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sabato 13 marzo 2021

Architettura viva.

 

Sabato 13 marzo, un mese dopo il mio 48° compleanno, mi trovo vis a vis con un uomo simpatico, un professionista dell’architettura e del sorriso. Non è un comico, ma una persona che il sorriso te lo chiama gentilmente, con naturalezza, per la piacevolezza dei suoi modi e, soprattutto, con la bellezza delle sue idee.

 Sono accaduti eventi significativi, nell’ultimo mese, e questo incontro ne arricchisce le riflessioni conseguite. Una vocina dentro insiste a ricordarmi che nulla avviene mai per caso…

Paolo Stella è un uomo che ha capito che con il buon umore si lavora meglio: il buon umore di chi fa e quello di chi riceve il servizio. La fruizione del bene, pertanto, si arricchisce di un valore più ampio: ciò che serve mi lascia anche sorridere, e mi fa star bene.

 Professione: architetto… giocoso.

Ma in che senso, vi starete chiedendo?

La risposta è veloce: se metto su la facciata di una scuola posso anche colorarla con i disegni dei bambini che la frequentano (non è la loro scuola?); se progetto un parcheggio, posso anche trasformarlo in parco giochi, da far vivere nelle ore in cui non svolge tale funzione; se realizzo una classe scolastica, perché non inserirvi sul pavimento le caselle del gioco dell’oca? Se vissute come un gioco a premi, le interrogazioni smetteranno la veste dell’orrida tortura! Se devo tenere una brutta porta sovradimensionata in un ambiente per bambini, non è meglio ricavarne all’interno una più piccola? Una porta nella porta, per aprire la magia di una realtà ristrutturata

Tutto, insomma, può essere progettato in maniera allegra e donare così un sorriso a chi ne fruisce: anche una rampa di accesso per disabili può presentarsi come un grande e accogliente tappeto floreale.

Pensiamoci: un sorriso in più può rendere migliore l’ambiente!

Stella ha iniziato a sperimentare con i bambini, ma poi si è accorto che anche i genitori e gli insegnanti sorridevano, e così ha deciso di seguire quella via. Ora stringe accordi con privati e con i comuni di varie città, che gli commissionano lavori belli, perché il sorriso rende belli i luoghi e le persone che li vivono.

Osare, ci dice, premia. Il primo tentativo è stato un azzardo: doveva ristrutturare gli spogliatoi di una piscina nel comune di Thiene. L’idea di metter su un sottomarino che sembra emergere dall’acqua della vasca ha preso forma nella mente e nelle mani, fino a diventare realtà. E che realtà!

Ma perché i bambini? Le sue parole ricordano il pensiero di Gianni Rodari, quando nella Grammatica della fantasia lamentava il fatto che nella scuola italiana si bada solo all’esercizio, trascurandone gli effetti d’allegria: “(…) nelle nostre scuole, generalmente parlando, si ride troppo poco. L’idea che l’educazione della mente debba essere una cosa tetra è tra le più difficili da combattere”.

E se le strutture scolastiche, in primis, perdendo di vista il senso estetico nello sviluppo esistenziale finiscono col costringere la creatività umana, è bene ravvivare quelle braci, farlo con le forme ed i colori, illustrando storie, popolando con la fantasia gli spazi aperti finanche negli attraversamenti pedonali, dove marinai, fari, grossi piedi, gattoni e zebre a strisce colorate conquistano l’attenzione delle persone – stimolandone la curiosità e l‘auspicato buon umore. Che poi si sa, il sorriso è contagioso…

Dalle scuole alle strade, alla vita comune… E allora perché no, parliamo della morte.

 Ho incontrato Stella tra le righe di un suo articolo, nel quale presentava un fenomeno che sta prendendo piede anche in Italia: quello dei “boschi sacri”. Piano piano le regioni stanno attrezzando aree boschive ad accogliere le spoglie di persone che ci hanno lasciato, così da consentire a chi resta di vivere il distacco in maniera più naturale. 

La cenere dei cari che nutre la vita nel bosco, intanto che la natura torna alla natura.

La domanda è venuta da sé: l’architetto giocoso, un cimitero, come lo progetterebbe?

