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Buona lettura!
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sabato 28 marzo 2020

E I SOGNI?

Oggi ho letto un appello, partito sul sito dell'Ordine degli Psicologi, che sta facendo il giro dei social. 
Un appello importante che sospingo a mia volta nell'aria, attraverso questo piccolo spazio che mi è concesso di usare per parlare col mondo. 

Magari altri, come me, faranno lo stesso, con le risorse che hanno.

I professionisti dell'esistenza - quelli che semplicisticamente identifichiamo con la definizione di psicologi e psicoterapeuti - , sparpagliati tra i mille colori di scuole e vedute, specialità e orientamenti, convergono in molti nell'attribuire grande importanza alle immagini mentali, ai flash e ai sogni che ognuno di noi sperimenta di continuo. 

In modo analogico, con un linguaggio fabuloso e strabiliante, ogni individuo racconta continuamente a sè stesso la realtà operante di quanto contestualmente gli accade. 
Un linguaggio che le scuole di base non ci hanno insegnato a decifrare,  nonostante si tratti di proprietà condivisa. 
Ma qualcuno, più curioso e forse più motivato, ha iniziato a studiarlo, e ne ha parlato con altri.

Oggi sono in molti ad occuparsi di questo - chi lo fa seriamente, in modo scientifico, e chi invece approfitta della credulità della gente. 
Dagli specialisti alle riffe da bar, come ogni cosa in questo paese. 

Così oggi ho sentito una voce, tra questi specialisti, che chiede ad altri di scuotere gli animi e di ricordare loro di fare attenzione a queste immagini personali, di parlarne e di condividerne - sia pure in anonimo per rispettare la privacy - i contenuti sociali. Sociali, si perché noi tutti viaggiamo nella stessa tempesta, che urta e travolge l'essere uomo che vive qui sulla terra.
 Lo stiamo vedendo: siamo tutti coinvolti, schiacciati da una forza che non conosciamo e non sappiamo placare. Intanto che la vita altra, su questo pianeta, continua il suo corso.

Stamane ho visto un prato coperto di fiori: miriadi di piccole margherite che coprivano l'erba come una decorazione preziosa. 
Dobbiamo unirci anche noi, su questo grande prato che abbiamo sciupato, e onorarlo con la nostra rinascita. 

Torniamo a osservare i nostri sogni, e con essi, torniamo a vedere noi stessi e l'umanità tutta.

Riporto  (da FB) per comodità il post di cui sopra. Sono certa che l'autore non me ne vorrà:

  
PREVENZIONE CONTAGI
Ho appena condiviso nel gruppo privato degli Psicologi del Lazio in cui sono iscritto questo post. Leggetelo attentamente e poi se avete qualche sogno come ho specificato nel post, mandatemelo che facciamo davvero un ottimo servizio sociale.
Dott. Daniele Bernabei - Psicologo e psicoterapeuta.
DREAM MENTAL SCANNER
Anche quando siamo soli o ci sentiamo soli c'è sempre un amico che ci accompagna: è il tuo personale generatore di sogni. Se sai leggere le tue immagini mentali (il 90% della vita inconscia) allora sei facilitato nelle tue scelte di vita. Anche adesso in questa emergenza pandemica i sogni si rivelerebbero importanti se si usassero in modo oculato e professionale. Mi rivolgo agli psicologi umanisti che come me coltivano questa antica cultura delle immagini. Immagini biologiche dotate di preciso senso (per chi sa leggerle, ovvio). Non sono riuscito a trovare nemmeno un sogno di chi si è ammalato di Covid19. Sarebbe invece molto utile creare un data base dei sogni di siffatti malati per raccogliere, analizzare e studiare gli eventuali elementi comuni che caratterizzano i loro sogni. Sogni che segnalano con largo anticipo (più di 14 giorni) il contagio o IL PERICOLO DI ESSERE CONTAGIATI, permettendo, nel secondo caso, un percorso di contatti sociali diverso da quello programmato. Questo tipo di prevenzione potrebbe quindi evidenziare i malati asintomatici indirizzandoli subito ad una struttura sanitaria per i previsti controlli. Cari colleghi non è fantascienza, lo stesso Ippocrate raccomandava ai medici di prestare attenzione ai sogni dei pazienti. Per non parlare poi di Esculapio dove nei suoi templi i sacerdoti curavano (bene) i malati leggendo i loro sogni.
Faccio un esempio: se uno sogna che degli insetti gli entrano in bocca oppure li sputa, potrebbe essere un avvertimento che qualcosa di nocivo è entrato nel suo corpo. Idem se sogna un mantice che va a fuoco e qualcuno ci versa sopra acqua senza riuscire a spegnerlo (polmonite). Sognare un albero le cui foglie si disseccano e son portate via dal vento. Un ragno nero che cammina sul torace (anche tumore grave). Un fulmine che colpisce la testa (infarto o ictus). Erba che cresce al posto dei capelli: malattia del cervello grave o tumore.
Se il Consiglio ritiene che questa mia idea possa essere sviluppata, sarei ben felice di collaborare per costruire un data base dei sogni suddiviso secondo i sintomi di specifiche malattie. Si può iniziare dal Covid19
Dott.Daniele Bernabei





