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sabato 9 ottobre 2021

Piccoli Architetti

 


Sabato 2 ottobre, giro la chiave nel quadro della mia auto e mi avvio verso Artena, un borgo del Lazio davvero affascinante. 

Il primo impatto è sorprendente: di colpo, dinanzi agli occhi si erge questo paese antico, attorcigliato su un’altura – siamo a 600 mt – “come le spirali di un intestino”, dice qualcuno. Parcheggio vicino alla porta principale come da indicazioni, e inizio a inerpicarmi per una salita piuttosto ripida. In basso la vallata, cosparsa di costruzioni moderne.

La porta mi accoglie con draghi e pallottole di pietra, la supero, entro nella piazza e prendo le scale in un vicolo laterale, verso la chiesa di S. Stefano. Alle 15.30 sono lì: appuntamento rispettato!

La porta è aperta, e l‘organizzatore mi invita ad entrare.

Una trentina di bambini muniti di matite colorate se ne stanno molto concentrati, seduti attorno ad un lungo tavolo, a disegnare su un’ampia tovaglia di carta, ognuno nel proprio spazio. Chi con la mamma vicino, chi si consulta col vicino, qualcuno tiene stretto il suo strumento di lavoro, quasi temesse di perderlo. Vedo un bimbo inginocchiato sulla sedia, totalmente assorbito: non ha occhi per nessuno tranne che per quella macchina “futurista” che ha appena disegnato, con le belle strisce rosso fuoco a indicane la velocità.

Con loro è l’architetto Natasha Pulitzer, una donna entusiasta, inarrestabile e dal carisma coinvolgente. Si divertono tutti: i bambini, gli adulti presenti, l’architetta che, in veste di maestra, saltella da una parte all’altra, tra le domande dei bambini e la lavagna, su cui disegna a sua volta dando spiegazioni. Sorride l’organizzatore, che osservo piegato sul disegno di un bambino mentre dice con entusiasmo che è un disegno bellissimo.

Sorrido anche io, un po' commossa, nel vedere tanta vita in un luogo così insolito: le chiese sono sempre silenziose, in ombra, e ospitano adulti riflessivi…

È l’ora dei saluti, e in poco tempo i disegni vengono raccolti, i tavoli smontati, le attrezzature riposte. Aiuto a sistemare le panche utilizzate mentre ascolto le mamme entusiaste chiedere il coinvolgimento in altri eventi futuri.  Una piccola delegazione di bambini circonda Natasha con un sacchetto da cui, uno ad uno, tirano fuori piccoli doni fatti da loro, oggetti portafortuna e di quotidiana utilità.

 A Natasha brillano gli occhi, e loro non sembrano più voler andar via.

Usciamo, e nella piazza non posso non avvicinare questa energica signora, così mi lascio travolgere dalle sue parole. Non è stanca, non credo sia proprio capace di stancarsi. Le chiedo cosa è accaduto, nel pomeriggio, in quella chiesa, attorno a quei tavoli; le chiedo cosa significhi “voler insegnare ai bambini l’architettura”, e dalle sue risposte sperimento, ancora una volta, quanto siano limitanti le nomenclature nella comprensione dei fatti.

Tra un sorriso e un sorso di acqua alla menta – forse non si stanca, ma l’arsura domina – N. è di nuovo in versione maestra, e mi spiega che lei ci tiene a insegnare ai bambini a stare tra le cose. Mi spiega che li ha messi intorno a un tavolo perché si sentano parte del mondo, che imparino a cogliere la tridimensionalità di quanto esiste. E poi li spinge ad osservare.

Mi indica la facciata del palazzo che abbiamo davanti, e in pochi minuti sveglia anche il mio sguardo. Seguo le sue indicazioni e noto particolari trascurati: la crepa, i fiorellini, quei cavi che sbucano, e quel vaso lassù, in alto, che denuncia la presenza di un balcone. E chissà quel balcone come sarà…

Disegnare impone attenzione, fa capire che ci sono dimensioni, distanze, proporzioni e illuminazioni diverse… ci costringe ad osservare. Ritorno con la mente ad una scenetta a cui avevo assistito poco prima, all’interno della chiesa: un bambino le aveva mostrato con fierezza il disegno della sua automobile e alla sua provocazione - “E dove si muove la macchina; forse vola?” - la manina ha disteso una strada subito sotto le ruote; gli occhi bassi in una espressione imbarazzata.

Natasha mi dice che gli adulti devono apprendere sin da bambini cos’è la realtà, perché ci viviamo dentro. Ripenso al sole che le ho visto far inserire sopra il tetto di una casa disegnata: “a nord o a est?”.

La bioclimatica, come l’architettura, non deve restare una definizione difficile, ma l’indicazione di una modalità di esistenza. Anche per i bambini.

Un esperimento riuscito, quello cui ho assistito, in cui si è dimostrato che basta porre le condizioni per far apprendere ai bambini col divertimento perché loro apprendano impegnandosi, e si divertono.  E di questo ne beneficia tutta la comunità.

Dovremmo ricordarlo più spesso ai maestri delle nostre scuole…







 

 

 

domenica 17 gennaio 2021

La scuola è in cortile.

 


Una persona interessante mi ha inviato un input interessante e quindi, ritendendo il tema di pubblico interesse, ho deciso di interessarne questa sezione.

Calembour a parte, è con piacere che apro una parentesi su un piccolo libro che circola gratuitamente in rete, redatto da un’architetta sensibile all’ambiente, sensibile soprattutto a ciò che è connesso alla educazione in relazione con il suo mondo professionale - che è quello, appunto, dell’architettura e della progettazione degli ambienti.

