Il Mio Blog non vuole essere un monologo, ma un invito all'incontro: pertanto sono graditi i commenti e il succedersi degli scambi che ne conseguono.
Buona lettura!

martedì 24 luglio 2018

Preparazione

Persone che si fanno del male perché non sanno rinunciare a un pensiero. Persone che fanno del male perché non sanno evitare un pensiero. Volti amici che non sorridono più ed espressioni provate che si portano dietro corpi pesanti, resi lenti da ciò che è contenuto nelle ossa del cranio.

Pensiamo volteggiando nervosi un pò avanti e un pò indietro, e ripassiamo ancora su quelle curve quando ci sembra di aver trovato qualcosa, che poi ci sfugge, ed ecco che ricomincia il giro...

Ci sentiamo migliori di altri viventi eppure, spesso, stiamo peggio di loro. Ci raccontiamo la storia della razza migliore, civile ed evoluta, intanto che roviniamo tutto ciò che ci serve, e abbiamo paura di regalare un sorriso... 

Dirottiamo noi stessi agganciati dagli odori fasulli che portano i venti, e ci avviciniamo l'un l'altro in dimensioni irreali, rassicurati di non essere troppo scoperti.
 "Abbiamo dimenticato come si sta all'aperto": la frase rimbalza dall'ultimo film di Spielberg che ho visto (Ready player one), in cui uomini e donne vivono ciecamente immersi in una realtà virtuale ipertecnologica, la cui forza ha surclassato l'interesse per la vita reale.
 E la vita, quegli uomini, non la curano più, non vi cercano stimoli, e non si interessano più a migliorarla. 

Si sono distratti, dimorando in un altrove che, pure, però, vi è radicato. Ma questo non sanno vederlo, così si confinano in ambienti irreali, tra compagni altrettanto fasulli ("tu vedi di me solo ciò che io voglio farti vedere"), rinunciando a curare se stessi nel proprio mondo.

Il nostro futuro, forse, o di una gran pletora di individui.

Oggi ho pulito, sgrattando con la spazzola di ferro, diversi metri di muro: le pareti preventivamente trattate con un prodotto in grado di eliminare le muffe; ho impastato del cemento, e un pò per volta, bagnando i buchi che dovevo sanare, li ho colmati con l'impasto ottenuto. 
Ho coperto anche le crepe, lunghe e profonde sulla superficie sbiadita.

Ho spazzolato via tutto, poi, ho pulito bene la base... E così potrò verniciare! 

 Ho un bel pennello, massiccio e pesante, che attende vicino all'ingresso il suo grande momento. Un pò su e un pò giù, e poi le strisce trasversali, rigorosamente in punta di pennello. 
So farlo, ho imparato osservando e ascoltando, e poi provando in prima persona.
La preparazione è il 90 %, mi dice l'amico, ed io lo so che è vero. 

Ed è forse per prepararci che continuiamo a pensare, giriamo e rigiriamo gli eventi simulandone a mente le potenziali sequenze, ma stiamo solo volando, i nostri piedi non poggiano più.... 

Voliamo nell'etere dimenticando la terra, e abbandoniamo così la vita reale. Perchè essa è dura, perchè non scivola bene, perché a volte ci opprime obbligando una selezione di scelte.

Ma la preparazione è importante, e continua ogni giorno per ogni giorno a venire. 

Non inizia e non finisce: la preparazione è la vita! 

Guai a fermarci, guai a rinunciare! Ogni momento esperito, sembri pure di poca importanza, è li che ci plasma, e ci dirige, orientando la mossa ulteriore. 

Siamo nel gioco, ed allora si giochi!

Detto tra noi seriamente: può capitare che si cominci col prenderci gusto...



domenica 27 maggio 2018

Il deserto di Drogo

Un uomo che si consuma nell'attesa, fedele ad una promessa non scritta che incombe sul suo mondo come uno spirito custode.

