Il Mio Blog non vuole essere un monologo, ma un invito all'incontro: pertanto sono graditi i commenti e il succedersi degli scambi che ne conseguono.
Buona lettura!

domenica 17 gennaio 2021

La scuola è in cortile.

 


Una persona interessante mi ha inviato un input interessante e quindi, ritendendo il tema di pubblico interesse, ho deciso di interessarne questa sezione.

Calembour a parte, è con piacere che apro una parentesi su un piccolo libro che circola gratuitamente in rete, redatto da un’architetta sensibile all’ambiente, sensibile soprattutto a ciò che è connesso alla educazione in relazione con il suo mondo professionale - che è quello, appunto, dell’architettura e della progettazione degli ambienti.

 

LA SCUOLA È IN CORTILE  è un breve testo corredato di immagini e progetti – risultanti anche dall’impegno di Anna Piazza, in occasione della redazione della propria tesi di laurea (Dessì è professore associato al Politecnico di Milano) – che pone l’indice sull’importanza della valorizzazione degli ambienti esterni nelle scuole, soprattutto in quelle destinate a bimbi in più tenera età.

 Bella scoperta, direte voi, già da un paio di secoli i pedagogisti – solo alcuni, in realtà - alzavano le mani al cielo inneggiando al valore della natura come contesto pedagogico!

Nel 1900 si diffuse infatti il filone delle cosiddette “scuole attive”, in risposta agli educatori de “le scuole nuove” europee e americane di fine 800, che guardavano agli istituti come luoghi di formazione della personalità autonoma dell’allievo in vista della formazione della futura classe dirigente. Questo nuovo approccio (nuovo rispetto ad un orizzonte culturale precedente che individuava negli istituti educativi  meri ambienti igienico-sanitari) si poneva in contrasto con la tradizionale idea della scuola come luogo di trasmissione oggettiva del sapere dall’insegnante al discente. Il mondo stava cambiando, come ben si evince dalla posizione di avanguardia dell’Inghilterra, parecchio avanti nella corsa allo sviluppo economico e sociale, e quindi più attenta al rapporto educazione-sviluppo (economico) sociale.

Nel 900 quindi, personaggi ben noti come Montessori, Agassi, Bruner, Mead etc.  andarono oltre, verso la persona, sviluppando metodologie di formazione rivolte a provocare lo sviluppo dell’individuo creativo e autonomo, consapevole dell’ambiente in cui vive e capace di utilizzarlo nel rispetto di sé e della società in cui vivere.

A Reggio Emilia, negli anni 60, grazie ai fondi ricavati dalla vendita di carri armati, camion e cavalli abbandonati dai tedeschi in fuga, sorsero i primi asili nido comunali, e vennero diretti per oltre 10 anni dal maestro Loris Malaguzzi, il fondatore di quel metodo oggi noto come il Reggio-Approach. Qui si postulava il valore dell’interazione del bambino con l’ambiente circostante verso la trasformazione attiva degli eventi attraverso processi di auto e co-apprendimento con i coetanei. In queste scuole il bambino assurse finalmente al protagonismo nel proprio agire attraverso ambienti-laboratori esperienziali aperti alla natura, all’esterno e al sociale (i cosiddetti atelier) in cui sperimentare linguaggi di espressione diversi per imparare sé e sé nel mondo.

Ancora, le sorelle Agazzi, Carolina e Rosa, fondarono scuole nelle quali i bambini venivano spronati ad esplorare l’ambiente, a raccogliere elementi sparsi da conservare (il cosiddetto “museo naturale”) per esercitarsi ad un uso proprio – o improprio – degli stessi, in contesto altro. La centralità del tema ambientale, del rapporto armonico del bambino con esso, e la stimolazione dell’azione creativa, segnano un passo ulteriore nella riscoperta ecologica di un processo educativo che non si vuole più mera istruzione (conoscenza tecnico-tematica) ma educazione formativa mirata allo sviluppo della persona.

Purtroppo, a volte accade che importanti conquiste dell’umanità finiscono in ombra per una serie di ragioni legate alla burocrazia, alla ignoranza degli operatori, alla mancanza di responsabilità da parte di decisori, alla sgradita inefficienza… e questo è quanto è accaduto anche nell’orizzonte italiano della scuola.

