Il Mio Blog non vuole essere un monologo, ma un invito all'incontro: pertanto sono graditi i commenti e il succedersi degli scambi che ne conseguono.
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mercoledì 10 gennaio 2018

PEZZI DI VETRO


Sto uscendo da un supermercato, ma per farlo devo passare per un piccolo corridoio molto stretto, un poco in discesa. E il percorso é ostruito da alcuni carrelli vuoti, impilati tra loro, e bloccati sul davanti da una grossa scatola di cartone, di quelle che contengono in quantità  prodotti da esporre alla vendita.

Io sono determinata ad uscire, cosí decido di usare i carrelli come ponte, convinta della stabilitá dell'incastro. Ma la scatola non è abbastanza pesante, e il mio supporto di fortuna scivola via, fino a colpire alcune bottiglie che si trovano in terra, poco piú avanti. 
Sono bottiglie vuote, e mi accorgo di averne rotte un paio: una grossa e l'altra piccola. Entrambe vuote, entrambe sottili, entrambe color dell'aria...

Cosi iniziava il sogno che ho vissuto la scorsa notte, che denunciava la vera natura di ció che ostacola la mia uscita da una situazione che trovo stretta, come quel piccolo supermercato.
Non racconterò qui il resto della storia: é roba privata, e non vi riguarda. 

L'esordio é legato ad una riflessione recente, su quanto appaiono a volte pesanti alcune scatole vuote, cosi vuote da non essere in grado di fermate un carrello in discesa, un carrello vuoto a sua volta, mosso soltanto dal peso di un corpo umano fatto di carne, ossa e di spinta vitale. Un corpo reale.

Bottiglie vuote, leggere e di scarso spessore. Sbattute come birilli in una corsia di gioco, infrante dalla voglia di uscire. 
Solo materia fredda, in sosta per terra, senza utilità alcuna. Non resta che romperle, e spezzarle come si fa con incantesimi orrendi, per riconquistare la propria umanità sequestrata. 

Un tempo mi piaceva ascoltare le parole di un brano di un noto cantautore italiano, che raccontava di un uomo invincibile, che spezzava bottiglie e camminava sui pezzi di vetro senza tagliarsi. Un uomo che non conosceva paura, rideva e sorrideva, un uomo per il quale morire non era possibile...

Ma a questa immagine del vetro ostile, rigido e pericoloso, si affianca quella dei fiori di vetro, che tante volte ho visto sbocciare ed esporsi al mondo dai vasi della casa in cui abitavo durante l'infanzia.

Sono chiamati cosí, mi dicevano, a causa della loro fragilità strutturale: sono composti da pochi petali, hanno colori intensi, ma sono cosi delicati da apparire stropicciati non appena subiscono gli urti del vento, o del freddo.

Apparentemente forti dunque, ma frangibili, sensibili alle intemperie e ai cambiamenti di stato.

Proprio come il vetro.

Eppure ad una lezione di chimica, al liceo, una docente mi disse che il vetro é vivo e respira, ad onta della sua veste rigida e ferma.  E questo ce lo insegnano bene i maestri vetrai di antica e odierna generazione.
Quante meraviglie e quante brutture sanno plasmare, e quanta abilità in quelle mani!

Ma il sogno poneva in terra qualcosa di morto, di freddo e di vuoto, la cui utilità era solo ostruzione. Ed un cambiamento di stato é proprio ció che ha potuto spezzarlo.

"... E nelle pieghe della mano una linea che gira, e lui risponde serio "é mia". Sottintende la vita. E la fine del discorso la conosci giá, era acqua corrente un pó di tempo fa, ma ora si é fermata qua..."







mercoledì 27 dicembre 2017

Venticinque dicembre


Venticinque dicembre, un giorno di festa. 
Stamane erano quasi le nove quando son scesa per strada e l'ho sorpresa deserta. Le chiome degli alberi, allineati sul ciglio, sembravano ridacchiare contente, un pò smosse dal vento: arietta frizzante e un'esplosione di luce da quel cielo azzurro inondato di sole.

Ho camminato a passo spedito verso il mio appuntamento, nel silenzio del sorriso ambientale: io sola, la strada vuota e qualche pennuto a planare lassù, nel trasparente emisfero, sopra di me.

É raro poter respirare aria tanto leggera in questa città soffocata.

Palazzi vecchi e un pò sonnacchiosi, familiari e di strano conforto, mi danno il buon giorno mentre raggiungo silenziosa la sponda del fiume; ne seguo il percorso posando i miei passi tra le foglie invernali, alcune a riposo per terra, ed altre ancora aggrappate sui rami.  

 Ippocastani maestosi, fieri e gentili, da sempre omaggiano l'acqua che scorre briosa, chinandosi giù, verso la vita che, in veste animale, esplora percorrendo la riva e scivola via sulla superficie fangosa.
Intanto che radici ostinate venute su dalla terra, hanno conquistato lo spazio e aperto ferite sullo strato d'asfalto, obbligandomi al gioco già noto di allungate e saltelli.

Una bella città, senza il trucco pesante degli screzi diurni e degli sfregi ambientali. Un'occhiata agli spalti, tra la ruggine accesa delle poche foglie rimaste sui rami contorti, che scendono giù come ricci scomposti dalla nuca di una ragazza vivace.