 Speranzoso, si tende all'orizzonte che ha da venire, egli procede e decide di incedere oltre. E via via che gli avvenimenti  si susseguono lenti, nell'attesa di quella "fortuna" - che è sempre prossima a venire, ma che stenta ancora a mostrarsi -, il tunnel in cui egli si aggira si stringe, lo chiude ogni giorno di più, nell'unicità di un percorso che non concede ritorno.

Ci prova, ci prova una volta soltanto a tornare, ma é giá tardi per lui: ormai trasmutato in spettatore di un ambiente che non è più capace di vivere, abitudini e modi che non é più avvezzo a gestire.

Tornare nel tunnel, quindi, e continuare a sperare, aggrappandosi a quella promessa che, sola, giustifica tutto; che sola, potrà illuminare il senso di una vita compiuta, della direzione intrapresa, della solitudine, della noia, delle privazioni, e può rendere amabile  la malinconia che dipinge lo sfondo.

La natura selvaggia, le rocce ed il deserto. E radi, vaghi e lontanissimi fuochi ad accendere, col passare degli anni, la speranza sopita, sbiadita... Resa confusa.

L'uomo ha spiato il proprio deserto ogni giorno, in ogni momento, in attesa di una fortuna che non è mai stata a lui destinata. Quando il tempo sarà passato, portando via gli anni della forza e dell'entusiasmo, comprenderà l'originario inganno, e la gloria avidamente e pazientemente attesa vestirà i tragici toni della bugiarda utopia. 

Illuso, schernito, e intimamente umiliato: cosí sta quell'uomo che ha continuato a sperare, confidando nella lealtá di quel patto che lui solo ha onorato fino alla fine, fino a capire che il suo tempo e' stato dolosamente rubato.
Quella porzione di tempo che non può tornare a nessuno.

Il Deserto dei tartari  é il deserto degli uomini, percorso da  inganni, abusi e delusioni cocenti, intanto che la folle speranza, ottusa e ostinata, sospinge quel Drogo a dipanare, rispettoso e paziente,  il filo della propria esistenza.

Non si é guardato d'intorno, il povero Drogo; non ha spiato  gli umani che gli tessevano intorno la tela finale: onestamente seguiva le regole, in attesa di quella promessa fortuna. 

Consoliamo noi stessi ripetendo che la vita é crudele, come si trattasse di una sola coscienza che affianca il nostro cammino, anziché una trama complessa, ordita da molteplici azioni, cucite e intrecciate con imprevedibili modi. Essa muta e distorce il suo aspetto in continui singulti, ostacolando il percorso alla meta che spesso rende confusa, e addirittura nasconde.

E tra speroni di rocce, boschetti e distanti spianate, tra le azioni e la noia un po' tutti, al pari di Drogo, osserviamo con animo teso il nostro personale deserto. 
In questa favola strana, che alterna l'offerta del sole alla notte piú oscura.





giovedì 3 maggio 2018

Insieme


La primavera è arrivata di colpo. Come se la ricca nevicata avvenuta in febbraio avesse attivato qualcosa, e la vegetazione, chiamata, avesse risposto con forza, esplodendo con indescrivibile orgoglio.

I viali della mia città ostentano ovunque quel verde brillante che è proprio di maggio, decorato qua e là da eterei  papaveri e dal rosa dei fiori di malva, e I'aria è satura di odori, che mutano ad ogni passo che va.

E così anche nel mio piccolo giardino, dove incontro lucertole e piccoli gechi di passaggio, le chiocciole e i pigri gatti dei vicini che si spostano tra le aiuole ed i muretti in piena libertà.

Ospiti graditi e temporanei, ospiti giocosi che mi donano allegria.

Da poco ho riposto dei semini appena sotto terra, e come è giusto, ogni sera, con amorevole pazienza, mi prodigo con l'acqua. Terra buona smossa ogni tanto per fare passare aria e renderne più morbido il tappeto; il resto è affidato al cielo, alle nuvole e al sole.

