Il Mio Blog non vuole essere un monologo, ma un invito all'incontro: pertanto sono graditi i commenti e il succedersi degli scambi che ne conseguono.
Buona lettura!

lunedì 14 marzo 2016

Se piove...


"Non è  detto che se usi l'ombrello mentre sei sotto la pioggia rimarrai asciutto". Questo mi ha detto una volta un amico vedendomi zuppa, affranta, e con il mio paracqua sul braccio.

 Un'asserzione assai poco gradita, ma di certo istruttiva. Soggiunse difatti la dritta su come spostarmi da quell'acqua impietosa.
Si trattava di un vero diluvio, che svuotava il mio corpo dalla sua forza normale.

Che cosa vuol dire?

Se qualcuno sta per picchiarti e tu sai come fare a difenderti, ok: assumi la tua posizione.
Se poi per sventura tentenni nella tua abilità ma l'avversario è un poco sbilenco, va bene lo stesso: aggiungi un pò di colore ai tuoi gesti ed enfatizza l'azione. Il pavone alza la ruota, le fiere ruggiscono facendo mostra dei denti, gli uomini cambiano tono e volume alla voce...

... Ma se l'altro è  più grosso e più organizzato di te, allora portati altrove la tua abilità. Devi spostarti dall'acqua che cade scrosciando, e metti in azione un piano di sicurezza.
Non ce la faresti altrimenti.
Ma poi come fare? 

   Sun Tzu scriveva - diversi e diversi secoli fa - che la guerra si vince senza dare battaglia, ascoltando soltanto la vita che scorre.

E'  necessario soprattutto conoscere sé, e sfruttare gli accadimenti reali. Ascoltare la direzione del vento, osservare la posizione del sole, valutare lo spostamento dei nembi e studiare la geografia del luogo: sintonizzarsi all'interno della natura, per usarla ed usare se stessi.

  E questa vera capacità  di visione consente di cogliere l'altro anticipando l'azione. Ed evitare così noiosi ed inutili scontri.

Vince la guerra colui che sa prevederla, e quindi evitarla.
Coerenza interiore, saggezza e pazienza.

Ma la paura ci prova, questa brutta, arida e fredda signora che lestamente ci invade le membra, smaniosa di farci dannare. La devi ignorare. Partire da te e da quello che hai.

Respira ed osserva la scena, come se fossi in un sogno. 
 Guardati intorno e studia l'ambiente, vedi che accade, chi c'è e cosa senti. Ascolta le emozioni che provi e fanno vibrare il tuo corpo.
 Forse chi vuole colpirti è davvero un nemico, e se è più organizzato devi tagliare la corda. Recidere il filo che ti collega a quel vuoto.
 Trova qualcosa di più vantaggioso da fare.

Forse costui è un soldato venduto, che uccide per conto di altri, un nemico più grande che nemmeno sospetti. O solo un ignaro pacchetto postale contenente una  brutta cartuccia...

 Se ti ha già messo al tappeto va bene: insegnamento compiuto. La distrazione si paga, ed è  bene pagarla perché, poi, l'attenzione prevalga.

Se la campana sta per suonare tu scendi dal ring: è  uno spazio ristretto, limitante l'azione. Fuori l'orizzonte è più ampio, non serve nemmeno lottare...

Se invece è nell'aria l'arrocco imminente e tu te ne avvedi, allora modifica il gioco, non spostare quel pezzo: lo scacco è vicino!


Ma se il tuo nemico é solo la parte di te che trascuri, che vuole levare di mezzo quella parte di te che le impedisce di fare, allora lascia che muoia, e rinasci al risveglio con  spirito nuovo. 

Il sogno suggerisce l'azione per farla accadere. Il resto dipende da te.







martedì 8 marzo 2016

08 marzo 2016


E arriva l'8 marzo, inevitabile appuntamento con fiori minuti, polemiche e luoghi comuni.