L'acqua si muove veloce, sospinta da forze silenti e non viste, e mi carezza i pensieri, rendendoli finalmente leggeri. Li porta con sé, attraverso gli antichi archi del ponte di pietra, quel ponte che tutti chiamano "rotto".
Ferito, abbattuto, ricostruito, aggiustato, rifatto e poi lasciato così, legato alla terra da lunghi bracci di ferro, che come frecce vistose, denunciano l'ostinata potenza di chi, nell'acqua, non ci vuole proprio morire. 

 Quel ponte che ha vinto, alla fine, contro correnti ed ingrati alluvioni, contro la condanna impietosa del tempo. 
Dall'epoca antica, quell'arco, custodisce il connubio tra l'acqua e la terra, e non vuole mollare. 
Così rimane dov'è, ad insegnare un messaggio che trasfonde una bella speranza.

Mi soffermo a guardare i gabbiani, e volo con le ampie ali per qualche momento: c'è così tanto spazio lassù...

Costeggio palazzi che sanno di storia, giardini e fontane guizzanti e ricolme, incontro il tempio che è detto di Vesta e che forse, però, è stato fatto per Ercole (nel contenzioso prevalse comunque la Chiesa, che in tempi propizi lo ridusse a triste gazebo).

Vesta, custode prescelta del sacrale fuoco vitale, del calore domestico che mai dev'essere estinto; Ercole, il cui fuoco interiore forgiò immemorabili gesta, ed arrivò ad ottenere il diritto di passare da essere umano a divino.

Ed ecco gli opposti incontrarsi: il fuoco di Vesta e l'acqua di Ercole, l'eroe invitato da Giove al suo fianco dopo che una moglie gelosa, per smanie di ossessivo possesso, arrivò quasi ad ucciderlo nella mente e nel corpo. 

Uomini e dei, in un mondo fatto di ambrosia e di comportamenti meschini: racconti inventati per dire a noi stessi che, in fondo, va tutto bene così.

Ma oggi é davvero natale: di là dalla strada nemmeno un turista dei molti che, in ogni giornata si accodano in file estenuanti per onorare quello stupido rito nella fessura della grossa medaglia dal viso barbuto.
In passato, da quel foro, passava solo dell'acqua, ma da generazioni infinite si intrufolano mani arroganti, sostando sul bordo di pietra che diviene sempre più liso.

La crudele bugia degli adulti che inculca, sulla via dell'insulto, la certezza del fatto che al controllo supremo non si possa sfuggire, ed impone il giudizio: chi ha mentito nel corso della propria esistenza, sia pure per motivi di scarsa importanza, non potrà ritirare mai piú la mano dal terribile morso del mostro di pietra.  

Che mostro, in origine, di certo non era, ma solo l'effige di uno spirito acquatico, dedito ad accogliere l'acqua piovana per convogliarla altrimenti.

Eccolo l'uomo, consapevole della propria impotenza, spalancare la ruota multicolore e gonfiare il suo petto: camuffare il reale per sedurre chi é accanto, e poterne finalmente disporre.

Ecco l'eroe, che per finire all'Olimpo deve subire le prove piú ardue, fino a perdere tanto di sé, cosí come l'antico pilone del ponte rimasto senza compari.

Scivolano via questi sogni, e con essi va l'acqua veloce, sotto a quell'unico arco rimasto quaggiù, che mi invita a guardare al di lá...









mercoledì 23 agosto 2017

Abitare poeticamente


“[...] un dio è l'uomo quando sogna, un mendicante quando riflette […]”
(Hölderlin, Iperione)


Gli antichi greci definivano l'agire secondo due modalità: la prassi (πρᾶξις), intesa come azione fine a se stessa, che nello specifico designava l'agire morale, considerato come un fine esso stesso; e la tecnica (τέχνη), l'azione finalizzata, l'arte di agire per uno scopo, estensibile a tutti i campi in cui è dato all'uomo operare.

A partire dal XX secolo la definizione di tecnica - divenuta poi tecnologia - ha assunto la specifica accezione di strumentazione derivata dalla scienza e finalizzata alla produzione di beni.

Oggi utilizziamo l'espressione tecnologia per indicare strumenti destinati ad applicazioni specifiche, come può esserlo, ad esempio, la tecnologia informatica.

In sostanza si tratta di modalità del fare, e quindi del comunicare (l'una azione implica sempre l'altra), dalle specifiche proprietà e regole di utilizzo, che trovano applicazione in contesti svariati.

La moderna tecnologia, legata alla crescente informatizzazione della società, rende fruibili quelli che oggi sono definiti "i nuovi media", strumenti di comunicazione particolarmente complessi che sfruttano una eterogeneità di formati espressivi (la multimedialità implica l'utilizzo di molti media, appunto) attraverso cui veicolare i contenuti.
 E se è vero - e lo è - che la forma contribuisce a fare il contenuto, a costituirlo essenzialmente (chiedetelo pure a un romanziere!), va da sé che la fruizione di tali strumenti interviene nella percezione che abbiamo della esperienza stessa e nella nostra ulteriore interazione con essa, con gli altri, e con noi stessi.
Il nostro modo di "abitare il mondo", insomma, ne viene inevitabilmente condizionato.