 

Dessì, nel suo pamphlet, riprende questi temi dando loro una voce attiva attraverso la progettazione ambientale: un dono alla comunità per riflettere su un sistema di educazione che ha fatto epoca e che ha ancora molto da dare. L’autrice va anche oltre: lo spazio educativo diviene lo spazio urbano, espandendosi in esso fino ad identificarsene, aprendo occasioni di rete di incontri e di cittadinanza attiva.

Nelle grandi città le scuole si sono ritirate dallo spazio esterno e hanno limitato i loro cortili – ove presenti – ad un utilizzo minimo, a spazio ricreativo e al doposcuola. 

Questo limite deve essere superato: le scuole dovrebbero aprirsi alla città e al sociale, rendendo possibile gli incontri, le interazioni e lo sguardo reciproco.

 Il cortile dovrebbe essere luogo educativo sociale, in cui sperimentare il mondo nelle sue espressioni, apprendere i cicli naturali, mettere in atto un’economia circolare volta alla riutilizzazione di materiali di scarto in direzione di una utilità impensata. 

Attraverso la riorganizzazione del cortile Dessì apre un nuovo spazio materiale (fisico) e immateriale (educativo e sociale) che si fa occasione di scambio, di azione creativa e di ripensamento dell’ambiente urbanistico. Attraverso di esso - appositamente ripensato e strutturato – l’ambiente si fa “terzo educatore”, come si esprimeva Malaguzzi, rovesciando una visione della scuola che aveva puntato esclusivamente sulla figura degli alunni, degli insegnanti e delle parole.

 Nasce adesso la ricerca dello spazio per la realizzazione di luoghi di lettura, di osservazione e scoperta, di sperimentazione e, soprattutto, di incontro. Di incontro con ciò che è sempre rimasto oltre il cancello della scuola, e che invece deve farne inevitabilmente parte.

 L’esterno e l’interno non sono più dunque separati, ma parti diverse di uno stesso luogo, in cui maestri e allievi si sforzano attivamente di dare a se stessi e agli altri quella ricchezza che è nel potenziale di tutti, e insieme si aiutano reciprocamente a nutrirlo e distribuirlo.






 

domenica 3 gennaio 2021

PERCHE' GLI ALBERI

 Plant for the Planet è una associazione che nasce con lo scopo di sensibilizzare le persone sui problemi indotti al nostro pianeta dalla crisi climatica. Con tale espressione si indica la situazione stressante nella quale la nostra Terra è stata indotta da comportamenti irresponsabili ad opera degli inquilini-uomini che, per rincorrere e nutrire un senso forzato di progresso - inteso come crescita continua di consumi e produzione - spinge gli stessi a sfruttare le risorse disponibili oltre il limite del possibile, in senso fattivo e in senso etico.

Mancuso, scienziato di fama mondiale, nelle sue interviste, ribadisce con insistenza che "crisi climatica" è l'espressione corretta da utilizzare, a dispetto del tono più mite che trapela in "cambiamento climatico": definizione che illude sulla transitorietà e normalità dell'attuale condizione.
 In Il pianeta mangiato  Mauro Balboni ci racconta con incisiva semplicità quanto oltre ci siamo spinti: consumiamo ciò che non è più disponibile, al punto da arrivare a spostare risorse ormai dilaniate da zone estremamente distanti del globo allo scopo di continuare a produrre merci per la quali non si dispongono più risorse essenziali.

Siamo in un loop idiota (dal greco idion, ossia chiuso in se stesso, isolato nel proprio mondo) che non ha futuro, per il semplice fatto che non ha più presente.
Così PftP si muove nel mondo con una missione specifica - piantare alberi - che fa da ponte al raggiungimento del fine descritto. 

Ma come ci siamo arrivati, e perché?

Gli alberi producono ossigeno, ossia l'elemento necessario alla vita sul nostro pianeta. E gli alberi assorbono anidride carbonica, un gas di scarto che ostacola la vita sulla terra.
Ora, il portamento scriteriato dell'umanità nell'ambiente che, suo malgrado, la accoglie ha causato l'emissione di tale sostanza in quantità non più sostenibile per lo stesso, tanto da saturarne la naturale capacità di assorbimento. 
Questo accumulo di veleno vanta la paternità di molti problemi, tra i quali primeggia, indiscussa, la questione del riscaldamento globale. 

Si dice addirittura che negli ultimi 120 anni, la quantità di anidride carbonica nell'atmosfera abbia raggiunto una concentrazione che in passato ha richiesto tempi di accumulo tra i 5.000 e i 20.000 anni; si dice anche che l'uomo riesce a produrre una quantità di CO2 100 volte maggiore di tutti i vulcani attivi sulla Terra.

