Il Mio Blog non vuole essere un monologo, ma un invito all'incontro: pertanto sono graditi i commenti e il succedersi degli scambi che ne conseguono.
Buona lettura!
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sabato 12 dicembre 2020

Gocce di vita

 In questi giorni di pioggia mi ritrovo stupita a guardare la magia che cade, compatta, dal cielo, dove uno scuro manto minaccia tuonando, copertura funesta su questa terra che è bella, e che abbiamo tanto imbruttito…

Acqua, miriadi di gocce sottili e fredde scendono giù come un fitto sipario di luce, che ondeggia nel vento, muovendo di qua e di là, con un certo dispetto, la visione della spettacolo grave.

Dal sole alla pioggia, scrosci d’acqua a cui il nostro sguardo, in tempi recenti, si sta abituando.. Dal nulla al tutto, verso allagamenti e crolli imminenti. Domani ne parleranno i giornali: il desco perfetto dei menestrelli di stato, omuncoli insani che strimpellano a suon di fanfara allagando coi loro fiumi di inchiostro schermate e carteggi. Esondazione su esondazioni avvenute.

Di questo, ormai, l’interesse comune si nutre: notizie eclatanti profferte in tempo reale, e niente di più. La lunga lista di persone disperse, case distrutte, inondazioni, e alcuni particolari toccanti.  Notiziari che si susseguono a ritmi incessanti tra i canali di una scatola magica che da anni ho cacciato fuori di casa. 
Immagini forti su toni nervosamente incessanti. 

E la frase turbata dell'amica al mio fianco, dinanzi alla grande vetrata che ci separa dall'acqua: 
“prima non era così: prima pioveva; ora piove e crollano ponti, sprofondano case e muore tantissima gente. Che cosa sta succedendo?"
La osservo e le dico due sole parole: crisi climatica.

Lei ne ha sentito parlare, ma non ha mai approfondito. Si è limitata a pensare che i luoghi che prima erano al caldo ora diventano freddi, che dove era il sole adesso ci sono le piogge, e che i ghiacci si sciolgono ai poli....

Lei non ha riflettuto abbastanza, non ha pensato che ne conseguono cambiamenti di stili di vita, spostamenti sul suolo, migrazioni e problemi nella sopravvivenza e nella vita sociale. E le questioni economiche, e le vicende politiche, e l'estinzione di forme di vita. 
Incremento di povertà e svanir di risorse:  la necessità urgente di sforzi congiunti in direzione di soluzioni dall'impatto diffuso.

Osservo, rapita, questa natura che scende violenta, e che urla a noi tutti un richiamo severo ad un risveglio scioccante.
 Avverto l'urgenza di dire una sola prima importante parola: contezza.
 Dobbiamo informarci e dobbiamo informare,  rallentare la corsa all'acquisizione passiva di dati, e soffermarci finalmente a capire.

Dobbiamo ripartire dal basso: dalla terra e dal seme, per consentire a noi stessi e ai nostri fratelli di essere qui, abitanti del mondo in ogni respiro, perché ci sia sempre concesso di immergere gli occhi nel cielo, e librarli nella distesa del mare. 





giovedì 5 dicembre 2019

MATTINO

Mi sono svegliata che ancora era buio; il suono del vento, lí fuori, penetrava familiare attraverso i vetri e le pareti, la sottile linea che separa le mie notti da quel felice giardino.

 Il tepore del letto ben si confà al graffiante stridore del vento, che scuote le fronde con la veemenza di un mare in tempesta. Avverto le onde rigonfie, grosse nel lento rollio, a sovrastarsi l'un l'altra, fino a infrangere in un prezioso letto di schiuma. 

 Ammirata e sedotta, nella penombra della mia stanza, ho visto quell'immenso mare vivace, animato da forti correnti, come un enorme strano animale che respira e si espande, spavaldo sovrano del suo regno al confine con l'immensa distesa del cielo.
 E sembrava parlarmi, sussurrare in una lingua ancestrale un certo conforto, chiamarmi al risveglio da un mondo in un altro, entrambi reali, con toni avvolgenti e amicali...

Mattina, tra queste mura tranquille, mi raggiunge leggero un lungo nitrito dal campo vicino. Sa di leggero e di fresco, una fragranza dal manto lucente, come quello  dello stallone robusto che si aggira nel verde del campo. Ha il collo liscio e diritto, allungato al terreno, e mastica  l'erba bagnata di fresco, solitario e tranquillo nel suo territorio. 

