Il Mio Blog non vuole essere un monologo, ma un invito all'incontro: pertanto sono graditi i commenti e il succedersi degli scambi che ne conseguono.
Buona lettura!
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lunedì 25 settembre 2023

Autunno

 

 

La pioggerella leggera scende rimbalzando sulle foglie rigide del fico, all'entrata, e cade giù sul mattonato, rendendolo scuro e lucido. 

L'ombra della notte appare più cupa, ma la gentilezza argentina di questa musica distende l'umore. Che stasera è triste e riflessivo.


Si conferma il vecchio detto, per il quale è vietato gettare perle ai porci: un modo pittoresco di invitare alla cautela durante il miracolo del dono.

Verificare, prima, è necessario. Riuscirci, almeno, per davvero.

Noi diamo nel piacere, concediamo col nostro una parte di noi stessi, e lo facciamo nel godimento dell’incontro; nella condivisione amiamo ed eleviamo – noi e gli altri – in una dimensione altra che sa di gioia e intimità. 

Può accadere però, con l’andare degli eventi, che quel momento, quel toccarsi di anime assuma un significato differente, come una forma che, illuminata altrimenti, rivela curve brutte e inattese, non precedentemente colte.

La mensa, allora, non nutre più, e forse un po' disgusta. 

Inizialmente il dubbio, l’incapacità di convenire con il nuovo scenario, intanto che l’amarezza si estende, gradualmente, come una pozza d’olio denso sul selciato. 

Accelera il ritmo dell'acqua leggera, lì fuori, e l’oscurità si fa più grave fino ad estendersi tra queste mura che mi accolgono con il calore di un nido e di una culla protetta.

  Pensieri noti e già affrontati, lunghi discorsi sullo spazio e sul tempo in una vita che ne accoglie infinite, in un presente mai concluso e mai iniziato: esistenze a confronto, si sfiorano a volte senza toccarsi davvero; caleidoscopio di emozioni e di percorsi che rendono a volte l’illusione dell’incontro.

Vediamo senza cogliere, leggendo parole che suscitano, in altri, mondi opposti.

Estranei tra diversi: viviamo questo, senza poter ascoltare, nel nostro essere finitamente umani? 





 

domenica 2 settembre 2018

Come ci informiamo?



Esplorando il web sono recentemente incappata nell'articolo "Quanto è alto il tempo" di Pino Mario De Stefano, incentrato sul tema del tempo e di come l'uomo abbia dimostrato, nel corso della sua evoluzione, di non saperlo gestire affatto, e di averlo attraversato un pò a casaccio. 

L'autore sostiene che quanto l'umanità è stata ad oggi in grado di realizzare in termini di storia e di accadimenti reali è solo il frutto di alterne fortune e di cieca incoscienza. La chiosa finale del suddetto articolo riporta una bella citazione che invita a riflettere:

"Ci conviene riconoscere, con J. d'Ormesson, che, se è vero che gli uomini fanno la storia, è altrettanto vero che “non sanno la storia che fanno. Anzi si potrebbe dire che la fanno loro malgrado".

Queste righe ci conducono direttamente al tema de "la visione": una visione confusa che l'essere umano ha sostanzialmente del proprio cammino e della direzione da percorrere; una visione presuntuosa, basata sulla mera logica razionale pescata dai lasciti della tradizione - quella accolta e stigmatizzata come La Tradizione -, che designa i modi cartesiani quali unici fari di cui noi mortali disponiamo per illuminare il vasto mare della conoscenza.

Il tema sembra caro all'autore, dato che già faceva capolino in un suo precedente articolo titolato "Critica della trasparenza". 
In quel caso venivano lì ammoniti i fruitori dell'arte storicamente intesa a non limitare l'esercizio della capacità percettiva all'utilizzo dei soli strumenti della razionalità condivisa. 
L'esortazione conclusiva, qui sotto riportata, mi ha convinta infine a scrivere questo post: 

"Può sembrare paradossale, ma, forse nel percorso della vita, bisognerebbe temere la chiarezza eccessiva. “Fidatevi dell’intelligenza seconda, fidatevi della notte”, ho letto, una volta, da qualche parte, e ho volentieri accolto questa apertura, generosa e liberante"

Nel corso dell'articolo De Stefano indica "la chiarezza eccessiva" come la meta idealistica e mai raggiungibile di chi, con limitati strumenti, vuole vedere tutto ciò che una immagine espone. Tale condizione, ci dice, andrebbe temuta, in quanto  irraggiungibile oppure realizzabile soltanto in modo illusorio - condizione, a mio avviso, certamente peggiore.