Uomini che fanno gli auguri alle donne (ma auguri per cosa?), donne che si scambiano baci e rametti di mimosa comprati tristemente al semaforo o strappati da qualche pianta qua e là.

E poi le femministe e le antifemministe, e chi, nauseato, rifiuta di toccare l'agomento.

Le vetrine delle pasticcerie ostentano torte rotonde e biscottini gialli, tutti zucchero, panna e coloranti... Una vera botta di vita, l'8 marzo!

Ma non è ancora passato di moda?

Nemmeno quest'anno, in cui la mitezza del clima ha favorito l'anticipata fioritura degli alberi dalla bionda chioma, liberando nell'aria - senza alcun rischio- il dolce richiamo all'abuso, quei rami più bassi malamente strappati... Bellezza vitale recisa per qualche ora di ravvicinata ammirazione contemplativa (?), per qualche distratta annusata da chi vive quel rito con stanchezza annoiata...?

   Andiamo, gente, l'albero che fiorisce vicino alla mia abitazione è già lasso!! Il suo biondo cappello è brunito, le belle palline giallette ormai svaporate. Anche l'odore non è più affascinante, non accoglie più il mio rientro serale con fresca allegria. Mica vorrete donare qualcosa ormai privo di linfa per fare bella figura??

E poi... Ma sapete perchè recitate quel gesto ogni anno? Perchè in quella data?

Se lo chiedete a voi stessi o ai vostri compari, la risposta più comune che potrete ottenere è di gran lunga la più banale: un giorno speciale (ovvero un giorno scelto a caso, uno come un altro, in sintesi) vi sentirete dire, nato per ricordare che le donne hanno il diritto di essere rispettate!
 Un pò come la festa della mamma, quella del papà... Quella degli innamorati, insomma!

Si, appunto... Una festa commerciale, istituita per vendere fiori, cioccolatini e torte rotonde a forma di fiore...

Ma la storia parte da lontano, e ha la veste a stelle e strisce dei cugini americani. Eh già, questi americani... Sempre i primi, e sempre i migliori!

Agli inizi del 900, in America appunto, fu dedicata una giornata ad una manifestazione in favore del diritto del voto politico delle donne, e fu fissata nell'ultima domenica di febbraio.
  Rapidamente l'iniziativa venne imitata in tutta Europa, e ripetuta annualmente per un pò, in date diverse per ogni paese.

E allora, perchè l'8 marzo? E perchè le mimose? Si tratta di un bel fiore, certo...

Russia, 8 marzo 1917: ecco la data che sancisce l'inizio ufficiale della rivoluzione (la Rivoluzione Russa di febbraio, per la precisione).

 In quella data un corteo di donne coraggiose sfilò per chiedere la fine della guerra. Un corteo che  richiamò altre azioni simili da parte di donne forti e temerarie, amanti della vita e stanche dell'orrore.
             E signori, in quegli anni, in Russia, non è che le donne vivessero in condizioni di agiata libertà intellettuale e operativa! Avete mica letto un pò di letteratura del luogo, per caso?

Così, in seguito, la Seconda Conferenza delle donne comuniste - siamo nel 1921, a quattro anni dagli eventi descritti- fissò l'8 marzo come "giornata internazionale dedicata alla donna operaia"...Giornata che ogni paese comunista era tenuto a celebrare (in Italia la data fu spostata, chissà perchè, alla prima domenica successiva, il giorno 12).

 Ma si trattava di una festa comunista, pertanto l'Italia non le diede importanza per tutto il famoso "Ventennio"... Finchè, nel 46, le signore filocomuniste non tornarono a farsi sentire, coi loro slogan e la loro voglia di esserci.

E soprattutto, con i primi voti che le donne poterono esprimere in politica.

Nel 77, poi, quando la sottoscritta aveva da poco compiuto i 4 anni, le Nazioni Unite promossero la celebrazione della ricorrenza della ormai definita Festa della Donna presso tutti gli stati membri.