sabato 4 maggio 2019

La maschera


È un pò che non scrivo su Il mio Blog: ho vissuto mesi impegnativi, e anche incisivi, che mi hanno resa partecipe di accadimenti nuovi, che a loro volta hanno reso visibili nuove porte - porte che spero di attraversare al più presto...

I miei sogni presentano giardini, percorsi in campagna e animali di vario tipo, che cambiano e crescono; ci sono terremoti in arrivo e intrusioni moleste; ci sono amici con cui preparare manicaretti da offrire a persone con cui condividerli. 
Sono passata al trotto attraverso eserciti armati, e mi sono rifugiata in luoghi accoglienti... E cosí come racconta la notte, io vivo il mio giorno: tra scoperte, sorprese e delusioni... Immagini e vita.

 Quando ho aperto Il mio Blog firmavo con uno pseudonimo - Terenzia Forse - che era nato per gioco durante l'esplorazione del mondo dei social. L'ho inserito inizialmente per gioco, in un gioco che non sapevo in che modo e se lo avrei poi proseguito. 
Forse...!

È trascorso del tempo da allora, e adesso i miei pezzi sono ospitati su spazi virtuali che mi consentono di avere confronti con persone di un certo interesse.
 Essere on-line, essere esposti ed esporsi per viaggiare con altri...

  Persone che si mostrano, come me, con nome e cognome - a loro volta impegnate nel piacere dello scambio e della provocazione. 

Capita, a volte, che alcune persone mi scrivano in privato - ho appositamente inserito un modulo di contatto nel blog - perché vogliono fruire di una linea riservata, perché non amano esporsi troppo, o per una serie di motivi che non sto qui ad elencare. 

Poi ci sono persone che non riescono tecnicamente a registrarsi, e quando inseriscono un commento risultano mittenti anonimi, ma poi hanno il buongusto di chiosare il pensiero inserendo il proprio nome e cognome.

Rimangono infine gli anonimi totali, coloro che scrivono, provocano, plaudono o esprimono concetti confusi mantenendo volutamente l'etichetta dell'anonimato. 

 E questo è un modo che mi dá da pensare.

 Cosa si cela dietro una maschera esposta? La volontà di esibirsi senza la serietà richiesta chi si pone in un dialogo? La disponibilità ad entrare nel gioco solo a metà? Ossia: entro, ma le regole le decido io! 

... Un atto violento, mi dico.

Io, questo, lo trovo un poco offensivo: nei confronti di chi ha messo su il gioco, aprendolo a tutti con l'intento grazioso di invitare ad un party chiunque abbia voglia di scambiare esperienze - o anche solo vezzosi esercizi di stile; e nei confronti di chi ha deciso di trattenersi in ascolto. 

La tua maschera si rivela offensiva verso chi si mostra da sé, e anche un poco offensiva verso te stesso, che fai prova di  avvertire un qualche imbarazzo nel dirci chi sei.



IL TITOLO: 

Il mio blog


LA NOTA:
"Il Mio Blog non vuole essere un monologo, ma un invito all'incontro: pertanto sono graditi i commenti e il succedersi degli scambi che ne conseguono. Buona lettura."

L'intento é lampante, reso visibile a chiare note... E dunque, che c'è?

Un gioco ha di suo che provoca gioia in chi decide di volevi giocare, e nel farlo, questi ha scelto di accettarne e rispettarne le regole a garanzia di un gradevole scambio. 

Io non vado a casa di altri senza dire il mio nome. 
Non mi presento coperta sul capo di un oscuro cappuccio.

 A me piace esporre il sorriso e incontrare persone che hanno voglia di divertirsi con me. 

Una maschera non ti rende invisibile: piuttosto ti rende molto presente, direi anche ingombrante, direi un pò fastidioso.

