Il Mio Blog non vuole essere un monologo, ma un invito all'incontro: pertanto sono graditi i commenti e il succedersi degli scambi che ne conseguono.
Buona lettura!
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venerdì 16 dicembre 2016

Essere ingrato


Il contadino lavora la terra. Lui sa che il compito è arduo e faticoso nel tempo, ma sceglie di procedere oltre. 
Indossa stivali pesanti e muove e smuove la materia indurita affinché l'aria, miscelandosi insieme con lo scuro elemento, ne ingentilisca le importanti virtù. E mentre nel cielo viventi arpagoni misurano i suoi movimenti, egli si muove con lena, e nei solchi ben ben sistemati, rovescia manciate di promettenti semini.

Pensa il contadino al domani, alle tenere piante verdine che solleveranno, spostando, le zolle, per ergersi su verso l'azzurro del cielo. Crescono i teneri fili nutrendosi di quanto la terra può dare, e di quanto saranno capaci di cogliere di ciò che la saggezza dell'uomo vorrà destinare.

Semina l'uomo e cura la terra, ascoltando le promesse del cielo e del luogo, e va incontro alla sera e poi alla mattina, tra gli odorosi umori del suolo e i bagliori del cielo.

Una nuova stagione è la promessa di un nuovo scambio di vita.

Si affacciano alfine alcuni germogli, sedotti dal sole e dall'aria si ergono in su, verso l'azzurro che domina tutto. Rimangono altri più indietro, gravati da una peculiare lentezza. 
Alcuni semi son stati rapiti dal vento e chissà poi di loro che cosa ne è stato... Altri ancora mangiati da individui affamati, o solo riposti in piccole tane, in attesa dei momenti più ardui.

Tra tutti ci sono anche quei semi che invece non si sono mai mossi: rimangono comodi sotto il tappeto di polvere scura; non indossano il verde mantello né gli alti calzari. Son lì che dormono fermi, indifferenti alla ricca abbondanza che è pronta a nutrirli.  

Snobbano questi la voglia di fare, assente l'istanza di vita: la fatica dell'uomo non solletica la loro esistenza e rimangono al buio, inutili e fermi.
E se i loro compari hanno dato bei frutti, loro accusano il campo, la terra, il lavoro dell'uomo, loro inveiscono contro il fato crudele che nulla ha prodotto per loro. 

E rimangono giù, tra sassi e radici, in un letto freddo e silente da cui potrebbero ancora, se solo ne avessero voglia, assumere ciò che serve ad ognuno di loro.

E' ricco il mio desco di preziose vivande: festeggio con chi mi è d'intorno, godendomi il premio del lungo lavoro. Non si colma però il terribile vuoto di chi, per colpevole e stupida accidia, ha preferito restare a dormire...







lunedì 5 dicembre 2016

In forma

Mi occupo di formazione. 

Ma cos'è questa formazione? Che significa?
Lo sguardo confuso di chi cerca chiarimenti davanti ad una espressione tanto oscura!
Tanta perplessità può venir dissipata solo facendo luce sul pressapochismo che pervade, ahinoi, buona parte della cultura in cui viviamo. 

La legge dello stato prevede che gli uomini acquisiscano - almeno nella fase iniziale della propria vita - alcune nozioni e competenze di base, ritenute essenziali per arrivare a condividere una esistenza nella comunità che li circonda.

I bambini quindi vanno a scuola, e farlo, per loro, è al tempo stesso un diritto ed un obbligo.
Il primo, il diritto, vale nel rispetto di una prospettiva soggettiva e individuale, e poggia sull'assunto che individua nell'istruzione uno  strumento essenziale per la realizzazione  personale: attraverso di essa chi ne fruisce acquisisce importanti strumenti per camminare ben eretto tra gli arzigogoli delle complesse dinamiche sociali.