La natura del fiore prescelto a simboleggiare ed adornare l'evento rispecchiava l'originale spirito comunista, trattandosi di un  fiore campagnolo, facile da trovare e, quindi, di poco costo... Accessibile a tutti.

A me piaceva quel giorno, quando ero piccola. Mio padre portava un fascio di fiori gialli alla moglie, e sempre un rametto per me. Mi faceva sentire importante.
Quanto al significato di quel dono... Non lo conoscevo e nemmeno mi importava. In casa, la politica, non era argomento di conversazione. Tanto meno con una bimbetta educata secondo i dettami di una decaduta e surreale aristocrazia di altri tempi.

Sono cresciuta e ho iniziato a fare domande, a riflettere, a elucubrare, a discutere... E quella data ha iniziato a provocare in me un forte senso di disagio e di rabbia: donne orgogliose di veder dedicato loro uno spazio di 24 ore ogni anno, 24 ore in un anno per esser riconosciute come esseri viventi di pari diritto con i compari dell'altro sesso.

Ma dico...Le donne russe, nel 1909, non vi hanno insegnato nulla?

Loro non ricevevano pallini di polline, come riconoscimento della loro forza e del loro valore, della loro pretesa di esistere...Loro ricevevano pallini di piombo!!

Tutto si perde, si dimentica e si confonde... Assumendo le odiose quanto inevitabili invadenti connotazioni commerciali...
Quante donne, annusando il rametto giallino che tengono in mano, ne conoscono il richiamo storico?
Si limitano a dire, cinguettando allegre e festose, che è proprio un bel giorno, quello in cui si riconosce al gentil sesso il permesso di esistere come persone...

Uno spazio di 24 ore l'anno, durante il quale poter liberamente uscire solo tra donne (quale legge lo vieta negli altri giorni dell'anno, francamente mi sfugge), e abbandonarsi, finalmente in libertà, legalmente, a frenetici quanto rari piaceri lussuriosi.

 E pensare che le donne dell'antica Grecia utilizzavano uno spazio molto ma molto più esteso delle 24 ore suddette, in onore di sè, della vita e della divinità bacchica...Come dire: con la benedizione del cielo e per grazia divina!!

E le donne di oggi, davanti a quel fiore, ricevendo gli auguri, sorridono e parlano usando espressioni e parole curiose per dire che si, finalmente, si vive l'emancipazione.


Roma, 08 marzo, 2016







lunedì 8 febbraio 2016

Aggressività.

Quando sentiamo parlare di aggressività pensiamo subito alla rabbia e alla violenza. Immaginiamo scene apocalittiche di arpie dalle lunghe unghie arcuate che si avventano su tristi malcapitati, o visualizziamo scene da stadio, definite da rumore e fumo e corpi in movimento. Urla e botte ovunque.
Ci può venire in mente l'ultima traumatizzante giornata trascorsa in auto, imbottigliati in un traffico odioso, tra gli improperi dei frettolosi e stressati automobilisti... O le immagini registrate dalla telecamere della finanza che riportano gesti incomprensibili della maestra d'asilo che prende a schiaffi un bambino e lo picchia con cattiveria. 

Questo avviene perchè confondiamo il concetto di aggressività con quello di violenza.

L'aggressività è un termine che viene dalla ligua latina, e significa, prima di tutto, avvicinarsi (ad-gredior), andare verso. L'espressione può assumere poi varie connotazioni, certo...
L'aggressività è comunque lo strumento naturale e basilare con cui  metabolizziamo la realtà.
Per la vita, lo scopo primario è vivere, e perchè ciò accada, ogni essere vivente  deve servirsi dell'ambiente che lo ospita nel modo più funzionale possibile.  Dovrà quindi aggredire l'ambiente per farlo suo, per renderlo sè.

Se ho fame, devo procurarmi il cibo, così se ho sete... Se ho freddo dovrò trovare il modo di scaldarmi. Brucerò la legna, appozzerò al torrente, coglierò dei frutti... Ma si tratta sempre di un togliere per necessità naturalmente egoistica. 