Quando gli passo davanti succede qualcosa ad entrambi: come curiosi turisti ci rivolgiamo silenziosi l'un l'altro, in ascolto, a guardarci. Rimaniamo così per qualche minuto, ogni volta, ognuno dalla sua parte della staccionata: lui lí e io qui, connessi attraverso un sentire che sa di tranquillo e che piace ad entrambi. 

Il cielo si tinge di sfumature rosate, e poi diviene arancione. E illumina i campi ed i vetri delle rade dimore. Quella luce dipinge le foglie con sprazzi preziosi, ed espande il respiro sulle ampie distese coperte di brina: oro in cielo e argento ai miei piedi. 

Appoggio le mani sul muretto muschiato mentre l'aria frizzante  raggiunge attraverso le nari il mio corpo, e mi accorgo che sto sorridendo. 

Io mi sento felice.






giovedì 25 gennaio 2018

Interludio

Un treno che va, l'asfalto, la sabbia umida che si aggrappa alle scarpe in una ventosa giornata d'inverno.
 Le onde che spazzano ampie la superficie del mare, sotto la benedizione di un cielo libero e azzurro mentre il sole mi scotta la pelle, e I'aria fredda spinge di continuo i capelli sugli occhi.

Cammino e respiro fissando l'acqua, che coi suoi movimenti costanti mi assorbe, calmando le tante emozioni che si annidano insieme, e inducendomi un insopprimibile stato ipnotico.

 Calore, tranquillità e  silenzio.

Poche persone nei paraggi e tante storie tra le parole di chi mi accompagna: la grettezza degli uomini, la loro bontà, e la capacità di sorprendere. Intelligenza, furbizia e sciatteria: siamo fatti di questo, mi chiedo!?

La brezza soffia sfrontata e viene dal mare, spingendomi in questa realtà parallela, dove lo spazio si estende nella zona di calma e diviene silenzio, diventa azzurro e luce del sole.

Acqua e vegetazione, e poi la terra, e  con essa la roccia. 

Residui di memoria cercano un varco tra gli occhi,  ma non sanno riflettersi su queste immagini nuove, che oramai colgo diverse.
 Quelle strade e quei luoghi per me sono estranei: oggi io non so ricordarli, intanto che sto a scansionarli con umore misto, che sa di timore e sorpresa.

La luce del giorno che scema, com'é normale che avvenga, e poi ancora un convoglio, e ancora un altro viaggio che mi conduce nei luoghi di sempre, dove l'aria è meno leggera ed il soffitto meno brillante.

Qui, peró, ritrovo il sorriso amico, e quello sguardo attento che, solo, sa conoscere le stramberie sparpagliate nel mio personalissimo mondo.

Il viaggio, tra l'andare e il tornare, nel passato e nell'oggi, tra i passi curiosi di me, che procedo a mio tempo tra gli altri.




lunedì 8 febbraio 2016

Aggressività.

Quando sentiamo parlare di aggressività pensiamo subito alla rabbia e alla violenza. Immaginiamo scene apocalittiche di arpie dalle lunghe unghie arcuate che si avventano su tristi malcapitati, o visualizziamo scene da stadio, definite da rumore e fumo e corpi in movimento. Urla e botte ovunque.
Ci può venire in mente l'ultima traumatizzante giornata trascorsa in auto, imbottigliati in un traffico odioso, tra gli improperi dei frettolosi e stressati automobilisti... O le immagini registrate dalla telecamere della finanza che riportano gesti incomprensibili della maestra d'asilo che prende a schiaffi un bambino e lo picchia con cattiveria. 

Questo avviene perchè confondiamo il concetto di aggressività con quello di violenza.

L'aggressività è un termine che viene dalla ligua latina, e significa, prima di tutto, avvicinarsi (ad-gredior), andare verso. L'espressione può assumere poi varie connotazioni, certo...
L'aggressività è comunque lo strumento naturale e basilare con cui  metabolizziamo la realtà.
Per la vita, lo scopo primario è vivere, e perchè ciò accada, ogni essere vivente  deve servirsi dell'ambiente che lo ospita nel modo più funzionale possibile.  Dovrà quindi aggredire l'ambiente per farlo suo, per renderlo sè.