Si è studiato che una presenza eccessiva di tale gas comporta un'alterazione della struttura stessa delle foglie e del loro tessuto, inibendone la corretta operazione assorbente (processo detto di Carbon Sink) con conseguente difficoltà dell'attività fotosintetica.

Attualmente, nella University of Illinois, è in corso un inquietante esperimento finalizzato a far produrre alle piante il 40% in più di ossigeno. Questo attraverso processi di modificazione genetica - trovata dalle importanti ricadute commerciali (sarebbero piante maggiormente produttive) che rende altamente probabile il sostegno necessario ad un sicuro sviluppo.

Siamo qui dinanzi all'ennesima evidenza della testarda cecità in cui viviamo e della pigrizia criminale che ci caratterizza: dovremmo imparare a non depredare l'ambiente e ad utilizzarlo con responsabilità e sostenibilità, in contrasto con le smisurate pulsioni indotte  da un modo insano di fare commercio.

  É ormai ovvia l'urgenza di una eco-cultura, di una educazione alla conoscenza e al rispetto dell'ambiente, da noi ridotto a mero strumento di produzione. Siamo sedotti dalla narrativa sleale dell'agro-industria, che ci spinge a produrre con lo scopo dichiarato di sanare la fame nel mondo. 

Produzione continua (e conseguente erosione di risorse), insomma, per il nobile scopo di sfamare i nostri simili.

Ma, ad oggi, il cibo prodotto e distribuito é spesso causa di malattia e di morte: si stima che la quantità di morti per obesità e malattie correlate è forse il doppio rispetto a chi muore per mancanza di cibo. O mutos deloi - la storia dimostra, dicevano gli antichi greci - che noi uomini razziamo risorse necessarie alla vita presente e futura per distribuire non-cibo che rovina la vita, e mentre agiamo sbandierando l'onorevole lotta alla fame nel mondo, facciamo letteralmente morire di fame le genti.

Nel 2018, PftP ha lanciato la campagna "Trillion Tree", in continuità con la "Billion Tree" avviata in Africa nel 1977 dal Green Belt Movement, il cui obiettivo dichiarato è stato quello di piantare nel mondo una quantità di alberi che é poi stata realmente raggiunta: da allora si è arrivati a piantarne quasi 14 miliardi. L'UNEP  -  il programma delle Nazioni Unite per l'ambiente - ha poi avviato una mobilitazione di sostegno alla campagna (Twitter for Trees), alla quale si sono presto unite l'organizzazione mondiale del movimento scout e le missioni di mantenimento per la pace delle Nazioni Unite, gli United Nations Peace keeping, più semplicemente conosciuti come Caschi Blu, unità di supporto ai paesi disastrati dalle guerre e impegnati nel creare condizioni durevoli per lo stato di pace.

Nel 2011, il giovane Felix Finkbeiner, in  occasione dell'apertura dell'anno internazionale delle foreste, ha dato l'incipit alla campagna Un trilione di alberi, invitando tutti i paesi ad operare in maniera comune allo scopo, con  la scadenza del 2030. In quello stesso anno l'UNEP ha affidato la gestione del programma a PftP.

Tom Crowther, ordinario di ecologia dell'ecosistema globale all'ETH di Zurigo, noto come il primo scienziato ad aver ottenuto la mappatura della distribuzione e diversità degli alberi sul pianeta, nonché principale consulente scientifico di PftP, ha stimato l'esistenza nel mondo di 3 trilioni di alberi (un trilione corrisponde a un miliardo di miliardi), ossia circa la metà rispetto alla situazione precedente l'inizio dell'agricoltura - avvenuta 12.000 anni fa. 

Il progetto che ne é scaturito si basa sull'ipotesi conseguita secondo cui piantare un trilione  e mezzo di alberi potrebbe contrastare 10 anni di emissioni antropiche. In barba agli scettici che negano la possibilità di realizzare una tale operazione, poi, Tom ha individuato una zona di 0.9 miliardi di ettari disponibile alla riforestazione, al di fuori delle aree agricole e urbane.

Piantare alberi per ri-ossigenare la Terra è la missione di fondo, dunque, ma non la soluzione ultima. Dobbiamo ridurre le emissioni, ripristinare la biodiversità che abbiamo drasticamente limitato (rendendoci responsabili della diffusione di malattie ed epidemie soprattutto negli ultimi anni, covid-19 incluso), e perseguire l'ecosostenibilità del commercio, con tutto ciò che questo comporta.