Quanto all'obbligo, è un aspetto che emerge da una riflessione comunitaria ed estroflessa, orientata in  senso etico verso la dimensione  sociale.
Ossia: se vivo ed esisto insieme con altri, bisogna che ne condivido regole  e principi, al  fine di garantire una interazione  possibilmente rispettosa, pacifica e funzionale.

Il limite dettato dal summenzionato pressapochismo, però, consente agli individui una  percezione del tutto ridotta del senso della "formazione", tant'è che utilizziamo generalmente l'espressione "scuola dell'obbligo" per indicare proprio l'esordio di tale percorso che gli uomini affrontano in giovane età.

Così alla concezione della formazione ci abituiamo ad affiancare  il pesante concetto della obbligatorietà, un coperchio rigido e pesante che aggrava e intorpidisce la mente, condizionando la possibile futura capacità di comprensione della reale sostanza del fenomeno.

Le parole che noi  utilizziamo per indicare eventi e attività sono di fondamentale importanza. Definendo, noi connotiamo emotivamente, moralmente, eticamente. Nel dire noi esprimiamo giudizi, e nel ripetere li diffondiamo radicandoli. Ed è proprio questo ciò che facciamo attraverso l'esercizio quotidiano della lingua: costruiamo mondi di significato, disegnando relazioni di senso.

Ecco il modo in cui gli uomini, dall'interno, facendone uso, fanno la lingua e determinano i costumi. Banalmente e ironicamente potremmo dire che l'evoluzione in tal senso è  solo l'effetto  di concatenazioni di fraintendimenti, per quanto tale
dichiarazione possa suonare paradossale. 

Fraintendimenti, deviazioni, slittamenti: microvariazioni dovute a piccoli spostamenti di senso, a decentramento di sfumature, a prevaricazione di percezioni, a dinamiche emotivamente connotate.
Anna Harendt, nel "la banalità del male", mostra con pacata e sobria eleganza la portata di questa dinamica laddove riporta le dichiarazioni esposte in tribunale da Otto A. Heichman, ritenuto il principale responsabile delle deportazioni degli ebrei durante il periodo nazista.

L’autrice evidenzia il fatto che quegli individui - i nazisti - resero più sopportabile alla parte umana di se stessi quel che facevano sotto la guida del regime attraverso l'utilizzo di un linguaggio "più opportuno": gli operatori non parlavano mai di assassini, uccisioni, eliminazioni... Ma dissertavano di "questioni mediche"; l'espressione deportazione era sostituita da "trasferimenti"; le vittime non erano cacciate dalle loro case, ma aiutate a trovare un posto migliore in cui vivere; i loro averi non erano rubati, ma parzialmente utilizzati per aiutarne i  possessori a portarli altrove...
E quelle modalità espressive appartenevano al mondo di chi le utilizzava in modo così radicato che durante la deposizione stessa l'interrogato si sorprendeva delle puntualizzazioni della controparte che rimarcavano la meta' nera della mezza luna appena descritta.

Il linguaggio, insomma, descrive il modo  in cui percepiamo ciò che viviamo, e nel farlo, contribuisce a condizionare la nostra percezione.

La formazione - per tornare al discorso iniziale - viene oggi generalmente compresa come una prassi informativa temporalmente scandita e definita: un percorso che ha un inizio ed una fine, la cui resa è  documentabile attraverso il diploma rilasciato a fine corsa.

E questa idea è talmente diffusa che si è arrivati al punto di dover definire il concetto di "formazione continua", attraverso la messa in atto di simposi, pubblicazioni e documenti istituzionali. Si è ritenuto cioè necessario asserire - con tanto di toni ufficiali, citando bandi, provvedimenti e pubblicazioni di autorevoli personaggi - che sarebbe opportuno che l'individuo, membro di una comunità, per il bene proprio e della società che condivide, fruisca di un percorso che garantisca la formazione continua: la vita scorre e cambiano le dinamiche sociali, quindi ognuno deve esser in grado di muovervisi dentro con dignità. Ognuno deve cioè sapersi adattare ai mutamenti che intervengono nelle situazioni in itinere.