Dove vivo tira sempre un certo venticello, che addolcisce la insolita calura di questi giorni quasi estivi e porta seco i rumori della notte.
E a parte il frastuono dei soliti convogli, che raschiano i binari a tempi definiti un po' più in lá, un complesso cinguettio diffuso, come un coro di invisibili strumenti musicali, accompagna nel suo viaggio il sole, che con tepore amico, ogni giorno si affaccia sopra i tetti, e mi ricorda che c'è vita.

Così i piccoli semi, appena coperti da un velo di terra, rinfrescati ogni sera, e cullati dall'aria e dall'armonia di quei corpi minuti rivestiti da piume leggere, sfogliano via quella loro modestia, e si allontanano per gradi dall'oscuro rifugio che li accoglie...

E stamani, attirata dall'aria gentile che si portava le note oleose dell'acacia spinosa, maestoso e fiorito custode dell'ingresso, li osservavo cambiati, curiosa ed impaziente, e ho sorriso felice davanti alle foglie così piccine, attaccate agli steli come braccia minute, ogni giorno un poco più lunghe.

Accanto, le colleghe più anziane son lì, che si allargano comode nelle loro poltrone, godendosi la mitezza del clima, ed esibendo le proprie profumate virtù.

Il rosmarino già coperto di gemme bluette, che affollano i rami nodosi, galleggiando indisturbati tra i verdi aghetti di cui sono vestiti; le calendule lunghe esibiscono a turno le proprie luminose corone, accendendo di luce arancione tutto il muretto che fa loro da sfondo... E più in basso, dalle loro fresche dimore, si affacciano impavidi, un pò bianchi e un pò rosa, i piccoli garofani in ciuffo, con le teste vicine tra loro come fossero unite, e cantano un leggero nuovo profumo, esibendo le vesti dal bordo intagliato.

Il ranuncolo, invece, si é un poco accasciato, forse perché se ne sta tutto solo, distante dagli altri, in una zona un po' in ombra... D'altronde è un fiore un po' velenoso, questo si sa.... Chi mai può volerlo vicino?

Creature che festeggiano il giorno e la notte, davanti ai miei occhi, con colori e forme diverse; condividono il suolo e gli umori del cielo, pur se costretti in ambienti finiti, ognuno nella dimora che ha.

E mi domando perché  quelle altre creature, quelle di cui ho le stesse fattezze, non sanno farlo anche loro, di starsene insieme, ognuna per sé, a godersi la vita che, sola, con quello che dà, può permettere loro di mettere in mostra la bellezza che hanno...







mercoledì 11 aprile 2018

Aurum non vulgi


Jung studiava l'uomo. E per incontrare l'uomo si mise a studiare le immagini che questi produce e ha prodotto nel tempo. Quelle interiori e quelle che nei secoli sono state estroflesse, venerate, additate e oscurate.

Locke, un pò di tempo prima, dichiarava che usiamo il linguaggio per condividere le nostre conoscenze del mondo, ma non è con il linguaggio che possiamo arrivare a conoscerlo. In particolare sosteneva che:

I nomi non si riferiscono alla realtà, ma alle idee esistenti nel nostro intelletto, e dunque il linguaggio non serve per lo studio della realtà, ma solo a porre ordine nel pensare.
Il linguaggio, quindi, non ci consente di cogliere l'essenza delle cose ma solo la loro essenza nominale: concetti, idee messe insieme a costruire e orientare direzioni di azione.

Era il Saggio sull'intelletto umanoquel testo in cui il pensatore scandagliava i vari modi in cui l'uomo arriva a conoscere. E così arrivò a definire diversi modi di conoscenza: per fede, per probabilità, per dimostrazione e per intuizione. Fino a dire che sì, siamo sempre nella sfera del probabile e dell'interpretabile, perché il linguaggio non arriva mai davvero ad esprimere quelle "chimere" che ognuno ha dentro di sé, quelle fantasticherie prodotte dalla nostra immaginazione che renderebbero egualmente autentica, qualora coerentemente espressa, la visione di un pazzo come quella di un uomo tenuto per sapiente.

