Il Mio Blog non vuole essere un monologo, ma un invito all'incontro: pertanto sono graditi i commenti e il succedersi degli scambi che ne conseguono.
Buona lettura!

martedì 13 marzo 2018

Fiducia

La fiducia è quello stato d'animo, di non facile gestione, che ci dispone a concedere e che, una volta insediatosi, pervade ostinato il nostro sistema di modi, prevaricando in noi la console di controllo.

Se provo fiducia per quel tale contesto abbasso la guardia in ogni mossa che faccio, ed esibisco senza prudenza i miei modi, intessendo rapporti leggeri senza più porvi troppa attenzione.

Ma questo non sempre va bene: nei boschi incantati, agli elfi giocosi si accostano i trolls, sia pure oscurati dalle affascinanti fiammelle di ipnagogici fuochi ...

Certe armonie risvegliano antichi pensieri e sussurrando al mio orecchio melliflue promesse, instillano la voglia di incedere oltre, a seguire un percorso un po' oscuro senza che possa davvero intuirne la meta.

La familiarità provocata da certi fenomeni riveste di confidenza i miei umori, levando la forza che il mio spirito acquista dallo stato di attenzione costante.

E che sarà mai? Forse che è un male sorridere agli altri e allargare le braccia nell'accoglienza ridente?

L'obiezione si impone ma in modo volgare; non è questo il punto.
Io vivo in un ambiente prezioso, popolato da anime varie, vestite di vari colori, e dai molti sapori. La Babele di forme e di suoni in cui ogni giorno mi trovo a vagare costituisce il mio premio, e pure la mia punizione.

Ogni giorno utilizzo la vita e ne dono a mia volta, manipolando l'esistenza che mi è stata assegnata. Ne sono custode, nel bene e nel male, e il dolore e la gioia sono lì che segnano il passo, insieme con altre emozioni.

Come per me, lo stesso per altri: ognuno con la sua libertà e e la propria misura. 

In un tale contesto viene a molti la voglia di unirsi e di scambiare esperienze vissute, magari in comune. 
Accade per  lunghi o per brevi momenti, una tantum o con costante cadenza.
 E quando  mi accade di aprire le braccia, rendendo questo gesto normale, ecco che insieme col buono dell'altro prendo tutto ciò che egli reca con sé.
Anche quando non sarebbe opportuno.

L'intimità di un contatto essenziale ci illude di una somiglianza di base, che rilassa la mente e fa spalancare le porte... E in breve un  estraneo gironzola libero sul ponte di plancia senza che alcuno sia lí a vigilare...

Il placido letto del fiume concede l'incontro tra spazi diversi, che sembrano uguali pur rimanendo uno qui e l'altro di lá. E si somiglino pure, per caritá, regalando una scena omogenea che carezza lo sguardo e pacifica il cuore.
 Ma si tratta  comunque di sponde diverse.

Abbiamo bisogno di aprirci con gli altri, vogliamo condividere il viaggio e scambiare impressioni, ma poi accadono fatti, e se ci accorgiamo che qualcosa non va, ci sentiamo traditi e torniamo avviliti  al nostro solitario cammino. 

La delusione che attribuiamo al dolo di altri é realmente dovuta soltanto a noi stessi, e quivi orientata, avendo in effetti  ceduto  al languore  di una illusione voluta.
Abbiamo giocato la nostra persona rincorrendo un desiderio comune, ma senza che esso avesse davvero sostanza nella nostra storia reale.

Saper provare fiducia è un talento prezioso,  che consente l'incontro più bello ma anche il rischio può grosso. A volte ne facciamo un uso sbagliato e finiamo purtroppo per doverlo pagare. 

Scrutando il mio volto allo specchio devo ricordare a me stesso che l'altro non potrà mai essere me.


  











domenica 11 febbraio 2018

Sei stato inserito...


Di recente mi confronto con una sensazione curiosa, legata ad un fenomeno che va diffondendosi sempre di più nella vita di chi incontro, ed anche ormai nella mia. 