In una antica iscrizione sumera il termine "agricoltura" - la fonte é ancora Mancuso -  veniva tradotto come la capacità di far fruttare i terreni senza diminuirne la fertilità
Una definizione oggi dimenticata e surclassata dallo sfruttamento irresponsabile, privo di cura dei terreni stessi, depauperizzati, se non addirittura sterilizzati (Balboni ce ne descrive i modi e le conseguenze con estrema efficacia).

Le soluzioni faticano però a prendere piede in quanto i combustibili fossili consentono un guadagno ancora molto alto rispetto alle "soluzioni climatiche" - così si  è espresso J. Morgan, direttore esecutivo di Greenpeace al Forum Economico Mondiale annuale di Davos (1)

Se è vero, poi, quanto pubblicato in un  articolo di aprile 2020 dallo stesso Forum, che la metà del Pil globale dipende dalla natura, è un bene che oggi si parli sempre più spesso di economia circolare, una economia che sa utilizzare le risorse disponibili riducendo gli sprechi e riutilizzando gli stessi scarti prodotti.

Ad oggi siamo già in debito con le generazioni future in quanto stiamo erodendo le risorse di cui loro dovrebbero fruire per vivere.

Dovremmo tener bene a mente quanto segue:

Si stima che la vita  sulla Terra abbia circa tre miliardi di anni; l'umanità un milione di anni; la cosiddetta “civiltà” diecimila anni,  e la crescita economica-industriale meno di duecento anni: da quel momento in poi le nostre emissioni di CO2 sono aumentate a dismisura.
Secondo alcuni calcoli si è determinato che, in media, un uomo arriva oggi a produrre circa 1 kg di CO2 al giorno, e che un singolo albero  arriva ad assorbire tra i 20 e i 40 kg l'anno, a seconda se posizionato in ambiente urbano o naturale.

Qualcuno ha detto che la matematica non è un'opinione, pertanto siamo tutti invitati a contare, e nel frattempo, a piantare.
Stop talking, start planting!


(1) Organizzazione non governativa fondata nel 1971, impegnata a migliorare lo stato del mondo affrontando questioni globali ad ampio spettro. Essa è anche Think Thank, quindi pubblica articoli e rapporti ad uso di istituzioni e governi.


Un po' di riferimenti:






















martedì 29 dicembre 2020

Verso una comunità etica


Per chi ne sentisse parlare oggi per la prima volta, Stefano Mancuso, "scienziato di enorme prestigio, docente di Arboricoltura generale e coltivazioni arboree all’Università di Firenze, e direttore del Laboratorio internazionale di neurobiologia vegetale, membro fondatore dell’International Society for Plant Signaling & Behavior (etc. etc.)", é un affascinante divulgatore, che racconta continuamente  di quel meraviglioso modo in cui vivono le piante.

Mi sono imbattuta nei suoi scritti grazie agli entusiastici riferimenti espressi da un'artista esordiente, Eleonora Riccio, conosciuta in occasione della presentazione di alcune sue creazioni: tessuti dipinti con pigmenti naturali ottenuti per estrazione da foglie e fiori, con procedure artigianali dai risultati davvero ammalianti.

Tra i vari contributi, La Nazione delle Piante , il libro che ad oggi mi ha  particolare colpita per via del valore etico espresso, che trovo impossibile non voler condividere.
Pagina dopo pagina l'autore descrive il mondo delle piante come una nazione funzionale e democratica, garante di diritti fondamentali per ogni vivente e custode della sopravvivenza degli stessi.
 E dall'osservazione attenta delle sue espressioni vitali, Mancuso coglie l'occasione di estrapolare  alcuni principi, che definisce pilastri, su cui costruire una Costituzione politica, via via argomentata nel saggio in questione.
 La riflessione etica tradizionale, egoisticamente incentrata sulla coesistenza interna alla specie umana, subisce un'espansione verso tutti i viventi del pianeta, in una  prospettiva finalmente comunitaria.

La Terra viene quindi a configurarsi come una grande casa comune, da custodire e rispettare, che garantisce il sostentamento, lo sviluppo e l'incontro della vita nelle sue molteplici rappresentazioni.

