Il Mio Blog non vuole essere un monologo, ma un invito all'incontro: pertanto sono graditi i commenti e il succedersi degli scambi che ne conseguono.
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mercoledì 10 gennaio 2018

PEZZI DI VETRO


Sto uscendo da un supermercato, ma per farlo devo passare per un piccolo corridoio molto stretto, un poco in discesa. E il percorso é ostruito da alcuni carrelli vuoti, impilati tra loro, e bloccati sul davanti da una grossa scatola di cartone, di quelle che contengono in quantità  prodotti da esporre alla vendita.

Io sono determinata ad uscire, cosí decido di usare i carrelli come ponte, convinta della stabilitá dell'incastro. Ma la scatola non è abbastanza pesante, e il mio supporto di fortuna scivola via, fino a colpire alcune bottiglie che si trovano in terra, poco piú avanti. 
Sono bottiglie vuote, e mi accorgo di averne rotte un paio: una grossa e l'altra piccola. Entrambe vuote, entrambe sottili, entrambe color dell'aria...

Cosi iniziava il sogno che ho vissuto la scorsa notte, che denunciava la vera natura di ció che ostacola la mia uscita da una situazione che trovo stretta, come quel piccolo supermercato.
Non racconterò qui il resto della storia: é roba privata, e non vi riguarda. 

L'esordio é legato ad una riflessione recente, su quanto appaiono a volte pesanti alcune scatole vuote, cosi vuote da non essere in grado di fermate un carrello in discesa, un carrello vuoto a sua volta, mosso soltanto dal peso di un corpo umano fatto di carne, ossa e di spinta vitale. Un corpo reale.

Bottiglie vuote, leggere e di scarso spessore. Sbattute come birilli in una corsia di gioco, infrante dalla voglia di uscire. 
Solo materia fredda, in sosta per terra, senza utilità alcuna. Non resta che romperle, e spezzarle come si fa con incantesimi orrendi, per riconquistare la propria umanità sequestrata. 

Un tempo mi piaceva ascoltare le parole di un brano di un noto cantautore italiano, che raccontava di un uomo invincibile, che spezzava bottiglie e camminava sui pezzi di vetro senza tagliarsi. Un uomo che non conosceva paura, rideva e sorrideva, un uomo per il quale morire non era possibile...

Ma a questa immagine del vetro ostile, rigido e pericoloso, si affianca quella dei fiori di vetro, che tante volte ho visto sbocciare ed esporsi al mondo dai vasi della casa in cui abitavo durante l'infanzia.

Sono chiamati cosí, mi dicevano, a causa della loro fragilità strutturale: sono composti da pochi petali, hanno colori intensi, ma sono cosi delicati da apparire stropicciati non appena subiscono gli urti del vento, o del freddo.

Apparentemente forti dunque, ma frangibili, sensibili alle intemperie e ai cambiamenti di stato.

Proprio come il vetro.

Eppure ad una lezione di chimica, al liceo, una docente mi disse che il vetro é vivo e respira, ad onta della sua veste rigida e ferma.  E questo ce lo insegnano bene i maestri vetrai di antica e odierna generazione.
Quante meraviglie e quante brutture sanno plasmare, e quanta abilità in quelle mani!

Ma il sogno poneva in terra qualcosa di morto, di freddo e di vuoto, la cui utilità era solo ostruzione. Ed un cambiamento di stato é proprio ció che ha potuto spezzarlo.

"... E nelle pieghe della mano una linea che gira, e lui risponde serio "é mia". Sottintende la vita. E la fine del discorso la conosci giá, era acqua corrente un pó di tempo fa, ma ora si é fermata qua..."







domenica 11 settembre 2016

Lo spettacolo in Tivù


Sono a casa di un amico, e mentre una lucida fetta di torta alle more soddisfa la mia gola, lo osservo imprecare, totalmente assorbito nello sforzo di installare il nuovo decoder che non vuole attivarsi.
La scena mi strappa un sorriso: il mio amico, la tivu', non la guarda mai! Lui è  un internauta Doc... Usa solo il PC connesso alla rete...
 
