Il Mio Blog non vuole essere un monologo, ma un invito all'incontro: pertanto sono graditi i commenti e il succedersi degli scambi che ne conseguono.
Buona lettura!
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sabato 4 maggio 2019

La maschera


È un pò che non scrivo su Il mio Blog: ho vissuto mesi impegnativi, e anche incisivi, che mi hanno resa partecipe di accadimenti nuovi, che a loro volta hanno reso visibili nuove porte - porte che spero di attraversare al più presto...

I miei sogni presentano giardini, percorsi in campagna e animali di vario tipo, che cambiano e crescono; ci sono terremoti in arrivo e intrusioni moleste; ci sono amici con cui preparare manicaretti da offrire a persone con cui condividerli. 
Sono passata al trotto attraverso eserciti armati, e mi sono rifugiata in luoghi accoglienti... E cosí come racconta la notte, io vivo il mio giorno: tra scoperte, sorprese e delusioni... Immagini e vita.

 Quando ho aperto Il mio Blog firmavo con uno pseudonimo - Terenzia Forse - che era nato per gioco durante l'esplorazione del mondo dei social. L'ho inserito inizialmente per gioco, in un gioco che non sapevo in che modo e se lo avrei poi proseguito. 
Forse...!

È trascorso del tempo da allora, e adesso i miei pezzi sono ospitati su spazi virtuali che mi consentono di avere confronti con persone di un certo interesse.
 Essere on-line, essere esposti ed esporsi per viaggiare con altri...

  Persone che si mostrano, come me, con nome e cognome - a loro volta impegnate nel piacere dello scambio e della provocazione. 

Capita, a volte, che alcune persone mi scrivano in privato - ho appositamente inserito un modulo di contatto nel blog - perché vogliono fruire di una linea riservata, perché non amano esporsi troppo, o per una serie di motivi che non sto qui ad elencare. 

Poi ci sono persone che non riescono tecnicamente a registrarsi, e quando inseriscono un commento risultano mittenti anonimi, ma poi hanno il buongusto di chiosare il pensiero inserendo il proprio nome e cognome.

Rimangono infine gli anonimi totali, coloro che scrivono, provocano, plaudono o esprimono concetti confusi mantenendo volutamente l'etichetta dell'anonimato. 

 E questo è un modo che mi dá da pensare.

 Cosa si cela dietro una maschera esposta? La volontà di esibirsi senza la serietà richiesta chi si pone in un dialogo? La disponibilità ad entrare nel gioco solo a metà? Ossia: entro, ma le regole le decido io! 

... Un atto violento, mi dico.

Io, questo, lo trovo un poco offensivo: nei confronti di chi ha messo su il gioco, aprendolo a tutti con l'intento grazioso di invitare ad un party chiunque abbia voglia di scambiare esperienze - o anche solo vezzosi esercizi di stile; e nei confronti di chi ha deciso di trattenersi in ascolto. 

La tua maschera si rivela offensiva verso chi si mostra da sé, e anche un poco offensiva verso te stesso, che fai prova di  avvertire un qualche imbarazzo nel dirci chi sei.



IL TITOLO: 

Il mio blog


LA NOTA:
"Il Mio Blog non vuole essere un monologo, ma un invito all'incontro: pertanto sono graditi i commenti e il succedersi degli scambi che ne conseguono. Buona lettura."

L'intento é lampante, reso visibile a chiare note... E dunque, che c'è?

Un gioco ha di suo che provoca gioia in chi decide di volevi giocare, e nel farlo, questi ha scelto di accettarne e rispettarne le regole a garanzia di un gradevole scambio. 

Io non vado a casa di altri senza dire il mio nome. 
Non mi presento coperta sul capo di un oscuro cappuccio.

 A me piace esporre il sorriso e incontrare persone che hanno voglia di divertirsi con me. 

Una maschera non ti rende invisibile: piuttosto ti rende molto presente, direi anche ingombrante, direi un pò fastidioso.

Come ho già detto a qualcuno: se giochi solo a nasconderti un pò, ti invito a farlo per un brevissimo tempo; se hai necessità di proteggere la tua immagine da sguardi ed orecchie indiscrete, puoi contattarmi in privato: so rispettare la privacy di ognuno, avendo assai in conto la mia personale.

 Ma se vuoi solo ottenere un primato veloce per la curiosità che cerchi di imporre, ti dico che hai bussato all'uscio sbagliato: qui non si confezionano misteri, non si custodiscono segreti nè si accettano nebbiose intrusioni.