Illuminazione culturale: e che, c'era bisogno di dirlo??
..."La banalità della cultura" - per dirlo con Harendt!

La lingua tedesca usa il termine " Bildung" per indicare la formazione: un termine che rimanda al concetto di costruzione graduale e a quello di strutturazione. Qualcosa che implica una progettualità, una composizione integrata di esperienze che modificano, costruendola, la personalità di chi le vive.

Qualcosa di molto diverso, dunque, dalla passiva acquisizione di determinati contenuti in un periodo cronologico predefinito.

La formazione è un processo interminabile, attiene alla sfera del conoscere, del comprendere e quindi del fare se stessi. E questo movimento accretivo è  in funzione sempre, e vale in ricezione come anche in emissione: nel momento in cui io faccio per me, le risultanze del mio fare si riflettono su chi mi sta intorno; nel momento in cui io cambio la mia prospettiva ho modo di vedere e trasmettere sfumature e immagini di altro tipo. 

La dimensione individuale è intrinsecamente connessa a quella sociale, in uno scambio infinito di reciproci rimandi e provocazioni verso risposte che si modificano - guai se così non fosse - ad ogni ulteriore paesaggio reso visibile.

L'ontologia è immersa nell'etica, la rende possibile e ne è costituita. Etica ed ontologia sono interdipendenti: per come sei tu fai, e il come fai ti rende quello che sei.

Il cerchio però non è chiuso - e questa è la bella notizia - perché la vita è movimento, è dinamica, è espressione di essere e fare, e rimanda al sapere performante, il quale non può avere un inizio e una fine.

La formazione è permanente - che ce ne rendiamo conto oppure no - e nella sua costanza implicita può essere funzionale, evolutiva o regressiva, utile o limitante. 

 Ora, è solo a partire da questo modo di concepire la formazione, che si può estendere il discorso agli interventi formativi specifici, orientati all'acquisizione o affinamento di talenti particolari che, a loro volta, contribuiscono a orientare, provocandone ulteriormente lo sviluppo, il lungo percorso formativo di ciascuno. 

Io mi occupo di formazione, e per me 
formare significa nutrire, alimentare, affinare e stimolare le attitudini di chi si
sottopone al processo in questione. 

Mi piace credere che un individuo, correttamente stimolato, si faccia artefice cooperante di una società responsabile, rispettosa e in evoluzione continua. Un individuo capace di lasciare impronte utili al suo passaggio.

La realizzazione di una società sana e funzionale è resa possibile solo a partire da individui sani e funzionali, che si confrontano con opzioni possibili nello sviluppo costante del proprio potenziale.
È  quindi  di primaria importanza  sapere da quali immagini i loro modi siano condotti...














mercoledì 20 luglio 2016

Parole


Gerolamo Cardano, nel 500, scriveva che non esiste nemico peggiore delle belle parole: esse seducono, e nel farlo inducono chi ascolta ad accogliere con ammirazione tutto ciò che raccontano.

La polemica prendeva spunto dalla personale disapprovazione verso i contenuti dei discorsi di Cicerone che, con la sua retorica e la sua filosofia, fu ammirato e ascoltato da molti.

Cardano conosceva bene l'importanza dei sogni per gli uomini, e non accettava che se ne parlasse con superficiale qualunquismo, senza davvero possederne l'argomento, come faceva appunto Cicerone.
Parliamo di un uomo importante, Cardano, che frequentava Leonardo e certi altri alchimisti, era scienziato, inventore, scrittore e medico. Al modo dei medici tradizionali, curava le persone dando massimo risalto al messaggio dei loro sogni: il messaggio che ognuno, in tal modo, invia a sé stesso, in un gioco comunicativo a volte oscuro, per una serie di motivi.


