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venerdì 10 giugno 2022

L'estetica della vita

 

 

Scrivo qui di seguito una riflessione in risposta al post pubblicato da Doriana Goracci su Agoravox il10 giugno,  

Premetto che la sottoscritta non è vegetariana né vegana, e che sono una persona che si alimenta con criteri di funzionalità e piacere, nel rispetto delle risorse che questo nostro mondo ci consente di cogliere.

 Mio padre era un medico e usava ripetere che il nostro organismo necessita di sostanze diverse, incluse le proteine animali. Aggiungeva però che l’alimentazione va fruita con intelligenza e misura, per evitare di danneggiare sé stessi e gli altri.

Chi mi conosce o legge ciò che scrivo sa che sono una persona che osserva il mondo animale – incluso l’uomo – con grande curiosità e ammirazione. Condivido la formulazione singeriana che ha citato Veronesi nel video del termine “antispecismo”: siamo viventi e coabitiamo il mondo, che si fa mondo individuale per gli uomini e per ogni specie vivente - tutti attori che lo vivono e sperimentano a proprio modo. E questo è ciò che va rispettato.

Sento ancora troppo spesso parlare di “animali da compagnia”, una espressione mi fa irritare.

 “Da compagnia” …

 Gli animali sono tali perché vivi: in passato, nel definirli, si è fatto ricorso all’idea di anima, intesa proprio come soffio vitale (forte il dissenso, condivisibilissimo, di Stefano Mancuso che ne coglie altrettanto nelle specie vegetali, a lungo sottostimate dai nostri scienziati); dunque come decidere che un verme vale meno di un cane? Forse perché non ci guarda con occhioni teneri e non si avvicina per ricevere coccole?

 Eppure, forse, un verme svolge funzioni per il nostro pianeta più utili di quanto non possa fare un cane di appartamento… (sembra che anche Veronesi sia caduto nella trappola)

E’ terminato da poco un interessante ciclo di conferenze indetto dall’Università di Firenze    sul tema della conservazione delle specie animali, e  su quanto la dimensione estetica influisca nella selezione e individuazione di quali ambienti e di quali animali siano indicati come meritevoli – rispetto ad altri – di attenzioni in tal senso. 

Ciò che emerge da questi incontri, oltre alla necessaria collaborazione ai fini della comprensione complessiva del fenomeno tra le scienze umane e le cosiddette scienze dure, è proprio il fatto che molto spesso ciò che ci spinge a decretare è un fattore soggettivo, estetico: quel che ci porta a dire “scelgo questo perché mi piace, lo trovo più bello”. 

Siamo esseri umani, con i nostri limiti e le nostre necessità, e non possiamo né dobbiamo essere condannati per questo, ma vero è che dovremmo aprire gli occhi e la mente – oltre che il cuore – dinanzi a quanto ci circonda.

Ripeto spesso agli amici che trovo incredibile il fatto che l’uomo cerchi nello spazio altre forme di vita quando non riesce nemmeno a sorprendersi per quelle che lo circondano.

Io, da qualche tempo, ho la fortuna di vivere in campagna e di avere un piccolo giardino a disposizione in cui deliziarmi come non ho mai potuto fare quando vivevo in città. Trascorro molto tempo all’aperto e osservo e ascolto, e mi trovo spesso a sorprendermi e a sorridere.

 Le mie passeggiate nei campi includono incontri con animali che si rivelano curiosi quanto me: mi fermo ad osservare viventi che fanno altrettanto, che si avvicinano e con i quali si realizza una forma di comunicazione che non so definire. 

Non è verbale, ovviamente, e non è solo fisica. E questo è bello. E’meravigliosamente bello.

Recentemente sto avendo incontri ravvicinati con animaletti particolari come le tartarughe, delle quali si dice un po' di tutto. Mi sto documentando e sento definirle come fredde, limitate ad azioni volte alla sopravvivenza, primitive e stupide. 

Sto sperimentando il contrario, in barba alle tante parole scritte e diffuse attraverso la vulgata. 