Come ho già detto a qualcuno: se giochi solo a nasconderti un pò, ti invito a farlo per un brevissimo tempo; se hai necessità di proteggere la tua immagine da sguardi ed orecchie indiscrete, puoi contattarmi in privato: so rispettare la privacy di ognuno, avendo assai in conto la mia personale.

 Ma se vuoi solo ottenere un primato veloce per la curiosità che cerchi di imporre, ti dico che hai bussato all'uscio sbagliato: qui non si confezionano misteri, non si custodiscono segreti nè si accettano nebbiose intrusioni.

 Se vuoi giocare con noi sappi che sei già nella festa, ma se intendi importunarci con questa sgradita molestia, ti ricordo che questo è il MIO BLOG, di nome e di fatto.

Memento audere semper....





P.s.
La "coscienza nominativa" propria di ogni essere vivente permette di svelare l'identità degli intrusi attraverso le immagini, quale epi-fania ontologica. Ma ciò vale solo per coloro che sanno davvero leggere questa grafica mentale. L'Innominato, di manzoniana memoria, non ne è stato capace fino alla sua conversione per opera di Lucia. 
Non tutti gli innominati però trovano il loro angelo, e rimangono nel loro miserabile inferno...

domenica 2 settembre 2018

Come ci informiamo?



Esplorando il web sono recentemente incappata nell'articolo "Quanto è alto il tempo" di Pino Mario De Stefano, incentrato sul tema del tempo e di come l'uomo abbia dimostrato, nel corso della sua evoluzione, di non saperlo gestire affatto, e di averlo attraversato un pò a casaccio. 

L'autore sostiene che quanto l'umanità è stata ad oggi in grado di realizzare in termini di storia e di accadimenti reali è solo il frutto di alterne fortune e di cieca incoscienza. La chiosa finale del suddetto articolo riporta una bella citazione che invita a riflettere:

"Ci conviene riconoscere, con J. d'Ormesson, che, se è vero che gli uomini fanno la storia, è altrettanto vero che “non sanno la storia che fanno. Anzi si potrebbe dire che la fanno loro malgrado".

Queste righe ci conducono direttamente al tema de "la visione": una visione confusa che l'essere umano ha sostanzialmente del proprio cammino e della direzione da percorrere; una visione presuntuosa, basata sulla mera logica razionale pescata dai lasciti della tradizione - quella accolta e stigmatizzata come La Tradizione -, che designa i modi cartesiani quali unici fari di cui noi mortali disponiamo per illuminare il vasto mare della conoscenza.

Il tema sembra caro all'autore, dato che già faceva capolino in un suo precedente articolo titolato "Critica della trasparenza". 
In quel caso venivano lì ammoniti i fruitori dell'arte storicamente intesa a non limitare l'esercizio della capacità percettiva all'utilizzo dei soli strumenti della razionalità condivisa. 
L'esortazione conclusiva, qui sotto riportata, mi ha convinta infine a scrivere questo post: 

"Può sembrare paradossale, ma, forse nel percorso della vita, bisognerebbe temere la chiarezza eccessiva. “Fidatevi dell’intelligenza seconda, fidatevi della notte”, ho letto, una volta, da qualche parte, e ho volentieri accolto questa apertura, generosa e liberante"

Nel corso dell'articolo De Stefano indica "la chiarezza eccessiva" come la meta idealistica e mai raggiungibile di chi, con limitati strumenti, vuole vedere tutto ciò che una immagine espone. Tale condizione, ci dice, andrebbe temuta, in quanto  irraggiungibile oppure realizzabile soltanto in modo illusorio - condizione, a mio avviso, certamente peggiore.

L'opera d'arte, nell'ambito della filosofia, viene indagata come espressione esemplare di quel processo informativo che tutto dice, ma i cui rimandi spesso non possono essere colti secondo l'ermeneutica convenzionale che fa uso di un linguaggio  "istituzionalmente" condiviso. 

Ne deriva pertanto la convinzione, difficile da contestare, secondo cui l'opera d'arte esprime l'indicibile, rimanda all'infinito, verso un luogo (esistenziale e metafisico) che si trova ben al di là della cornice che la racchiude e ce la offre.

Ciò che si espone alla percezione parla di sè, ha una capacità informativa ostensiva, attraverso un modo che, secondo il famoso motto di Wittgenstein per cui "di ciò di cui non si può parlare, bisogna tacere (T.L.P.)" ci condurrebbe all'accoglienza silenziosa.