Se ho fame, devo procurarmi il cibo, così se ho sete... Se ho freddo dovrò trovare il modo di scaldarmi. Brucerò la legna, appozzerò al torrente, coglierò dei frutti... Ma si tratta sempre di un togliere per necessità naturalmente egoistica. 

La violenza è un togliere che implica un sopruso. Un'aggressività finalizzata a danneggiare l'altro, non ad accudire me stesso. Non c'e' necessità sana, ma la perversione di un bisogno. 

Chi si fa latore di violenza? Solitamente chi l'ha subita, o chi vuol vendicarsi, chi sente la necessità di imporsi e non conosce o non vuole imparare altro modo.
Si tratta di risposte compensative a frustrazioni vissute, cioè ad impedimenti alla realizzazione e alla soddisfazione di bisogni che si è in qualche modo subiti.

L'organismo vuole vivere, e si prodiga in tal senso.
Vivere significa correre e dispiegare liberamente i propri impulsi sani, vivere l'erotismo sano, metabolizzare cioè la realtà in modo piacevole e accretivo.

L'uomo vive prevalentemente in società, seguendo regole e convinzioni formalizzate secondo codici a volte necessari, e a volte castranti. La cosiddetta civiltà impone il rispetto di regole. La natura, lo fa a sua volta.

Non sempre, però, i dictat coincidono.

Spesso i modi indicati dai codici della civiltà sovrastano la natura, la coprono e la offendono: avviene una imposizione che fa violenza.
L'individuo che rispetta il codice sociale, che si comporta secondo la morale richiesta, deve fare attenzione: se queste regole si contrappongono alle istanze della natura (ciò che ci fa essere individuo), iniziano i guai.

Allora accade che l'interessato perde un pò della sua linfa. E poi ancora un altro pò. Inizia la percezione di un'insoddisfazione strisciante, una solitudine fastidiosa, un nervosismo costante... Scoppi di rabbia, voglia di fuggire, sensazioni oppressive... Egli avverte un malessere, un disagio, un rumore di sottofondo costante che va crescendo... Qualcosa che vuole essere buttato fuori, scaraventato via.

La colpa è degli altri, di tutte quelle persone che  sanno come si vive e te lo vogliono insegnare, di quelli che capiscono tutto e non vedono niente, che non ti capiscono affatto. Che non lo fanno perchè non hanno voglia di farlo...

 "Ma si, morissero tutti"... E Lasci correre, lasci che quel disagio ti invada con fare crescente, e cerchi la soluzione altrove, al di fuori. Cerchi situazioni nuove, ma non risolvi quelle che ti hanno spinto alla fuga, verso il burrone.
E aggiungi nuove questioni alle vecchie e non sai armonizzarle... Ti distrai finchè puoi... Fino a quando ti accorgi di avere altri guai. Sembra il canale sifonale della conchiglia... Un canale lungo e contorto nel quale si ritrae il mollusco, sempre più in fondo, dentro al cono, verso il buio. Verso una solitudine triste. 

Ecco che l'aggressività, qui, non è più funzionale, non è accretiva, ma distruttiva e dannosa. Qui il suo esercizio non esprime un valore, ma un capriccio di egoismo infantile: volere l'altro, occuparlo per colmare un vuoto dovuto all'assenza da sè.

Colpevolizzare chi non vuole capire, dirlo crudele perchè non si china al tuo piagnisteo, minacciarlo con la propria debolezza, e accusarlo di non provare emozioni. 
Violenta invasione di un profugo ignavo.

E' un togliere per colmare, non per crescere. Rubare risorse anzichè attivare le proprie, in una deresponsabilizzazione dannosa per se stessi e per gli altri. Dove tutto è confuso, è penombra, dove il singolo non sa più distingurere se stesso come individuo.

  Il mollusco conosce la strada, percorre  il canale ritorto verso l'uscita e si muove sul fondo del mare per condurre la propria esistenza.

La vita vuole la vita.











martedì 19 gennaio 2016

Giò


Ho un'amica che vive in montagna
dove fa freddo, ma lei non si lagna
     Le piace l'arietta frizzante e vivace
       che spira dovunque in quel mondo di pace.