Nell'onesta' dei suoi modi, costui scrisse addirittura la propria biografia descrivendo gli eventi accaduti alla luce di quanto di volta in volta emergeva dai suoi sogni, che per anni ha trascritto e custodito in diari preziosi.

Cicerone: accreditato oratore, storico e filosofo.
Oggi diremmo: spin doctor, emotional marketer, storytelling manager.


La storia si ripete, così come certi sogni che tornano e ritornano a dirti che la fregatura é  in arrivo. O che ci sei già dentro.
"Sogno sempre la stessa cosa.." - e chissà perché! 


Non sei curioso di saperlo?

Se non cambi la direzione, sempre contro quel muro vai a finire! Rigido impedimento alla libertà del pecorso...
Come me, che faccio la corsa agli ostacoli con la mia razionalità - per citare chi mi fa consulenza. "Devi solo leggerli, non devi sforzarti di capire: è  così  chiaro!"


Un alfabeto che fatico a ricordare...

Cardano richiama Sinesio,  che in una notte compose un trattatello per parlare del valore dei sogni, evidenziandone anche gli aspetti politici. il sogno é  democratico, perche tutti sognamo, indipendentemente dal ceto sociale o dalla condizione economica di appartenenza, e non esiste reggente o tiranno che potrà mai impedirlo.

Ogni uomo può dunque comunicare a se stesso la sua condizione, e con essa le opportunità e i modi per renderla migliore.

Di fatto ogni uomo lo fa, ma non é  stato istruito ad ascoltare il linguaggio, né  a decifrarlo. 
Eppure,  se é  il sognatore che parla - ed è proprio così -,  non dovrebbe essere tanto difficile...


Nei manuali di antropologia si riscontra la tendenza a contrapporre natura e cultura: spesso la seconda sovrasta la prima, oscurandola e relegandola nel buio scantinato della dimenticanza.
Si rende ora qui necessaria, invece, una "cultura della natura", un modo di cogliere gli eventi tutti nella originaria prospettiva di ciò che ci fa essere uomini: costitutiva, e quindi naturale.


Di cosa abbiamo bisogno per stare bene, cosa ci serve per vivere?  E queste immagini che mi si presentano quando sono meno distratto dalle cose e dalle attività diurne, mentre sono solo con me stesso nel silenzio del mio riposo, mi parlano di vita o no? Mi parlano di crescita, di stasi, o di regresso?

Come viene descritto - in quelle fantastiche sequenze filmiche - ciò che ho fatto seguendo il mio modo di pensare?

Meglio indagare: se va male potrò sempre cambiare!

Basta meno di quanto si creda: la disponibilità a mettersi in discussione e una certa volonta decisionale. Non è che uno ci deve credere per dogma: si tratta solo di provare e vedere che ne segue. Se va meglio ok, altrimenti é  stato comunque un tentativo indirizzato al cambiamento.

Quando si parla di sogni intervengono molti schemi mentali precostituiti e tanti pregiudizi dovuti alla terribile banalizzazione che si è data dell'argomento nell'attuale non-cultura.
Comprensibile: troppi ciarlatani in giro!


E come si fa a sapere se quei maccheroni sono buoni oppure no? Li si assaggia.

La tanto citata Comunità Europea ha sancito da anni la necessità di riconoscere alla cultura e alla formazione il ruolo fondamentale di consentire all'umanità di evolversi. Inoltre è  di pochi giorni fa la ratifica da parte di 80 stati convenuti sulla necessità di consentire il libero accesso ad internet a tutti gli individui, affinché possano affrancarsi dall'ignoranza, e sviluppare se stessi come persone e come cittadini.

Perché possano scoprire, attraverso l'esercizio della libertà, di essere uomini nati per essere liberi e responsabili: ciò di cui la comunità ha realmente bisogno per evolversi e farlo nel modo migliore.

Democrazia, libertà, uguaglianza e responsabilità: parole che possono essere soltanto condivise.