Si tratta di un modo di interazione e di dialogo con gli altri che si espande sornione e indisturbato negli spazi più tranquilli del tempo personale, fino ad occuparne arrogantemente una parte. 
  Ora, sia pure in un modo simpatico, ma sempre di occupazione si tratta: un fenomeno che riduce lo spazio personale, e lo fa avanzando per gradi, rosicchiandolo via via discretamente. 

È solo un gioco, un passatempo, coinvolge e intrattiene; è carino rispondere e forse poco educato non farlo.... Insomma, rallegra l'umore!
 Ma poi accade per uno, accade per due, accade per n volte con le n provocazioni notificate... Fino a che non ti accorgi che hai trascorso un bel po' di tempo a sorridere e digitare davanti ad uno schermo senza aver davvero fatto un accidente! 

Tempo consumato, esistenza bypassata...E per cosa? Ti accorgi che "si é fatto tardi", e ti rimane poca disponibilità per portare avanti attività che erano nei tuoi progetti iniziali.
 Sembra un discorso da bacchettoni, ma a ben pensarci proprio non lo é.

Viviamo nell'epoca dei social media, delle condivisioni, delle pubblicazioni, delle snapchat, della partecipazione attiva - sincronica o meno - estesa sia pure per km e km.
Questo lo sappiamo, ce lo ripetono gli influencer, lo scrivono i blogger, lo condividono in molti... E gira che ti rigira, di click in click, capita che per caso scopri la pubblicazione di un tuo vecchio post su un sito di giornalismo partecipativo che non hai mai sentito nominare; lo trovi rispettosamente corredato dalla tua firma, per carità, dalle immagini inserite in prima pubblicazione, ed anche commentato da due sconosciuti lettori d'occasione.

Cosí mi trovo davanti allo schermo in silenzio, gradisco il tributo, e rimugino sorpresa...

Benvenuti nell'era della condivisione!

Siamo in rete, la usiamo e ne siamo usati ... Sembra che ormai questo assunto - nonostante le riflessioni, le note di allarme e i sabotaggi variabili - sia stato comunemente accettato e in qualche modo assorbito.

Ma in rete ci siamo dentro da sempre, potrebbe obbiettare giustamente qualcuno: solo gli asceti - forse nemmeno loro, dopotutto - rimangono davvero isolati in un mondo come il nostro, un mondo che non consente il silenzio. Siamo già sempre con altri e con altro, inseriti in dinamiche più o meno complesse con vari modi di vita.

Il silenzio davvero non c'è: impattiamo continuamente energia sotto forme diverse, e interagiamo con essa spesso senza nemmeno davvero pensarci.

Quindi é così: immersi, e a volte purtroppo sommersi, in un continuum di dati e informazioni in movimento. Non c'è stasi, non c'è riposo... Informazioni che agiscono in noi e ci spingono a fare altrettanto su altro e su altri. 

Siamo e facciamo: vivendo.

Oggi questa rete si rende visibile in veste di web, conducendo elementi in ambienti e in orari finora impensati. I social ne costituiscono un ottimo esempio. 
Ogni individuo munito di smartphone oggi può gratuitamente disporre di strumenti di aggregazione in cui rintracciare persone, metterne in connessione, coinvolgerle in racconti animati, che siano filmati o fotografie personali - originari e alterati - o articoli, magari linkati da altri ambienti a portata di click.

In un attimo e' fatta: qualche sfregamento sul desk e ho messo insieme un po' di persone per uno scopo preciso - o anche confuso, in effetti. Lo scopo primario é di averli a portata di mano, proprio quelli, tutti insieme, in qualsiasi momento del giorno o della notte.

Lo faccio perché è possibile farlo. Lo faccio ed altri lo fanno con me.

Cosí mi trovo a sorridere davanti all'ulteriore notifica che allerta sulla mia avvenuta inclusione in un gruppo di nuova creazione.
É un gioco, vediamo com'é...

Da un po' sono stata inserita in una compagnia molto attiva: un flusso ininterrotto di botta e risposta, citazioni, condivisioni, foto e filmati... Sono persone allegre, cui piace scherzare e si punzecchiano di continuo, utilizzando molta ironia. 
Così, nonostante la riluttanza iniziale, non ho chiuso il canale.

Ma questo fiume continuo di azioni va a sommarsi a quella dei gruppi di lavoro e alle comunicazioni private cui sono connessa.