La filosofia occidentale, però, denuncia qui un grosso limite: il linguaggio, sia pure ben declinato, non arriva a descrivere tutto, e non è il solo strumento attraverso cui presentare e condividere l'esperienza. 
Non è vero che il Reale è Razionale - per attardarci ancora un pò nei sentieri della filosofia - perché il Reale è molto molto di più, e trova espressione secondo modalità e forme non sempre "dicibili".

Ed è ciò che sperimentiamo ogni volta che ci poniamo dinanzi ad una immagine.
 La fruizione dell'arte esprime esemplarmente la complessità dell'atto conoscitivo, così come la difficoltà che incontriamo nel trasmetterne esaustivamente i contenuti - se così vogliamo definirli - ci mette dinanzi alla complessità del processo informativo.
 Che non può esaurirsi con il dire. Ma che richiede un altro "dire", più immediato e primordiale, che è strutturalmente connesso alla nostra esistenza.

Dinanzi a questa esperienza comprendiamo, in breve, che gli esseri umani condividono un modo comunicativo alternativo a quello istituzionale (quello che ci insegnano a scuola, insomma), che è  poetico, trasversale e globale.

Un linguaggio che attraverso le immagini ci parla da dentro e ci investe anche a livello organismico.
 Ma torniamo a De Stefano:

 “Fidatevi dell’intelligenza seconda, fidatevi della notte”, ho letto, una volta, da qualche parte, e ho volentieri accolto questa apertura, generosa e liberante"

Siamo soliti riferirci alla conoscenza viscerale come ad una intelligenza seconda, in quanto avvezzi a dar retta primariamente a quella razionale e cerebrale. 
Ma fior di scienziati hanno dimostrato che le nostre viscere presentano una struttura neuronale simile a quella del cosiddetto "primo cervello" ed anzi, forniscono ed elaborano informazioni molto più rapidamente di quello, tanto da meritarsi a buon diritto esse stesse il titolo di primo cervello - o intelligenza prima

"Primo" per intervento, utilità e funzionalità, quindi, ma purtroppo ancora "secondo" per attenzione riservata. 

Questa intelligenza viscerale va oltre i limiti dello strumento razionale, metabolizza e intercetta le immagini in maniera immediata e ci allerta se quanto impattiamo é buono, ci fa bene, o se provoca la necessità del rifiuto. 

Mi riferisco a quel sentire di pancia che ci mette misteriosamente in allerta, prima che noi arriviamo a razionalizzare gli eventi - e spesso proprio in contrasto con quell'operazione.

Quando ci riferiamo alla notte, indichiamo solitamente il periodo di presenza-assenza, quello in cui riposiamo e quindi esponiamo la nostra fragilità all'ambiente. 
In quella fase i nostri processi razionali sono rallentati, le nostre reazioni più blande... E la nostra intelligenza viscerale può finalmente informarci senza troppe sovrapposizioni. 

Lo fa, quindi, attraverso le immagini - brevi o collegate tra loro in una sequenza che sa di reale e di fantasioso al tempo stesso. E che ci informa, in modo completo, di quanto sta accadendo nel nostro personale percorso di vita. 

Un linguaggio che non siamo abituati a riconoscere nella sua importanza, e del quale sarebbe davvero opportuno recuperarne la capacità di lettura. 

Ciò potrebbe davvero favorire " un'apertura generosa e liberante".








   

                              

lunedì 13 novembre 2017

Relazioni pericolose




Ebbene sì, lo avevo già fatto e lo farò di nuovo: mi azzarderò ancora a toccare il tempio dell'intoccabile parlando dei gatti come solitamente in pochi osano fare.

Stamane mi è capitato di leggere questo articolo sul sito dell' Ansa, la prima agenzia di stampa multimediale in Italia, e ne sono rimasta piacevolmente sorpresa. Si tratta della recensione di un libro da poco pubblicato anche in Italia, sulle modalità comportamentali dei felini, e sugli effetti ch'esse possono avere sull'uomo quando vi si pongono in relazione.

In sintesi l'autrice - tale Abigail Tucker - ammonisce su quanto siano poco utili e addirittura dannose queste creature per l'essere umano, che se ne invaghisce ingenuamente perdendo di vista la realtà: i gatti si sono conquistati la loro parte di storia, dichiara, e sono capaci di farlo anche e soprattutto a nostro detrimento.

La loro forte autonomia li rende di fatto poco socievoli, non si lasciano addomesticare facilmente, e non sono di alcuna utilità pratica.
Piuttosto, oltre che danneggiare i nostri oggetti e gli ambienti nei quali vengono amorevolmente accolti, finiscono col pretendere cibo e attenzioni a comando, infischiandosene delle nostre necessità...

