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domenica 2 settembre 2018

Come ci informiamo?



Esplorando il web sono recentemente incappata nell'articolo "Quanto è alto il tempo" di Pino Mario De Stefano, incentrato sul tema del tempo e di come l'uomo abbia dimostrato, nel corso della sua evoluzione, di non saperlo gestire affatto, e di averlo attraversato un pò a casaccio. 

L'autore sostiene che quanto l'umanità è stata ad oggi in grado di realizzare in termini di storia e di accadimenti reali è solo il frutto di alterne fortune e di cieca incoscienza. La chiosa finale del suddetto articolo riporta una bella citazione che invita a riflettere:

"Ci conviene riconoscere, con J. d'Ormesson, che, se è vero che gli uomini fanno la storia, è altrettanto vero che “non sanno la storia che fanno. Anzi si potrebbe dire che la fanno loro malgrado".

Queste righe ci conducono direttamente al tema de "la visione": una visione confusa che l'essere umano ha sostanzialmente del proprio cammino e della direzione da percorrere; una visione presuntuosa, basata sulla mera logica razionale pescata dai lasciti della tradizione - quella accolta e stigmatizzata come La Tradizione -, che designa i modi cartesiani quali unici fari di cui noi mortali disponiamo per illuminare il vasto mare della conoscenza.

Il tema sembra caro all'autore, dato che già faceva capolino in un suo precedente articolo titolato "Critica della trasparenza". 
In quel caso venivano lì ammoniti i fruitori dell'arte storicamente intesa a non limitare l'esercizio della capacità percettiva all'utilizzo dei soli strumenti della razionalità condivisa. 
L'esortazione conclusiva, qui sotto riportata, mi ha convinta infine a scrivere questo post: 

"Può sembrare paradossale, ma, forse nel percorso della vita, bisognerebbe temere la chiarezza eccessiva. “Fidatevi dell’intelligenza seconda, fidatevi della notte”, ho letto, una volta, da qualche parte, e ho volentieri accolto questa apertura, generosa e liberante"

Nel corso dell'articolo De Stefano indica "la chiarezza eccessiva" come la meta idealistica e mai raggiungibile di chi, con limitati strumenti, vuole vedere tutto ciò che una immagine espone. Tale condizione, ci dice, andrebbe temuta, in quanto  irraggiungibile oppure realizzabile soltanto in modo illusorio - condizione, a mio avviso, certamente peggiore.

L'opera d'arte, nell'ambito della filosofia, viene indagata come espressione esemplare di quel processo informativo che tutto dice, ma i cui rimandi spesso non possono essere colti secondo l'ermeneutica convenzionale che fa uso di un linguaggio  "istituzionalmente" condiviso. 

Ne deriva pertanto la convinzione, difficile da contestare, secondo cui l'opera d'arte esprime l'indicibile, rimanda all'infinito, verso un luogo (esistenziale e metafisico) che si trova ben al di là della cornice che la racchiude e ce la offre.

Ciò che si espone alla percezione parla di sè, ha una capacità informativa ostensiva, attraverso un modo che, secondo il famoso motto di Wittgenstein per cui "di ciò di cui non si può parlare, bisogna tacere (T.L.P.)" ci condurrebbe all'accoglienza silenziosa.

La filosofia occidentale, però, denuncia qui un grosso limite: il linguaggio, sia pure ben declinato, non arriva a descrivere tutto, e non è il solo strumento attraverso cui presentare e condividere l'esperienza. 
Non è vero che il Reale è Razionale - per attardarci ancora un pò nei sentieri della filosofia - perché il Reale è molto molto di più, e trova espressione secondo modalità e forme non sempre "dicibili".

Ed è ciò che sperimentiamo ogni volta che ci poniamo dinanzi ad una immagine.
 La fruizione dell'arte esprime esemplarmente la complessità dell'atto conoscitivo, così come la difficoltà che incontriamo nel trasmetterne esaustivamente i contenuti - se così vogliamo definirli - ci mette dinanzi alla complessità del processo informativo.
 Che non può esaurirsi con il dire. Ma che richiede un altro "dire", più immediato e primordiale, che è strutturalmente connesso alla nostra esistenza.

Dinanzi a questa esperienza comprendiamo, in breve, che gli esseri umani condividono un modo comunicativo alternativo a quello istituzionale (quello che ci insegnano a scuola, insomma), che è  poetico, trasversale e globale.

Un linguaggio che attraverso le immagini ci parla da dentro e ci investe anche a livello organismico.
 Ma torniamo a De Stefano:

 “Fidatevi dell’intelligenza seconda, fidatevi della notte”, ho letto, una volta, da qualche parte, e ho volentieri accolto questa apertura, generosa e liberante"

Siamo soliti riferirci alla conoscenza viscerale come ad una intelligenza seconda, in quanto avvezzi a dar retta primariamente a quella razionale e cerebrale. 
Ma fior di scienziati hanno dimostrato che le nostre viscere presentano una struttura neuronale simile a quella del cosiddetto "primo cervello" ed anzi, forniscono ed elaborano informazioni molto più rapidamente di quello, tanto da meritarsi a buon diritto esse stesse il titolo di primo cervello - o intelligenza prima

"Primo" per intervento, utilità e funzionalità, quindi, ma purtroppo ancora "secondo" per attenzione riservata. 