Se è vero - e lo è - che in ogni insieme, per naturale processo, si diramano altri canali, vuoi per via di legami più stretti, connubi speciali e scopi precipui, nel mondo dei social avviene lo stesso: spesso il gruppo formato si arricchisce di mini unità date dall'unione di alcune sue parti, che come frange di un liscio tessuto ne espandono il corpo in direzioni diverse.

L'interazione multimediale rende questi strumenti attrattivi, accattivanti, utili e divertenti. É proprio a questo che si deve il loro largo successo. 
Ma la loro estensione può diventare ingombrante.

 Quando lo svago si muta in rumore e diviene fastidio, quando si fa percepire come impegno pesante, inizi a guardare con aria crucciata quel gioco.
E rifletti dicendo a te stesso che non è cosí divertente, che sta modificando il tuo spazio, che sta prendendo il comando: una cosa sbagliata.

Alla fin fine che cosa rimane? Un sorriso, uno scherzo, uno scambio di giochi tra persone che in certi casi nemmeno conosci... E cos'altro?

Il tempo trascina il tappeto di terra da sotto i calzari, obbligando i nostri passi a rispettarne la corsa: ci piace camminare con altri, ma a volte dimentichiamo che ognuno ha il suo modo, e non é consentito a nessuno di indossare le vesti di altri e renderle proprie: le misure non possono mai combaciare, e questo, alla fine, produce un certo disagio...










giovedì 25 gennaio 2018

Interludio

Un treno che va, l'asfalto, la sabbia umida che si aggrappa alle scarpe in una ventosa giornata d'inverno.
 Le onde che spazzano ampie la superficie del mare, sotto la benedizione di un cielo libero e azzurro mentre il sole mi scotta la pelle, e I'aria fredda spinge di continuo i capelli sugli occhi.

Cammino e respiro fissando l'acqua, che coi suoi movimenti costanti mi assorbe, calmando le tante emozioni che si annidano insieme, e inducendomi un insopprimibile stato ipnotico.

 Calore, tranquillità e  silenzio.

Poche persone nei paraggi e tante storie tra le parole di chi mi accompagna: la grettezza degli uomini, la loro bontà, e la capacità di sorprendere. Intelligenza, furbizia e sciatteria: siamo fatti di questo, mi chiedo!?

La brezza soffia sfrontata e viene dal mare, spingendomi in questa realtà parallela, dove lo spazio si estende nella zona di calma e diviene silenzio, diventa azzurro e luce del sole.

Acqua e vegetazione, e poi la terra, e  con essa la roccia. 

Residui di memoria cercano un varco tra gli occhi,  ma non sanno riflettersi su queste immagini nuove, che oramai colgo diverse.
 Quelle strade e quei luoghi per me sono estranei: oggi io non so ricordarli, intanto che sto a scansionarli con umore misto, che sa di timore e sorpresa.

La luce del giorno che scema, com'é normale che avvenga, e poi ancora un convoglio, e ancora un altro viaggio che mi conduce nei luoghi di sempre, dove l'aria è meno leggera ed il soffitto meno brillante.

Qui, peró, ritrovo il sorriso amico, e quello sguardo attento che, solo, sa conoscere le stramberie sparpagliate nel mio personalissimo mondo.

Il viaggio, tra l'andare e il tornare, nel passato e nell'oggi, tra i passi curiosi di me, che procedo a mio tempo tra gli altri.




mercoledì 10 gennaio 2018

PEZZI DI VETRO


Sto uscendo da un supermercato, ma per farlo devo passare per un piccolo corridoio molto stretto, un poco in discesa. E il percorso é ostruito da alcuni carrelli vuoti, impilati tra loro, e bloccati sul davanti da una grossa scatola di cartone, di quelle che contengono in quantità  prodotti da esporre alla vendita.

Io sono determinata ad uscire, cosí decido di usare i carrelli come ponte, convinta della stabilitá dell'incastro. Ma la scatola non è abbastanza pesante, e il mio supporto di fortuna scivola via, fino a colpire alcune bottiglie che si trovano in terra, poco piú avanti. 
Sono bottiglie vuote, e mi accorgo di averne rotte un paio: una grossa e l'altra piccola. Entrambe vuote, entrambe sottili, entrambe color dell'aria...