 Se vuoi giocare con noi sappi che sei già nella festa, ma se intendi importunarci con questa sgradita molestia, ti ricordo che questo è il MIO BLOG, di nome e di fatto.

Memento audere semper....





P.s.
La "coscienza nominativa" propria di ogni essere vivente permette di svelare l'identità degli intrusi attraverso le immagini, quale epi-fania ontologica. Ma ciò vale solo per coloro che sanno davvero leggere questa grafica mentale. L'Innominato, di manzoniana memoria, non ne è stato capace fino alla sua conversione per opera di Lucia. 
Non tutti gli innominati però trovano il loro angelo, e rimangono nel loro miserabile inferno...

domenica 2 settembre 2018

Come ci informiamo?



Esplorando il web sono recentemente incappata nell'articolo "Quanto è alto il tempo" di Pino Mario De Stefano, incentrato sul tema del tempo e di come l'uomo abbia dimostrato, nel corso della sua evoluzione, di non saperlo gestire affatto, e di averlo attraversato un pò a casaccio. 

L'autore sostiene che quanto l'umanità è stata ad oggi in grado di realizzare in termini di storia e di accadimenti reali è solo il frutto di alterne fortune e di cieca incoscienza. La chiosa finale del suddetto articolo riporta una bella citazione che invita a riflettere:

"Ci conviene riconoscere, con J. d'Ormesson, che, se è vero che gli uomini fanno la storia, è altrettanto vero che “non sanno la storia che fanno. Anzi si potrebbe dire che la fanno loro malgrado".

Queste righe ci conducono direttamente al tema de "la visione": una visione confusa che l'essere umano ha sostanzialmente del proprio cammino e della direzione da percorrere; una visione presuntuosa, basata sulla mera logica razionale pescata dai lasciti della tradizione - quella accolta e stigmatizzata come La Tradizione -, che designa i modi cartesiani quali unici fari di cui noi mortali disponiamo per illuminare il vasto mare della conoscenza.

Il tema sembra caro all'autore, dato che già faceva capolino in un suo precedente articolo titolato "Critica della trasparenza". 
In quel caso venivano lì ammoniti i fruitori dell'arte storicamente intesa a non limitare l'esercizio della capacità percettiva all'utilizzo dei soli strumenti della razionalità condivisa. 
L'esortazione conclusiva, qui sotto riportata, mi ha convinta infine a scrivere questo post: 

"Può sembrare paradossale, ma, forse nel percorso della vita, bisognerebbe temere la chiarezza eccessiva. “Fidatevi dell’intelligenza seconda, fidatevi della notte”, ho letto, una volta, da qualche parte, e ho volentieri accolto questa apertura, generosa e liberante"

Nel corso dell'articolo De Stefano indica "la chiarezza eccessiva" come la meta idealistica e mai raggiungibile di chi, con limitati strumenti, vuole vedere tutto ciò che una immagine espone. Tale condizione, ci dice, andrebbe temuta, in quanto  irraggiungibile oppure realizzabile soltanto in modo illusorio - condizione, a mio avviso, certamente peggiore.

L'opera d'arte, nell'ambito della filosofia, viene indagata come espressione esemplare di quel processo informativo che tutto dice, ma i cui rimandi spesso non possono essere colti secondo l'ermeneutica convenzionale che fa uso di un linguaggio  "istituzionalmente" condiviso. 

Ne deriva pertanto la convinzione, difficile da contestare, secondo cui l'opera d'arte esprime l'indicibile, rimanda all'infinito, verso un luogo (esistenziale e metafisico) che si trova ben al di là della cornice che la racchiude e ce la offre.

Ciò che si espone alla percezione parla di sè, ha una capacità informativa ostensiva, attraverso un modo che, secondo il famoso motto di Wittgenstein per cui "di ciò di cui non si può parlare, bisogna tacere (T.L.P.)" ci condurrebbe all'accoglienza silenziosa.

La filosofia occidentale, però, denuncia qui un grosso limite: il linguaggio, sia pure ben declinato, non arriva a descrivere tutto, e non è il solo strumento attraverso cui presentare e condividere l'esperienza. 
Non è vero che il Reale è Razionale - per attardarci ancora un pò nei sentieri della filosofia - perché il Reale è molto molto di più, e trova espressione secondo modalità e forme non sempre "dicibili".