Mancuso  ci racconta l'errore dovuto  alla  incomprensione di fondo, nella cultura umana, delle "regole della vita": ogni organismo è interconnesso agli altri in una fitta rete di scambi e relazioni, come un grande unico corpo vivente che agisce secondo principi di cooperazione e simbiosi: siamo una grande comunità cooperativa, basata sul mutuo soccorso e sul reciproco stimolo, una comunità ben lontana dal famoso Homo Homini lupus di vecchia memoria. 

Darwin - un po' frainteso, lo sappiamo - sosteneva che sopravvive il più adatto (non il più forte, come è stato poi detto da alcuni), ossia quel vivente in grado di  sfruttare l'ambiente in cui sta nel modo necessario a prolungare la propria esistenza.
E le piante, questo, stanno dimostrando di saperlo fare da molto più tempo di noi: dovremmo apprendere le loro regole per condividerle e scoprire che il nostro  mondo non è poi così separato dal loro, e che la nostra comunità non dovrebbe poi esser considerata tanto altra rispetto alla loro. 

E magari, così facendo, arriveremo anche a capire che l'ambiente, alla fin fine, siamo noi.

Il mondo animale si serve di un sistema predatorio nei confronti dell'energia ad esso necessaria: non disponendo della capacità di produrne direttamente (le piante si servono della fotosintesi per utilizzare l'energia solare), gli animali consumano quella già esistente, lasciando gli scarti in un ambiente già saturato, che non è più in grado di riprodurre le risorse sottratte.

Al sistema competitivo animale si contrappone il sistema cooperativo proprio del mondo vegetale. O meglio, gli si affianca integrandolo.

Le piante, incapaci di attuare spostamenti al pari degli animali, - sono infatti radicate al suolo - hanno acuito la capacità percettiva nei confronti di quanto le circonda, e hanno imparato a conoscere attentamente le risorse disponibili, finendo con l'utilizzarle in maniera davvero funzionale.
 E la reciproca connessione esistente tra gli abitanti di questa Nazione Verde  - la più popolosa della Terra - ha reso possibile e reale, in essa, un approccio di mutuo scambio di fondamentale importanza per rafforzarne l'esistenza e tutelarla.

A partire dagli anni 70, soprattutto grazie all'eco suscitato dal famoso Rapporto Meadows é sempre più chiara l'insostenibilità di un sistema di crescita illimitata (dei consumi) - quello che stiamo conseguendo - perseguito in un ambiente dalle risorse limitate quale è il nostro, ed é ormai evidente il fatto che insistere in tale direzione mina seriamente, ogni giorno di più, la possibilità stessa della nostra sopravvivenza. 
Siamo già responsabili di una accelerazione del processo di estinzione di molte specie viventi (pari a 10.000 volte rispetto alle normali tempistiche  occorse finora, dicono gli esperti), fintanto che non toccherà anche a noi stessi: una corsa folle verso l'autodistruzione.

Il Club di Roma, un'organizzazione non governativa composta da economisti e scienziati internazionali, in collaborazione con il MIT, realizzò uno studio predittivo sulle condizioni in cui l'uomo sarebbe arrivato a trovarsi continuando a vivere con quello stile di vita consumistico  irresponsabile adottato dalle ultime generazioni.
 
Oggi, a distanza di 50 anni, i fatti confermano le pesanti valutazioni che furono alacremente rifiutate dagli ottimisti promotori dello sviluppo insostenibile.
Il modello del consumo irresponsabile danneggia noi stessi, incapaci di vedere oltre l'illusorio riflesso che lascia apparire l'ambiente come qualcosa di altro rispetto a noi. 

Dobbiamo arrivare a comprendere che abbiamo a che fare con la nostra grande casa comune, che noi tutti dovremmo amare e conservare con cura.

 Dovremmo imparare guardandoci intorno, magari viaggiando attraverso l'affascinante Nazione delle piante.







martedì 22 dicembre 2020

Lavoro sostenibile?


Pensiamo sempre alla natura in termini idilliaci e fiabeschi, un po’ complice il mito del buon selvaggio del famoso Rousseau.
 La nominiamo, questa natura, e immaginiamo campi verdi e alberi rigogliosi che espongono frutti succosi e luccicanti. Ma una vecchia storia, nota a buona parte dell'umanità, ci dice che esiste anche un serpente, da qualche parte, pronto a render tutto questo mondo un po’ pericoloso...

Leggevo di recente un articolo sull'Indonesia: si tratta di un paese ricco di vegetazione e povero socialmente, un paese dalla straordinaria umanità e dal senso di solidarietà che non ho riscontrato in altri paesi cosiddetti poveri.  