L'opera d'arte, nell'ambito della filosofia, viene indagata come espressione esemplare di quel processo informativo che tutto dice, ma i cui rimandi spesso non possono essere colti secondo l'ermeneutica convenzionale che fa uso di un linguaggio  "istituzionalmente" condiviso. 

Ne deriva pertanto la convinzione, difficile da contestare, secondo cui l'opera d'arte esprime l'indicibile, rimanda all'infinito, verso un luogo (esistenziale e metafisico) che si trova ben al di là della cornice che la racchiude e ce la offre.

Ciò che si espone alla percezione parla di sè, ha una capacità informativa ostensiva, attraverso un modo che, secondo il famoso motto di Wittgenstein per cui "di ciò di cui non si può parlare, bisogna tacere (T.L.P.)" ci condurrebbe all'accoglienza silenziosa.

La filosofia occidentale, però, denuncia qui un grosso limite: il linguaggio, sia pure ben declinato, non arriva a descrivere tutto, e non è il solo strumento attraverso cui presentare e condividere l'esperienza. 
Non è vero che il Reale è Razionale - per attardarci ancora un pò nei sentieri della filosofia - perché il Reale è molto molto di più, e trova espressione secondo modalità e forme non sempre "dicibili".

Ed è ciò che sperimentiamo ogni volta che ci poniamo dinanzi ad una immagine.
 La fruizione dell'arte esprime esemplarmente la complessità dell'atto conoscitivo, così come la difficoltà che incontriamo nel trasmetterne esaustivamente i contenuti - se così vogliamo definirli - ci mette dinanzi alla complessità del processo informativo.
 Che non può esaurirsi con il dire. Ma che richiede un altro "dire", più immediato e primordiale, che è strutturalmente connesso alla nostra esistenza.

Dinanzi a questa esperienza comprendiamo, in breve, che gli esseri umani condividono un modo comunicativo alternativo a quello istituzionale (quello che ci insegnano a scuola, insomma), che è  poetico, trasversale e globale.

Un linguaggio che attraverso le immagini ci parla da dentro e ci investe anche a livello organismico.
 Ma torniamo a De Stefano:

 “Fidatevi dell’intelligenza seconda, fidatevi della notte”, ho letto, una volta, da qualche parte, e ho volentieri accolto questa apertura, generosa e liberante"

Siamo soliti riferirci alla conoscenza viscerale come ad una intelligenza seconda, in quanto avvezzi a dar retta primariamente a quella razionale e cerebrale. 
Ma fior di scienziati hanno dimostrato che le nostre viscere presentano una struttura neuronale simile a quella del cosiddetto "primo cervello" ed anzi, forniscono ed elaborano informazioni molto più rapidamente di quello, tanto da meritarsi a buon diritto esse stesse il titolo di primo cervello - o intelligenza prima

"Primo" per intervento, utilità e funzionalità, quindi, ma purtroppo ancora "secondo" per attenzione riservata. 

Questa intelligenza viscerale va oltre i limiti dello strumento razionale, metabolizza e intercetta le immagini in maniera immediata e ci allerta se quanto impattiamo é buono, ci fa bene, o se provoca la necessità del rifiuto. 

Mi riferisco a quel sentire di pancia che ci mette misteriosamente in allerta, prima che noi arriviamo a razionalizzare gli eventi - e spesso proprio in contrasto con quell'operazione.

Quando ci riferiamo alla notte, indichiamo solitamente il periodo di presenza-assenza, quello in cui riposiamo e quindi esponiamo la nostra fragilità all'ambiente. 
In quella fase i nostri processi razionali sono rallentati, le nostre reazioni più blande... E la nostra intelligenza viscerale può finalmente informarci senza troppe sovrapposizioni. 

Lo fa, quindi, attraverso le immagini - brevi o collegate tra loro in una sequenza che sa di reale e di fantasioso al tempo stesso. E che ci informa, in modo completo, di quanto sta accadendo nel nostro personale percorso di vita. 

Un linguaggio che non siamo abituati a riconoscere nella sua importanza, e del quale sarebbe davvero opportuno recuperarne la capacità di lettura. 

Ciò potrebbe davvero favorire " un'apertura generosa e liberante".