Immaginazione, fantasticherie e chimere che ci muovono da dentro, nel privato, e ci danno una conoscenza del mondo che metabolizziamo e manipoliamo ogni dí.

Immagini che il linguaggio non arriva a descrivere, limitandosi a rappresentare idee eterogeneamente azzeccate tra loro. A volte spontanee, a volte trasmesse, a volte apprese con modi invadenti e non rispettosi.

Idea: una parola che viene dal greco ίδεἶν (ideìn), e indica l'atto del vedere, del cogliere con la mente ciò che appare... La percezione di immagini.

Conosciamo attraverso le immagini, ma il linguaggio che usiamo comunemente non riesce ad esprimerne completamente il senso...

E torniamo a Jung.
Come altri scienziati rivolse la sua attenzione alla potenza delle immagini, e ne raccolse tantissime da studiare: le immagini della tradizione mistica, filosofica, alchemica, quelle dei suoi pazienti e le proprie.
Dopo la sua morte ha trovato diffusione un libro di sogni personali che lui aveva pazientemente compilato per anni, commentando e annotando, con tenace sforzo interpretativo, alla ricerca di una misura che lo aiutasse a decodificarne l'espressione.

Un documento talmente personale e privato che l'autore stesso rifiutò alla pubblicazione per tutto il tempo in cui rimase in vita (lo fecero pubblicare gli eredi, a dispetto della sua volontà e in irrispettoso odor di moneta).

Era il suo Libro Rosso - di nome e di fatto.

Egli sapeva che il linguaggio immaginifico è il modo più intimo che abbiamo di parlare a noi stessi e di esibire la nostra realtà in modo diretto e sfrontato, in barba ai dettami sociali, alle suddette buone maniere e al comune senso del pudore.

 Esso ci mostra quello che in quel preciso momento stiamo facendo, la sua utilità e l'eventuale degrado che imponiamo alla nostra persona per scelte sbagliate, non rispettose della nostra più propria natura.

Un'infamia condotta per falsi giudizi che ricade su quanto facciamo, o la premessa azzeccata di un successo in fieri.

 Jung era noto come uomo di scienza, che andava esaltando la valorosa funzione formativa della psicologia, orientata a far comprendere - a suo parere - a chi non vede che ha solo necessità di imparare a farlo. 

Poteva forse mostrare a tutti i suoi dubbi, gli errori e le incertezze profonde, ma decise di tenere per sé i propri esercizi...

Il punto di grande dissenso con Freud, al quale si era accostato per un certo periodo, riguardava proprio l'approccio da colui riservato alla lettura dei sogni.

 Per Jung ciò che vediamo con gli occhi interiori della nostra persona (il sè l'anima, come la si preferisca indicare) non è solo relegato al passato: la vita è continua, attiva, muove e procede. E quanto eseguiamo riguarda il nostro presente che, per quanto inficiato del proprio vissuto (sia pure molto lontano nella linea del tempo), è radicato nell'attualità del nostro momento, e consequenzialmente, riguarda l'estensione futura degli echi del nostro operare.

Si ostenta pertanto una sintesi, sia pure sotto forma di enigma, del nostro momento corrente: situazione, sentimenti, pressioni, errori, variazioni e ambizioni. In un fantastico rebus abbiamo le coordinate della nostra esistenza - per come in quel dato momento stanno orientando il nostro percorso.

 Non una fumosa e magica precognizione, ma una progettazione viva, in itinere,  disponibile alla conoscenza intuitiva, alla percezione eidetica: una visione personale sincronica, irriducibilmente connessa  a quanto accaduto e alla direzione intrapresa. Un prospetto che possiamo variare, se solo impariamo a vederlo.

Questo era l'aurum non vulgi cui mirava la grande alchimia, rozzamente confusa nei suoi raffinati obbiettivi: voler mutare in preziosa la materia volgare  era lo sforzo esemplare per azionare un cambiamento di tipo diverso, mirato  a far uscire dall'oscuro rifugio ogni uomo, finalmente congiunto con quanto di se' per vari motivi si costringe a ignorare.
E questa auspicata ricongiunzione, descritta come slancio universale della natura verso la libertà di essere per sè, era quel valore piú  puro che Jung definiva "l'evidenza inalterabile della propria parte d'immortalità".