La comunicazione digitale si evolve rapidamente, e quanto fino ad un decennio fa andava sotto la più ampia definizione di ipertestualità - la possibilità che ha un utente di connettere e richiamare tra loro informazioni in funzione di un personale percorso di apprendimento - oggi assume connotazione specifica, ed il diritto ad un esame precipuo.

Vengono così dedicati studi approfonditi all'analisi dei mondi virtuali, contesti realizzati attraverso interfaccia a 3D; al social networking, piattaforme destinate alla condivisione di informazioni tra utenti; al cosiddetto web 2.0, quella parte del web che presenta contenuti comuni costruiti da più utenti - come avviene in Flickr, YouTube, in Wikipedia o nei blog; al web 3.0, ossia all'idea di poter utilizzare i dati offerti dal web come si trattasse di un enorme data-base; all’e-learning, la formazione a distanza; all’e-government, l'interazione su internet tra cittadini, imprese ed amministrazioni; al web semantico, che comporta l’inclusione nei documenti web di informazioni su argomenti e concetti di cui essi stessi trattano, sulla loro categorizzazione e sulle relazioni con altri documenti (i metadati); ... Fino al wi-fi (wireless fidelity), alla possibilità cioè di connettersi a Internet senza cavi, attraverso apparecchi di vario genere (i famigerati devices).

Ed è qui che il lavoro dei semiotici si complica: mi riferisco alla disciplina che studia i segni e le loro relazioni, che osserva ed evidenzia la loro struttura superficiale e quella profonda, e che lo fa da qualche tempo dall'interno di una concezione "pragmatica" in linea con il pensiero di P. Watzlawich, intesa cioè in termini di operatività umana ed atti comunicativi.

La multimedialità ha così trasformato la concezione che la semiotica aveva del suo oggetto: un modo - e quindi un mondo, secondo l'assunto bachmanniano per cui "non è dato un mondo senza linguaggio" - che fino a poco più di un decennio fa era osservato come scrittura: un grande testo da osservare, analizzare e comprendere nella sua superficie, fatta di regole, connessioni e norme grammaticali, e nei significati impliciti operanti da un livello più profondo. 
Di base prevale la eredità wittgensteiniana secondo cui “la struttura del linguaggio rispecchia la struttura del mondo".

 Oggi questa modalità è superata: la scrittura viene integrata attraverso nuovi strumenti che sono in grado di coinvolgere tutti i nostri sensi: filmati, audio, interazioni sociali... Tutto è segno, e tutto è testo... Ma ad un livello più ampio, che non si limita più solo a rispecchiare la grammatica della scrittura.

La multimedialità comporta la capacità di una convergenza di linguaggi diversi, di forme di espressione e di contenuti differenti in una specifica strategia informativa attraverso quella che potremmo definire "una sincretizzazione di sistemi semiotici eterogenei".

In gioco abbiamo dunque una interazione effettuale di strumenti espressivi e percezioni multi sensoriali, la cui risultante è, per gli utenti, un modo diverso di percepire, di vivere e di condividere l'esperienza.

L'analitica si fa epistemologia, e si serve sempre più dei dati ricavati dalle neuroscienze e dai viaggi dei nuovi antropologi, uomini come Lindstrom, per intenderci, famoso branding specialist (il Time Magazine del 2009 lo ha inserito nella lista dei cento uomini più influenti del secolo) al soldo di potenti multinazionali, uomini che proprio come i primi esploratori delle civiltà altre - antropologi o missionari che fossero - viaggiano per il mondo soffermandosi a vivere per un pò presso le genti da studiare, al fine di riportarne notizia in patria.

L'antropologia culturale - lo studio dell'uomo nelle sue manifestazioni tecniche e in ciò che egli produce esprimendo se stesso - estende il proprio campo di indagine al territorio digitale e ai modi della sua fruizione, e quindi al modo in cui tutto ciò interviene ad orientare il nostro modo di pensare e di fare: il modo in cui l'uomo attuale percepisce l'esperienza, la produce e la trasmette in condivisione.

Le informazioni sull'Altro hanno sempre avuto un importante valore economico e politico, oltre che culturale. E così la nuova antropologia si rifà il look, e pure il nome, assurgendo agli spalti come web marketing nelle sue varie accezioni e modalità espressive, oltre che di analisi e profilazione.

Interessi conoscitivi ed interessi economici continuano ad andare a braccetto nel percorso dell’evoluzione umana riportandoci, paradossalmente, al punto di partenza, al fatto che un linguaggio complesso, esaustivo e multiforme, realizzato “in laboratorio” attraverso la progressione della tecnica, rispecchia la capacità percettiva e cognitiva più propria dell’essere umano, connaturata ed originale: la modalità multimediale del linguaggio onirico.

L’espressività onirica si nutre e compone del mondo che viviamo: oggetti e avvenimenti della nostra quotidianità, suoni e odori, istanze nostre e di chi incontriamo, ricordi e aspirazioni… Tutto si combina in un testo che è ipertesto: una dimensione virtuosa più che virtuale, perché ci dice di noi; e reale perché parte da noi ed è riferita a noi, perché prodotta dalla nostra personale esperienza per descriverne l'attualità.

Citerò un famoso frammento di Hölderlin, per spingermi un pochino oltre:

Voll verdienst, doch dichterisch, wohnet der Mensch auf dieser Erde

Ossia:

Pieno di merito, ma poeticamente, abita l’uomo su questa terra.

