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domenica 3 gennaio 2021

PERCHE' GLI ALBERI

 Plant for the Planet è una associazione che nasce con lo scopo di sensibilizzare le persone sui problemi indotti al nostro pianeta dalla crisi climatica. Con tale espressione si indica la situazione stressante nella quale la nostra Terra è stata indotta da comportamenti irresponsabili ad opera degli inquilini-uomini che, per rincorrere e nutrire un senso forzato di progresso - inteso come crescita continua di consumi e produzione - spinge gli stessi a sfruttare le risorse disponibili oltre il limite del possibile, in senso fattivo e in senso etico.

Mancuso, scienziato di fama mondiale, nelle sue interviste, ribadisce con insistenza che "crisi climatica" è l'espressione corretta da utilizzare, a dispetto del tono più mite che trapela in "cambiamento climatico": definizione che illude sulla transitorietà e normalità dell'attuale condizione.
 In Il pianeta mangiato  Mauro Balboni ci racconta con incisiva semplicità quanto oltre ci siamo spinti: consumiamo ciò che non è più disponibile, al punto da arrivare a spostare risorse ormai dilaniate da zone estremamente distanti del globo allo scopo di continuare a produrre merci per la quali non si dispongono più risorse essenziali.

Siamo in un loop idiota (dal greco idion, ossia chiuso in se stesso, isolato nel proprio mondo) che non ha futuro, per il semplice fatto che non ha più presente.
Così PftP si muove nel mondo con una missione specifica - piantare alberi - che fa da ponte al raggiungimento del fine descritto. 

Ma come ci siamo arrivati, e perché?

Gli alberi producono ossigeno, ossia l'elemento necessario alla vita sul nostro pianeta. E gli alberi assorbono anidride carbonica, un gas di scarto che ostacola la vita sulla terra.
Ora, il portamento scriteriato dell'umanità nell'ambiente che, suo malgrado, la accoglie ha causato l'emissione di tale sostanza in quantità non più sostenibile per lo stesso, tanto da saturarne la naturale capacità di assorbimento. 
Questo accumulo di veleno vanta la paternità di molti problemi, tra i quali primeggia, indiscussa, la questione del riscaldamento globale. 

Si dice addirittura che negli ultimi 120 anni, la quantità di anidride carbonica nell'atmosfera abbia raggiunto una concentrazione che in passato ha richiesto tempi di accumulo tra i 5.000 e i 20.000 anni; si dice anche che l'uomo riesce a produrre una quantità di CO2 100 volte maggiore di tutti i vulcani attivi sulla Terra.

Si è studiato che una presenza eccessiva di tale gas comporta un'alterazione della struttura stessa delle foglie e del loro tessuto, inibendone la corretta operazione assorbente (processo detto di Carbon Sink) con conseguente difficoltà dell'attività fotosintetica.

Attualmente, nella University of Illinois, è in corso un inquietante esperimento finalizzato a far produrre alle piante il 40% in più di ossigeno. Questo attraverso processi di modificazione genetica - trovata dalle importanti ricadute commerciali (sarebbero piante maggiormente produttive) che rende altamente probabile il sostegno necessario ad un sicuro sviluppo.

Siamo qui dinanzi all'ennesima evidenza della testarda cecità in cui viviamo e della pigrizia criminale che ci caratterizza: dovremmo imparare a non depredare l'ambiente e ad utilizzarlo con responsabilità e sostenibilità, in contrasto con le smisurate pulsioni indotte  da un modo insano di fare commercio.

  É ormai ovvia l'urgenza di una eco-cultura, di una educazione alla conoscenza e al rispetto dell'ambiente, da noi ridotto a mero strumento di produzione. Siamo sedotti dalla narrativa sleale dell'agro-industria, che ci spinge a produrre con lo scopo dichiarato di sanare la fame nel mondo. 

Produzione continua (e conseguente erosione di risorse), insomma, per il nobile scopo di sfamare i nostri simili.

Ma, ad oggi, il cibo prodotto e distribuito é spesso causa di malattia e di morte: si stima che la quantità di morti per obesità e malattie correlate è forse il doppio rispetto a chi muore per mancanza di cibo. O mutos deloi - la storia dimostra, dicevano gli antichi greci - che noi uomini razziamo risorse necessarie alla vita presente e futura per distribuire non-cibo che rovina la vita, e mentre agiamo sbandierando l'onorevole lotta alla fame nel mondo, facciamo letteralmente morire di fame le genti.

Nel 2018, PftP ha lanciato la campagna "Trillion Tree", in continuità con la "Billion Tree" avviata in Africa nel 1977 dal Green Belt Movement, il cui obiettivo dichiarato è stato quello di piantare nel mondo una quantità di alberi che é poi stata realmente raggiunta: da allora si è arrivati a piantarne quasi 14 miliardi. L'UNEP  -  il programma delle Nazioni Unite per l'ambiente - ha poi avviato una mobilitazione di sostegno alla campagna (Twitter for Trees), alla quale si sono presto unite l'organizzazione mondiale del movimento scout e le missioni di mantenimento per la pace delle Nazioni Unite, gli United Nations Peace keeping, più semplicemente conosciuti come Caschi Blu, unità di supporto ai paesi disastrati dalle guerre e impegnati nel creare condizioni durevoli per lo stato di pace.