Ed è ciò che sperimentiamo ogni volta che ci poniamo dinanzi ad una immagine.
 La fruizione dell'arte esprime esemplarmente la complessità dell'atto conoscitivo, così come la difficoltà che incontriamo nel trasmetterne esaustivamente i contenuti - se così vogliamo definirli - ci mette dinanzi alla complessità del processo informativo.
 Che non può esaurirsi con il dire. Ma che richiede un altro "dire", più immediato e primordiale, che è strutturalmente connesso alla nostra esistenza.

Dinanzi a questa esperienza comprendiamo, in breve, che gli esseri umani condividono un modo comunicativo alternativo a quello istituzionale (quello che ci insegnano a scuola, insomma), che è  poetico, trasversale e globale.

Un linguaggio che attraverso le immagini ci parla da dentro e ci investe anche a livello organismico.
 Ma torniamo a De Stefano:

 “Fidatevi dell’intelligenza seconda, fidatevi della notte”, ho letto, una volta, da qualche parte, e ho volentieri accolto questa apertura, generosa e liberante"

Siamo soliti riferirci alla conoscenza viscerale come ad una intelligenza seconda, in quanto avvezzi a dar retta primariamente a quella razionale e cerebrale. 
Ma fior di scienziati hanno dimostrato che le nostre viscere presentano una struttura neuronale simile a quella del cosiddetto "primo cervello" ed anzi, forniscono ed elaborano informazioni molto più rapidamente di quello, tanto da meritarsi a buon diritto esse stesse il titolo di primo cervello - o intelligenza prima

"Primo" per intervento, utilità e funzionalità, quindi, ma purtroppo ancora "secondo" per attenzione riservata. 

Questa intelligenza viscerale va oltre i limiti dello strumento razionale, metabolizza e intercetta le immagini in maniera immediata e ci allerta se quanto impattiamo é buono, ci fa bene, o se provoca la necessità del rifiuto. 

Mi riferisco a quel sentire di pancia che ci mette misteriosamente in allerta, prima che noi arriviamo a razionalizzare gli eventi - e spesso proprio in contrasto con quell'operazione.

Quando ci riferiamo alla notte, indichiamo solitamente il periodo di presenza-assenza, quello in cui riposiamo e quindi esponiamo la nostra fragilità all'ambiente. 
In quella fase i nostri processi razionali sono rallentati, le nostre reazioni più blande... E la nostra intelligenza viscerale può finalmente informarci senza troppe sovrapposizioni. 

Lo fa, quindi, attraverso le immagini - brevi o collegate tra loro in una sequenza che sa di reale e di fantasioso al tempo stesso. E che ci informa, in modo completo, di quanto sta accadendo nel nostro personale percorso di vita. 

Un linguaggio che non siamo abituati a riconoscere nella sua importanza, e del quale sarebbe davvero opportuno recuperarne la capacità di lettura. 

Ciò potrebbe davvero favorire " un'apertura generosa e liberante".








   

                              

mercoledì 11 aprile 2018

Aurum non vulgi


Jung studiava l'uomo. E per incontrare l'uomo si mise a studiare le immagini che questi produce e ha prodotto nel tempo. Quelle interiori e quelle che nei secoli sono state estroflesse, venerate, additate e oscurate.

Locke, un pò di tempo prima, dichiarava che usiamo il linguaggio per condividere le nostre conoscenze del mondo, ma non è con il linguaggio che possiamo arrivare a conoscerlo. In particolare sosteneva che:

I nomi non si riferiscono alla realtà, ma alle idee esistenti nel nostro intelletto, e dunque il linguaggio non serve per lo studio della realtà, ma solo a porre ordine nel pensare.
Il linguaggio, quindi, non ci consente di cogliere l'essenza delle cose ma solo la loro essenza nominale: concetti, idee messe insieme a costruire e orientare direzioni di azione.

Era il Saggio sull'intelletto umanoquel testo in cui il pensatore scandagliava i vari modi in cui l'uomo arriva a conoscere. E così arrivò a definire diversi modi di conoscenza: per fede, per probabilità, per dimostrazione e per intuizione. Fino a dire che sì, siamo sempre nella sfera del probabile e dell'interpretabile, perché il linguaggio non arriva mai davvero ad esprimere quelle "chimere" che ognuno ha dentro di sé, quelle fantasticherie prodotte dalla nostra immaginazione che renderebbero egualmente autentica, qualora coerentemente espressa, la visione di un pazzo come quella di un uomo tenuto per sapiente.