La violenza è un togliere che implica un sopruso. Un'aggressività finalizzata a danneggiare l'altro, non ad accudire me stesso. Non c'e' necessità sana, ma la perversione di un bisogno. 

Chi si fa latore di violenza? Solitamente chi l'ha subita, o chi vuol vendicarsi, chi sente la necessità di imporsi e non conosce o non vuole imparare altro modo.
Si tratta di risposte compensative a frustrazioni vissute, cioè ad impedimenti alla realizzazione e alla soddisfazione di bisogni che si è in qualche modo subiti.

L'organismo vuole vivere, e si prodiga in tal senso.
Vivere significa correre e dispiegare liberamente i propri impulsi sani, vivere l'erotismo sano, metabolizzare cioè la realtà in modo piacevole e accretivo.

L'uomo vive prevalentemente in società, seguendo regole e convinzioni formalizzate secondo codici a volte necessari, e a volte castranti. La cosiddetta civiltà impone il rispetto di regole. La natura, lo fa a sua volta.

Non sempre, però, i dictat coincidono.

Spesso i modi indicati dai codici della civiltà sovrastano la natura, la coprono e la offendono: avviene una imposizione che fa violenza.
L'individuo che rispetta il codice sociale, che si comporta secondo la morale richiesta, deve fare attenzione: se queste regole si contrappongono alle istanze della natura (ciò che ci fa essere individuo), iniziano i guai.

Allora accade che l'interessato perde un pò della sua linfa. E poi ancora un altro pò. Inizia la percezione di un'insoddisfazione strisciante, una solitudine fastidiosa, un nervosismo costante... Scoppi di rabbia, voglia di fuggire, sensazioni oppressive... Egli avverte un malessere, un disagio, un rumore di sottofondo costante che va crescendo... Qualcosa che vuole essere buttato fuori, scaraventato via.

La colpa è degli altri, di tutte quelle persone che  sanno come si vive e te lo vogliono insegnare, di quelli che capiscono tutto e non vedono niente, che non ti capiscono affatto. Che non lo fanno perchè non hanno voglia di farlo...

 "Ma si, morissero tutti"... E Lasci correre, lasci che quel disagio ti invada con fare crescente, e cerchi la soluzione altrove, al di fuori. Cerchi situazioni nuove, ma non risolvi quelle che ti hanno spinto alla fuga, verso il burrone.
E aggiungi nuove questioni alle vecchie e non sai armonizzarle... Ti distrai finchè puoi... Fino a quando ti accorgi di avere altri guai. Sembra il canale sifonale della conchiglia... Un canale lungo e contorto nel quale si ritrae il mollusco, sempre più in fondo, dentro al cono, verso il buio. Verso una solitudine triste. 

Ecco che l'aggressività, qui, non è più funzionale, non è accretiva, ma distruttiva e dannosa. Qui il suo esercizio non esprime un valore, ma un capriccio di egoismo infantile: volere l'altro, occuparlo per colmare un vuoto dovuto all'assenza da sè.

Colpevolizzare chi non vuole capire, dirlo crudele perchè non si china al tuo piagnisteo, minacciarlo con la propria debolezza, e accusarlo di non provare emozioni. 
Violenta invasione di un profugo ignavo.

E' un togliere per colmare, non per crescere. Rubare risorse anzichè attivare le proprie, in una deresponsabilizzazione dannosa per se stessi e per gli altri. Dove tutto è confuso, è penombra, dove il singolo non sa più distingurere se stesso come individuo.

  Il mollusco conosce la strada, percorre  il canale ritorto verso l'uscita e si muove sul fondo del mare per condurre la propria esistenza.

