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lunedì 2 maggio 2022

Maggio

 

 Primo maggio, giornata di rievocazioni storiche, di slogan e bandiere rosse: giornate di rabbia e di gioia, di musica e comizi. Una giornata, quest’anno, di nuvole e aria tiepida, e poi, sul tardi, anche di sole.

Una giornata da trascorrere in disparte per coloro che non apprezzano la gazzarre sociale, per chi detesta di trovarsi imbottigliato nel traffico o vedere agenti di polizia dislocati per la città.

La mia persona, tra questi.

Quest’anno però c’ero anche io. Sarà per via del lungo periodo di restrizioni, dell’inverno prolungato, del continuo parlare di guerra e di morti, e di bambini dispersi in vari paesi, allontanati dalle bombe che cadono sulle città. Fiumi di parole e commenti che definiscono buoni e cattivi all’interno di un discorso che parte da premesse assurde - la guerra –, e le contraddizioni di un mondo che fatico a interpretare.

Osservo incuriosita ragazze che con le mani tra i capelli lisci espongono visi vistosamente truccati alle telecamere dei loro smartphone, le labbra arricciate nella smorfia fin troppo comune; sullo sfondo la distesa azzurra del lago, e la lenta discesa del sole tra i monti tra la luce rosata del cielo.

Passeggio lentamente vicino ai grossi ippocastani, che si estendono altissimi sopra di me, attratta dai vari modi che hanno gli astanti di muovere i piedi sul suolo, vicino alla riva, mentre papere indifferenti affondano il collo nell’acqua, a pesca di cibo, e agitano il loro codino pennuto per aria.

Sorrido e stranisco, in un misto di emozioni confuse.

Il mese di maggio, tra l’inverno e l’estate: il venticello frizzante serale, le luci e i locali che si riempiono di persone.

Ieri e domani, in un turbinio di suoni e luci, di odori e di corpi in movimento.

I pensieri che vanno agli ultimi eventi e al passato, a esperienze già fatte, che non torneranno. E va bene così. Osservo i bimbetti correre e darsi spintoni, con le loro biciclette, frenati dalle mani di adulti che sono con loro. Chi si infastidisce perché interrotto nelle conversazioni con altri, e chi si dedica totalmente a quelle creature.

L’umanità che va avanti, da quanto tempo e fino a quando. In un mondo confuso, che cambia, e che offre i suoi spazi.

Osservo gli alberi, immergo i miei pensieri nell’acqua, di un azzurro ipnotico. La brezza crea increspature che potresti continuare a osservare per ore. 

Ho conosciuto persone, ne ho perse e ne incontrerò altre: tutto si intreccia in un presente che sembra attorcigliarsi in direzione futura, senza davvero essere altro dal passato vissuto. Io sono qui. Ancora. Come lo ero allora. Sono qui, con vedute più ampie, con un corpo più adulto, con pensieri più pieni. Tutto il resto che avanza, ci attraversa, e ci supera.

Sembra che nulla cambia tra le azioni degli uomini: si ride, si mangia, ci si abbraccia e ci si odia. Le persone giocano e litigano, si danno obiettivi, tutto sotto un cielo ampio, solcato da ali grandi e piccole, attraversato da nubi di vario colore. Sole e pioggia, vita altra da noi insieme con noi.

 E la guerra. Perché?

Ho voglia di leggerezza e di colori, di distarmi un po': raggiungo il Ballon Museum con una amica e mi immergo in un mondo di palloncini gonfiati, di luci e di semplicità. Pago troppo per le istallazioni disposte, ma abbastanza per lo spettacolo fruito: tanti bambini  felici, eccitati e agitati, che corrono e ridono, che stupiscono, aggrappati alle mani dei genitori, abbracciati tra loro, che urlano e fanno le gare.

 Mentre faccio la fila li osservo: sono dovunque, sparsi nella luce soffusa con gli occhioni sgranati puntati sui colori accesi dei giochi. Qualcuno si sente osservato e mi guarda. Sorrisi bellissimi, di quelli che solo i bambini ti sanno donare. Finalmente un po' di calore nel cuore.