Il poeta tedesco coglieva nel linguaggio il limite e l'occasione: il dire non può esprimere a sufficienza ciò che ognuno di noi è realmente in grado di cogliere. La comunicazione più piena si fa ad altro livello, oltrepassando la logica e l'approccio analitico: ciò che Hölderlin definisce poesia.

La comunicazione poetica manifesta ciò che non è possibile dire, lo esibisce e consente così la percezione di quanto trascende la parola comune, rimanendone necessariamente celato. 
In termini romantici parleremmo dell'unione con lo spirito della natura, con il Tutto che ci accoglie e da cui proveniamo; in termini esistenziali dovremmo parlare di inconscio, che riemerge dall'ombra della dimenticanza per divenire luce creativa al servizio dell'intero.

La poesia, col suo modo variegato e molteplice, costringe il fruitore ad osservare con strumenti diversi; anzi, ad utilizzare in maniera diversa i vecchi strumenti. E' lo sforzo necessario affinché emerga, nel modo dovuto, quanto altrimenti resterebbe celato.

Il potere evocativo di questo linguaggio si fa accadimento nel sogno, acquista una spazialità virtuale che coinvolge tutti i sensi, e oltrepassa i fastidiosi limiti dello storico approccio narrativo. Così facendo, il sogno si impone, provocando chi intende decodificarlo a riscoprire quella essenziale potenza cognitiva che abbiamo dimenticato di avere, e che ci appartiene essenzialmente. Solo così sarà possibile cogliere ciò che il linguaggio non è in grado di dire con le sole parole, ma che pur sempre espone.

Il cerchio si chiude intanto che il progresso tecnologico ci pone dinanzi allo specchio, invitandoci ad osservare la vita poeticamente, come si trattasse di un sogno.


E chiudo qui (sarebbe più corretto dire “apro”) con la domanda che pone R. Minello (Edusemiotica del virtuale) quando si chiede se, alla fine, non sia proprio questo l’impegno formativo che ci resta dopo Babele, dopo che abbiamo dimenticato che, una volta, tutta la Terra aveva una sola lingua e usava le stesse parole, e la gente era “uno” (Genesi 11).







domenica 9 luglio 2017

PAURA?

Oggi, per la prima volta, ho sentito parlare del Gatto Mammone: un gatto enorme e cattivo che, nell'immaginario collettivo, trascorre il suo tempo a spaventare bambini. 
L'equivalente di quell'Uomo Nero con cui, quando ero bambina, la nonna paterna mi stuzzicava, cercando di creare un'atmosfera un po' noir nella mia giovane esistenza - atmosfera per nulla necessaria.

In effetti, anche allora ero un pó piantagrane, tanto da porre domande che, a volte, venivano sviate con maldestra diplomazia.

Insomma, io lo capivo che stavano facendo melina!

Cosí, ogni volta che provavo a ricavare qualche particolare in più sul fantomatico Uomo Nero, non c'era nulla da fare.
Sapevo solo che arrivava col buio per rapire i bambini cattivi.

Non mi risultava di essere mai stata una bambina cattiva, o almeno, non mi ci sono mai sentita, così continuavo a giocare su quel pavimento di marmo lucido, pieno di venature multicolori, senza neanche un sussulto. 

Però ero curiosa (che novità, eh?): ma come era fatto questo Uomo Nero? E che ne faceva dei bambini rapiti?
Riuscivo solo a immaginarlo come un'ombra, un'ombra che si confonde nel buio.

Nella casa dei nonni c'era una piccola stanza adibita ad armadio. Lì erano custodite le giacche dei visitatori, quelle degli abitanti della casa, e vi erano anche una serie di bastoni da passeggio, quelli che usava il nonno. Avevano tutti il pomello intarsiato: una vera eleganza. 

Quando si apriva la porta di legno, si accendeva automaticamente la luce interna. Ma quando la porta era chiusa, io lo sapevo che lì dentro era buio... Non filtrava nessuna luce!

... Chissà se era lì che si nascondeva l'uomo nero, in attesa, come le giacche di tutti noi. D'altronde non ne parlava mai nessuno, tranne la nonna, quindi doveva vivere proprio a casa sua.

Fu così che cominciai ad aver sempre meno voglia di andarla a trovare...

Al tempo della mia infanzia, gli adulti usavano impaurire i bambini con storie raccapriccianti: era un modo facile di tenerli in pugno. 
Un modo sleale. 

Se tu hai paura diventi fragile, non ragioni piu', e agisci senza fiatare secondo i dettami che ti vengono imposti.
E come discutere la sapienza degli adulti? Ci sono da più tempo di te; sanno cose che tu potrai sapere solo "quando sarai grande"; sono loro a presentarti il mondo, sin dall'inizio.

Vincono loro per forza. E con la forza, purtroppo, a volte.

Così, nella vita adulta, si procrastinano le stesse dinamiche per legittimare gli abusi: tu sei piccolo, ne sai poco, ed io ti proteggo ammonendoti.

 La forza si impone sull'ignoranza, ed ottiene consenso per illusoria ammirazione.