Nel 2011, il giovane Felix Finkbeiner, in  occasione dell'apertura dell'anno internazionale delle foreste, ha dato l'incipit alla campagna Un trilione di alberi, invitando tutti i paesi ad operare in maniera comune allo scopo, con  la scadenza del 2030. In quello stesso anno l'UNEP ha affidato la gestione del programma a PftP.

Tom Crowther, ordinario di ecologia dell'ecosistema globale all'ETH di Zurigo, noto come il primo scienziato ad aver ottenuto la mappatura della distribuzione e diversità degli alberi sul pianeta, nonché principale consulente scientifico di PftP, ha stimato l'esistenza nel mondo di 3 trilioni di alberi (un trilione corrisponde a un miliardo di miliardi), ossia circa la metà rispetto alla situazione precedente l'inizio dell'agricoltura - avvenuta 12.000 anni fa. 

Il progetto che ne é scaturito si basa sull'ipotesi conseguita secondo cui piantare un trilione  e mezzo di alberi potrebbe contrastare 10 anni di emissioni antropiche. In barba agli scettici che negano la possibilità di realizzare una tale operazione, poi, Tom ha individuato una zona di 0.9 miliardi di ettari disponibile alla riforestazione, al di fuori delle aree agricole e urbane.

Piantare alberi per ri-ossigenare la Terra è la missione di fondo, dunque, ma non la soluzione ultima. Dobbiamo ridurre le emissioni, ripristinare la biodiversità che abbiamo drasticamente limitato (rendendoci responsabili della diffusione di malattie ed epidemie soprattutto negli ultimi anni, covid-19 incluso), e perseguire l'ecosostenibilità del commercio, con tutto ciò che questo comporta.

In una antica iscrizione sumera il termine "agricoltura" - la fonte é ancora Mancuso -  veniva tradotto come la capacità di far fruttare i terreni senza diminuirne la fertilità
Una definizione oggi dimenticata e surclassata dallo sfruttamento irresponsabile, privo di cura dei terreni stessi, depauperizzati, se non addirittura sterilizzati (Balboni ce ne descrive i modi e le conseguenze con estrema efficacia).

Le soluzioni faticano però a prendere piede in quanto i combustibili fossili consentono un guadagno ancora molto alto rispetto alle "soluzioni climatiche" - così si  è espresso J. Morgan, direttore esecutivo di Greenpeace al Forum Economico Mondiale annuale di Davos (1)

Se è vero, poi, quanto pubblicato in un  articolo di aprile 2020 dallo stesso Forum, che la metà del Pil globale dipende dalla natura, è un bene che oggi si parli sempre più spesso di economia circolare, una economia che sa utilizzare le risorse disponibili riducendo gli sprechi e riutilizzando gli stessi scarti prodotti.

Ad oggi siamo già in debito con le generazioni future in quanto stiamo erodendo le risorse di cui loro dovrebbero fruire per vivere.

Dovremmo tener bene a mente quanto segue:

Si stima che la vita  sulla Terra abbia circa tre miliardi di anni; l'umanità un milione di anni; la cosiddetta “civiltà” diecimila anni,  e la crescita economica-industriale meno di duecento anni: da quel momento in poi le nostre emissioni di CO2 sono aumentate a dismisura.
Secondo alcuni calcoli si è determinato che, in media, un uomo arriva oggi a produrre circa 1 kg di CO2 al giorno, e che un singolo albero  arriva ad assorbire tra i 20 e i 40 kg l'anno, a seconda se posizionato in ambiente urbano o naturale.

Qualcuno ha detto che la matematica non è un'opinione, pertanto siamo tutti invitati a contare, e nel frattempo, a piantare.
Stop talking, start planting!


(1) Organizzazione non governativa fondata nel 1971, impegnata a migliorare lo stato del mondo affrontando questioni globali ad ampio spettro. Essa è anche Think Thank, quindi pubblica articoli e rapporti ad uso di istituzioni e governi.


Un po' di riferimenti:






















martedì 29 dicembre 2020

Verso una comunità etica


Per chi ne sentisse parlare oggi per la prima volta, Stefano Mancuso, "scienziato di enorme prestigio, docente di Arboricoltura generale e coltivazioni arboree all’Università di Firenze, e direttore del Laboratorio internazionale di neurobiologia vegetale, membro fondatore dell’International Society for Plant Signaling & Behavior (etc. etc.)", é un affascinante divulgatore, che racconta continuamente  di quel meraviglioso modo in cui vivono le piante.

Mi sono imbattuta nei suoi scritti grazie agli entusiastici riferimenti espressi da un'artista esordiente, Eleonora Riccio, conosciuta in occasione della presentazione di alcune sue creazioni: tessuti dipinti con pigmenti naturali ottenuti per estrazione da foglie e fiori, con procedure artigianali dai risultati davvero ammalianti.