Immaginazione, fantasticherie e chimere che ci muovono da dentro, nel privato, e ci danno una conoscenza del mondo che metabolizziamo e manipoliamo ogni dí.

Immagini che il linguaggio non arriva a descrivere, limitandosi a rappresentare idee eterogeneamente azzeccate tra loro. A volte spontanee, a volte trasmesse, a volte apprese con modi invadenti e non rispettosi.

Idea: una parola che viene dal greco ίδεἶν (ideìn), e indica l'atto del vedere, del cogliere con la mente ciò che appare... La percezione di immagini.

Conosciamo attraverso le immagini, ma il linguaggio che usiamo comunemente non riesce ad esprimerne completamente il senso...

E torniamo a Jung.
Come altri scienziati rivolse la sua attenzione alla potenza delle immagini, e ne raccolse tantissime da studiare: le immagini della tradizione mistica, filosofica, alchemica, quelle dei suoi pazienti e le proprie.
Dopo la sua morte ha trovato diffusione un libro di sogni personali che lui aveva pazientemente compilato per anni, commentando e annotando, con tenace sforzo interpretativo, alla ricerca di una misura che lo aiutasse a decodificarne l'espressione.

Un documento talmente personale e privato che l'autore stesso rifiutò alla pubblicazione per tutto il tempo in cui rimase in vita (lo fecero pubblicare gli eredi, a dispetto della sua volontà e in irrispettoso odor di moneta).

Era il suo Libro Rosso - di nome e di fatto.

Egli sapeva che il linguaggio immaginifico è il modo più intimo che abbiamo di parlare a noi stessi e di esibire la nostra realtà in modo diretto e sfrontato, in barba ai dettami sociali, alle suddette buone maniere e al comune senso del pudore.

 Esso ci mostra quello che in quel preciso momento stiamo facendo, la sua utilità e l'eventuale degrado che imponiamo alla nostra persona per scelte sbagliate, non rispettose della nostra più propria natura.

Un'infamia condotta per falsi giudizi che ricade su quanto facciamo, o la premessa azzeccata di un successo in fieri.

 Jung era noto come uomo di scienza, che andava esaltando la valorosa funzione formativa della psicologia, orientata a far comprendere - a suo parere - a chi non vede che ha solo necessità di imparare a farlo. 

Poteva forse mostrare a tutti i suoi dubbi, gli errori e le incertezze profonde, ma decise di tenere per sé i propri esercizi...

Il punto di grande dissenso con Freud, al quale si era accostato per un certo periodo, riguardava proprio l'approccio da colui riservato alla lettura dei sogni.

 Per Jung ciò che vediamo con gli occhi interiori della nostra persona (il sè l'anima, come la si preferisca indicare) non è solo relegato al passato: la vita è continua, attiva, muove e procede. E quanto eseguiamo riguarda il nostro presente che, per quanto inficiato del proprio vissuto (sia pure molto lontano nella linea del tempo), è radicato nell'attualità del nostro momento, e consequenzialmente, riguarda l'estensione futura degli echi del nostro operare.

Si ostenta pertanto una sintesi, sia pure sotto forma di enigma, del nostro momento corrente: situazione, sentimenti, pressioni, errori, variazioni e ambizioni. In un fantastico rebus abbiamo le coordinate della nostra esistenza - per come in quel dato momento stanno orientando il nostro percorso.

 Non una fumosa e magica precognizione, ma una progettazione viva, in itinere,  disponibile alla conoscenza intuitiva, alla percezione eidetica: una visione personale sincronica, irriducibilmente connessa  a quanto accaduto e alla direzione intrapresa. Un prospetto che possiamo variare, se solo impariamo a vederlo.

Questo era l'aurum non vulgi cui mirava la grande alchimia, rozzamente confusa nei suoi raffinati obbiettivi: voler mutare in preziosa la materia volgare  era lo sforzo esemplare per azionare un cambiamento di tipo diverso, mirato  a far uscire dall'oscuro rifugio ogni uomo, finalmente congiunto con quanto di se' per vari motivi si costringe a ignorare.
E questa auspicata ricongiunzione, descritta come slancio universale della natura verso la libertà di essere per sè, era quel valore piú  puro che Jung definiva "l'evidenza inalterabile della propria parte d'immortalità".

E l'immaginazione se ne rende capace parola.










giovedì 2 novembre 2017

INTUIZIONE !




Oggi ho discusso con una persona su cosa sia la facoltà del pensiero.