Quando sei piccolo gli adulti sembrano tutti dei sapientoni! Lo stesso accade quando sei piccolo dentro, pure in età adulta, o quando hai accettato di sentirti tale grazie al lungo lavoro di propaganda subito negli anni.

E poi la paura... I neuroscienziati hanno dimostrato quanto sia paralizzante questa emozione per l'uomo: blocca la creatività, e inibisce il pensiero critico; la sensazione di impotenza dinanzi al pericolo rende idioti - nel senso greco del termine, ossia ti isola in una sorta di monade, nascondendo alla tua coscienza la plancia di controllo. 
Finisci quindi per aggrapparti ai "suggerimenti" che ti arrivano.

E poi sento parlare del Gatto Mammone. Il nome é meno sfuggente del "cattivo" dei tempi andati, e l'immaginazione mi rimanda al grasso e pigro gatto mangiatore di lasagne, il vecchio, caro, morbido e insofferentissimo Garfield. 

Come evitarlo? Da almeno 15 anni, questo fumetto, mantiene il primato tra le strisce piú pubblicate nel mondo!

Ma non ci siamo, quindi riprovo e penso all'altrettanto famoso Stregatto di Alice, quello un pó strambo, che appare e scompare col suo ghigno misterioso... E adesso sì che mi avvicino!

Una ricerca su internet mi viene in aiuto: Carroll, per la sua creazione, si era ispirato alla tradizione popolare che paventava la presenza di gatti enormi e giganti che infestavano le campagne inglesi nei tempi antichi, e con intenzionale crudeltà, terrorizzavano i poveri allevatori di bestiame, anche grazie al loro potere di apparire e sparire.

 Raffigurazioni di questi spiriti malevoli ce ne erano un pò ovunque, ai suoi tempi, cosí Luiss decise di diffonderne la fama addomesticandola un pó...

La leggenda del Gatto Mammone sembra risalire ai tempi dei fenici, o degli antichi egizi, quando i gatti erano considerati di natura divina, ed erano tenuti per simboli di fertilità (Amon). 

Nel medioevo, però, l'autoritarismo cristiano bandì i culti pagani, ed ecco che Ammone fu identificato con l'idea del demoniaco.
Niente allegria, dunque, ma il terrore che viene dall'indefinito, ancora una volta.

E di nuovo utilizzato nelle "famiglie perbene" per sottomettere con la paura la mente ingenua di chi dovrebbero, invece, aiutare a crescere.

Paura, pericolo, obbedienza, salvezza: le mura che chiudono le nostre prigioni. E pensare che nascono nell'ombra, e si rinforzano ad ogni passaggio di quella che é definita con orgoglio "la trasmissione della cultura popolare".

La tradizione: ció che, alla fine, piú che esser tràdito, tradìsce. Tradisce attraverso la fiducia di chi ha l'abitudine di non fare verifiche: un modo sciocco di percorrere l'esistenza che molto spesso ci fa tornare piccini.

Ma il gatto é un animale con caratteristiche proprie: è indipendente, si fa gli affari suoi approfittando della disponibilità di chi lo accudisce, che ne risulta, quindi - sia pure inconsapevolmente - asservito. Bulgakov, nel suo capolavoro "Il Maestro e Margherita" lo ha rappresentato come individuo furbo, presuntuoso e parecchio viscido: un lacché tutto orientato ai suoi scopi.

Non me ne vogliano gli amanti dei gatti, ma se applichiamo la riflessione pragmatica, tocca convenirne: questi animali ti si strusciando addosso per un pò di coccole o per chiedere cibo, ti si appiccicano per scaldarsi quando é freddo... E tutto solo in cambio di qualche ronzio fusaiolo?!?

Quindi, "un gatto gigante" un pò si, dovrebbe spaventarmi.

Quanto al "mammone".... Si tratta di un'espressione che la dice lunga in merito alla possibilità di crescita, di conquista dell'indipendenza, e dell'evoluzione personale.

Quindi, signori miei, se nei vostri sogni doveste incontrare uno o piú gatti, girate loro alla larga, perché c'è una fregatura in arrivo.

Se invece vi imbattete in un gatto mammone, allora svegliatevi subito, perché é tempo di crescere!















venerdì 14 ottobre 2016

L'elfo dispettoso


Ho incontrato un omino che è verde e flessuoso. Col naso all'insù saltella da un albero all'altro cercando nel cielo quel che solo lui sa.

Ma invero verde non è: è solo il riflesso del bosco, in cui lui si confonde, visibile solo a chi occhi possiede per farlo.

Un omino davvero non è, ma un omone forzuto, dalle spalle ben ampie e la vita sottile. Son grosse le mani e più forti le braccia, in agili mosse lui corre e poi salta.
 
Kod lui si chiama, ed un Elfo lui sembra, di quelli che amano il gioco e lo scherzo, ma son buoni di cuore - e quindi far male non sa.
Salta in modo farsesco tra i rami: ti mostra che è bravo, e poi corre veloce con le gambe sottili.

Un elfo, un elfo lui pare, nel bosco e sul mare, con gli occhi che riflettono il colore del cielo. E i pesci accorrono a frotte, i delfini e i gabbiani, a corteo nella sua traversata sul piccolo guscio di noce. 
Gioca, urla e sorride. Colpisce con forza e si spiace, adora il frastuono dei giochi che fa, e arriccia le labbra, senza nemmeno saperlo, in tenera smorfia davvero.