Ma Cardano strizza l'occhio con fare burbero e ci rimanda alla realtà della Comunità Europea, per come la stiamo vivendo. Qualcosa di un pò meno bello rispetto all'idea così demagogicamente millantata: una comunità di cittadini di paesi diversi, coesa nel rispetto, nella promozione e nella tutela dei suoi membri...

Ogni giorno sentiamo storie che rimandano il contrario: migrazioni non gestite; sprechi economici; totale assenza di verifica del rispetto delle regole; violenza e soprusi in provvedimenti incongrui e ingiustificabili; accordi essenzialmente paradossali.

Imposizione di modi senza rispetto delle diversità strutturali di chi é  chiamato ad ubbidire.
Quindi... Quale "cultura", e che tipo di "formazione"?


Sembra di udire parole di Orwelliana memoria: "la legge è  uguale per tutti, e per alcuni anche di più".

Eccolo, il rispetto e l'attenzione per l'individuo, piccola cellula dell'importante organismo comunitario, nutrito e cresciuto per garantire ai suoi membri una vita che sia dignitosa, libera dall'ignoranza (la cultura é  indicata come un diritto- dovere), in un contesto che ne favorisca l'acquisizione di strumenti garanti alla persona di raggiungere una propria autonomia di pensiero e di azione, fino ad acquisire le necessarie competenze per fare impresa di sé stessi.

In un tale contesto illuminato, si valorizza finalmente ciò che è definito "il capitale umano", primo necessario mattone per la realizzazione di una comunità socialmente ed eticamente funzionale.

Cardano sarebbe pieno di sdegno.






lunedì 15 giugno 2015

Passa -Tempo



Qualche anno fa lessi un libretto... Ancora non avevano inventato il kindle (parliamo del Mesozoico), per cui consumavo in modo costante le impronte digitali su rasposi fogli inchiostrati.  A volte li trovavo lisci, ma seppure consumavano meno la pelle, riflettevano la luce in modo sgradito, tanto da rendere faticosissima la lettura. Tempi duri per gli intellettuali!

       In effetti, in era preistorica, sono stata piuttosto impegnata in questo tipo di attivita', con grande piacere mio e di altri. D'altronde, se proprio siamo obbligati a non poter avere tutto - come dice il citatissimo "saggio" di cui nessuno sa nulla - non e' poco avere una vicina amante delle  letture impegnate, se tra i suoi passatempi includiamo l'ammirabile costante ascolto  di musica (molta musica classica) a volumi egoisticamente elevati!!!  Tra le tante opzioni, quando ero euforica mandavo il vinile di Beethoven, esaltandomi sulle note dell'Eroica... Ma quando ero giu' mi ammazzavo con i romantici (sappiamo tutti quanto possa essere deprimente Chopin in un soggetto umoralmente depresso!). Ma il clou devo averlo vissuto  quando ho scoperto in casa l'esistenza di un nastro (oddio, le musicasssette!) di virtuosismi di Paganini. Ero innamorata di quel nastro. Lo mandavo e lo rimandavo...
    
    Beh, starete pensando che in fondo, non ero amante dell'heavy-metal, non ero una seguace della musica acid ne' dei rave, non appallavo il mondo con il blues (solo i miei amici, in effetti) e che la musica classica rientra nella sfera della vera cultura, quella che espande le emozioni  ed accresce l'anima...
  
    Si, ma il povero Robertino, un cristone alto due metri e largo tre, che viveva allora dietro la porta di fronte alla mia, sullo stesso pianerottolo, faceva il buttafuori in discoteca. Lui e il suo affettuosissimo Rambo, il pastore tedesco che  ammorbava l'ascensore ogni giorno con le sue fiatate al mentolo (Roberto aveva rispetto degli inquilini e imbottiva il suo cane di caramelle per l'alito) lavoravano tutta la notte, e trascorrevano buona parte della giornata in uno stato semicomatoso dentro casa, tra indumenti ammucchiati in terra, barattoli di cibo per cani vuoti  e la mazza da baseball vicino alla porta. La mazza la portava al lavoro. Con me non l'ha mai usata. Era un buon vicino.
   