Cosi iniziava il sogno che ho vissuto la scorsa notte, che denunciava la vera natura di ció che ostacola la mia uscita da una situazione che trovo stretta, come quel piccolo supermercato.
Non racconterò qui il resto della storia: é roba privata, e non vi riguarda. 

L'esordio é legato ad una riflessione recente, su quanto appaiono a volte pesanti alcune scatole vuote, cosi vuote da non essere in grado di fermate un carrello in discesa, un carrello vuoto a sua volta, mosso soltanto dal peso di un corpo umano fatto di carne, ossa e di spinta vitale. Un corpo reale.

Bottiglie vuote, leggere e di scarso spessore. Sbattute come birilli in una corsia di gioco, infrante dalla voglia di uscire. 
Solo materia fredda, in sosta per terra, senza utilità alcuna. Non resta che romperle, e spezzarle come si fa con incantesimi orrendi, per riconquistare la propria umanità sequestrata. 

Un tempo mi piaceva ascoltare le parole di un brano di un noto cantautore italiano, che raccontava di un uomo invincibile, che spezzava bottiglie e camminava sui pezzi di vetro senza tagliarsi. Un uomo che non conosceva paura, rideva e sorrideva, un uomo per il quale morire non era possibile...

Ma a questa immagine del vetro ostile, rigido e pericoloso, si affianca quella dei fiori di vetro, che tante volte ho visto sbocciare ed esporsi al mondo dai vasi della casa in cui abitavo durante l'infanzia.

Sono chiamati cosí, mi dicevano, a causa della loro fragilità strutturale: sono composti da pochi petali, hanno colori intensi, ma sono cosi delicati da apparire stropicciati non appena subiscono gli urti del vento, o del freddo.

Apparentemente forti dunque, ma frangibili, sensibili alle intemperie e ai cambiamenti di stato.

Proprio come il vetro.

Eppure ad una lezione di chimica, al liceo, una docente mi disse che il vetro é vivo e respira, ad onta della sua veste rigida e ferma.  E questo ce lo insegnano bene i maestri vetrai di antica e odierna generazione.
Quante meraviglie e quante brutture sanno plasmare, e quanta abilità in quelle mani!

Ma il sogno poneva in terra qualcosa di morto, di freddo e di vuoto, la cui utilità era solo ostruzione. Ed un cambiamento di stato é proprio ció che ha potuto spezzarlo.

"... E nelle pieghe della mano una linea che gira, e lui risponde serio "é mia". Sottintende la vita. E la fine del discorso la conosci giá, era acqua corrente un pó di tempo fa, ma ora si é fermata qua..."







mercoledì 27 dicembre 2017

Venticinque dicembre


Venticinque dicembre, un giorno di festa. 
Stamane erano quasi le nove quando son scesa per strada e l'ho sorpresa deserta. Le chiome degli alberi, allineati sul ciglio, sembravano ridacchiare contente, un pò smosse dal vento: arietta frizzante e un'esplosione di luce da quel cielo azzurro inondato di sole.

Ho camminato a passo spedito verso il mio appuntamento, nel silenzio del sorriso ambientale: io sola, la strada vuota e qualche pennuto a planare lassù, nel trasparente emisfero, sopra di me.

É raro poter respirare aria tanto leggera in questa città soffocata.

Palazzi vecchi e un pò sonnacchiosi, familiari e di strano conforto, mi danno il buon giorno mentre raggiungo silenziosa la sponda del fiume; ne seguo il percorso posando i miei passi tra le foglie invernali, alcune a riposo per terra, ed altre ancora aggrappate sui rami.  

 Ippocastani maestosi, fieri e gentili, da sempre omaggiano l'acqua che scorre briosa, chinandosi giù, verso la vita che, in veste animale, esplora percorrendo la riva e scivola via sulla superficie fangosa.
Intanto che radici ostinate venute su dalla terra, hanno conquistato lo spazio e aperto ferite sullo strato d'asfalto, obbligandomi al gioco già noto di allungate e saltelli.