E l'immaginazione se ne rende capace parola.










martedì 13 marzo 2018

Fiducia

La fiducia è quello stato d'animo, di non facile gestione, che ci dispone a concedere e che, una volta insediatosi, pervade ostinato il nostro sistema di modi, prevaricando in noi la console di controllo.

Se provo fiducia per quel tale contesto abbasso la guardia in ogni mossa che faccio, ed esibisco senza prudenza i miei modi, intessendo rapporti leggeri senza più porvi troppa attenzione.

Ma questo non sempre va bene: nei boschi incantati, agli elfi giocosi si accostano i trolls, sia pure oscurati dalle affascinanti fiammelle di ipnagogici fuochi ...

Certe armonie risvegliano antichi pensieri e sussurrando al mio orecchio melliflue promesse, instillano la voglia di incedere oltre, a seguire un percorso un po' oscuro senza che possa davvero intuirne la meta.

La familiarità provocata da certi fenomeni riveste di confidenza i miei umori, levando la forza che il mio spirito acquista dallo stato di attenzione costante.

E che sarà mai? Forse che è un male sorridere agli altri e allargare le braccia nell'accoglienza ridente?

L'obiezione si impone ma in modo volgare; non è questo il punto.
Io vivo in un ambiente prezioso, popolato da anime varie, vestite di vari colori, e dai molti sapori. La Babele di forme e di suoni in cui ogni giorno mi trovo a vagare costituisce il mio premio, e pure la mia punizione.

Ogni giorno utilizzo la vita e ne dono a mia volta, manipolando l'esistenza che mi è stata assegnata. Ne sono custode, nel bene e nel male, e il dolore e la gioia sono lì che segnano il passo, insieme con altre emozioni.

Come per me, lo stesso per altri: ognuno con la sua libertà e e la propria misura. 

In un tale contesto viene a molti la voglia di unirsi e di scambiare esperienze vissute, magari in comune. 
Accade per  lunghi o per brevi momenti, una tantum o con costante cadenza.
 E quando  mi accade di aprire le braccia, rendendo questo gesto normale, ecco che insieme col buono dell'altro prendo tutto ciò che egli reca con sé.
Anche quando non sarebbe opportuno.

L'intimità di un contatto essenziale ci illude di una somiglianza di base, che rilassa la mente e fa spalancare le porte... E in breve un  estraneo gironzola libero sul ponte di plancia senza che alcuno sia lí a vigilare...

Il placido letto del fiume concede l'incontro tra spazi diversi, che sembrano uguali pur rimanendo uno qui e l'altro di lá. E si somiglino pure, per caritá, regalando una scena omogenea che carezza lo sguardo e pacifica il cuore.
 Ma si tratta  comunque di sponde diverse.

Abbiamo bisogno di aprirci con gli altri, vogliamo condividere il viaggio e scambiare impressioni, ma poi accadono fatti, e se ci accorgiamo che qualcosa non va, ci sentiamo traditi e torniamo avviliti  al nostro solitario cammino. 

La delusione che attribuiamo al dolo di altri é realmente dovuta soltanto a noi stessi, e quivi orientata, avendo in effetti  ceduto  al languore  di una illusione voluta.
Abbiamo giocato la nostra persona rincorrendo un desiderio comune, ma senza che esso avesse davvero sostanza nella nostra storia reale.

Saper provare fiducia è un talento prezioso,  che consente l'incontro più bello ma anche il rischio può grosso. A volte ne facciamo un uso sbagliato e finiamo purtroppo per doverlo pagare. 

Scrutando il mio volto allo specchio devo ricordare a me stesso che l'altro non potrà mai essere me.


  











domenica 11 febbraio 2018

Sei stato inserito...