   Veramente era un bravo ragazzo, e lo ricordo con affetto sincero. Da piccolo piangeva per ogni cosa, ma da grande era sempre di buon umore.
         E ti credo, con quella stazza... Sai le risate!!

     Purtroppo per lui (io stavo da favola) mi rendo conto solo ora di quanto fossi fastidiosa, e di tale crescita morale ringrazio infinitamente la mia attuale vicina "Transistor". Si tratta di una donna un po' sorda, un po' sola, e parecchio scorbutica. Quella che la mia collega psicologa definirebbe con tono fintamente serioso "socialmente inadeguata", espressione con la quale proprio ieri ha fornito una ermetica risposta alla mia esigenza espressa di capire cosa sia un "nerd" (altra figura storica appartenente ad un mondo in estinzione).
       
      Solo che la passione per la tecnologia di Transistor non va oltre radio Maria... Sparata a volume  surreale nelle ore in cui sono io quella che vive lo stato comatoso. Senza cane e senza disordine.

 Vabbe', ma il libretto polveroso?? 

    Quell'oggetto, che per coerenza cronologica dovrei chiamare libello, titolava "Gestione del tempo". Lo avevo rimediato in una edicola - lo so, una ulteriore testimonianza di un'epoca passata - una specie di casetta priva di finestre, per chi non lo sapesse, posizionata in strada, preferibilmente nei crocevia per esser il piu' visibile possibile, ed esposta a intemperie devastanti con simpatiche ripercussioni sull'umore di chi la utilizza per guadagnarsi la pagnotta. E la scrivente lo sa bene, per avervi svolto per un periodo l'attività di ragazza-sandwich.

 Non si accettano risate.

 Nemmeno silenziose.

   L'avevo acquistato in seguito ad un incontro fatto con esperti di formazione - era il mio settore e allargavo i miei orizzonti facendo esattamente quello che oggi faccio con i browser su internet... Ascoltavo e cercavo.
     Oggi trovare e' infinitamente meno dispendioso. Allora  si andava fisicamente nelle varie biblioteche a cercare, non si potevano fare fotocopie, alcuni prestiti erano inibiti (i preziosissimi lasciti!!) ... Quanto tempo impiegato  a far cose oggi impensabili! 
     Ricordo i pellegrinaggi fatti a cavallo del fido motorino, un instancabile Si rosso fiammante, compagno di indescrivibili avventure! Non ho mai capito come mai, qualsiasi destinazione raggiungessi, lo facevo in massimo mezz'ora. Ovviamente andando a manetta. 
  Io, sprezzante del pericolo, io spericolata amazzone cittadina, io pazza squilibrata che al terzo capitombolo ho abbandonato il motorino per comprare una macchina....
  
    Capitani coraggiosi.

   Il tempo
    Ultimamente ne sento parlare spesso. Nell'ultimo film di Luc Besson,  "Lucy", il tempo è indicato come elemento distintivo dell'umanità: ci siamo perchè siamo nel tempo; se acceleriamo al massimo il succedersi degli eventi... Diventiamo invisibili. Siamo nulla rispetto all'infinito (ah...Ancora la Metafisica. Altro che gramigna!!).
  Il tempo consente la trasmissione delle esperienze e perpetua la specie rendendone possibile la sopravvivenza e, magari, l'evoluzione.
    Un pò una estensione narrativa dell'epigrafico "Chi ha tempo non aspetti tempo": quando e' finito, e' finito!! Il famoso libretto di cui in apertura proponeva utili indicazioni su come non-sprecar-il-tempo, su come impiegarlo e viverlo. Certe frasi mi sono rimaste impresse e credo di averne fatto buon uso. 
    