La vita vuole la vita.











martedì 2 febbraio 2016

Lunedi mattina



 Mi alzo dal letto, nella luce soffusa, e inciampo nel calore del sonno appena lasciato.
Frammenti, immagini vive colpiscono ancora i miei sensi... Fotogrammi emotivi.
In piedi, accolgo il silenzio in cucina, al di qua della tenda, mentre addento la mia colazione.
Sposto quel telo pesante e immergo lo sguardo assonnato nel cielo, dove nubi dense si stendono, ignare di me, ad oscurare il sole che sorge.
Penso all'umanità popolosa, che sfrigola tra cielo e terra, in un fremito continuo di vita.
   Onde di vento e di suoni, di cose spostate, spezzate e aggiustate in un moto infinito.

   A breve sarò sulla strada con altri. Nel rumore diurno di questa città così poco ospitale e per nulla ostile.
Tra la folla costretta e gli odori pesanti, nel sottovia del metrò.
Estranea e distante da quel mondo di braccia e di gambe, di voci che si fondono ovunque,  articolando strane armonie.

   Vivo immersa nel suono, attratta dai colori e da ciò che si muove.
Le note arrivano ovunque, e si impongono sempre.   Le attraversa il respiro.

Sorseggio con gusto un caffè,  che ammicca vezzoso nella sua veste cremosa. Il morbido aroma impreziosisce l'ambiente...  
    Momenti privati di attutito piacere. 

  Ancora un istante prima di scendere in strada...




martedì 19 gennaio 2016

Giò


Ho un'amica che vive in montagna
dove fa freddo, ma lei non si lagna
     Le piace l'arietta frizzante e vivace
       che spira dovunque in quel mondo di pace.

Osserva chi tace ed abbraccia chi ride, ascolta curiosa ed impara ogni cosa.
        Giocando lei usa il suo estro...Eppur non si avvede del suo fare maestro!
Coi sassi costruisce casette, con le mani realizza borsette...In cucina nemmeno lo dico...Io mangio e la benedico!!
Ha un piccolo orto che cura felice,
Con aromi, profumi e fiori vivaci
Le fragole lì son cresciute
Che pure in inverno si fanno apprezzare.
Melograni e limoni, tra cachi e melissa,
uva spina e insalate.

E l'acero rosso, sottile e tranquillo, che veglia su tutto.

Ma pure L'azzurro dell'acqua incantata
del mare di Grecia se l'e' conquistata.
Lei studia la lingua, osserva le carte e prepara il suo viaggio...

Protesa in avanti, i suoi sogni le danno coraggio.

Io penso e sorrido
La vedo già lì:
allegra e vivace
tra la gente del luogo
che ride, che parla, che fa...

Tra le onde turchesi del vivido Egeo...







mercoledì 6 gennaio 2016

Personal Computer

Avvio il mio nuovo PC e in un attimo appare lo schermo acceso, con tutte le icone che conosco. É un computer molto veloce e molto potente, che mi sono procurata con la consulenza di un amico davvero competente.

 Uno che di computer, di programmi e di computazione ne capisce parecchio. Un esperto.
      E così, con tanta, tantissima pazienza, questo amico professionale mi illustra i passaggi che compie nel settare il nuovo PC.

Digitando istruzioni sulla tastiera fa accadere delle cose... Alla fine mi trovo davanti agli occhi svariate icone, delle immagini, insomma.

"Cara mia, ricordati che dietro ogni immagine esiste un algoritmo, ossia una serie di istruzioni elementari, chiare e definite, che dicono in modo univoco al ricevente come deve comportarsi."

  Faccio una ricerca su Google, e leggo che un algoritmo, per essere tale, è definito da alcune caratteristiche imprescindibili, quali:
 
-  la elementarità dei passi costituenti (ogni passaggio è basilare, atomico, va fatto uno per volta);
-  la loro univocità di interpretazione da parte dell'esecutore (deve esser chiaro e non fraintendibile quello che viene richiesto di fare); 
- deve esser definito da un numero limitato di passaggi (seguo un percorso di azioni definite) e da una quantità finita di dati in entrata (devo avere tutti gli ingredienti necessari per ottenere il risultato richiesto);
-  l'esecuzione deve portare ad un risultato effettivo ed univoco (da quelle istruzioni non può non derivare quel fenomeno).
 