Un pò dispettoso ma affatto crudele, in molteplici forme si lascia osservare. Ora un colore, ora una voce sottile, e canta e saltella per le strade che trova. 
Il cielo lo ammira, le fronde lo toccano un pò, curiose di cogliere il tono di quel vispo individuo. 

Larghe le spalle, grosse le mani, i segni sul viso dell'esperienza vissuta: è bello il sorriso che nasconde lo scherzo, ti morde e ti punge ma male non fa. 

Oggi indossa un buffo berretto, morbido in forma che termina in su. Sembra un antico berretto da notte, la cui punta rimane laggiù. 
Tiene calda la testa e ripete la lagna, che ha male alla schiena ma è tutta una balla. Lui salta, alza massi e rinterra quei tronchi che cadono giù.  

È bello quest'elfo e gli piace star solo: lui chiama gli amici ma poi se ne va.
E rimane per ore a far delle cose che capir non si può. 

Cammina nel fiume, tra le canne e i riflessi del sole, e amici guizzanti dalle forme allungate lo accompagnano un pò.
Le rane e i cinghiali, i meli e i noccioli, la terra lo ammira con tutti i suoi figli.

E adesso sorride dal posto in cui sta, mentre vede il mio sogno che fassi realtà.










mercoledì 21 settembre 2016

C'è da fare



Lunedì lunedì ahi.
Martedì non filai.
Mercoledì persi la rocca.
Giovedì la ritrovai.
Venerdì mi lavai la testa.
Sabato andai al mercato
la Domenica non lavorai perché era festa.


Questa vecchia filastrocca è esemplificativa di come il classico perdigiorno conduce la propria settimana.
Si comincia di lunedì, con molta calma... D'altronde è solo lunedì... Poi toccherebbe iniziare a lavorare, ma ancora per un giorno si prende tempo: bisogna pur carburare, no??
 Poi capita qualcosa, un problemino, come potrebbe esserlo non avere a disposizione tutto ciò che serve per fare il proprio... Quindi, ancora niente.
Ci vuole il tempo necessario per riorganizzarsi, almeno un giorno, tra trippole e trappole, e siccome intanto si avvicina il fine settimana... E' necessario iniziare a curare il proprio aspetto al fine di rendersi presentabili. 
 Tocca poi dedicare spazio e tempo alla vita pubblica... Ed, infine, al riposo settimanale.

Vita da pigri e da inconcludenti. Azioni finalizzate a non fare, che si autoleggittimano nella propria inconsistenza.

Di persone così se ne incontrano facilmente, basta osservare ed ascoltare la profusione di parole emesse a mò di giustificazione - solitamente non richiesta -  per le suddette non-azioni.
E la non-fatica prodotta da queste non-azioni ricade su chi ascolta sotto forma di rabbia, di sarcasmo o, nel caso si trattasse di persone frequentemente intercettate, di faticosissima sopportazione.

Solitamente le persone inattive sono annoiate e noiose, non hanno di che impegnarsi, né di che ragionare, quindi non fanno altro che lamentarsi, oltre a ripetersi, ripetersi allo sfinimento (di chi ascolta, prevalentemente).
Si perché, in fondo, chi non utilizza il tempo si trova a doverlo riempire, proprio perché altrimenti non saprebbe che farne.

E così comincia il disco. 

Quella che ho qui indicato come non-azione, cioè quel fare  privo di sostanza e di obiettivi, è l'equivalente dell'azione fatta a vuoto.  

Il leggendario Sisifo saliva su per un monte portando con sé un grosso masso, e  quando raggiungeva faticosamente  la sommità, ecco che il masso cadeva giù, così che lui doveva nuovamente portarlo in cima. In un infinito e terribile circuito di inutilità, e di energie sprecate. 
Si dice che Sisifo fosse stato in vita un personaggio assai sagace, e che attraverso mille astuzie avesse talmente infastidito gli dei - aveva sempre la meglio anche su di loro - che, infine, Zeus lo punì col suddetto contrappasso.
Tanta intelligenza destinata ad essere sprecata per l'eternità. 

E questo è ciò che spesso capita ad alcuni di noi: buttiamo via le nostre risorse reiterando azioni inutili, e insistiamo, insistiamo, per un tempo che sembra non possa interrompersi mai. 

Ne segue una certa insoddisfazione, che presto diviene frustrazione, fino ad assumere i toni accesi della rabbia. 
Ma noi continuiamo, senza nemmeno avvedercene, a caricarci quel faticoso masso per portarlo in alto, e poi a buttarlo giù.
E intanto che soffriamo, tra gemiti e imprecazioni, stiamo già di nuovo scendendo la china per andarlo a riprendere...

Lunedì, lunedì ahi....

Espressioni riportate anche dalle canzoni più popolari, che ribadiscono quanto sia comunemente detestato il lunedì, al pari di quegli occhi gonfi di sonno e delle espressioni aggravate di chi mi capita spesso di incontrare al lavoro nel primo giorno della settimana. 