Il titolo del libro rievoca tiranni e antiche monarchie, laddove non è certo l'uomo a fare da padrone!

Tutto ciò ha richiamato alla mia memoria un certo sogno, vissuto un pò di tempo fa. Vissuto sì, perché i sogni si vivono continuamente, ad occhi chiusi come anche ad occhi aperti.

Quella notte vidi che stavo andando in un posto che era presidiato da gatti, tanti gatti, erano ovunque. Era un ambiente un pò trasandato, c'era dell'erba incolta, e tante canne che si stagliavano in alto dal terreno. 

Ciò che più mi stupiva era il fatto che di gatti se ne trovavano anche in cima alle canne... Erano ovunque, di varie forme e misure, ed erano tantissimi, erano davvero troppi! 

E sì che nei sogni può accadere di tutto, ma avevo la chiara percezione di un certo pericolo imminente; io volevo procedere, ma quel muro di felini lo rendeva impossibile.

Ricordo che quella mattina mi alzai in uno stato di ansia... Ero davvero preoccupata. Quello sarebbe stato il mio primo giorno in un nuovo posto di lavoro.
Che cosa mi aspettava?

Inutile dirlo: i sogni non sbagliano mai. 

E fu così: si trattava di un ambiente non proprio curato, lasciato in balia degli umori di chi sapeva soffiare più forte. 
Gli abitanti di quel luogo, insieme, costituivano un aggregato scomposto, di vari colori che tendevano, però, tutti quanti ad un medesimo grigio... Una tinta evocativa della polvere e di quelle cose vecchie che a volte rimangono in fondo all'armadio, dimenticate più o meno appositamente.

E come i gatti, che miagolando con fare lamentoso, ti si avvicinano e ti si strusciano addosso in modo ipnotico, mi avvedevo, giorno dopo giorno, della vera natura di quella ostentata dolcezza: era solo un anestetico somministrato alle vittime inesperte prima della brutta mutazione, quella che stringe a capocchia di spillo le pupille di un sadico killer.

Nel corso dei secoli, dei gatti si è detto e scritto parecchio; sono sorte leggende, la cui diffusione ha alimentato paure e ossessioni. 
I gatti piacciono molto, inquietano o sono davvero odiati: conosco persone dell'una e delle altre squadre; quanto a me, preferisco evitarli.

I gatti - non vogliatemene - non mi sono troppo simpatici. Detesto i loro modi ruffiani, e non mi piace che chiunque - indipendentemente dal numero delle zampe presenti -  mi si strusci (anche ripetutamente) tra i piedi...

Ci fu un periodo, durante l'infanzia, in cui l'unico modo che trovarono i miei genitori di zittire le continue lagnanze (da sola non mi divertivo, e volevo un amichetto a quattro zampe), fu di concedermi di ospitare in casa, sia pure per un breve periodo, il gatto di una persona amica (che ne approfittò per godersi una bella vacanza): la condizione essenziale che mi affrettai ingenuamente ad accettare mi rendeva diretta responsabile delle sue necessità e delle sue azioni.

Ovvero: dei suoi bisogni e dei suoi disastri.

Inutile dire che imparai presto la vera natura di quell'animale. Non si trattava di un amico peloso con cui divertirmi giocando, ma di un ruffiano scroccone e seccatore di cui mi liberai, al termine del periodo previsto, assai volentieri. 

I suoi lamenti per il cibo mi entravano nel cervello a partire dal mattino presto, anticipando di molto l'odiosissima sveglia; alcune cose le mangiava, altre le snobbata impunemente, imponendomi l'onere di cercare una alternativa per lui tollerabile; poi, nonostante i miei sforzi di dimostrare amicizia e spirito di gruppo, se ne stava spesso per conto suo, consumando il tempo nella distruzione di tende e sfregiando mobili, con il fantastico ulteriore risultato di accrescere giorno per giorno la già nota tensione vigente tra me e i generali... 
Insomma, un fiasco totale.

Non è amico chi prende e pretende, e se ne infischia di dare!

Lezione imparata: è trascorso del tempo prima che tornassi alla carica chiedendo la compagnia di un altro animale che, comunque, ho poi individuato tra i nemici del nemico: un cane! 
Ma quella è un'altra storia...

La psicologia tende da sempre a identificare nel gatto la simbologia di una femminilità apparentemente dolce e affettuosa, ma latrice di aggressività e opportunismo...