Sto parlando di un amante della tecnologia, dotato di ostinazione e pazienza come pochi altri (nessuno comunque che io abbia mai conosciuto), e quando trova un intoppo riversa tutto il suo potenziale in quel nodo, fintanto che la questione non sia risolta. Lui è  capace di lavorare per ore senza nemmeno una sosta; in quei momenti, com'e' giusto che sia, non ha occhi né orecchie per nessuno.
Ed io non resisto: lo stuzzico con domande alle quali risponde veloce, ma in modo sconnesso: e' gentile ma vuol togliermisi di torno il prima possibile.
 
Lo frequento da anni e di scene così ne ho già viste accadere. Quindi, insensibile al depistaggio dei grugniti e delle espressioni rassegnate che appesantiscono l'aria, invadendola, assisto all'Evento.
Lo schermo rimanda finalmente nitide immagini dai colori sgargianti e, al contempo, la schiera di piccoli altoparlanti distribuiti  sulle quattro pareti - "sette più uno" con effetto surround, non so se mi spiego! - accende la memoria di eventi accaduti alla mia persona in giovane età, attraverso l'emissione di note vivaci di musica già conosciuta.
 
L'attenzione si sposta sul video, e riconosco due artisti che ho sempre molto apprezzato: Zucchero Fornaciari e Francesco De Gregori.  

Sorrido di piacere e poi scoppio in allegra risata. Accade: la tivu', lo spettacolo, gli artisti... Impalcature messe su ad uso e consumo di un pubblico reale, ma anche un poco fittizio. Regole implicite segnano un copione prevedibile e falsamente improvvisato. 
Atteggiamenti di finta sorpresa, ammiccamenti a comuni equivoche epressioni, doppi sensi non proprio celati e abbigliamento fintamente d'occasione. Canticchio il motivo familiare e riconosco che costituisce il solo originale elemento  della trasmissione. Anche rispetto agli artisti, che si atteggiano sul palco con mosse studiate e arcinote, sotto agli stessi vistosi cappelli che portano in testa da oltre vent'anni.
 
Le zoommate sui volti rivelano, impietose, segni di chirurgia estetica, i cui esiti- seppure piuttosto ben riusciti - limitano l'espressivita' dello sguardo e del sorriso, snaturando la persona e danneggiando il mito che gli è connesso.
Non sono più  loro, anche se li si vuol riproporre cosi com'erano allora.
 
Il tempo scorre. Per tutti e per tutto.Tranne che per certa musica, e per le immagini che vi si sono aggrappate, presentandosi immediate al pensiero, come fissate alle note dal velcro.
Ma tutto in tivu' deve apparire piu' fresco, giovane e liscio, anche al prezzo di mostrare coloro che un tempo son stati leggenda in modo piuttosto farsesco.  
 
Non riesco a non ridere osservando i vari strati di trucco e gli zigomi tirati a rendere lucida la pelle, le sopracciglia scolpite, depilate col bisturi e letteralmente disegnate sul volto, e la pelle raggrinzita del collo, che trema danzando al ritmo di musica.
 
Pause tra un brano ed un altro, il via vai di artisti che si alternano tra un dialogo e una performance. E un po' qui e un po' la' si dedica spazio a brevissimi dialoghi, la cui sintassi è descritta da ammiccanti espressioni, così esasperate che di naturale non hanno granché: parodia di se stessi, in piena coerenza con quanto accade davvero.
E poi le battute sul sesso, dai contenuti piu o meno espliciti, nel pieno rispetto del piu' falso senso del comune pudore.
 
Niente di nuovo sotto il sole, ne' dentro lo schermo, ovviamente.
Sorrido.
 
Muovo i piedi e le dita a ritmo di musica; parole testimoni di una parte della mia gioventù fuoriescono a ritmo, spontanee, dalle mie labbra.
 
Sorrido davanti allo show: scomposto nella sua sostanza, ma regolare nella sua essenza.
Obbiettivo raggiunto: divertimento integrale.