po’ infatti si congeda con una frase cortese e torna al lavoro. Ci dice la moglie che lui si fermerà solo da morto. Sorride, Teresa, con un’espressione di semi-rimprovero e approvazione: si vede da come scherzano che l’intesa tra loro è sana.

 Compro le uova e mi invitano a vedere la serra: dietro la porticina sbilenca, custodita da un lucchetto rugginoso, vedo file lunghe di insalate giganti, così belle e sode da sembrare gioielli. Rimango ammaliata da tanta semplicità, umanità e benevolenza.

Teresa mi consegna un cespo di canasta che ha appena colto: un regalo per me, secondo i rituali di una ospitalità antica e dimenticata da molti. Un benvenuto che segna il primo di incontri futuri. L’insalata è croccante e piena di terra, il suo diametro supera quello del mio busto. Lavorare la terra è faticoso, e questa coppia, avanti negli anni, fatica.

 E accolgono me, con calore, con fiducia e con doni preziosi.

Ci diamo un appuntamento a breve perché ho intenzione di acquistare i formaggi, ed il loro genero non è in casa. E così io ritorno, e scopro che altri parenti gestiscono api e, a breve, produrranno miele di acacia e castagno.

 Altra lunga conversazione, altre risate, ancora festa. I piccoli caci hanno il sapore dei miei ospiti: semplici, genuini e sinceri. Tra una visita e un’altra si susseguono bicchieri di vino, racconti, riflessioni e sorrisi. Ogni volta, in auto, percorro una strada diversa per raggiungerli, ma l’accoglienza è sempre la stessa.

 Ieri, licenziandomi, ho ricevuto un abbraccio materno. Ci vedremo domani, probabilmente: le ho promesso un rimedio per le ginocchia dolenti.

Teresa mi ha raccontato di sé, di come è arrivata in Italia da Asmara ai tempi in cui dall’Eritrea si partiva per tornare dopo alcuni anni di lavoro. “Io volevo aiutare i miei fratelli e così sono partita da sola, non conoscevo nessuno, ma sono stata fortunata: ho trovato tante brave persone” - Teresa ha cresciuto i figli di altri, prima di crescere i suoi. Lo ha fatto per soldi e lo ha fatto per necessità. Ha cresciuto anche i figli dei fratelli che sono morti durante la guerra, e li ha aiutati a venire via da quel paese ferito. Ora i nipoti sono tutti sistemati: la scuola, il lavoro, e i loro figli. A questa donna brillano gli occhi mentre sorride al nipotino più piccolo che si avvicina timidamente stringendo la mano alla mamma, che entra in cucina per un saluto. Entrambi sono scuri di pelle, capelli ricci e zigomi alti. La voce rivela la cadenza romana.

Il suono corposo conquista lo spazio nel raccontare della sorella più giovane, figlia di un padre diverso, che è rimasta ad Asmara, e i nipoti che sono migrati in Canada, e i suoi figli, che le vivono accanto. La casa è piccina, eppure mi sembra enorme, piena di vita e di urla, di capricci e di gambette veloci...

Le dico, commossa, che ha vissuta una vita importante, suggerendo quello che sa: che lei ha avuto tanti, tantissimi figli.  Sorride e dice di sì, che è felice. La sua vita, ora sta qui.

La voce rimane serena anche quando descrive gli orrori, la fatica e le incertezze: ha dovuto guadagnare molti soldi per consentire ai ragazzi di approdare in Italia: storie di barconi, di capò, di un sistema malato.  Mi ha descritto i campi di accoglienza nella loro vera natura: prigioni violente che snaturano l’uomo, a cui tolgono quel poco che c’è e la dignità di esistenza. Dove si ruba su quanto già è stato rubato.

L’ha superato, tutto questo, Teresa, e i suoi ragazzi sono divenuti uomini e padri. Dopo aver faticosamente comprato – sue le parole – la libertà dei suoi cari, questi si sono dati da fare, e lavorando onestamente hanno ricostruito la dignità sequestrata.

Questa famiglia, con i suoi modi, con la sua storia, ha toccato qualcosa dentro di me. E ora sono qui, a scrivere di loro su questa tastiera, perché le parole cupe mi girano ancora e ancora nel cuore: “nessuno lo sa perché nessuno lo dice”.






 

mercoledì 19 maggio 2021

Saluto

 

Oggi pianterò un altro albero. Come un paio di mesi fa. Solo che non lo pianterò in nome del compagno di vita, quello che in pochi minuti, in modo inatteso e indesiderabile, mi ha lasciata per sempre, fuggendo via da quel corpo fragile, che gli era diventato nemico.

Lo pianterò per Vittorio, un uomo buono, che ho conosciuto anni fa, e che ha vissuto alla porta accanto alla mia per una decina di anni. 

Vittorio viveva solo, con pochi amici, nessuna famiglia, un anonimo tutore assegnato dalle istituzioni e i suoi vicini. Con me era gentile, sorrideva sempre e mi chiamava quando aveva necessità. Se n’è andato così, non sappiamo come, nel silenzio della sua stanza. Lo hanno trovato i pompieri, su insistenza di un amico che non aveva sue notizie da alcuni giorni. Mi hanno telefonato gli altri vicini per dirmelo, e qualcosa è esploso dentro di me. Ancora.. Posso solo scrivere, tra le lacrime, questo breve commiato. Che gli sia di carezza, che sia ancora un sorriso per lui, di quelli che lui cercava e che mi uscivano sinceri davanti ai suoi grandi occhi confusi. Prendeva dei farmaci, Vittorio, per stare tranquillo, mi diceva, perché in passato aveva fatto cose brutte. Quali non si sa, non lo ha mai detto.  

Se ne è andato da solo, nel silenzio, nell’ignoranza di chi sapeva di lui. Pochi giorni prima era allegro, mi dicono, aveva comprato abiti nuovi, belle scarpe, aveva rifatto il look. Aveva anche superato indenne la prima dose di vaccino.

Tempo di covid e di distacco, di paura, di perdite. Un tempo triste, il nostro. Un tempo triste il mio: accolgo la solitudine degli altri benedicendola con la mia compassione.

In un mondo che ci vuole sempre più lontani e distaccati, in cui i ragazzi imparano a condividere il meno possibile e gli uomini muoiono soli, per mano propria, o per invisibili cause.

L’ennesimo strappo al mio cuore.