Di martedì il ritornello cambia solo nella forma, per riproporre l'identico concetto: quello per cui "è solo martedì e già si avverte tutto questo peso!".
Di mercoledì prende inizio il conto alla rovescia: le persone si consolano a vicenda nei corridoi ricordandosi le une con le altre che, fortunatamente, mancano solo due giorni al sabato - sospirato giorno di riposo.
  E infatti, nel penultimo giorno, il ritmo rallenta ovunque, fino a ridursi ai minimi termini nella giornata di venerdì. 
A quel punto il pensiero è già assorbito dal fine settimana. 

La domenica non lavorai perché era festa.

C'è un'altra forma di Ignavia, o di spreco, se vogliamo. Quella che può capitare a chi si sforza lungo tutto l'arco della settimana, di produrre qualcosa di utile, di fare qualcosa che possa aver significato per molti, oltre che per sé stessi.

... Tanto impegno e sacrificio e poi accade qualcosa, un vizio, sempre la stessa sciocca operazione, fatta di certo in buona fede, che però finisce col vanificare tutto quanto, riportando il Titano alla detestabile e compassionevole situazione di Sisifo.
E allora vai, di nuovo in cammino verso quel burrone, a spingere e spostare il gravoso masso.

Cos'è accaduto?

La routine, l'abitudine, scaricare il serbatoio del prezioso carburante, faticosamente e degnamente guadagnato, in cose da poco conto, inutili e quindi dannose.

Buttare via la propria primogenitura per il famoso quanto misero piatto di lenticchie.

È il fine settimana, ho lavorato tanto, ho avuto i miei successi, e anziché godermi il meritato riposo e l'ancora più meritato festeggiamento vado a trovare i parenti, che sennò ci restano male. Si offendono.
  Vorrei starmene tranquillo per conto mio, ma gli amici poi mi criticano, accusandomi di essere asociale, e quindi esco.
C'è la partita, e anche se oggi ho bisogno di riposo, mi tocca andare a vederla a casa dell'amico o dell'amica, che magari ha preparato il pranzo apposta e, se non vado, finisce che si risente...
 E poi, magari, ci sono i suoceri, e un fine settimana si e uno no mi tocca andare, sennò poi chi li sente...

Cose così, insomma. Azioni neutre di per sè, ma che, osservate in relazione alla situazione, posson andare contro i miei effettivi interessi, o contro le mie imminenti necessità. 

E allora consumo più energia di quanto normalmente ne servirebbe, e finisce che vado in debito. 
Meglio restare a credito, no?

Nel gergo di alcune scuole di psicologia questa modalità di comportamento è definita come "ciclo 8", ad indicare che ci si dà tanto da fare per tutta la settimana per poi cadere proprio nel giorno di riposo. 
  Giorno in cui, anziché raccogliere i frutti del proprio operato, li si butta via scioccamente, obbligando se stessi a ricominciare tutto da capo.

Altri definiscono la suddetta modalità in maniera più formale, indicandola  come "riattivazione delle resistenze".
Ciò che in ambito informatico e' descritto come "loop".

A me viene in mente la tragicomica novella dei carcerati in fuga i quali, scavalcato il novantanovesimo cancello che li separa dalla libertà, si fermano davanti all'ultimo e tornano indietro, perché si sentono stanchi.
Un vero peccato, no?

Quindi: non fare, fare cose inutili, fare cose utili e buttare via tutto per motivi non funzionali.

Lasciarsi dondolare nell'aria, poggiati sul sedile di un'altalena. Una spinta e poi avanti e indietro, ipnoticamente avanti e indietro...E cigola quella catena...


Così accade che mi trovo davanti una persona che conosco, una delle tante. Si presenta bene, lavora seriamente, rimane fino a tardi in ufficio, adempie ai suoi doveri di figlia nel fine settimana, fa sport e si lascia coinvolgere da qualche gossip. È intelligente e si dà da fare. Vorrebbe fare tante cose ma non le fa perché è sempre troppo stanca, e non le rimane mai il tempo...


Fa tanti sogni, ma non li ricorda mai: preferisce lasciarli nel cassetto.


Io le parlo e mi risponde un circuito operativo, razionale,  corretto...Tutto giusto, tutto a posto. Eppure qualcosa non va: si tratta della persona. 


Io non la trovo.














martedì 5 aprile 2016

Risveglio.


Un piccolo omaggio alla Primavera che arriva....




Irina osserva gli adulti: alti, rumorosi,  distratti. Sempre impegnati in qualcosa,  sempre a dire di avere da fare... Tesoro...DOPO!
Giganti, impegnati e distratti. Presi da misteriose occupazioni.
Capirai quando sarai grande...

Le resta lo spazio. E il tempo. Tanto tempo da trascorrere in uno spazio infinito: quello del mondo e della sua fantasia. 

Il suolo é  un campo selvaggio, vestito di erbe aromatiche e pieno di fiori: piccole gocce di colore e profumo a impreziosire il mantello erboso del sovrano del mondo.
A volte, Terreno - questo il suo nome - si muove nel sonno,  e russando si agita tutto, si sposta e si torce senza nemmeno avvedersene. Con lui si muove la veste setosa, e scorre a fiumi la linfa vitale che trattiene tra sé. Tutto si muove con lui. Il mondo di ognuno. Lui dorme e sogna la vita che va, e l'acqua che scorre, luminosa e veloce, in rivoli snelli e briosi. E guizzano in esso forme di vita diverse, grandi e piccine, allungate e stondate, dal corpo robusto o più lieve. E scivolano ovunque di qua e di là, di sotto e di sopra, ombre veloci e silenti, protette dal cielo e dal suolo, nell'abito vitreo che così bene a loro si addice.