   

                              

domenica 27 maggio 2018

Il deserto di Drogo

Un uomo che si consuma nell'attesa, fedele ad una promessa non scritta che incombe sul suo mondo come uno spirito custode.

 Speranzoso, si tende all'orizzonte che ha da venire, egli procede e decide di incedere oltre. E via via che gli avvenimenti  si susseguono lenti, nell'attesa di quella "fortuna" - che è sempre prossima a venire, ma che stenta ancora a mostrarsi -, il tunnel in cui egli si aggira si stringe, lo chiude ogni giorno di più, nell'unicità di un percorso che non concede ritorno.

Ci prova, ci prova una volta soltanto a tornare, ma é giá tardi per lui: ormai trasmutato in spettatore di un ambiente che non è più capace di vivere, abitudini e modi che non é più avvezzo a gestire.

Tornare nel tunnel, quindi, e continuare a sperare, aggrappandosi a quella promessa che, sola, giustifica tutto; che sola, potrà illuminare il senso di una vita compiuta, della direzione intrapresa, della solitudine, della noia, delle privazioni, e può rendere amabile  la malinconia che dipinge lo sfondo.

La natura selvaggia, le rocce ed il deserto. E radi, vaghi e lontanissimi fuochi ad accendere, col passare degli anni, la speranza sopita, sbiadita... Resa confusa.

L'uomo ha spiato il proprio deserto ogni giorno, in ogni momento, in attesa di una fortuna che non è mai stata a lui destinata. Quando il tempo sarà passato, portando via gli anni della forza e dell'entusiasmo, comprenderà l'originario inganno, e la gloria avidamente e pazientemente attesa vestirà i tragici toni della bugiarda utopia. 

Illuso, schernito, e intimamente umiliato: cosí sta quell'uomo che ha continuato a sperare, confidando nella lealtá di quel patto che lui solo ha onorato fino alla fine, fino a capire che il suo tempo e' stato dolosamente rubato.
Quella porzione di tempo che non può tornare a nessuno.

Il Deserto dei tartari  é il deserto degli uomini, percorso da  inganni, abusi e delusioni cocenti, intanto che la folle speranza, ottusa e ostinata, sospinge quel Drogo a dipanare, rispettoso e paziente,  il filo della propria esistenza.

Non si é guardato d'intorno, il povero Drogo; non ha spiato  gli umani che gli tessevano intorno la tela finale: onestamente seguiva le regole, in attesa di quella promessa fortuna. 

Consoliamo noi stessi ripetendo che la vita é crudele, come si trattasse di una sola coscienza che affianca il nostro cammino, anziché una trama complessa, ordita da molteplici azioni, cucite e intrecciate con imprevedibili modi. Essa muta e distorce il suo aspetto in continui singulti, ostacolando il percorso alla meta che spesso rende confusa, e addirittura nasconde.

E tra speroni di rocce, boschetti e distanti spianate, tra le azioni e la noia un po' tutti, al pari di Drogo, osserviamo con animo teso il nostro personale deserto. 
In questa favola strana, che alterna l'offerta del sole alla notte piú oscura.





lunedì 15 giugno 2015

Passa -Tempo



Qualche anno fa lessi un libretto... Ancora non avevano inventato il kindle (parliamo del Mesozoico), per cui consumavo in modo costante le impronte digitali su rasposi fogli inchiostrati.  A volte li trovavo lisci, ma seppure consumavano meno la pelle, riflettevano la luce in modo sgradito, tanto da rendere faticosissima la lettura. Tempi duri per gli intellettuali!

       In effetti, in era preistorica, sono stata piuttosto impegnata in questo tipo di attivita', con grande piacere mio e di altri. D'altronde, se proprio siamo obbligati a non poter avere tutto - come dice il citatissimo "saggio" di cui nessuno sa nulla - non e' poco avere una vicina amante delle  letture impegnate, se tra i suoi passatempi includiamo l'ammirabile costante ascolto  di musica (molta musica classica) a volumi egoisticamente elevati!!!  Tra le tante opzioni, quando ero euforica mandavo il vinile di Beethoven, esaltandomi sulle note dell'Eroica... Ma quando ero giu' mi ammazzavo con i romantici (sappiamo tutti quanto possa essere deprimente Chopin in un soggetto umoralmente depresso!). Ma il clou devo averlo vissuto  quando ho scoperto in casa l'esistenza di un nastro (oddio, le musicasssette!) di virtuosismi di Paganini. Ero innamorata di quel nastro. Lo mandavo e lo rimandavo...
    