A fronte della messa a disposizione di spazi ampi e di cibo in abbondanza, loro si mostrano golose, cercano l’ultra che dà loro piacere, e riconoscono chi è in grado di fornirne: questa non è sopravvivenza, ma capacità di scegliere seguendo il piacere.

 Si avvicinano alle mani di chi fornisce loro il cibo extra, e se le trovano vuote (nel senso in cui non è presente il pezzetto di mela che a loro piace tanto, o la fettina di fragole che fa loro impazzire), allora le vedi esercitare colpetti ripetuti col becco, con delicatezza e senza intenti aggressivi, e poi rivolgono il loro piccolo muso in alto, verso la persona, aprendo e chiudendo ripetutamente il becco per inviare un chiaro messaggio di richiesta.

Se poni degli ostacoli sul terreno, anziché seguire i loro normali percorsi – le tartarughe sono delle grandi camminatrici – optano per le difficoltà e scelgono il pericolo arrampicandosi a rischio di ribaltamento. Se poi trovano una rete di contenimento che impedisce loro di procedere verso uno spazio inesplorato, in barba all’ampio territorio che hanno a disposizione, si ostinano a voler andare oltre, cercando di scalare la rete, facendo la ronda avanti e indietro, in cerca di una via di fuga.

Eccomi dunque concordare con il vecchio Darwin, quando sosteneva nei suoi taccuini di viaggio che anche gli animali più lontani dal nostro modo di vivere hanno il senso del gioco e agiscono in funzione del piacere, non solo della sopravvivenza.

Ha ragione Veronesi nel dichiarare che noi tutti dovremmo cambiare il modo di approcciare la vita, ma non solo perché abbiamo “il dovere di sviluppare una coscienza etica”, come lui sostiene,  bensì perché apparteniamo ad una rete vivente che ci consente di esistere.

 L’etica non è un dovere, a mio parere, ma una dimensione strutturalmente nostra.

 Il dovere sta nel cogliere questo, come può esserlo il fatto di avere un corpo che va nutrito. Il dovere del rispetto per la vita, che è anche il rispetto per noi stessi.

Come possiamo chiudere gli occhi davanti a ciò che siamo?






 

venerdì 12 marzo 2021

Essere Comunità


 

Petr Alekseevic Kropotkin, noto per le sue manifeste tendenze anarchiche, fu principe russo alla corte dello Zar Alessandro II, prigioniero politico e rivoluzionario in fuga, ma soprattutto fu un grande scienziato (nominato segretario della sezione geofisica della Società russa di geografia) e filosofo etico 

Gli studi sul naturalismo nei quale si era immerso lo portarono a definire una visione etica dell’esistenza che oggi sembra impossibile ignorare.

Essendo al contempo un attento osservatore della vita animale e un appassionato studioso di storia, Krapotkin arrivò e definire una sua visione dinamica dell’esistenza, caratterizzata dalla condizione di interconnessione continua, concausa di crescita evolutiva costante: tutto muta costantemente in qualcos’altro.

In Petr le osservazioni dei fatti della natura trovarono facile riscontro nel contesto delle società umane e, qui come lì, in sintonia con Darwin – e in contrasto furibondo con certi suoi epigoni – si convinse del fatto che la vita umana ed animale poggia sui fondamentali principi di solidarietà e cooperazione: una visione in netto contrasto con la tendenza del momento, che predicava la lotta e la prevaricazione del più forte sul più debole.

In natura, sosteneva K., non esistono leggi prestabilite, ma fenomeni indeterminati, e l’armonia è sempre il risultato di un lungo processo di acquisizione e trasformazione.

Dalla natura all’etica, dunque, attraverso lunghi anni di osservazione dell’ambiente: flora, fauna, individui e società: in tutti è presente, per natura, la disposizione a ciò che poi egli definì il mutuo appoggio, uno strumento determinante ai fini stessi dell’evoluzione.

In quest’ottica, il processo evolutivo non poggia sulla prevaricazione ad opera dei più forti, ma sulla capacità di imparare ad unirsi, che è la condizione essenziale per il sostenersi reciproco in direzione del prosperare della comunità.