Una bella città, senza il trucco pesante degli screzi diurni e degli sfregi ambientali. Un'occhiata agli spalti, tra la ruggine accesa delle poche foglie rimaste sui rami contorti, che scendono giù come ricci scomposti dalla nuca di una ragazza vivace.

L'acqua si muove veloce, sospinta da forze silenti e non viste, e mi carezza i pensieri, rendendoli finalmente leggeri. Li porta con sé, attraverso gli antichi archi del ponte di pietra, quel ponte che tutti chiamano "rotto".
Ferito, abbattuto, ricostruito, aggiustato, rifatto e poi lasciato così, legato alla terra da lunghi bracci di ferro, che come frecce vistose, denunciano l'ostinata potenza di chi, nell'acqua, non ci vuole proprio morire. 

 Quel ponte che ha vinto, alla fine, contro correnti ed ingrati alluvioni, contro la condanna impietosa del tempo. 
Dall'epoca antica, quell'arco, custodisce il connubio tra l'acqua e la terra, e non vuole mollare. 
Così rimane dov'è, ad insegnare un messaggio che trasfonde una bella speranza.

Mi soffermo a guardare i gabbiani, e volo con le ampie ali per qualche momento: c'è così tanto spazio lassù...

Costeggio palazzi che sanno di storia, giardini e fontane guizzanti e ricolme, incontro il tempio che è detto di Vesta e che forse, però, è stato fatto per Ercole (nel contenzioso prevalse comunque la Chiesa, che in tempi propizi lo ridusse a triste gazebo).

Vesta, custode prescelta del sacrale fuoco vitale, del calore domestico che mai dev'essere estinto; Ercole, il cui fuoco interiore forgiò immemorabili gesta, ed arrivò ad ottenere il diritto di passare da essere umano a divino.

Ed ecco gli opposti incontrarsi: il fuoco di Vesta e l'acqua di Ercole, l'eroe invitato da Giove al suo fianco dopo che una moglie gelosa, per smanie di ossessivo possesso, arrivò quasi ad ucciderlo nella mente e nel corpo. 

Uomini e dei, in un mondo fatto di ambrosia e di comportamenti meschini: racconti inventati per dire a noi stessi che, in fondo, va tutto bene così.

Ma oggi é davvero natale: di là dalla strada nemmeno un turista dei molti che, in ogni giornata si accodano in file estenuanti per onorare quello stupido rito nella fessura della grossa medaglia dal viso barbuto.
In passato, da quel foro, passava solo dell'acqua, ma da generazioni infinite si intrufolano mani arroganti, sostando sul bordo di pietra che diviene sempre più liso.

La crudele bugia degli adulti che inculca, sulla via dell'insulto, la certezza del fatto che al controllo supremo non si possa sfuggire, ed impone il giudizio: chi ha mentito nel corso della propria esistenza, sia pure per motivi di scarsa importanza, non potrà ritirare mai piú la mano dal terribile morso del mostro di pietra.  

Che mostro, in origine, di certo non era, ma solo l'effige di uno spirito acquatico, dedito ad accogliere l'acqua piovana per convogliarla altrimenti.

Eccolo l'uomo, consapevole della propria impotenza, spalancare la ruota multicolore e gonfiare il suo petto: camuffare il reale per sedurre chi é accanto, e poterne finalmente disporre.

Ecco l'eroe, che per finire all'Olimpo deve subire le prove piú ardue, fino a perdere tanto di sé, cosí come l'antico pilone del ponte rimasto senza compari.

Scivolano via questi sogni, e con essi va l'acqua veloce, sotto a quell'unico arco rimasto quaggiù, che mi invita a guardare al di lá...









giovedì 14 dicembre 2017

Dublin


E così mi ritrovo a inserire maglioni di lana in una valigia da stiva; un amico mi lascia ai voli internazionali di Fiumicino, e in tre ore i miei piedi si poggiano su terreno irlandese.

E chi lo avrebbe mai detto? Un vento freddo mi dá il benvenuto, e il nevischio mi gela il volto. Guardandomi intorno, la prima sensazione che provo é quella della calma, di una terra ordinata e pacata. 
Due colpi di dita sull' app appena installata e un taxi si ferma a pochi metri da me: é disastrato e il suo interno puzza di cipolla stracotta. Quell'uomo minuto dalla pelle rosea e gli occhi di vetro deve aver consumato da poco il suo pasto. Fuori fa freddo, che colpa puoi fargli? 
Ad ogni modo l'odore si tollera piú del gelo lá fuori...