    Beh, starete pensando che in fondo, non ero amante dell'heavy-metal, non ero una seguace della musica acid ne' dei rave, non appallavo il mondo con il blues (solo i miei amici, in effetti) e che la musica classica rientra nella sfera della vera cultura, quella che espande le emozioni  ed accresce l'anima...
  
    Si, ma il povero Robertino, un cristone alto due metri e largo tre, che viveva allora dietro la porta di fronte alla mia, sullo stesso pianerottolo, faceva il buttafuori in discoteca. Lui e il suo affettuosissimo Rambo, il pastore tedesco che  ammorbava l'ascensore ogni giorno con le sue fiatate al mentolo (Roberto aveva rispetto degli inquilini e imbottiva il suo cane di caramelle per l'alito) lavoravano tutta la notte, e trascorrevano buona parte della giornata in uno stato semicomatoso dentro casa, tra indumenti ammucchiati in terra, barattoli di cibo per cani vuoti  e la mazza da baseball vicino alla porta. La mazza la portava al lavoro. Con me non l'ha mai usata. Era un buon vicino.
   
   Veramente era un bravo ragazzo, e lo ricordo con affetto sincero. Da piccolo piangeva per ogni cosa, ma da grande era sempre di buon umore.
         E ti credo, con quella stazza... Sai le risate!!

     Purtroppo per lui (io stavo da favola) mi rendo conto solo ora di quanto fossi fastidiosa, e di tale crescita morale ringrazio infinitamente la mia attuale vicina "Transistor". Si tratta di una donna un po' sorda, un po' sola, e parecchio scorbutica. Quella che la mia collega psicologa definirebbe con tono fintamente serioso "socialmente inadeguata", espressione con la quale proprio ieri ha fornito una ermetica risposta alla mia esigenza espressa di capire cosa sia un "nerd" (altra figura storica appartenente ad un mondo in estinzione).
       
      Solo che la passione per la tecnologia di Transistor non va oltre radio Maria... Sparata a volume  surreale nelle ore in cui sono io quella che vive lo stato comatoso. Senza cane e senza disordine.

 Vabbe', ma il libretto polveroso?? 

    Quell'oggetto, che per coerenza cronologica dovrei chiamare libello, titolava "Gestione del tempo". Lo avevo rimediato in una edicola - lo so, una ulteriore testimonianza di un'epoca passata - una specie di casetta priva di finestre, per chi non lo sapesse, posizionata in strada, preferibilmente nei crocevia per esser il piu' visibile possibile, ed esposta a intemperie devastanti con simpatiche ripercussioni sull'umore di chi la utilizza per guadagnarsi la pagnotta. E la scrivente lo sa bene, per avervi svolto per un periodo l'attività di ragazza-sandwich.

 Non si accettano risate.

 Nemmeno silenziose.

   L'avevo acquistato in seguito ad un incontro fatto con esperti di formazione - era il mio settore e allargavo i miei orizzonti facendo esattamente quello che oggi faccio con i browser su internet... Ascoltavo e cercavo.
     Oggi trovare e' infinitamente meno dispendioso. Allora  si andava fisicamente nelle varie biblioteche a cercare, non si potevano fare fotocopie, alcuni prestiti erano inibiti (i preziosissimi lasciti!!) ... Quanto tempo impiegato  a far cose oggi impensabili! 
     Ricordo i pellegrinaggi fatti a cavallo del fido motorino, un instancabile Si rosso fiammante, compagno di indescrivibili avventure! Non ho mai capito come mai, qualsiasi destinazione raggiungessi, lo facevo in massimo mezz'ora. Ovviamente andando a manetta. 
  Io, sprezzante del pericolo, io spericolata amazzone cittadina, io pazza squilibrata che al terzo capitombolo ho abbandonato il motorino per comprare una macchina....
  
    Capitani coraggiosi.

   Il tempo
    Ultimamente ne sento parlare spesso. Nell'ultimo film di Luc Besson,  "Lucy", il tempo è indicato come elemento distintivo dell'umanità: ci siamo perchè siamo nel tempo; se acceleriamo al massimo il succedersi degli eventi... Diventiamo invisibili. Siamo nulla rispetto all'infinito (ah...Ancora la Metafisica. Altro che gramigna!!).
  Il tempo consente la trasmissione delle esperienze e perpetua la specie rendendone possibile la sopravvivenza e, magari, l'evoluzione.
    Un pò una estensione narrativa dell'epigrafico "Chi ha tempo non aspetti tempo": quando e' finito, e' finito!! Il famoso libretto di cui in apertura proponeva utili indicazioni su come non-sprecar-il-tempo, su come impiegarlo e viverlo. Certe frasi mi sono rimaste impresse e credo di averne fatto buon uso. 
    