Se Darwin sosteneva che l’evoluzione graduale delle specie rende più evidenti e forti gli istinti sociali, Krapoktin andava oltre, fino a definire il senso di giustizia come sentimento profondo, ben radicato persino nelle società più primitive, superato in modo “eroico” solo dalla morale, che consta nell’abnegazione o sacrificio di sé stessi a beneficio degli altri. Non più dunque lotta per la sopravvivenza, secondo il canto della sirena hobbesiana, ma mutuo soccorso.

A questo concetto l’autore ha dedicato un bellissimo libro dal medesimo nome (Il Mutuo soccorso, 1902), frutto dell’aggregazione di sezioni composte nell’arco di sei anni di lavoro (1890-96).

Nel suo lungo percorso di studioso e scrittore, K. ha illustrato chiaramente, attraverso numerosi esempi, la naturale tendenza umana ed animale alla solidarietà, quale risultante della dinamica di due istinti difficilmente separabili: egoismo e reciprocità.

 La solidarietà germoglia in seno all’istinto di sopravvivenza - mi unisco per sopravvivere – ed evolve in senso volontario-intellettivo nei popoli più progrediti (la dimensione etica).

La storia ha dimostrato – sono numerosi gli esempi pratici descritti nel libro - quanto la legge del reciproco aiuto sia più importante di quella per la via del singolo: l‘egoismo individuale può esser raggiunto solo in quello collettivo, e trova il limite naturale in quella solidarietà di fondo che è comune da sempre alla specie umana e a quella animale. 

La vita sociale promette agevolazioni, protezione e piaceri che il singolo, di per sé potrebbe faticare a raggiungere, seppure fosse mai in grado di arrivarvi a tal modo.

Se “la lotta risponde all’esigenza di nutrizione (competizione) e l’associazione invece al bisogno di prolungare l’esistenza della specie”, l'aiuto reciproco si fa regola nelle comunità dei viventi, tanto che pure “Le formiche e le termiti hanno ripudiato la «legge di Hobbes» sulla guerra, e se ne trovano più che bene” (cit.). Le specie che, volontariamente o no, abbandonano quest'istinto di associazione, sono condannate a sparire rinunciando per sempre alla probabilità di evoluzione e di sviluppo dell’intelligenza, a dispetto di un gran dispendio di energia. Coloro che si adattano alle condizioni ambientali rendono possibile la conservazione dei loro geni nel tempo e nello spazio, favorendo quell’interessante lento e variegato processo che è l’evoluzione.

Dalle prime comunità alle società organizzate si è passati attraverso la comprensione della necessità di unire le forze, tanto più ove la lotta per la vita si mostra più cruda: “indivise o no, raggruppate o sparse nei boschi, le famiglie dimorano unite in villaggi comuni; parecchi villaggi si raggruppano in tribù e le tribù in federazioni. Tale fu l'organizzazione che si svolse fra i pretesi «barbari», quando essi incominciarono a stabilirsi in un modo più o meno duraturo in Europa”.

Dalla famiglia alle comunità rurali fino alle società moderne: si ripete lo schema. Le stesse città del Medioevo costituirono lo sforzo, su ben più vasta scala di quella del comune rurale, di organizzare una forte unione di aiuto e mutuo appoggio per il consumo, la produzione e la vita sociale nel suo insieme, consentendo libertà di espressione al genio creatore di ciascun gruppo nelle arti, nei mestieri, nelle scienze, come nel commercio e nella politica. La città era un organismo completo perché rappresentava un insieme di funzioni vitali: solo questo permise di arrivare all’età del Rinascimento.

L’aiuto reciproco, descritto al pari di una legge di natura, viene identificato dal filosofo come fattore essenzialmente evolutivo, tanto da rimanere attivo anche nella società moderna declinata sulla china dell’individualismo deresponsabilizzante che fa rottura con la comunità, discostandosene. L’accumulo di ricchezze da parte di alcuni (la classe borghese) rispetto ad altri ritenuti quindi non degni (i contadini) ha sciolto i legami sacri, annullando il senso di comunità e condannando i singoli all’uscita dall’Eden.