Questa intelligenza viscerale va oltre i limiti dello strumento razionale, metabolizza e intercetta le immagini in maniera immediata e ci allerta se quanto impattiamo é buono, ci fa bene, o se provoca la necessità del rifiuto. 

Mi riferisco a quel sentire di pancia che ci mette misteriosamente in allerta, prima che noi arriviamo a razionalizzare gli eventi - e spesso proprio in contrasto con quell'operazione.

Quando ci riferiamo alla notte, indichiamo solitamente il periodo di presenza-assenza, quello in cui riposiamo e quindi esponiamo la nostra fragilità all'ambiente. 
In quella fase i nostri processi razionali sono rallentati, le nostre reazioni più blande... E la nostra intelligenza viscerale può finalmente informarci senza troppe sovrapposizioni. 

Lo fa, quindi, attraverso le immagini - brevi o collegate tra loro in una sequenza che sa di reale e di fantasioso al tempo stesso. E che ci informa, in modo completo, di quanto sta accadendo nel nostro personale percorso di vita. 

Un linguaggio che non siamo abituati a riconoscere nella sua importanza, e del quale sarebbe davvero opportuno recuperarne la capacità di lettura. 

Ciò potrebbe davvero favorire " un'apertura generosa e liberante".








   

                              

martedì 25 agosto 2015

ONIROCRITICA



Inserisco nel blog questo breve saggio che ho composto di recente. Si tratta di una storia dell'interpretazione dei sogni, un breve excursus di come si sia avvicendato l'interesse dell'umanita' nei confronti dell'onirocritica, fino al tempo della cosiddetta "moderna psicologia": dai babilonesi a Jung, in sostanza.
Mi sono impegnata  nella realizzazione di questo trattatello per una serie di motivi. Il primo in assoluto e' legato alla domanda che mi sono posta spesso: perche' tutti parlano dei sogni che fanno, tutti vogliono comprenderne il significato...Ma poi, ogni volta che si espongono, lo fanno con un senso di imbarazzo e di vergogna? Si, come se parlare di questo interesse denunciasse una stupidita' infantile.
    Ero gia' informata del fatto che in passato la lettura dei sogni veniva svolta da figure professionali ritenute di grande valore. E tra chi ha saputo leggere i sogni c'e' stato anche chi ha ottenuto importanti onorificenze dai potenti di turno, tanto era il vantaggio dovuto alle informazioni trasmesse...
Dunque cosa e' successo? Perche' si e' smesso di parlarne? Eppure tutti noi produciamo sogni di continuo, di notte e di giorno, ad occhi chiusi ma anche ad occhi aperti, in certe situazioni..
Mi sono messa a cercare, a frugare nell'antichita', a spulciare documenti e testi, ad interrogare filosofi e scienziati di un tempo passato, il nostro tempo passato...E ho trovato una risposta. C'e' stato un momento storico durante il quale conveniva impedire la circolazione e la diffusione di certe informazioni, e di certe attivita'. Un tempo in cui non era conveniente al potere del momento che alcuni strumenti rimanessero disponibili, e che certe convinzioni permanessero radicate nelle abitudini della popolazione.
   Un tempo in cui e' stato piu' opportuno far sintonizzare l'attenzione delle genti su canali diversi, ben organizzati e ben presentati...
  E questa, in realta', e' la storia di sempre. Nei secoli sono stati utilizzati contenuti, forme e tempi differenti, ma il processo di condizionamento e di ipnosi e' sempre passato attraverso l'informazione. E la contro-informazione.  Cosi' alcune immagini vengono sovrapposte ad altre, l'intuizione e la razionalita' son divenute due nemici che si contendono il dono della conoscenza (anziche' esser riconosciute ed apprezzate nella loro complementarita'), i sogni personali vengono soverchiati da quelli di altri, appositamente confezionati in funzione di un preciso obbiettivo. E sapientemente inoculati, fino a che non vengono accolti in modo inconsapevole ed ingenuo...(in modo addirittura entusiastico, direbbe Z. Bauman).

 L'informazione e' uno strumento potente, e c'e' chi questo lo ha capito, e sa come avvalersene.
 E c'e' chi permette che questo strumento venga utilizzato a proprio discapito.

Con il lavoro qui presentato mi propongo di offrire un sintetico sguardo a cio' che la tradizione riporta sul tema: tanta umanita' ha riconosciuto l'utilita' e l'importanza di quanto il sogno comunica a chi lo produce. E' affiorata una storia interessante, e sono felice di condividerla, perche' riflette la mia stessa convinzione, che alimento nel quotidiano attraverso sperimentazione continua.
 E a differenza di molti, ne parlo senza imbarazzo, perche' il rispetto e l'ascolto delle suddette personalissime rappresentazioni ha cambiato la mia vita.
E continua a farlo ogni giorno, con crescente personale soddisfazione.

Vi auguro pertanto una felice lettura!


Riflessioni sull'onirocritica