E' stato un giorno di festa, avevamo da poco terminato un raffinatissimo pasto e, come a volte succede, ci siamo immersi in un dialogo dai toni animati, il cui sapore aveva del quesito, del confronto, dello scontro assertivo... Fino alla conclusiva piacevole convergenza.

Un bel pasto completo, insomma!

La mia pregressa formazione filosofica, come una nemesi, mi spinge a considerare il pensare come un atto conoscitivo; la capacità di riflettere e di mettere insieme i pezzi, cioè, è sempre stata per me una forma di conoscenza che rende possibile la conoscenza per come solitamente la intendiamo, ossia la conoscenza delle cose.

Il mio interlocutore osteggiava vigorosamente tale approccio, sostenendo che il pensare costituisce solo un passaggio successivo, quello che è introdotto e reso possibile dall'intuizione.
E questa intuizione, identificata nella capacità computazionale, esplica l'intelligenza di cui è corredato l'essere umano. 

Mi sono sentita trascinata indietro di anni, in quelle aule universitarie in cui si contrapponeva una vaga idea metafisica di intuizione alla familiarissima capacità riflessiva e razionale. E a causa del sabotaggio dovuto alle mie memorie, mi sono distratta, perdendomi un passaggio di cui mi sono accorta solo in seguito, dopo ulteriori fiumi di parole, alzate di toni, e sbuffate impazienti di chi mi sedeva davanti.

La computazione: parola magica.

Ossia: il talento di mettere insieme le parti in maniera simultanea, quell' insieme di processi che trasformano gli impulsi che mi impattano in un linguaggio "leggibile" e percepibile.

Con l'espressione "intuizione", il mio interlocutore si riferiva a ciò che i neuroscienziati definiscono "TR", il tempo di reazioneun indice della velocità di processamento delle informazioni da parte del cervello umano - che tra l'altro, in merito agli stimoli visivi, impiega un tempo medio tra i 150 e i 300 millesimi di secondo.

Niente più artificiosa metafisica; oggi parla la scienza: ci sono tempi di reazione necessari a ordinare il bombardamento di informazioni, e sono stati anche calcolati!

E intanto che l'altro argomenta, mi si accende una lampadina. Mi viene in mente ciò che ho letto tempo fa su come i browser raccolgono le informazioni dal web e le traducono in un linguaggio comprensibile per gli utenti che hanno posto domande, avviando il processo di ricerca, di ricezione, e quindi di traduzione.

Computazione.
Anche in quel caso la velocità ha una sua importanza.

E questo linguaggio in cosa consiste? Non sorprendo nessuno se parlo di immagini, vero?
Fate una prova sul web, digitate qualcosa su Chrome - o su qualsiasi altro browser cui preferite affidarvi - e in pochi istanti avrete davanti una pagina piena di immagini e di scritte.

Bastano poche nozioni sul linguaggio macchina per comprendere che anche le scritte, in realtà, sono immagini - risultanti di un programma che stabilisce la visualizzazione di certe forme dovute al susseguirsi di specifiche istruzioni.

Ed ecco che come fruitori del web, ci relazioniamo ad un linguaggio comune, un linguaggio primordiale, nativo, universale, che può essere poi certamente e debitamente tradotto in molteplici linguaggi diversi: l'intuizione, che esperiamo (poi) come immagine, precede la capacità di pensare, di riflettere (su di essa e grazie ad essa).
Come sul web. Come nei film. Come nei sogni.

In questi giorni ho incontrato su carta Lev Manovic, professore emerito di Computer Science Program al City University di New York, il quale sostiene che la realtà virtuale rende possibile ciò che razionalmente potrebbe non essere, in quanto azzera i limiti che la finitezza storica ci impone (limiti spazio-temporali, limiti di gravità, limiti di azione...) e ci consente così di fruire di un'area libera, svincolata, in cui sperimentare, osservare e modificare il risultato di ciò che vogliamo realizzare.

Questo spazio costituisce una realtà libera in cui esperire e conoscere in modo nuovo, in padronanza di prospettive finora impossibili, e di poter quindi prevedere le conseguenze al punto da divenire noi stessi capaci di gestirle o evitarle prima ancora di realizzare concretamente il progetto.

Progetto che peró esiste già e accade, sia pure in altra forma ed in altro stato.