Ci sono stata, in Indonesia, ci sono stata due volte per uno strano incastro di eventi. 
 E ne sono rimasta affascinata. Al di là della sporcizia e del laconico modo di esistenza, ho incontrato il sorriso della popolazione.

 Ero a Bali, per carità, un angoletto tra i più "socievoli" dell'arcipelago - questo è doveroso sottolinearlo. E tra le risaie a gradoni, le oche sparse nei campi - che sfruttano la sacralità attribuita loro per ingozzarsi liberamente di sementi - e i templi aperti... Persone. 
Persone magre, dai corpi sfruttati e dalla pelle stanca e vergata dal sole, piegati nei campi a lavorare la terra con strumenti rudimentali, seduti al mercato del pesce, tra pozze di acqua e sangue sparse in terra; vestiti di bianco accanto ai bramini, con i cestini delle offerte piene di fiori, di semi e di incenso; persone che danzano su ritmi tradizionali, per sé e per i turisti in arrivo.
 Persone che lavorano sempre, a tutte le età, e che sorridono. Che si aiutano naturalmente, e che ti rispettano.
Questo mi ricordo soprattutto di Bali: lo sforzo, la fatica e la solidarietà.

Poi è arrivato quell'articolo, che racconta di come uomini, donne e bambini si ritrovano a vivere in condizioni ancora più estreme, in un circuito in cui la violenza dell'uomo viene accettata per contrastare la durezza che sa imporre la vita. E non sono più uomini ma numeri, sacrificabili, pedine nella rete degli affari internazionali connessi al traffico dell'olio di palma. 

Per ore e per mesi, senza alcuna tutela, si ritrovano a spargere sostanze chimiche devastanti per sé e per l'ambiente, sopportano sforzi eccessivi, si nutrono a stento, riparati in baracche malsane. Chi lo fa da una vita, chi da generazioni intere. E da un campo ad un altro, senza un futuro, senza un presente. Violenze sul corpo e nell'anima perché in altre parti di questo stesso pianeta, altri più fortunati possano contribuire all'acquisto di merci dalla dubbia utilità.
Utilità dubbiamente sociale, dubbiamente ambientale, dubbiamente antropologica. 

L'articolo è pubblicato a questo link (http://www.labottegadelbarbieri.org/indonesia-stupri-e-abusi-nelle-coltivazioni-di-olio-di-palma/), per chi avesse la voglia e la forza di guardare per un momento il serpente, e distogliere l'attenzione dalla ipnotica mela. 
 
Nel 2015, con la sottoscrizione dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile , 193 paesi membri dell’Onu hanno proclamato il proprio impegno a favorire il superamento del gap esistente tra opportunità, ricchezze e potere, e lo hanno fatto individuando 17 fondamentali obbiettivi da conseguire, a livello nazionale e internazionale, entro il 2030.

Il leit-motive che fa da sfondo all’intero documento è sintetizzato in una espressione iniziale, che rivendica l’impegno congiunto nello sforzo di “liberare la razza umana dalla tirannia della povertà e con la volontà e l’impegno a curare e salvaguardare il nostro pianeta”.

All’orizzonte l’immagine di un mondo inclusivo, i cui abitanti favoriscano la crescita di un’economia sostenibile, rispettosa della biodiversità, e che facciano uso del principio di responsabilità, canalizzandolo all’implementazione degli strumenti culturali ed economici necessari all’attuazione di un’equa interconnessione umana.

 Un impegno che richiama la dovuta attenzione di ognuno di noi.



 


martedì 15 dicembre 2020

RIFLESSI

 Una foglia leggera scivola attraverso l'aria sull'acqua, vi si adagia gentile, ed una invisibile mano la spinge veloce con sé.

 È un sogno, un pensiero o solo un ricordo lontano: la vita che si dà in un continuum multiforme e variopinto, con la dolcezza di un pensiero poetico.
L'acqua pulita del fiume scorre veloce tra i sassi sommersi; alcuni ne sporgono fuori, coperti di muschio brillante, in cui gocce di brina risplendono al sole come minuscole pietre preziose.

Affondo gli stivali nella sabbia compatta del greto, e slitto goffamente tra i rami caduti e le radici sporgenti. L'odore di menta arriva dovunque, in questo giardino così familiare, e ne godo con tutti i miei sensi mentre procedo convinta, seppure a fatica. 