Osserva chi tace ed abbraccia chi ride, ascolta curiosa ed impara ogni cosa.
        Giocando lei usa il suo estro...Eppur non si avvede del suo fare maestro!
Coi sassi costruisce casette, con le mani realizza borsette...In cucina nemmeno lo dico...Io mangio e la benedico!!
Ha un piccolo orto che cura felice,
Con aromi, profumi e fiori vivaci
Le fragole lì son cresciute
Che pure in inverno si fanno apprezzare.
Melograni e limoni, tra cachi e melissa,
uva spina e insalate.

E l'acero rosso, sottile e tranquillo, che veglia su tutto.

Ma pure L'azzurro dell'acqua incantata
del mare di Grecia se l'e' conquistata.
Lei studia la lingua, osserva le carte e prepara il suo viaggio...

Protesa in avanti, i suoi sogni le danno coraggio.

Io penso e sorrido
La vedo già lì:
allegra e vivace
tra la gente del luogo
che ride, che parla, che fa...

Tra le onde turchesi del vivido Egeo...







lunedì 6 luglio 2015

Confine?

Oggi ho volato nell'acqua. Era caldo e il sole splendeva. Travestita da pesce, son scesa veloce nell'altra realtà. Ho abbracciato la vita diversa, dove ogni mossa é più lenta. E più dolce. Scivolando tra correnti robuste, ho osservato le piccole dune e i crepacci, contemplando piccoli pesci che cercavano cibo.

 Dimore dai muri rugosi, di mille colori, e tetti rigonfi, macchiati di giallo e di arancio. Bottoni fioriti tra i ciuffi spostati dall'acqua.  Lentezza e la calma in quel mondo ordinato! 

Lanciavo il mio corpo e osservavo la vita. Sul fondo piccoli sassi lastricavano tutto fino alle strisce ondulate di sabbia, e poi qualche stella marina. Le forme sottili e allungate. Pinne velate e corpose vagavano ovunque. Io non facevo paura, appartenevo all'ambiente.  Un passante tra i tanti, nello spazio comune. Ognuno per sé, a cercare qualcosa. Chi sosta e chi va.
Gomitoli d'erba qua e là, mi venivano incontro. Frammenti di roccia e piccoli gusci... La vita dovunque.
Ho girato sul dorso per guardare all'in su: uno strato vitreo tra il bisbiglio del mare e il frastuono dell'aria. Ho lasciato che il corpo salisse da sé..Ho visto ciò che vedono loro? Un orizzonte più chiaro fino al dolore che la luce accecante mi impone, oltre il confine. Un uomo, a distanza, si allunga sull'acqua. Si tiene alla roccia. Veste di rosso e dirige una canna sul mare.  

E se io fossi un pesce? 

Mi volto e riscendo nella pace silente. I miei piedi assecondano l'acqua, corposa, nell' amica penombra. E volo a vari livelli, mi aggrappo alle pietre porose e mi spingo più in là. Sorvolo gli spacchi e le tane, sorprendo eleganti viventi che si voltano sincroni e fuggono via. Una scia di colore in uno sfondo lunare. Io salgo e poi scendo, forzando i polmoni e le orecchie. Gioco con l'acqua che carezza il mio corpo, e proseguo il mio viaggio da sola, nel mondo diverso, così familiare. 

 E poi mi appare davanti: é grosso e arancione, la bocca potente. Nuota tranquillo e non si cura di me. Cerca le prede scrutando le rocce, si sposta e poi va. Bellissimo e solo.

Immersa nell'intimo mondo contemplo, ammirata, quel traffico lento, che scorre percosso dall'onda e diretto da correnti continue.

Uomini e pesci: universo comune, separato dall'acqua e dai modi. Io nuoto con loro e cammino con gli altri. Mi tuffo e riemergo...Col corpo che fila veloce spostando via l'acqua. Il calore del sole mi brucia le spalle, al di là del confine. Mi culla la voce del mare che viaggia con me, respirando. 

Il pescatore si china sull'acqua, ha intravisto qualcosa e la cerca. Sorrido carezzando l'idea di essere un pesce, che guizza e che salta nell'aria e nel mondo di giu'. Se fosse questo il mio mondo? Ma in fondo lo é...

Mi rovescio ancora sul dorso, e guardo il sole che splende mentre il mio volto riemerge al confine.