Di recente mi confronto con una sensazione curiosa, legata ad un fenomeno che va diffondendosi sempre di più nella vita di chi incontro, ed anche ormai nella mia. 

Si tratta di un modo di interazione e di dialogo con gli altri che si espande sornione e indisturbato negli spazi più tranquilli del tempo personale, fino ad occuparne arrogantemente una parte. 
  Ora, sia pure in un modo simpatico, ma sempre di occupazione si tratta: un fenomeno che riduce lo spazio personale, e lo fa avanzando per gradi, rosicchiandolo via via discretamente. 

È solo un gioco, un passatempo, coinvolge e intrattiene; è carino rispondere e forse poco educato non farlo.... Insomma, rallegra l'umore!
 Ma poi accade per uno, accade per due, accade per n volte con le n provocazioni notificate... Fino a che non ti accorgi che hai trascorso un bel po' di tempo a sorridere e digitare davanti ad uno schermo senza aver davvero fatto un accidente! 

Tempo consumato, esistenza bypassata...E per cosa? Ti accorgi che "si é fatto tardi", e ti rimane poca disponibilità per portare avanti attività che erano nei tuoi progetti iniziali.
 Sembra un discorso da bacchettoni, ma a ben pensarci proprio non lo é.

Viviamo nell'epoca dei social media, delle condivisioni, delle pubblicazioni, delle snapchat, della partecipazione attiva - sincronica o meno - estesa sia pure per km e km.
Questo lo sappiamo, ce lo ripetono gli influencer, lo scrivono i blogger, lo condividono in molti... E gira che ti rigira, di click in click, capita che per caso scopri la pubblicazione di un tuo vecchio post su un sito di giornalismo partecipativo che non hai mai sentito nominare; lo trovi rispettosamente corredato dalla tua firma, per carità, dalle immagini inserite in prima pubblicazione, ed anche commentato da due sconosciuti lettori d'occasione.

Cosí mi trovo davanti allo schermo in silenzio, gradisco il tributo, e rimugino sorpresa...

Benvenuti nell'era della condivisione!

Siamo in rete, la usiamo e ne siamo usati ... Sembra che ormai questo assunto - nonostante le riflessioni, le note di allarme e i sabotaggi variabili - sia stato comunemente accettato e in qualche modo assorbito.

Ma in rete ci siamo dentro da sempre, potrebbe obbiettare giustamente qualcuno: solo gli asceti - forse nemmeno loro, dopotutto - rimangono davvero isolati in un mondo come il nostro, un mondo che non consente il silenzio. Siamo già sempre con altri e con altro, inseriti in dinamiche più o meno complesse con vari modi di vita.

Il silenzio davvero non c'è: impattiamo continuamente energia sotto forme diverse, e interagiamo con essa spesso senza nemmeno davvero pensarci.

Quindi é così: immersi, e a volte purtroppo sommersi, in un continuum di dati e informazioni in movimento. Non c'è stasi, non c'è riposo... Informazioni che agiscono in noi e ci spingono a fare altrettanto su altro e su altri. 

Siamo e facciamo: vivendo.

Oggi questa rete si rende visibile in veste di web, conducendo elementi in ambienti e in orari finora impensati. I social ne costituiscono un ottimo esempio. 
Ogni individuo munito di smartphone oggi può gratuitamente disporre di strumenti di aggregazione in cui rintracciare persone, metterne in connessione, coinvolgerle in racconti animati, che siano filmati o fotografie personali - originari e alterati - o articoli, magari linkati da altri ambienti a portata di click.

In un attimo e' fatta: qualche sfregamento sul desk e ho messo insieme un po' di persone per uno scopo preciso - o anche confuso, in effetti. Lo scopo primario é di averli a portata di mano, proprio quelli, tutti insieme, in qualsiasi momento del giorno o della notte.

Lo faccio perché è possibile farlo. Lo faccio ed altri lo fanno con me.