 L’allontanamento dalla società rurale per la predilezione manifestata verso l’industria estraniarono l’uomo dalla sua natura.

Vennero ad organizzarsi i potenti Stati, che si imposero come unici rappresentanti legittimi dei rapporti tra i soggetti: “Il federalismo ed il «particolarismo» erano i nemici del progresso di cui lo Stato era il solo iniziatore, la sola vera guida”. 

Tra il 18° e il 19° secolo l’Europa cadde in una disgregazione dispotica che annullava l’individuo come membro di comunità, come “ente sociale”, e lo riduceva ad entità deresponsabilizzata verso il simile, e obbediente all’autorità dispotica del potente accentratore. 

Una tendenza che, nella società attuale, traspare nella propensione diffusa al forte individualismo e all’isolamento del singolo, in forte contrasto con le comunità rurali di cui parlava K. E ancora, gli ultimissimi eventi legati alla situazione pandemica in corso, ci restituiscono una umanità disgregata, impaurita e confusa, che guarda con sospetto il simile ed è invitata ad attuare - per motivi di sicurezza, certo -  la sgradevole pratica del “distanziamento sociale”. 

Eppure, al di là della paura, delle regole e del sospetto, sono numerosi gli esempi di solidarietà e vicinanza che questo essere uomo esprime e pone in atto costantemente: dagli atti spontanei di aiuto reciproco nei quartieri agli scioperi collettivi degli affitti, alle ceste sospese degli alimenti, ai cori di solidarietà morale dai balconi; le persone si sono unite e hanno manifestato reciproca vicinanza e solidarietà.

Ecco che il mutuo appoggio si rivela per quello che k. ci ha descritto: non un fenomeno meramente culturale, ma un istinto vitale universale, un motore di sopravvivenza decisivo per la specie, una legge della vita

Petr sosteneva che proprio la capacità di unirsi e cooperare distingue le specie più evolute, non la loro tendenza a opporsi e competere individualisticamente.

Per chiudere con l’autore: “quali si siano le nostre opinioni sulla prima origine del sentimento o dell'istinto del mutuo appoggio, che gli si assegni una causa biologica o soprannaturale, è forza il riconoscerne la esistenza fin nei più bassi gradini del mondo animale; e da essi possiamo seguire la sua ininterrotta evoluzione”.







 

 

 

 

 


martedì 29 dicembre 2020

Verso una comunità etica


Per chi ne sentisse parlare oggi per la prima volta, Stefano Mancuso, "scienziato di enorme prestigio, docente di Arboricoltura generale e coltivazioni arboree all’Università di Firenze, e direttore del Laboratorio internazionale di neurobiologia vegetale, membro fondatore dell’International Society for Plant Signaling & Behavior (etc. etc.)", é un affascinante divulgatore, che racconta continuamente  di quel meraviglioso modo in cui vivono le piante.

Mi sono imbattuta nei suoi scritti grazie agli entusiastici riferimenti espressi da un'artista esordiente, Eleonora Riccio, conosciuta in occasione della presentazione di alcune sue creazioni: tessuti dipinti con pigmenti naturali ottenuti per estrazione da foglie e fiori, con procedure artigianali dai risultati davvero ammalianti.

Tra i vari contributi, La Nazione delle Piante , il libro che ad oggi mi ha  particolare colpita per via del valore etico espresso, che trovo impossibile non voler condividere.
Pagina dopo pagina l'autore descrive il mondo delle piante come una nazione funzionale e democratica, garante di diritti fondamentali per ogni vivente e custode della sopravvivenza degli stessi.
 E dall'osservazione attenta delle sue espressioni vitali, Mancuso coglie l'occasione di estrapolare  alcuni principi, che definisce pilastri, su cui costruire una Costituzione politica, via via argomentata nel saggio in questione.
 La riflessione etica tradizionale, egoisticamente incentrata sulla coesistenza interna alla specie umana, subisce un'espansione verso tutti i viventi del pianeta, in una  prospettiva finalmente comunitaria.

La Terra viene quindi a configurarsi come una grande casa comune, da custodire e rispettare, che garantisce il sostentamento, lo sviluppo e l'incontro della vita nelle sue molteplici rappresentazioni.