Formulo una domanda in inglese intanto che osservo le case, che sfuggono via davanti ai miei occhi: una ripetizione costante di costruzioni basse e continue in pieno stile georgiano.
 I portoncini di ingresso sono di colori vivaci, uno diverso dall'altro. 
Il grigio del cielo abbraccia questo rosso mattone nelle sue sfumature, e la sensazione che provo é gradita. In sottofondo il chiacchiericcio allegro dell'uomo al volante.

Sono qui per lavoro, con un collega che non ho mai frequentato, e mi trovo in un luogo mai visto.
L'albergo e poi l'ufficio: una infinita riunione con personaggi del luogo, che si esprimono con suoni complessi alla velocità della luce... L'irlandese, mi confermano loro, é un inglese diverso, di origine celtica. Sostanzialmente, un'altra lingua.

Uno di loro sorride della mia confusione. Ha da poco superato i cinquanta, e a scuola, mi dice, non ha mai studiato l'inglese. 
 Sono curiosa di sentire quei suoni, ma la richiesta accende uno sguardo assassino sul volto del collega italiano, cosí non insisto... Peccato.

 Il palazzo in cui è sito l'ufficio é di tre piani e presenta decorazioni graziose; qui alcuni spazi sono in comune: la cucina attrezzata, i bagni e la sala riunione. 
Le temperature degli interni sono roventi, mentre fuori si gela. Guai ad aprire una finestra... Vetrate enormi che consentono alla luce grigia del giorno di illuminare gli ambienti.

Moquette ovunque, foltissima e avvolgente, e spesse tende pesanti a custodire il calore.

Bella città, mi dico, piena di parchi, pulita, e ben ordinata. Ovunque mi giri vedo portoncini robusti dai mille colori accesissimi, e pub sempre aperti, dalle caratteristiche insegne. 
Questo luogo sa di Altro, sembra sospeso nel tempo, e trasmette un'intimità nuova. 

La sera luci soffuse colorano case e locali, facendo brillare l'acqua del fiume, che scorre gentile nel suo letto, attraversando una miriade di ponti leggeri. Qui i pub sono ristoranti a tutti gli effetti, e sono davvero accoglienti, con le loro luci basse, i musicisti, i ragazzi un po' brilli e quel brusio di gente connessa. 

Si beve e si mangia, seduti all'interno, le cameriere si scusano chiedendo di saldare il conto in via preventiva, a consegna avvenuta: hanno molto da fare, sommerse da piatti stracolmi di vivande locali. Non posso resistere, e nonostante sia tardi decido per lo spezzatino di agnello stufato: in guazzetto con vegetali multicolori. La sommitá é cosparsa di anelli verdastri che mi sembrano olive... Il primo che mordo si rivela subito per quello che é: un peperoncino potentissimo, aromatico e davvero crudele. Nel complesso é davvero un piatto buonissimo, tenero e delicato. 

Svaporo la mia pinta di birra fruttata, intanto che provo a filmare il locale: stiamo cenando al The Church, una chiesa, appunto, adibita a locale all'inizio del secolo. A parte i tavolini, le luci calde ed il palco di legno su cui esibiscono gli artisti, siamo proprio in una chiesa dalla pianta a croce latina, con le sue finestre colorate, il rosone ed i bassorilievi sul muro. 
In fondo alla navata troneggia, imperioso, un enorme organo. Rumore di tacchi sul legno, una ragazza che gira su se stessa in maniera perfetta, strumenti che suonano e bagliori accoglienti, sullo sfondo rumoroso di una tipica serata irlandese.

Usciamo e camminiamo verso il fiume: locali e freddo... Entriamo in un altro locale e ordiniamo una birra per uno. Una ragazza traballa alzandosi dallo sgabello: diversi bicchieri vuoti sul tavolo al quale è seduta; la musica sale vorticosamente di tono. 

Il collega scherza e ride, mi mostra foto dal suo cellulare e rosicchia noccioline salate per contrastare l'avanzata dell'alcool. So che non è un bevitore, e ne sono felice perché torneró presto in albergo, a tirare le somme della lunga giornata.