Espongo il viso allo splendore del sole, che quest'oggi si espande sereno sui campi e sulle fronde nutrite.

Salici, ovunque, adombrano il passo di chi, come me, oggi ha scelto la terra. Un giorno di pausa dal tran tran quotidiano, un amico che ha la casa in un parco, proprio sul fiume, e il cane giocoso della famiglia che dimora poco lontano. Un cane vispo e affettuoso, salvato da pessima sorte anni fa, che ha come casa ogni spazio del parco che a lui non dispiaccia. Mi porta con sé, spingendoci tra spini e burroni. Ha il passo veloce, e sembra planare nell'aria inseguendo le tracce.
 Corre e salta, poi si avvede del mio disagio e si ferma. Aspetta che io lo raggiunga, vuole che io esplori con lui. E siccome non chiedo di meglio, finisce che accetto la sfida: mi armo di forza e pazienza, e procedo caparbia, inalando profumi diversi ogni metro più in giù. 

Seguo il fiume, un po' mosso dalle fredde correnti, un po' liscio nel suo lungo percorso, e arrivo ad un punto in cui tutto si apre: uno slargo tranquillo e silente, dove rami intrecciati dal tempo s'incontrano a chiudere il corso.  La morta, mi hanno insegnato il suo nome, che poco ha a che fare con lo stato reale: di sopra e di sotto la vita vi esplode. 
È questo ciò che vedono gli alberi? 
 Essi son lì, tra il buio e la luce, immersi nella vita che scorre, con i loro folti cappelli e la veste legnosa.

Suggestioni di un mondo vissuto che vibra, ancora, in me. 






sabato 12 dicembre 2020

Gocce di vita

 In questi giorni di pioggia mi ritrovo stupita a guardare la magia che cade, compatta, dal cielo, dove uno scuro manto minaccia tuonando, copertura funesta su questa terra che è bella, e che abbiamo tanto imbruttito…

Acqua, miriadi di gocce sottili e fredde scendono giù come un fitto sipario di luce, che ondeggia nel vento, muovendo di qua e di là, con un certo dispetto, la visione della spettacolo grave.

Dal sole alla pioggia, scrosci d’acqua a cui il nostro sguardo, in tempi recenti, si sta abituando.. Dal nulla al tutto, verso allagamenti e crolli imminenti. Domani ne parleranno i giornali: il desco perfetto dei menestrelli di stato, omuncoli insani che strimpellano a suon di fanfara allagando coi loro fiumi di inchiostro schermate e carteggi. Esondazione su esondazioni avvenute.

Di questo, ormai, l’interesse comune si nutre: notizie eclatanti profferte in tempo reale, e niente di più. La lunga lista di persone disperse, case distrutte, inondazioni, e alcuni particolari toccanti.  Notiziari che si susseguono a ritmi incessanti tra i canali di una scatola magica che da anni ho cacciato fuori di casa. 
Immagini forti su toni nervosamente incessanti. 

E la frase turbata dell'amica al mio fianco, dinanzi alla grande vetrata che ci separa dall'acqua: 
“prima non era così: prima pioveva; ora piove e crollano ponti, sprofondano case e muore tantissima gente. Che cosa sta succedendo?"
La osservo e le dico due sole parole: crisi climatica.

Lei ne ha sentito parlare, ma non ha mai approfondito. Si è limitata a pensare che i luoghi che prima erano al caldo ora diventano freddi, che dove era il sole adesso ci sono le piogge, e che i ghiacci si sciolgono ai poli....

Lei non ha riflettuto abbastanza, non ha pensato che ne conseguono cambiamenti di stili di vita, spostamenti sul suolo, migrazioni e problemi nella sopravvivenza e nella vita sociale. E le questioni economiche, e le vicende politiche, e l'estinzione di forme di vita. 
Incremento di povertà e svanir di risorse:  la necessità urgente di sforzi congiunti in direzione di soluzioni dall'impatto diffuso.

Osservo, rapita, questa natura che scende violenta, e che urla a noi tutti un richiamo severo ad un risveglio scioccante.
 Avverto l'urgenza di dire una sola prima importante parola: contezza.
 Dobbiamo informarci e dobbiamo informare,  rallentare la corsa all'acquisizione passiva di dati, e soffermarci finalmente a capire.