Ed è così che ce la presenta anche il mondo dei fumetti, attraverso le splendide forme di Catwoman, il fumetto che annovera la sua protagonista tra i primi 100 personaggi comix più cattivi: bella, seduttiva, approfittatrice e ladra, abilissima a sgattaiolare via al momento opportuno.

Prende, pretende, e se ne infischia di dare... Anche se sembra così desiderabile!

Sembra che nemmeno Batman abbia ceduto a lungo alle sue lusinghe, tanto da riuscire a metterla alla porta ai primi sospetti che dietro la sua infatuazione per lei ci fosse lo zampino del nemico illusionista.

Dalla realtà alla fantasia... Fino nei personalissimi sogni...

Fate attenzione amici, non è del famigerato gatto nero che dovete preoccuparvi: quello è solo l'elemento distrattivo.... Comunque, se ne vedete uno attraversare la strada, accelerate e andate via il più velocemente possibile: intorno potrebbero essercene degli altri....








giovedì 2 novembre 2017

INTUIZIONE !




Oggi ho discusso con una persona su cosa sia la facoltà del pensiero.

E' stato un giorno di festa, avevamo da poco terminato un raffinatissimo pasto e, come a volte succede, ci siamo immersi in un dialogo dai toni animati, il cui sapore aveva del quesito, del confronto, dello scontro assertivo... Fino alla conclusiva piacevole convergenza.

Un bel pasto completo, insomma!

La mia pregressa formazione filosofica, come una nemesi, mi spinge a considerare il pensare come un atto conoscitivo; la capacità di riflettere e di mettere insieme i pezzi, cioè, è sempre stata per me una forma di conoscenza che rende possibile la conoscenza per come solitamente la intendiamo, ossia la conoscenza delle cose.

Il mio interlocutore osteggiava vigorosamente tale approccio, sostenendo che il pensare costituisce solo un passaggio successivo, quello che è introdotto e reso possibile dall'intuizione.
E questa intuizione, identificata nella capacità computazionale, esplica l'intelligenza di cui è corredato l'essere umano. 

Mi sono sentita trascinata indietro di anni, in quelle aule universitarie in cui si contrapponeva una vaga idea metafisica di intuizione alla familiarissima capacità riflessiva e razionale. E a causa del sabotaggio dovuto alle mie memorie, mi sono distratta, perdendomi un passaggio di cui mi sono accorta solo in seguito, dopo ulteriori fiumi di parole, alzate di toni, e sbuffate impazienti di chi mi sedeva davanti.

La computazione: parola magica.

Ossia: il talento di mettere insieme le parti in maniera simultanea, quell' insieme di processi che trasformano gli impulsi che mi impattano in un linguaggio "leggibile" e percepibile.

Con l'espressione "intuizione", il mio interlocutore si riferiva a ciò che i neuroscienziati definiscono "TR", il tempo di reazioneun indice della velocità di processamento delle informazioni da parte del cervello umano - che tra l'altro, in merito agli stimoli visivi, impiega un tempo medio tra i 150 e i 300 millesimi di secondo.

Niente più artificiosa metafisica; oggi parla la scienza: ci sono tempi di reazione necessari a ordinare il bombardamento di informazioni, e sono stati anche calcolati!

E intanto che l'altro argomenta, mi si accende una lampadina. Mi viene in mente ciò che ho letto tempo fa su come i browser raccolgono le informazioni dal web e le traducono in un linguaggio comprensibile per gli utenti che hanno posto domande, avviando il processo di ricerca, di ricezione, e quindi di traduzione.

Computazione.
Anche in quel caso la velocità ha una sua importanza.

E questo linguaggio in cosa consiste? Non sorprendo nessuno se parlo di immagini, vero?
Fate una prova sul web, digitate qualcosa su Chrome - o su qualsiasi altro browser cui preferite affidarvi - e in pochi istanti avrete davanti una pagina piena di immagini e di scritte.

Bastano poche nozioni sul linguaggio macchina per comprendere che anche le scritte, in realtà, sono immagini - risultanti di un programma che stabilisce la visualizzazione di certe forme dovute al susseguirsi di specifiche istruzioni.

Ed ecco che come fruitori del web, ci relazioniamo ad un linguaggio comune, un linguaggio primordiale, nativo, universale, che può essere poi certamente e debitamente tradotto in molteplici linguaggi diversi: l'intuizione, che esperiamo (poi) come immagine, precede la capacità di pensare, di riflettere (su di essa e grazie ad essa).
Come sul web. Come nei film. Come nei sogni.