Mi dice di sé, che desidera esser sepolto sotto un albero, semplicemente; un albero da frutto, magari, che rechi piacere a chi si avvicina. Sorride con fare bonario: se poi fosse un fico, la gente potrebbe sorridere pensando a chi vi è sepolto.

 Giocoso, il nostro architetto.

Comunque un progetto in tal senso è stato richiesto, senza ridare però la risposta sperata. La proposta mostrava uno spazio verde in cui inserire le salme, con un ampio anello di marmo bianco a tenerle vicine in un confortevole abbraccio. 

Ma l’intento poetico è stato oscurato dall’esigenza, che è propria di molti, di vedere una lapide e di conoscere lo spazio specifico in cui risiede chi cercano. Staccarci dalla fisicità è una impresa davvero difficile, e i simboli hanno la loro importanza.

Ma una tomba giocosa sarà mai possibile? 

Ragiono su eventi personali recenti, ostentando un po’ di sconcerto: i luoghi di sepoltura restituiscono spesso una malinconia che alimenta solo il dolore, rendendo più vivo quel senso di vuoto. Mi viene da dire che invece quei luoghi, istituiti per aiutare le persone a ritrovare la pace, dovrebbero evocare la gioia che è stata vissuta nel tempo trascorso con chi ora non c’è; dovrebbero stimolare il ricordo della bellezza dovuta all’incontro avvenuto, e far sì che quella gioia compensi – per quanto si può – il brutto senso di vuoto che spinge là dentro.

Con fare benevolo Stella mi dice che a me, una tomba così, la può progettare, ma che mettere insieme dolore e piacere è una impresa per pochi. 

Ha ragione: il contrasto provocherebbe sicuramente lo sdegno. Lo ascolto parlare, dice cose che so, eppure oggi mi entrano dentro in maniera diversa.

 Noi, oggi, abbiamo rimosso la morte, la teniamo nascosta, non ne parliamo nemmeno. La morte è un fatto privato molto più di quando la gente viveva vicina, in famiglie allargate e in comunità, condividendo le ore. Allora i bambini imparavano a vedere la morte come un fatto di tutti, che accade, e che appartiene alla nostra e alla altrui natura. 

Ma oggi, che viviamo isolati, non abbiamo più quella scuola, e quando accade l’evento, ci sovrasta del tutto. Noi non sappiamo gestirlo, non sappiamo incontrarlo. E nel desiderio che non fosse avvenuto, cerchiamo le spoglie in oggetti che ci ricordino ancora qualcosa che possa essere visto e toccato, come un surrogato del corpo che fu.

Grazie, Architetto, per questo scambio gentile, gioioso e profondo.






 

 

 

 

 

 

martedì 29 dicembre 2020

Verso una comunità etica


Per chi ne sentisse parlare oggi per la prima volta, Stefano Mancuso, "scienziato di enorme prestigio, docente di Arboricoltura generale e coltivazioni arboree all’Università di Firenze, e direttore del Laboratorio internazionale di neurobiologia vegetale, membro fondatore dell’International Society for Plant Signaling & Behavior (etc. etc.)", é un affascinante divulgatore, che racconta continuamente  di quel meraviglioso modo in cui vivono le piante.

Mi sono imbattuta nei suoi scritti grazie agli entusiastici riferimenti espressi da un'artista esordiente, Eleonora Riccio, conosciuta in occasione della presentazione di alcune sue creazioni: tessuti dipinti con pigmenti naturali ottenuti per estrazione da foglie e fiori, con procedure artigianali dai risultati davvero ammalianti.

Tra i vari contributi, La Nazione delle Piante , il libro che ad oggi mi ha  particolare colpita per via del valore etico espresso, che trovo impossibile non voler condividere.
Pagina dopo pagina l'autore descrive il mondo delle piante come una nazione funzionale e democratica, garante di diritti fondamentali per ogni vivente e custode della sopravvivenza degli stessi.
 E dall'osservazione attenta delle sue espressioni vitali, Mancuso coglie l'occasione di estrapolare  alcuni principi, che definisce pilastri, su cui costruire una Costituzione politica, via via argomentata nel saggio in questione.
 La riflessione etica tradizionale, egoisticamente incentrata sulla coesistenza interna alla specie umana, subisce un'espansione verso tutti i viventi del pianeta, in una  prospettiva finalmente comunitaria.