Mancuso  ci racconta l'errore dovuto  alla  incomprensione di fondo, nella cultura umana, delle "regole della vita": ogni organismo è interconnesso agli altri in una fitta rete di scambi e relazioni, come un grande unico corpo vivente che agisce secondo principi di cooperazione e simbiosi: siamo una grande comunità cooperativa, basata sul mutuo soccorso e sul reciproco stimolo, una comunità ben lontana dal famoso Homo Homini lupus di vecchia memoria. 

Darwin - un po' frainteso, lo sappiamo - sosteneva che sopravvive il più adatto (non il più forte, come è stato poi detto da alcuni), ossia quel vivente in grado di  sfruttare l'ambiente in cui sta nel modo necessario a prolungare la propria esistenza.
E le piante, questo, stanno dimostrando di saperlo fare da molto più tempo di noi: dovremmo apprendere le loro regole per condividerle e scoprire che il nostro  mondo non è poi così separato dal loro, e che la nostra comunità non dovrebbe poi esser considerata tanto altra rispetto alla loro. 

E magari, così facendo, arriveremo anche a capire che l'ambiente, alla fin fine, siamo noi.

Il mondo animale si serve di un sistema predatorio nei confronti dell'energia ad esso necessaria: non disponendo della capacità di produrne direttamente (le piante si servono della fotosintesi per utilizzare l'energia solare), gli animali consumano quella già esistente, lasciando gli scarti in un ambiente già saturato, che non è più in grado di riprodurre le risorse sottratte.

Al sistema competitivo animale si contrappone il sistema cooperativo proprio del mondo vegetale. O meglio, gli si affianca integrandolo.

Le piante, incapaci di attuare spostamenti al pari degli animali, - sono infatti radicate al suolo - hanno acuito la capacità percettiva nei confronti di quanto le circonda, e hanno imparato a conoscere attentamente le risorse disponibili, finendo con l'utilizzarle in maniera davvero funzionale.
 E la reciproca connessione esistente tra gli abitanti di questa Nazione Verde  - la più popolosa della Terra - ha reso possibile e reale, in essa, un approccio di mutuo scambio di fondamentale importanza per rafforzarne l'esistenza e tutelarla.

A partire dagli anni 70, soprattutto grazie all'eco suscitato dal famoso Rapporto Meadows é sempre più chiara l'insostenibilità di un sistema di crescita illimitata (dei consumi) - quello che stiamo conseguendo - perseguito in un ambiente dalle risorse limitate quale è il nostro, ed é ormai evidente il fatto che insistere in tale direzione mina seriamente, ogni giorno di più, la possibilità stessa della nostra sopravvivenza. 
Siamo già responsabili di una accelerazione del processo di estinzione di molte specie viventi (pari a 10.000 volte rispetto alle normali tempistiche  occorse finora, dicono gli esperti), fintanto che non toccherà anche a noi stessi: una corsa folle verso l'autodistruzione.

Il Club di Roma, un'organizzazione non governativa composta da economisti e scienziati internazionali, in collaborazione con il MIT, realizzò uno studio predittivo sulle condizioni in cui l'uomo sarebbe arrivato a trovarsi continuando a vivere con quello stile di vita consumistico  irresponsabile adottato dalle ultime generazioni.
 
Oggi, a distanza di 50 anni, i fatti confermano le pesanti valutazioni che furono alacremente rifiutate dagli ottimisti promotori dello sviluppo insostenibile.
Il modello del consumo irresponsabile danneggia noi stessi, incapaci di vedere oltre l'illusorio riflesso che lascia apparire l'ambiente come qualcosa di altro rispetto a noi. 

Dobbiamo arrivare a comprendere che abbiamo a che fare con la nostra grande casa comune, che noi tutti dovremmo amare e conservare con cura.

 Dovremmo imparare guardandoci intorno, magari viaggiando attraverso l'affascinante Nazione delle piante.







martedì 22 dicembre 2020

Lavoro sostenibile?