 

LA SCUOLA È IN CORTILE  è un breve testo corredato di immagini e progetti – risultanti anche dall’impegno di Anna Piazza, in occasione della redazione della propria tesi di laurea (Dessì è professore associato al Politecnico di Milano) – che pone l’indice sull’importanza della valorizzazione degli ambienti esterni nelle scuole, soprattutto in quelle destinate a bimbi in più tenera età.

 Bella scoperta, direte voi, già da un paio di secoli i pedagogisti – solo alcuni, in realtà - alzavano le mani al cielo inneggiando al valore della natura come contesto pedagogico!

Nel 1900 si diffuse infatti il filone delle cosiddette “scuole attive”, in risposta agli educatori de “le scuole nuove” europee e americane di fine 800, che guardavano agli istituti come luoghi di formazione della personalità autonoma dell’allievo in vista della formazione della futura classe dirigente. Questo nuovo approccio (nuovo rispetto ad un orizzonte culturale precedente che individuava negli istituti educativi  meri ambienti igienico-sanitari) si poneva in contrasto con la tradizionale idea della scuola come luogo di trasmissione oggettiva del sapere dall’insegnante al discente. Il mondo stava cambiando, come ben si evince dalla posizione di avanguardia dell’Inghilterra, parecchio avanti nella corsa allo sviluppo economico e sociale, e quindi più attenta al rapporto educazione-sviluppo (economico) sociale.

Nel 900 quindi, personaggi ben noti come Montessori, Agassi, Bruner, Mead etc.  andarono oltre, verso la persona, sviluppando metodologie di formazione rivolte a provocare lo sviluppo dell’individuo creativo e autonomo, consapevole dell’ambiente in cui vive e capace di utilizzarlo nel rispetto di sé e della società in cui vivere.

A Reggio Emilia, negli anni 60, grazie ai fondi ricavati dalla vendita di carri armati, camion e cavalli abbandonati dai tedeschi in fuga, sorsero i primi asili nido comunali, e vennero diretti per oltre 10 anni dal maestro Loris Malaguzzi, il fondatore di quel metodo oggi noto come il Reggio-Approach. Qui si postulava il valore dell’interazione del bambino con l’ambiente circostante verso la trasformazione attiva degli eventi attraverso processi di auto e co-apprendimento con i coetanei. In queste scuole il bambino assurse finalmente al protagonismo nel proprio agire attraverso ambienti-laboratori esperienziali aperti alla natura, all’esterno e al sociale (i cosiddetti atelier) in cui sperimentare linguaggi di espressione diversi per imparare sé e sé nel mondo.

Ancora, le sorelle Agazzi, Carolina e Rosa, fondarono scuole nelle quali i bambini venivano spronati ad esplorare l’ambiente, a raccogliere elementi sparsi da conservare (il cosiddetto “museo naturale”) per esercitarsi ad un uso proprio – o improprio – degli stessi, in contesto altro. La centralità del tema ambientale, del rapporto armonico del bambino con esso, e la stimolazione dell’azione creativa, segnano un passo ulteriore nella riscoperta ecologica di un processo educativo che non si vuole più mera istruzione (conoscenza tecnico-tematica) ma educazione formativa mirata allo sviluppo della persona.

Purtroppo, a volte accade che importanti conquiste dell’umanità finiscono in ombra per una serie di ragioni legate alla burocrazia, alla ignoranza degli operatori, alla mancanza di responsabilità da parte di decisori, alla sgradita inefficienza… e questo è quanto è accaduto anche nell’orizzonte italiano della scuola.

 

Dessì, nel suo pamphlet, riprende questi temi dando loro una voce attiva attraverso la progettazione ambientale: un dono alla comunità per riflettere su un sistema di educazione che ha fatto epoca e che ha ancora molto da dare. L’autrice va anche oltre: lo spazio educativo diviene lo spazio urbano, espandendosi in esso fino ad identificarsene, aprendo occasioni di rete di incontri e di cittadinanza attiva.

Nelle grandi città le scuole si sono ritirate dallo spazio esterno e hanno limitato i loro cortili – ove presenti – ad un utilizzo minimo, a spazio ricreativo e al doposcuola. 

Questo limite deve essere superato: le scuole dovrebbero aprirsi alla città e al sociale, rendendo possibile gli incontri, le interazioni e lo sguardo reciproco.

 Il cortile dovrebbe essere luogo educativo sociale, in cui sperimentare il mondo nelle sue espressioni, apprendere i cicli naturali, mettere in atto un’economia circolare volta alla riutilizzazione di materiali di scarto in direzione di una utilità impensata. 

Attraverso la riorganizzazione del cortile Dessì apre un nuovo spazio materiale (fisico) e immateriale (educativo e sociale) che si fa occasione di scambio, di azione creativa e di ripensamento dell’ambiente urbanistico. Attraverso di esso - appositamente ripensato e strutturato – l’ambiente si fa “terzo educatore”, come si esprimeva Malaguzzi, rovesciando una visione della scuola che aveva puntato esclusivamente sulla figura degli alunni, degli insegnanti e delle parole.

 Nasce adesso la ricerca dello spazio per la realizzazione di luoghi di lettura, di osservazione e scoperta, di sperimentazione e, soprattutto, di incontro. Di incontro con ciò che è sempre rimasto oltre il cancello della scuola, e che invece deve farne inevitabilmente parte.

 L’esterno e l’interno non sono più dunque separati, ma parti diverse di uno stesso luogo, in cui maestri e allievi si sforzano attivamente di dare a se stessi e agli altri quella ricchezza che è nel potenziale di tutti, e insieme si aiutano reciprocamente a nutrirlo e distribuirlo.