In questi giorni ho incontrato su carta Lev Manovic, professore emerito di Computer Science Program al City University di New York, il quale sostiene che la realtà virtuale rende possibile ciò che razionalmente potrebbe non essere, in quanto azzera i limiti che la finitezza storica ci impone (limiti spazio-temporali, limiti di gravità, limiti di azione...) e ci consente così di fruire di un'area libera, svincolata, in cui sperimentare, osservare e modificare il risultato di ciò che vogliamo realizzare.

Questo spazio costituisce una realtà libera in cui esperire e conoscere in modo nuovo, in padronanza di prospettive finora impossibili, e di poter quindi prevedere le conseguenze al punto da divenire noi stessi capaci di gestirle o evitarle prima ancora di realizzare concretamente il progetto.

Progetto che peró esiste già e accade, sia pure in altra forma ed in altro stato.

Malevic parla di software culture, ossia del fatto che la disponibilità di software, propria di questa era informatica in cui viviamo, e la loro fruizione, espandono sempre piú le nostre capacita cognitive, spingendoci ad agire in modo diverso, perché ci permettono essenzialmente di pensare in modo diverso.
Oggi noi abbiamo cioè a disposizione la visualizzazione di una intuizione nella sua complessità, e possiamo osservarla e studiarla in piena libertà, senza limiti di prospettiva: é lì e ci appella.

Immagini libere dai limiti della storia e della fisica, che sono il frutto di coordinate, di istruzioni: if...then (a fronte di certe condizioni accadono certi effetti)!

Proprio come nei sogni, nei quali le coordinate della nostra situazione danno vita ad una rappresentazione che oltrepassa i limiti imposti dal reale, attraverso un personalissimo processo intuitivo che computa informazioni e ce le rende accessibili.
E come un browser, in tempi rapidi, ci presenta delle immagini.

Su queste immagini potremo poi riflettere e argomentare, come fanno i critici d'arte, i filosofi e gli esegeti.

Ora, però, nella Babele degli interpreti, sarebbe opportuno verificare i criteri dei quali essi si servono, in quanto non sempre son chiari e rispettosi del naturale modo dell'umana specie.

Suggerisco, in merito, una utilissima lettura:











sabato 25 febbraio 2017

GIOCHI NON CONVENZIONALI


Di recente m’interesso di ciò che passa sotto il nome di "marketing non convenzionale": modalità pubblicitarie sviluppate dopo gli anni 70, che agiscono sulle persone a livello profondo, attraverso tecniche manipolatorie discretamente invadenti.

La pubblicità oggi non presenta più "il prodotto", non ne espone le caratteristiche allo scopo di incuriosire, informare, far apprezzare e indirizzare alla scelta - e quindi all'acquisto.

Oggi ci vengono presentate emozioni che potrebbero essere connesse a quel prodotto o servizio.

Emozioni sapientemente ricercate e affiancate a certi nomi, a profumi e oggetti ... Proprio perché estrapolate dalle reazioni che ci provocano determinati stimoli.

Ormai le grandi marche si affidano a consulenti evoluti, che si servono di informazioni ricavate dalle neuroscienze, supportati da sofisticati strumenti medici come la risonanza magnetica, la tac, la scansione cerebrale.

Vengono condotti esperimenti complessi che mettono persone comuni nella condizione di attraversare percorsi sensoriali: vengono allestiti set di studio con aree appositamente attrezzate per poter osservare - anche chimicamente - come le nostre cellule e il nostro cervello reagiscono a certi imput. Così vengono propinati odori, indotte fantasie, suggeriti nomi, sollecitati ricordi....

Cavie e laboratori.

Dietro gli spot - belli, patinati, simpatici o inquietanti - c'è questo: cavie e laboratori. Strumenti di indagine, analisti, e "creativi": equipe di persone collazionano diligentemente dati in modo da raggiungere obbiettivi definiti.

Non si tratta più di vendere un prodotto, ma di creare un innamoramento verso la tale marca, di accendere e mantenere vivo un senso di appartenenza e fedeltà così radicale da rendere il destinatario a sua volta un informatore, anzi, un promotore: un canale vivo, esistente, di pubblicità.

 Il passaparola è un canale potente, tra i più utili ai fini della persuasione, perché arriva attraverso le labbra di una persona amica, che conosciamo, di cui ci fidiamo.
L'amico è garante di onestà, di correttezza, è colui che pone il sigillo sulla dichiarazione di buona e onesta reputazione.

I pubblicitari questo lo sanno bene. 