La Terra viene quindi a configurarsi come una grande casa comune, da custodire e rispettare, che garantisce il sostentamento, lo sviluppo e l'incontro della vita nelle sue molteplici rappresentazioni.

Mancuso  ci racconta l'errore dovuto  alla  incomprensione di fondo, nella cultura umana, delle "regole della vita": ogni organismo è interconnesso agli altri in una fitta rete di scambi e relazioni, come un grande unico corpo vivente che agisce secondo principi di cooperazione e simbiosi: siamo una grande comunità cooperativa, basata sul mutuo soccorso e sul reciproco stimolo, una comunità ben lontana dal famoso Homo Homini lupus di vecchia memoria. 

Darwin - un po' frainteso, lo sappiamo - sosteneva che sopravvive il più adatto (non il più forte, come è stato poi detto da alcuni), ossia quel vivente in grado di  sfruttare l'ambiente in cui sta nel modo necessario a prolungare la propria esistenza.
E le piante, questo, stanno dimostrando di saperlo fare da molto più tempo di noi: dovremmo apprendere le loro regole per condividerle e scoprire che il nostro  mondo non è poi così separato dal loro, e che la nostra comunità non dovrebbe poi esser considerata tanto altra rispetto alla loro. 

E magari, così facendo, arriveremo anche a capire che l'ambiente, alla fin fine, siamo noi.

Il mondo animale si serve di un sistema predatorio nei confronti dell'energia ad esso necessaria: non disponendo della capacità di produrne direttamente (le piante si servono della fotosintesi per utilizzare l'energia solare), gli animali consumano quella già esistente, lasciando gli scarti in un ambiente già saturato, che non è più in grado di riprodurre le risorse sottratte.

Al sistema competitivo animale si contrappone il sistema cooperativo proprio del mondo vegetale. O meglio, gli si affianca integrandolo.

Le piante, incapaci di attuare spostamenti al pari degli animali, - sono infatti radicate al suolo - hanno acuito la capacità percettiva nei confronti di quanto le circonda, e hanno imparato a conoscere attentamente le risorse disponibili, finendo con l'utilizzarle in maniera davvero funzionale.
 E la reciproca connessione esistente tra gli abitanti di questa Nazione Verde  - la più popolosa della Terra - ha reso possibile e reale, in essa, un approccio di mutuo scambio di fondamentale importanza per rafforzarne l'esistenza e tutelarla.

A partire dagli anni 70, soprattutto grazie all'eco suscitato dal famoso Rapporto Meadows é sempre più chiara l'insostenibilità di un sistema di crescita illimitata (dei consumi) - quello che stiamo conseguendo - perseguito in un ambiente dalle risorse limitate quale è il nostro, ed é ormai evidente il fatto che insistere in tale direzione mina seriamente, ogni giorno di più, la possibilità stessa della nostra sopravvivenza. 
Siamo già responsabili di una accelerazione del processo di estinzione di molte specie viventi (pari a 10.000 volte rispetto alle normali tempistiche  occorse finora, dicono gli esperti), fintanto che non toccherà anche a noi stessi: una corsa folle verso l'autodistruzione.

Il Club di Roma, un'organizzazione non governativa composta da economisti e scienziati internazionali, in collaborazione con il MIT, realizzò uno studio predittivo sulle condizioni in cui l'uomo sarebbe arrivato a trovarsi continuando a vivere con quello stile di vita consumistico  irresponsabile adottato dalle ultime generazioni.
 
Oggi, a distanza di 50 anni, i fatti confermano le pesanti valutazioni che furono alacremente rifiutate dagli ottimisti promotori dello sviluppo insostenibile.
Il modello del consumo irresponsabile danneggia noi stessi, incapaci di vedere oltre l'illusorio riflesso che lascia apparire l'ambiente come qualcosa di altro rispetto a noi. 

Dobbiamo arrivare a comprendere che abbiamo a che fare con la nostra grande casa comune, che noi tutti dovremmo amare e conservare con cura.

 Dovremmo imparare guardandoci intorno, magari viaggiando attraverso l'affascinante Nazione delle piante.