Quindi, se applico istruzioni chiare e chiaramente espresse, devo ottenere i risultati voluti.

Ora, la codifica (una rappresentazione) di una serie di algoritmi (istruzioni) secondo un certo linguaggio produce un programma, ossia un insieme di comandi approntati nel modo che siano leggibili per quel destinatario che è chiamato a realizzare - tramite la loro applicazione - uno scopo.

Negli anni 70, alcuni ingegneri semplificarono l'accesso ai "comandi "suddetti attraverso la realizzazione del GUI (Graphical User Interface), un'interfaccia grafica che consente all'utente di interagire con i programmi manipolando graficamente degli oggetti, cioè utilizzando delle icone, delle immagini.

Perché delle immagini?

Effettivamente oggi, smanettando tra le immagini, siamo talmente abituati a utilizzare i nostri devices (che sia il personal computer, il tablet o lo smartphone), che nemmeno ci pensiamo. Ma se dovessimo eseguire le stesse funzioni utilizzando le righe di comando, troveremmo tutto molto più dispendioso in termini di tempo e di fatica...
 
Le immagini costituiscono un linguaggio naturale, universale, immediato, veloce. Per esempio, se clicco col mouse sull'immagine della casetta so che sto tornando alla home page. L'algoritmo sottostante è stato già tradotto e semplificato, regalandomi il vantaggio della velocità.
 
    Noi viviamo in un mondo fatto di immagini. Ogni volta che pensiamo a qualcosa ce lo rappresentiamo... E questo è il motivo per cui certi termini astratti ci rimangono ostici da comprendere... Non sappiamo come rappresentarceli!

Ho un ricordo di me, molto molto piccola, seduta sul sedile posteriore dell'auto dei miei genitori. Mi portavano all'asilo, e mentre ascoltavo ciò che dicevano gli adulti io interrompevo spesso chiedendo cosa significasse questa o quella parola... 
     Non era per rompere le scatole, ma solo perché non riuscivo a collegare nulla a quelle espressioni, e questo interrompeva il flusso delle informazioni che volevano farmi arrivare coi loro discorsi. Io ascoltavo ma non capivo.
 
Dopo qualche annetto ho frequentato la facoltà di filosofia all'università.....E pure lì ce ne erano di termini oscuri... Tanto che ancora oggi mi infastidisco quando sento utilizzare paroloni astratti per indicare contenuti altrimenti esprimibili. 
 
      L'irritazione nasce dalla perdita di tempo che viene imposta all'ascoltatore che deve sforzarsi di decodificare un contenuto che potrebbe non richiedere la fastidiosa operazione....
 
       Probabilmente sono ancora irritata per la perdita di tempo che personamente subito in situazioni analoghe durante gli studi.
 
    Soprattutto perché, a dirla tutta, lo scopo di un tale comportamento espressivo, più che di passare informazioni sui contenuti, è troppo spesso quello di esibire un teatrale atteggiamento prosaico....

Ora, questa corrispondenza tra programmi e immagini non è proprio limitata a ciò che troviamo nel nostro PC.... Perché è quanto accade anche dentro di noi!
 
     Ascoltare certi suoni, annusare certi odori, provare dei sapori evoca in noi immagini, situazioni, emozioni che ci agiscono, che ci muovono verso determinate reazioni. Viceversa, la visualizzazioni di alcune immagini - naturali o artefatte che siano - determina la presa in carico dei rispettivi algoritmi sottostanti che, a loro volta, ci muovono e orientano.
Certi film ci fanno piangere, ci fomentano, alcuni quadri ci opprimono, il modo in cui si veste il nostro collaboratore stimola in noi repulsione o allegria....
 