Pensiamo sempre alla natura in termini idilliaci e fiabeschi, un po’ complice il mito del buon selvaggio del famoso Rousseau.
 La nominiamo, questa natura, e immaginiamo campi verdi e alberi rigogliosi che espongono frutti succosi e luccicanti. Ma una vecchia storia, nota a buona parte dell'umanità, ci dice che esiste anche un serpente, da qualche parte, pronto a render tutto questo mondo un po’ pericoloso...

Leggevo di recente un articolo sull'Indonesia: si tratta di un paese ricco di vegetazione e povero socialmente, un paese dalla straordinaria umanità e dal senso di solidarietà che non ho riscontrato in altri paesi cosiddetti poveri.  

Ci sono stata, in Indonesia, ci sono stata due volte per uno strano incastro di eventi. 
 E ne sono rimasta affascinata. Al di là della sporcizia e del laconico modo di esistenza, ho incontrato il sorriso della popolazione.

 Ero a Bali, per carità, un angoletto tra i più "socievoli" dell'arcipelago - questo è doveroso sottolinearlo. E tra le risaie a gradoni, le oche sparse nei campi - che sfruttano la sacralità attribuita loro per ingozzarsi liberamente di sementi - e i templi aperti... Persone. 
Persone magre, dai corpi sfruttati e dalla pelle stanca e vergata dal sole, piegati nei campi a lavorare la terra con strumenti rudimentali, seduti al mercato del pesce, tra pozze di acqua e sangue sparse in terra; vestiti di bianco accanto ai bramini, con i cestini delle offerte piene di fiori, di semi e di incenso; persone che danzano su ritmi tradizionali, per sé e per i turisti in arrivo.
 Persone che lavorano sempre, a tutte le età, e che sorridono. Che si aiutano naturalmente, e che ti rispettano.
Questo mi ricordo soprattutto di Bali: lo sforzo, la fatica e la solidarietà.

Poi è arrivato quell'articolo, che racconta di come uomini, donne e bambini si ritrovano a vivere in condizioni ancora più estreme, in un circuito in cui la violenza dell'uomo viene accettata per contrastare la durezza che sa imporre la vita. E non sono più uomini ma numeri, sacrificabili, pedine nella rete degli affari internazionali connessi al traffico dell'olio di palma. 

Per ore e per mesi, senza alcuna tutela, si ritrovano a spargere sostanze chimiche devastanti per sé e per l'ambiente, sopportano sforzi eccessivi, si nutrono a stento, riparati in baracche malsane. Chi lo fa da una vita, chi da generazioni intere. E da un campo ad un altro, senza un futuro, senza un presente. Violenze sul corpo e nell'anima perché in altre parti di questo stesso pianeta, altri più fortunati possano contribuire all'acquisto di merci dalla dubbia utilità.
Utilità dubbiamente sociale, dubbiamente ambientale, dubbiamente antropologica. 

L'articolo è pubblicato a questo link (http://www.labottegadelbarbieri.org/indonesia-stupri-e-abusi-nelle-coltivazioni-di-olio-di-palma/), per chi avesse la voglia e la forza di guardare per un momento il serpente, e distogliere l'attenzione dalla ipnotica mela. 
 
Nel 2015, con la sottoscrizione dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile , 193 paesi membri dell’Onu hanno proclamato il proprio impegno a favorire il superamento del gap esistente tra opportunità, ricchezze e potere, e lo hanno fatto individuando 17 fondamentali obbiettivi da conseguire, a livello nazionale e internazionale, entro il 2030.

Il leit-motive che fa da sfondo all’intero documento è sintetizzato in una espressione iniziale, che rivendica l’impegno congiunto nello sforzo di “liberare la razza umana dalla tirannia della povertà e con la volontà e l’impegno a curare e salvaguardare il nostro pianeta”.

All’orizzonte l’immagine di un mondo inclusivo, i cui abitanti favoriscano la crescita di un’economia sostenibile, rispettosa della biodiversità, e che facciano uso del principio di responsabilità, canalizzandolo all’implementazione degli strumenti culturali ed economici necessari all’attuazione di un’equa interconnessione umana.

 Un impegno che richiama la dovuta attenzione di ognuno di noi.