Mi trovo nel nord dell'Europa, in un'isola cosí verde da essere definita l'isola di smeraldo, in una città che si affaccia sul mare, in cui il sole fa capolino di rado. Al porto, ho saputo, ci sono sempre le foche, ma non sembra possibile andare... Orari e distanze, e doveri legati al lavoro.

Mi limito adesso a vedere la sfilata dei bus a due piani, color giallo fumetto, che sfilano rapidi secondo un senso di marcia contrario a quello cui sono avvezza. 
Cammino nel freddo e mi accorgo di non avere più i guanti: devo averli lasciati cadere in un pub. Dovrò comprarne di nuovi: il gelo entra dentro il mio corpo costringendomi ad incrociare le braccia. Cammino veloce, senza sentire le gambe, affascinata dal fiume e dal ponte leggero che lo attraversa.

In strada molto silenzio, poche persone e scorci deliziosi che sembrano appartenere a tempi diversi.
Me ne ritorno finalmente in albergo, con lo stomaco pieno ed una certa stanchezza. E' tempo di chiudere gli occhi.

Oppure di aprirli?





mercoledì 13 dicembre 2017

PLAGERIA


Ho ricevuto un'offesa. Qualcuno, in mia assenza, ha parlato ad altri di me. 
Quel qualcuno ha raccontato vicende e lamentato situazioni che nulla hanno a che fare con la mia persona.

Per tempi, per modi, per nulla.

Sono stata lo scudo e lo strumento per colpire altri, e nessuno me ne ha chiesto il consenso.

Strategia: ideare un programma di azione per raggiungere l'obbiettivo mirato.

Cosí una immagine, artificio infame sovrapposto ai miei modi, una veste falsa appositamente intessuta, mi ha avvolta come un mantello mimetico per eleggermi attrice in una battaglia tra estranei, uno scontro che non mi riguarda e non mi interessa. 

Un sequestro di vita: la causa di una indignazione sgradita.

Tempo fa ho letto qualcosa sul concetto di plagio, espressione oggi nota per condannare le deplorevoli azioni di chi, per scopi privati, si appropria dei beni di altri.

Un termine peró utilizzato in principio in maniera sottile, buono a chiarire davvero il perché della punizione sancita.
 
La gravità del reato era riferita all'abuso che tale azione aveva operato sull'identità del malcapitato di turno, e soltanto in un secondo momento sul bene in questione.

Il possesso di un bene implica sempre un trascorso di eventi che lo ha reso possibile. E questo trascorso appartiene alla vita di chi lo possiede: azioni, pensieri, emozioni, e via discorrendo.

Prendere qualcosa a qualcuno é soprattutto un furto di vita vissuta, un'azione terribile, che gli antichi romani destinavano solo a chi era tenuto davvero un nemico.

Alla morte di questi nessuno avrebbe piú saputo nulla di lui, niente sarebbe rimasto a ricordarne il passaggio terreno. Nemmeno un oggetto, nemmeno una scritta. Con la damnatio memoriae una intera esistenza subiva il sequestro più estremo, e veniva condannata all'oblio.

L'uccisione di un morto: il suo annullamento, nulla più che potesse ricordarne o ricostruire il pensiero. 

Nel mio caso, però, con me ancora in vita, una immagine falsa é stata sovrapposta alla mia, e diffusa illecitamente per scopi privati durante un mio periodo di assenza.

Informata dei fatti, ho aspettato. Ho atteso che la calma tornasse e che il momento opportuno guardasse alla porta.

Fingendomi ignara ho avvicinato singolarmente i colpevoli, e nel fare le dovute domande ho lasciato che gli uni accusassero gli altri davanti ad amici comuni.

E poi ho soffiato richiami nell'aria.

A quel punto sono uscita di scena, ed una nuova battaglia si é accesa, a disgregare il volano sgradito.

Un avatar può esser diffuso in maniera virale, ma in modo altrettanto veloce riceve smentita da chi ha in mira di farlo.

Il plagio è un'azione nefasta e indecente.... E dagli antichi latini ho imparato ad eliminare i residui.