... I sogni che facciamo durante il sonno (e durante la veglia), dei quali siamo spontanei registi, sono la nostra interfaccia grafica: quelle icone dinamiche che cambiano, che si ripetono e che si susseguono rappresentano l'attualità della nostra situazione, codificandola. 
 
  Dietro quelle immagini ci sono istruzioni, descrizioni di fatti. Se sappiamo leggere quelle immagini sappiamo anche vedere cosa stiamo facendo e dove ci porterà il programma attivo in quel momento.
 
  Non è certo poco!!!
 
Ok, e poi?
Come scelgo di avviare un programma o di abbandonarlo, quando lavoro al mio PC? 
 
                                     Dipende da cosa posso farci.
 
 Mi è utile? Risponde alle mie esigenze? 
 
     Se voglio vedere un film dovrò avviare un programma di lettura specifico; se voglio comporre un testo avvierò un programma di scrittura.... Se voglio ... 
 
    Ma cosa è che voglio davvero? A livello più profondo, personale, a livello esistenziale. Se non lo so devo scoprirlo e, una volta individuato, devo cogliere cosa impedisce di raggiungerlo, e come fare. 
 
   Abbiamo le nostre immagini. Le produciamo noi e ce le raccontiamo continuamente. Di notte e di giorno.
 
Dobbiamo imparare a decodificarle. 
Dobbiamo andare a scuola.
 Dobbiamo fare esperienza.









La mela.


Ho realizzato la composta di mele annurche. Ne sono venuti cinque barattoli di una bella purea dal colore giallo rosato.

   Le mele annurche hanno un aspetto seducente: sono piccole e tondette, rosse rosse, e la buccia dura protegge una polpa bianca e compatta dal sapore dolcissimo.


Si tratta di una delle tipologie di mela più antiche, che i latini chiamavano orcula perché ritenevano che la terra in cui nascevano fosse l'ingresso per gli Inferi (Orco). 

   Nella storia questi frutti hanno portato su di sé il peso di tanti significati, facendosi simbolo di virtù e di iatture. Nel medioevo la cultura acquisita dal passato attribuiva alle mele una forte capacità medicamentosa: dal Corpus Hippocraticus si tramandava la necessità di farne mangiare a uomini e animali debilitati, e di come le loro caratteristiche fossero in grado di far prevenire a chi le assumeva le conseguenze delle orribili epidemie. Si trattava di un frutto talmente importante che chiunque avesse avuto intenzione di esportarle si trovava costretto al pagamento di un dazio. Circolavano inoltre molte storie su mele fatate in grado di donare saggezza e potere…
    
   La cultura celtica attribuiva loro un legame con il mondo dell'Al di là – rappresentato, appunto, come una isola su cui sorgevano meli.

   La cultura biblica l'ha fatta nascere dall'Albero della Sapienza, l'unico frutto che Dio volle tenere per sé – una tentazione cui l'uomo non ha saputo resistere. La mela ha così ereditato il titolo di frutto del peccato nonostante, di per sé, di peccaminoso, non abbia mai avuto nulla!

La colpa stava nel gesto, nel fatto che l'uomo l'avesse raccolta nonostante la proibizione, ne avesse mangiato, e avesse coinvolto in ciò il suo simile.

  L'errore è dell'uomo, incapace a resistere al richiamo della curiosità e del piacere. La mela, nella sua compatta rotondità lucente, si limita ad esercitare un fantastico ruolo attrattivo.

   Così, mela, piacere, tentazione e peccato sono andate a braccetto per un po'…. Le fu anche attribuita la causa della lunga guerra di Troia!

  Ma gli orientali, che da millenni esercitano una visione del mondo per molti versi più ricca di quella occidentale, la utilizzano come simbolo di potere e completezza, simbolo del mondo e della sua totalità. E la mettono in mano a uomini saggi e forti che rappresentano nella propria iconografia artistica.

   E' trascorso il tempo necessario e la conserva è matura. Sto aprendo il barattolo...