Ecco quindi che il mondo degli sponsor finisce nei social in modo capillare e infido, distribuendo le sue spore attraverso la viralità.

M. Lindstrom, uno dei più famosi brand producer a livello mondiale, racconta in prima persona un esperimento da lui messo in atto: in un suo interessantissimo libro scrive di aver assoldato una famiglia di attori e di averli mandati a vivere per un po’ in un quartiere americano, con l'obbiettivo finale di spingere vicini e amici ad appassionarsi e ad acquistare i prodotti di alcuni marchi. 

L'esperimento è super riuscito, tanto che le vittime inconsapevoli, finalmente  informate dei fatti, non si sono affatto infastidite: per loro andava bene così perché di quelle persone si fidavano. 

Ma un altro potente mezzo persuasivo - ce lo confessa sempre Lindstrom, e lo  dimostra con chiarissimi e comunissimi esempi presi dalla vita quotidiana (anche la nostra) - é quello di far leva su emozioni terribili come quelle della paura e del senso di colpa, fino ad utilizzare la vergogna che da esse consegue.

La paura inibisce la lucidità di pensiero, portando gli attori ad accettare suggerimenti che vengono dall'esterno; la vergogna e il senso di colpa orientano i comportamenti con un senso di urgenza imprescindibile: comportamenti che non risultano da reali e naturali istanze personali, ma che rispondono a dettami esterni, imposti (dalle leggi morali, dell'educazione, dalla religione..): nel buio della notte è piuttosto facile scambiare una lucciola per lanterna!

E così spot, manifesti e jingle sfruttano la nostra paura di non essere all'altezza, di rimanere soli, di non essere abbastanza belli, o sani, di non saper essere abbastanza protettivi con i nostri figli... E ci spingono all'azione... A quella specifica azione che ci stanno subdolamente imponendo (compra quel prodotto, utilizza quel servizio...)

Lo scarso esercizio della capacità critica porta a subire quella che Heidegger definiva "la dittatura della pubblicità": il "si dice", "si fa"... E se lo fanno tutti lo faccio anch'io, sennò poi resto fuori e sono solo".
Legiones: anonimo sì, ma (falsamente) rassicurante.

Questo però non é tutto: gli scaltrissimi sirenici canti indirizzano verso un comune sentire proprio attraverso lo studio della umana distinta particolarità.

I dati evinti dalle profilazioni digitali vengono ormai integrati con le indagini eseguite sul campo: i "creativi" vivono per lunghi periodi con le persone che devono indurre ad una certa abitudine, le osservano, vi interagiscono. 
Ne sanno di più, e possono finalmente costruire il sogno giusto, quello adatto alla tipologia di persone in esame - di consumatore, anzi, di consumatore-futuropromotore.

Il film che viene da qui propinato, quello che la vittima inconsapevole si trova ad interpretare, non rappresenta né suggerisce reali istanze o suggerimenti utili di azione, quanto piuttosto una realtà virtuale (nel senso di falsa) verso cui tendere, in grado di soddisfare realmente solo l'esigenza di spendibilità dei marchi in questione. 
Ne conseguono azioni illusorie, deviate, spesso non utili. 

Viviamo in un mondo costruito, vediamo scenari molto spesso alterati, siamo parte spesso inconsapevole di pieces di successo, i cui incassi girano molto lontano dalle nostre tasche.

Attori inconsapevoli sotto la direzione di registi invisibili. 

Allora sforziamoci di ricordare che le rappresentazioni ci spingono a fare, e che
dietro quelle immagini (lo spot, il cartellone, il filmato) operano strategie ben studiate per orientare le azioni di chi le subisce.

Le rappresentazioni sono sogni: dinamiche filmiche che espongono situazioni, emozioni, cambiamenti, aspirazioni, pericoli... Che suggeriscono soluzioni.

Esistono sogni indotti e trasmessi attraverso canali esterni - come il marketing di ultima generazione - e sogni personali che nascono da noi, frutto di coordinate, problematiche e situazioni personali (rappresentazioni oniriche, flash, lapsus ecc).

Dietro quelle immagini - e le sensazioni che suscitano in noi - si cela un algoritmo, una strategia di azione finalizzata al conseguimento degli obiettivi del regista: che sia esterno (il brand) o interno (noi stessi).

Dobbiamo solo scegliere se realizzare, a loro vantaggio, gli scopi di altri, o se dedicarci a noi stessi, osservando e rendendo concreto nel fare il nostro modo di essere.











NB:
Esempi pratici a questo link