Cosí mi trovo a sorridere davanti all'ulteriore notifica che allerta sulla mia avvenuta inclusione in un gruppo di nuova creazione.
É un gioco, vediamo com'é...

Da un po' sono stata inserita in una compagnia molto attiva: un flusso ininterrotto di botta e risposta, citazioni, condivisioni, foto e filmati... Sono persone allegre, cui piace scherzare e si punzecchiano di continuo, utilizzando molta ironia. 
Così, nonostante la riluttanza iniziale, non ho chiuso il canale.

Ma questo fiume continuo di azioni va a sommarsi a quella dei gruppi di lavoro e alle comunicazioni private cui sono connessa.

Se è vero - e lo è - che in ogni insieme, per naturale processo, si diramano altri canali, vuoi per via di legami più stretti, connubi speciali e scopi precipui, nel mondo dei social avviene lo stesso: spesso il gruppo formato si arricchisce di mini unità date dall'unione di alcune sue parti, che come frange di un liscio tessuto ne espandono il corpo in direzioni diverse.

L'interazione multimediale rende questi strumenti attrattivi, accattivanti, utili e divertenti. É proprio a questo che si deve il loro largo successo. 
Ma la loro estensione può diventare ingombrante.

 Quando lo svago si muta in rumore e diviene fastidio, quando si fa percepire come impegno pesante, inizi a guardare con aria crucciata quel gioco.
E rifletti dicendo a te stesso che non è cosí divertente, che sta modificando il tuo spazio, che sta prendendo il comando: una cosa sbagliata.

Alla fin fine che cosa rimane? Un sorriso, uno scherzo, uno scambio di giochi tra persone che in certi casi nemmeno conosci... E cos'altro?

Il tempo trascina il tappeto di terra da sotto i calzari, obbligando i nostri passi a rispettarne la corsa: ci piace camminare con altri, ma a volte dimentichiamo che ognuno ha il suo modo, e non é consentito a nessuno di indossare le vesti di altri e renderle proprie: le misure non possono mai combaciare, e questo, alla fine, produce un certo disagio...










giovedì 25 gennaio 2018

Interludio

Un treno che va, l'asfalto, la sabbia umida che si aggrappa alle scarpe in una ventosa giornata d'inverno.
 Le onde che spazzano ampie la superficie del mare, sotto la benedizione di un cielo libero e azzurro mentre il sole mi scotta la pelle, e I'aria fredda spinge di continuo i capelli sugli occhi.

Cammino e respiro fissando l'acqua, che coi suoi movimenti costanti mi assorbe, calmando le tante emozioni che si annidano insieme, e inducendomi un insopprimibile stato ipnotico.

 Calore, tranquillità e  silenzio.

Poche persone nei paraggi e tante storie tra le parole di chi mi accompagna: la grettezza degli uomini, la loro bontà, e la capacità di sorprendere. Intelligenza, furbizia e sciatteria: siamo fatti di questo, mi chiedo!?

La brezza soffia sfrontata e viene dal mare, spingendomi in questa realtà parallela, dove lo spazio si estende nella zona di calma e diviene silenzio, diventa azzurro e luce del sole.

Acqua e vegetazione, e poi la terra, e  con essa la roccia. 

Residui di memoria cercano un varco tra gli occhi,  ma non sanno riflettersi su queste immagini nuove, che oramai colgo diverse.
 Quelle strade e quei luoghi per me sono estranei: oggi io non so ricordarli, intanto che sto a scansionarli con umore misto, che sa di timore e sorpresa.

La luce del giorno che scema, com'é normale che avvenga, e poi ancora un convoglio, e ancora un altro viaggio che mi conduce nei luoghi di sempre, dove l'aria è meno leggera ed il soffitto meno brillante.

Qui, peró, ritrovo il sorriso amico, e quello sguardo attento che, solo, sa conoscere le stramberie sparpagliate nel mio personalissimo mondo.

Il viaggio, tra l'andare e il tornare, nel passato e nell'oggi, tra i passi curiosi di me, che procedo a mio tempo tra gli altri.