       Mi colpiva il fatto che ogni volta che indicava il tempo rubato da qualcuno a qualcun'altro, l'autore lo indicava in termini di numeri di secondi. E lo stesso accadeva per le ore. 
  La gestione del tempo, nello specifico, veniva argomentata in ambito lavorativo, nella "situazione di ufficio", dove la interazione quotidiana, anche e soprattutto di tipo interlocutorio, puo' depistare l'attenzione e render piu' impegnativo condurre le proprie attivita'. Veniva indicato col nome di Ruba-tempo colui che si inseriscce nello spazio orario altrui abusando della buona educazione dell'interlocutore - e della delicatezza delle interazioni umane - per arraffare manciate di minuti ed espandersi in una esistenza che non e' la propria.
      
     L'autore si dichiarava stupito di chi chiede per se', spesso con la presunzione della pretesa, il tempo altrui, come se fosse cosa da poco, e lo sgomento cresceva nei confronti di chi, senza obiezioni, e' pronto a concederlo.
    Il furto avviene  per ingenuita' ed ignoranza, per la scarsa attenzione che il derubato pone al significato che il tempo puo' aver per lui (e per l'umanita' tutta): se e' vero, infatti, che basta un minuto per fare una cosa da nulla, quello stesso minuto puo' esser sufficiente a realizzare una scelta importante e a fare un'azione fondamentale per se' stessi.
In e-commerce é noto che sono sufficienti 100 millisecondi per dare un valore monetario alle nostre azioni.*

   Cosi', un piccolo manuale sulla gestione del tempo si apre al dibattito esistenziale sul poter essere e sull'abdicazione esistenziale. Ogni giorno incontriamo dei ruba-tempo - a me capita -, coloro che ci trattengono fino ad esasperarci con ciance inutili, ma spesso loro stessi costituiscono la boa alla quale leghiamo volontariamente l'ancora.
 Una pausa, o semplicemente un alibi. 
E nella quotidiana noiosa scansione delle attivita' ripetitive, capita di lasciarsi cullare. Per dirla tutta, pero', al secondo incontro ravvicinato, in me scatta un senso di soffocamento che mi rende davvero poco diplomatica e molto sgradita.
    Non ce la faccio e mi defilo.  Insomma, se proprio non ho voglia di svolgere certe mansioni - e' umano sentirsi saturi, e non me ne vergogno - posso comunque fare qualcosa per me, no!! 

      Io sono una persona curiosa, l'ho gia' dichiarato e lo faccio di continuo. Questa mia indole mi porta spesso a intrattenere conversazioni con le persone che incontro. Ma le conversazioni interessanti, accretive, si distanziano da quelle dei ruba-tempo mille e mille miglia...Si perche' il mio tempo, queste, lo espandono, lo arricchiscono e mi forniscono ulteriori strumenti per considerare la mia permanenza in questo cammino. 
     La linearita': il prima, il mentre, il poi...Ho spesso immaginato a come sarebbe potersi veder fare le cose in una contemporaneita' senza limiti. Poter osservare se' stessi aver fatto qualcosa in un certo luogo, a distanza di tempo. Certo, esistono le telecamere per questo, lo so. Ma io intendo una percezione intima, un modo di esistere insieme con il proprio agito emotivo. Certe emozioni si iscrivono nella nostra anima in modo indelebile, ma altre purtroppo sfumano... 

Questa finitezza e' un po' una seccatura, in effetti!

  ...In un minuto, ci sono solo 60 secondi...E chissa' quanti respiri!!! 
E un minuto sprecato, e' un minuto perduto.




Quello indicato e' il tempo che gli "adexchanges" impiegano a dare il prezzo di base agli spazi pubblicitari offerti nelle aste tra advertisers e publichers, tra acquirente e offerta. Il valore monetario alle nostre azioni viene attribuito in real time, grazie a sistemi estremamente evoluti di analisi che consentono di computare il livello di interesse manifestato dagli utenti verso una certa meta.