Si dimena il grande sovrano, mentre sogna il fiume che ingrossa, egli fa per spostarsi, e il letto di terra che così bene lo accoglie si fende, e da esso rifuggono mille tesori: animali grandi e piccini, che saltano e corrono, e volano via dall'oscuro riposo. La luce del sole che adesso vi arriva benedice la vita che sveglia se stessa dal pigro letargo. Russa,Terreno, con sonoro respiro che provoca vento. Nel sogno egli vede le foglie vibrare, e petali lievi adornare lo spazio.

 Una vivida pioggia di raffinata poesia. 

Sogna,Terreno, e muove ancora il suo telo. Saltano ora piccolissime verdi creature, con ali minuscole dai colori bizzarri. Piccoli salti, assai brevi ma forti. Nell'aria, verso il sole, tra i fili del manto prezioso, scaldato dall'astro che sorge e si estende nel cielo.  

E  giunge il momento di correre insieme: aprire lo sguardo al magnifico incendio che scalda d'amore il suo mondo. Terreno grugnisce, si scuote ed emette un respiro profondo. Spinge via con vigore, sgonfiando le guance carnose, quel residuo notturno di ombra e frescura. Sorride il sovrano, ebbro di vita, ammirando il compagno che illumina il giorno nella sua intera beltà.

Irina si scuote, s'è fatta mattina. La luce diffusa la invita ad andare, a porgere doni al sovrano Terreno. Le brillano gli occhi mentre avverte il morbido manto che le carezza la pianta dei piedi... E corre felice incontro alla vita del sogno che sogna di lei.









lunedì 14 marzo 2016

Se piove...


"Non è  detto che se usi l'ombrello mentre sei sotto la pioggia rimarrai asciutto". Questo mi ha detto una volta un amico vedendomi zuppa, affranta, e con il mio paracqua sul braccio.

 Un'asserzione assai poco gradita, ma di certo istruttiva. Soggiunse difatti la dritta su come spostarmi da quell'acqua impietosa.
Si trattava di un vero diluvio, che svuotava il mio corpo dalla sua forza normale.

Che cosa vuol dire?

Se qualcuno sta per picchiarti e tu sai come fare a difenderti, ok: assumi la tua posizione.
Se poi per sventura tentenni nella tua abilità ma l'avversario è un poco sbilenco, va bene lo stesso: aggiungi un pò di colore ai tuoi gesti ed enfatizza l'azione. Il pavone alza la ruota, le fiere ruggiscono facendo mostra dei denti, gli uomini cambiano tono e volume alla voce...

... Ma se l'altro è  più grosso e più organizzato di te, allora portati altrove la tua abilità. Devi spostarti dall'acqua che cade scrosciando, e metti in azione un piano di sicurezza.
Non ce la faresti altrimenti.
Ma poi come fare? 

   Sun Tzu scriveva - diversi e diversi secoli fa - che la guerra si vince senza dare battaglia, ascoltando soltanto la vita che scorre.

E'  necessario soprattutto conoscere sé, e sfruttare gli accadimenti reali. Ascoltare la direzione del vento, osservare la posizione del sole, valutare lo spostamento dei nembi e studiare la geografia del luogo: sintonizzarsi all'interno della natura, per usarla ed usare se stessi.

  E questa vera capacità  di visione consente di cogliere l'altro anticipando l'azione. Ed evitare così noiosi ed inutili scontri.

Vince la guerra colui che sa prevederla, e quindi evitarla.
Coerenza interiore, saggezza e pazienza.

Ma la paura ci prova, questa brutta, arida e fredda signora che lestamente ci invade le membra, smaniosa di farci dannare. La devi ignorare. Partire da te e da quello che hai.

Respira ed osserva la scena, come se fossi in un sogno. 
 Guardati intorno e studia l'ambiente, vedi che accade, chi c'è e cosa senti. Ascolta le emozioni che provi e fanno vibrare il tuo corpo.
 Forse chi vuole colpirti è davvero un nemico, e se è più organizzato devi tagliare la corda. Recidere il filo che ti collega a quel vuoto.
 Trova qualcosa di più vantaggioso da fare.

Forse costui è un soldato venduto, che uccide per conto di altri, un nemico più grande che nemmeno sospetti. O solo un ignaro pacchetto postale contenente una  brutta cartuccia...

 Se ti ha già messo al tappeto va bene: insegnamento compiuto. La distrazione si paga, ed è  bene pagarla perché, poi, l'attenzione prevalga.

Se la campana sta per suonare tu scendi dal ring: è  uno spazio ristretto, limitante l'azione. Fuori l'orizzonte è più ampio, non serve nemmeno lottare...

Se invece è nell'aria l'arrocco imminente e tu te ne avvedi, allora modifica il gioco, non spostare quel pezzo: lo scacco è vicino!


Ma se il tuo nemico é solo la parte di te che trascuri, che vuole levare di mezzo quella parte di te che le impedisce di fare, allora lascia che muoia, e rinasci al risveglio con  spirito nuovo. 

Il sogno suggerisce l'azione per farla accadere. Il resto dipende da te.