Mi immergo nella piscina di palline bianche, che mi vanno dovunque, ne tiro all’amica e aiuto una bimba a scendere giù. Viene voglia di nuotare, ma i movimenti sono impediti, come è ovvio, e il corpo sembra pesante. 

Rido anche io, in questa giornata di maggio, finalmente lontana dai discorsi di guerra, di economia, di crisi globale. Rido in semplicità, insieme con individui piccini.





 

mercoledì 2 novembre 2016

Un sorriso... Mostruoso



E anche stavolta è passata: il giardino dei vicini pieno di zucchette colorate, ragnatele giganti, pipistrelli e occhioni spalancati incollati sui muri e sui sassi. I lampioncini del vialetto coperti con lenzuola su cui sono disegnate espressioni di comico terrore...

Il 31 ottobre, la festa di una cultura lontana che grazie alle voglie del mercato viene assimilata nelle nostre abitudini, acquisita nel nostro immaginifico e condivisa in allegria.
Si tratta di un evento originariamente finalizzato ad esorcizzare la paura della morte, un modo come un altro per dare risalto alla vita e ricordare che tutto scorre...

Ognuno poi, come per qualsiasi evento, ci mette dentro qualcosa, modificandolo un pò.
C'è chi gioca sul senso di paura: la ricerca del brivido estremizzata in una occasione condivisa; chi si diverte a indossare altre identità, prevalentemente fantastiche; chi gioca con gli scheletri, le cui espressioni variano dal terribile al simpaticissimo.

Da piccola anch'io giocavo con gli scheletri: era divertente soprattutto vedere l'espressione di sdegno che questo provocava sul volto della nonna, guardiano terribile e triste - lei si che incuteva paura!

Mi piaceva sconvolgere un ordine improbabile che mi veniva imposto, le cui tinte dovevano richiamate il rosa confetto di una realtà inesistente, quanto voluta: tutto in equilibrio, tutto pulito, tutto ordinato... Calma piatta: una noia mortale.

Mortale, appunto, e allora io quei morti (gli scheletrini) li facevo giocare, inventavo storie divertenti, li facevo comparire nei luoghi della quotidianità: che fosse il ripiano della cucina piuttosto che le pieghe del divano... Ma erano spiriti buoni, allegri e giocherelloni... Erano amici!
Mia nonna però non lo capiva, e si sforzava di non esplodere manifestando il suo rancore per una vitalità che non riusciva a fare propria.

Il web impazza di commenti su quanto siamo assurdi nel far nostra una cultura impropria, o su quanto sia importante alimentare la voglia di giocare nei bambini; rimproveri agli adulti che si lasciano contagiare da sciocche euforie commerciali, o riflessioni culturali sul senso originario e profondo di questa festività...  
Personalmente ritengo che il gioco sia una delle attività fondamentali dell'essere umano, e quindi va incoraggiato e perseguito con ogni mezzo, e in qualsiasi occasione.
Non c'è niente di più bello di una persona felice, che ride divertita per qualcosa che la fa star bene. La gioia ci illumina e ci rende vivi.

In particolare, i bambini hanno una naturale tendenza a utilizzare i mostri come amici, a smitizzarne quell'aria di mistero e di paura che siamo soliti affibbiare loro. I bambini se la ridono, e noi tutti dovremmo imparare da loro: i mostri sono brutti solo per chi non sa osservarli, per chi proietta su di loro quelle immagini che nasconde dentro di sé - perché non le capisce o non ha il coraggio di affrontarle.

Lo ripeto di continuo e non smetterò mai di farlo: la potenza delle immagini non può e non deve essere sottovalutata: esse ci conducono, ci influenzano, ci determinano. E così come i mostri, dobbiamo imparare a riconoscerle, a gestirle, ad usarle. 
Imparare a coglierne la sostanziale utilità!

E allora basta con i tediosi discorsi intellettuali: se gli uomini si esercitano a giocare con i mostri sin da piccoli, da grandi non li subiranno.

Ricominciamo da li: impariamo da loro... E torniamo a sorridere!