Dobbiamo ripartire dal basso: dalla terra e dal seme, per consentire a noi stessi e ai nostri fratelli di essere qui, abitanti del mondo in ogni respiro, perché ci sia sempre concesso di immergere gli occhi nel cielo, e librarli nella distesa del mare. 





domenica 15 novembre 2020

IN UN CUCCHIAINO DA TE'

 Viviamo mutamenti  continui, così delicati nel tempo da avvedercene appena. Arriva poi il momento in cui i fili si ammassano tanto da creare il brutto groviglio che impedisce l'azione.

 Come in un fiume, che corre pacioso nel fluire del giorno, e porta con sé residui un po' misti, fatti di rami e di fango. Ci camminiamo all'interno, con passi pesanti e a volte leggeri, tra i gorghi e le sottili correnti; un poco nuotando, a tratti costretti ad uscire sull'argine e a proseguire sull'erba, tra i rovi e le ortiche.

E quando riusciamo a rientrare  può accadere che l'acqua sia ferma, bloccata da tronchi e da rami, accumulati nel tempo, un poco per volta, sospinti e obbligati da quelle misteriose correnti. 
Allora chi è in grado si aggrappa a questi strati di mura contorte, e passa di là. Se riesci prosegui, ma non sempre è così, e devi impegnarti a trovare una strada diversa. 
Strozzature inattese che impediscono il passo: così nel fiume della nostra esistenza, con le sue flessioni e le curve, tra  piccole oasi e torrentelli agitati.  
La corrente che scorre da sé, recando residui del giorno sotto il sole silente, ed il vento, e le foglie di autunno. Il balsamico aroma  della menta selvatica, e l'odore stagnante del fango e del marciume in fermento.
 Situazioni che ci impongono di trovare una via, chiedono azione diversa, provocano il corpo che va, nel suo sforzo costante di procedere oltre. 

A volte, purtroppo, questa forza vien meno, e il corpo si stanca. I viaggi conseguiti nel tempo stancano il cuore e l'aria diventa pesante: servono pause continue e più lunghe.   
E lì percepiamo la potenza del mondo che ci piace guardare, e solcare col passo - e che pure non ci appartiene. Possiamo, per concessione gentile o indifferenza totale, abusarne o dimostrare rispetto fintanto che ne abbiamo le forze, oppure fermarci e guardare la vita che va.

 Fragilità riscoperta: solo quando arriva a limitare la nostra persona, che è stanca e fatica ad unirsi con gli altri. L'esperienza acquisita è stata da sempre il faro gentile a chi solcava i marosi; a uomini esperti era affidata la prole, interrogati sui sogni e rispettati nei loro talenti. 
Esploratori di vita che trasmettono i segreti svelati...
 Nessuno e' mai stato solo all'interno di un clan: insieme i talenti, congiunti verso il fine comune; generazioni che sviluppano storia nel passaggio graduale, persone che lasciano ad altri il segno del loro cammino.
 Ma oggi viviamo in una corsa perpetua verso fatui obbiettivi che cadono giù con la sera.
Correre fino a sfibrarsi, dietro al programma di turno che va rispettato, e ripetuto di nuovo.
 
Chi  corre, ora, con il naso all'in su, a godere dei pollini erbacei che saturano l'aria con la loro magia? Chi osserva l'acqua vibrare sotto la spinta silente di un pesce sottile? Gli alberi donano frutti e si spogliano delle foglie vivaci per recuperare le forze; e piccoli e grandi animali si spostano liberi nello stesso terreno che a volte ci è ostile. 

Bisogna guardare lassù, perdersi nell'azzurro del cielo, dove nuvole lievi si rincorrono giocando col vento, oscurando a volte la luce del sole. 

Siamo convinti di non avere più  tempo per nulla, ma quando arriviamo allo stagno, quando la strozzata di rami ci ferma, allora qualcosa si apre perché siamo costretti a sollevare quel capo e a cercare soluzioni diverse. 
Adesso capiamo che altri, al pari di noi, poggiano il braccio sul fianco guardandosi attorno confusi.

Ricevere e dare: la vita è fatta di questo, nelle sue forme graziose ed ostili. Ricevere e dare, e creare qualcosa di nuovo: magari un seme o un frutto, o anche una sola speranza...

  Avanti nel fiume, tra le correnti ed il limo, tra i pesci e le rane, facendo attenzione a non cadere sui sassi che rallentano il passo, o di farsi portare dal liscio tessuto del muschio.

Tutto questo io vedo in un piccolo quadro, rimandato a me dal riflesso di un oggetto ordinario: la vita infinita, e la sua potenza, nell'incavo di un cucchiaino da tè.