       Mi colpiva il fatto che ogni volta che indicava il tempo rubato da qualcuno a qualcun'altro, l'autore lo indicava in termini di numeri di secondi. E lo stesso accadeva per le ore. 
  La gestione del tempo, nello specifico, veniva argomentata in ambito lavorativo, nella "situazione di ufficio", dove la interazione quotidiana, anche e soprattutto di tipo interlocutorio, puo' depistare l'attenzione e render piu' impegnativo condurre le proprie attivita'. Veniva indicato col nome di Ruba-tempo colui che si inseriscce nello spazio orario altrui abusando della buona educazione dell'interlocutore - e della delicatezza delle interazioni umane - per arraffare manciate di minuti ed espandersi in una esistenza che non e' la propria.
      
     L'autore si dichiarava stupito di chi chiede per se', spesso con la presunzione della pretesa, il tempo altrui, come se fosse cosa da poco, e lo sgomento cresceva nei confronti di chi, senza obiezioni, e' pronto a concederlo.
    Il furto avviene  per ingenuita' ed ignoranza, per la scarsa attenzione che il derubato pone al significato che il tempo puo' aver per lui (e per l'umanita' tutta): se e' vero, infatti, che basta un minuto per fare una cosa da nulla, quello stesso minuto puo' esser sufficiente a realizzare una scelta importante e a fare un'azione fondamentale per se' stessi.
In e-commerce é noto che sono sufficienti 100 millisecondi per dare un valore monetario alle nostre azioni.*

   Cosi', un piccolo manuale sulla gestione del tempo si apre al dibattito esistenziale sul poter essere e sull'abdicazione esistenziale. Ogni giorno incontriamo dei ruba-tempo - a me capita -, coloro che ci trattengono fino ad esasperarci con ciance inutili, ma spesso loro stessi costituiscono la boa alla quale leghiamo volontariamente l'ancora.
 Una pausa, o semplicemente un alibi. 
E nella quotidiana noiosa scansione delle attivita' ripetitive, capita di lasciarsi cullare. Per dirla tutta, pero', al secondo incontro ravvicinato, in me scatta un senso di soffocamento che mi rende davvero poco diplomatica e molto sgradita.
    Non ce la faccio e mi defilo.  Insomma, se proprio non ho voglia di svolgere certe mansioni - e' umano sentirsi saturi, e non me ne vergogno - posso comunque fare qualcosa per me, no!! 

      Io sono una persona curiosa, l'ho gia' dichiarato e lo faccio di continuo. Questa mia indole mi porta spesso a intrattenere conversazioni con le persone che incontro. Ma le conversazioni interessanti, accretive, si distanziano da quelle dei ruba-tempo mille e mille miglia...Si perche' il mio tempo, queste, lo espandono, lo arricchiscono e mi forniscono ulteriori strumenti per considerare la mia permanenza in questo cammino. 
     La linearita': il prima, il mentre, il poi...Ho spesso immaginato a come sarebbe potersi veder fare le cose in una contemporaneita' senza limiti. Poter osservare se' stessi aver fatto qualcosa in un certo luogo, a distanza di tempo. Certo, esistono le telecamere per questo, lo so. Ma io intendo una percezione intima, un modo di esistere insieme con il proprio agito emotivo. Certe emozioni si iscrivono nella nostra anima in modo indelebile, ma altre purtroppo sfumano... 

Questa finitezza e' un po' una seccatura, in effetti!

  ...In un minuto, ci sono solo 60 secondi...E chissa' quanti respiri!!! 
E un minuto sprecato, e' un minuto perduto.




Quello indicato e' il tempo che gli "adexchanges" impiegano a dare il prezzo di base agli spazi pubblicitari offerti nelle aste tra advertisers e publichers, tra acquirente e offerta. Il valore monetario alle nostre azioni viene attribuito in real time, grazie a sistemi estremamente evoluti di analisi che consentono di computare il livello di interesse manifestato dagli utenti verso una certa meta.