Tra i vari contributi, La Nazione delle Piante , il libro che ad oggi mi ha  particolare colpita per via del valore etico espresso, che trovo impossibile non voler condividere.
Pagina dopo pagina l'autore descrive il mondo delle piante come una nazione funzionale e democratica, garante di diritti fondamentali per ogni vivente e custode della sopravvivenza degli stessi.
 E dall'osservazione attenta delle sue espressioni vitali, Mancuso coglie l'occasione di estrapolare  alcuni principi, che definisce pilastri, su cui costruire una Costituzione politica, via via argomentata nel saggio in questione.
 La riflessione etica tradizionale, egoisticamente incentrata sulla coesistenza interna alla specie umana, subisce un'espansione verso tutti i viventi del pianeta, in una  prospettiva finalmente comunitaria.

La Terra viene quindi a configurarsi come una grande casa comune, da custodire e rispettare, che garantisce il sostentamento, lo sviluppo e l'incontro della vita nelle sue molteplici rappresentazioni.

Mancuso  ci racconta l'errore dovuto  alla  incomprensione di fondo, nella cultura umana, delle "regole della vita": ogni organismo è interconnesso agli altri in una fitta rete di scambi e relazioni, come un grande unico corpo vivente che agisce secondo principi di cooperazione e simbiosi: siamo una grande comunità cooperativa, basata sul mutuo soccorso e sul reciproco stimolo, una comunità ben lontana dal famoso Homo Homini lupus di vecchia memoria. 

Darwin - un po' frainteso, lo sappiamo - sosteneva che sopravvive il più adatto (non il più forte, come è stato poi detto da alcuni), ossia quel vivente in grado di  sfruttare l'ambiente in cui sta nel modo necessario a prolungare la propria esistenza.
E le piante, questo, stanno dimostrando di saperlo fare da molto più tempo di noi: dovremmo apprendere le loro regole per condividerle e scoprire che il nostro  mondo non è poi così separato dal loro, e che la nostra comunità non dovrebbe poi esser considerata tanto altra rispetto alla loro. 

E magari, così facendo, arriveremo anche a capire che l'ambiente, alla fin fine, siamo noi.

Il mondo animale si serve di un sistema predatorio nei confronti dell'energia ad esso necessaria: non disponendo della capacità di produrne direttamente (le piante si servono della fotosintesi per utilizzare l'energia solare), gli animali consumano quella già esistente, lasciando gli scarti in un ambiente già saturato, che non è più in grado di riprodurre le risorse sottratte.

Al sistema competitivo animale si contrappone il sistema cooperativo proprio del mondo vegetale. O meglio, gli si affianca integrandolo.

Le piante, incapaci di attuare spostamenti al pari degli animali, - sono infatti radicate al suolo - hanno acuito la capacità percettiva nei confronti di quanto le circonda, e hanno imparato a conoscere attentamente le risorse disponibili, finendo con l'utilizzarle in maniera davvero funzionale.
 E la reciproca connessione esistente tra gli abitanti di questa Nazione Verde  - la più popolosa della Terra - ha reso possibile e reale, in essa, un approccio di mutuo scambio di fondamentale importanza per rafforzarne l'esistenza e tutelarla.

A partire dagli anni 70, soprattutto grazie all'eco suscitato dal famoso Rapporto Meadows é sempre più chiara l'insostenibilità di un sistema di crescita illimitata (dei consumi) - quello che stiamo conseguendo - perseguito in un ambiente dalle risorse limitate quale è il nostro, ed é ormai evidente il fatto che insistere in tale direzione mina seriamente, ogni giorno di più, la possibilità stessa della nostra sopravvivenza. 
Siamo già responsabili di una accelerazione del processo di estinzione di molte specie viventi (pari a 10.000 volte rispetto alle normali tempistiche  occorse finora, dicono gli esperti), fintanto che non toccherà anche a noi stessi: una corsa folle verso l'autodistruzione.

Il Club di Roma, un'organizzazione non governativa composta da economisti e scienziati internazionali, in collaborazione con il MIT, realizzò uno studio predittivo sulle condizioni in cui l'uomo sarebbe arrivato a trovarsi continuando a vivere con quello stile di vita consumistico  irresponsabile adottato dalle ultime generazioni.
 
Oggi, a distanza di 50 anni, i fatti confermano le pesanti valutazioni che furono alacremente rifiutate dagli ottimisti promotori dello sviluppo insostenibile.
Il modello del consumo irresponsabile danneggia noi stessi, incapaci di vedere oltre l'illusorio riflesso che lascia apparire l'ambiente come qualcosa di altro rispetto a noi. 

Dobbiamo arrivare a comprendere che abbiamo a che fare con la nostra grande casa comune, che noi tutti dovremmo amare e conservare con cura.

 Dovremmo imparare guardandoci intorno, magari viaggiando attraverso l'affascinante Nazione delle piante.