Malevic parla di software culture, ossia del fatto che la disponibilità di software, propria di questa era informatica in cui viviamo, e la loro fruizione, espandono sempre piú le nostre capacita cognitive, spingendoci ad agire in modo diverso, perché ci permettono essenzialmente di pensare in modo diverso.
Oggi noi abbiamo cioè a disposizione la visualizzazione di una intuizione nella sua complessità, e possiamo osservarla e studiarla in piena libertà, senza limiti di prospettiva: é lì e ci appella.

Immagini libere dai limiti della storia e della fisica, che sono il frutto di coordinate, di istruzioni: if...then (a fronte di certe condizioni accadono certi effetti)!

Proprio come nei sogni, nei quali le coordinate della nostra situazione danno vita ad una rappresentazione che oltrepassa i limiti imposti dal reale, attraverso un personalissimo processo intuitivo che computa informazioni e ce le rende accessibili.
E come un browser, in tempi rapidi, ci presenta delle immagini.

Su queste immagini potremo poi riflettere e argomentare, come fanno i critici d'arte, i filosofi e gli esegeti.

Ora, però, nella Babele degli interpreti, sarebbe opportuno verificare i criteri dei quali essi si servono, in quanto non sempre son chiari e rispettosi del naturale modo dell'umana specie.

Suggerisco, in merito, una utilissima lettura:











PEDAGOGIA ESISTENZIALE: SULLE ORME DI DANIELE BERNABEI



Proprio in questi giorni riflettevo su quante persone malate ci sono in circolazione: così tanta sofferenza che trova forma in individui alterati in maniera più o meno visibile, nel corpo o nei comportamenti.

Poi mi sono imbattuta nell’articolo di Daniele Bernabei qui pubblicato, e sono partite in corsa le dita sulla tastiera…

Chi mi segue lo sa: io sono quella che osserva gli altri come comunicanti, laddove ogni atto comunicativo è sempre un comportamento, un fare.

Watzlavick sosteneva che la cosiddetta malattia mentale e' sempre espressione di un modo comportamentale, una risposta ad una provocazione, eseguita secondo criteri non funzionali per il soggetto in un dato contesto: il qui e ora della persona, il suo stare in quell’universo così ben descritto da Bernabei nel testo succitato. 

E’ così: le leggi dell’uomo molto spesso impongono quanto le leggi della natura non contemplano, e chi vi si asserve - sia pure in buona fede - per ignoranza o per paura, si trova poi a far i conti con la Vita, giudice supremo dei nostri modi.

Heidegger utilizzava l’espressione Dasein per indicare l’uomo storico, quell’uomo lì, in quel momento lì, radicato alla terra su cui è nato, e in cui vive, momento per momento, sempre alle prese con la praticità dell’esistere. 
Individui che hanno un tempo limitato ma tanto potenziale da poter sviluppare, chiamati a scegliere se lasciarsi vivere, gettati tra le cose, o se attuare la propria autenticità.

Questa idea di autenticità e di scelta riportano all’incipit della Responsabilità, quella verso cui Bernabei punta il dito quando afferma che “c’è sempre una colpa…Il fatto stesso di mettersi sulla croce, lo fa colpevole”.

Ma come si fa a trovare la propria via? 

Heidegger parlava di una chiamata da parte dell’Essere… Qualcosa che viene da dentro in ognuno di noi, e si appellava all’ambiguo e ricchissimo linguaggio della poesia come espressione esemplare di tale appello, un linguaggio che chiama chiamando in causa tutto l’uomo, non solo “la sua parte razionale”: un linguaggio che parla per immagini e sensazioni… H. ricordava infatti, con Holderlin, che l’uomo abita poeticamente su questa terra.

Ma il linguaggio, per propri limiti strutturali, non è sufficiente a dire quanto può essere solo vissuto in prima persona, ed è qui che i filosofi hanno sempre trovato l’ostacolo…. Una ricerca che si ingolfa per via del limite degli strumenti disponibili.

Ecco che Bernabei ci accompagna in quello che B. Russell definirebbe “il salto di livello logico”, ossia ci sposta in una modalità diversa di indagine, una modalità personale, rispettosa della individualità storica di ognuno, che si serve di un linguaggio universale, e che rispetta i criteri di conformità alla nostra stessa natura storica: la funzionalità naturale, biologica ed esistenziale. 

Ci porta al cospetto del linguaggio delle immagini, e ci pone dinanzi a loro in maniera totale, a chiederci come le nostre cellule reagiscono.

Non è più la nebulosa e a volte comoda metafisica di certi noti filosofi, ma una scienza diversa, a cui siamo poco avvezzi e che inizialmente destabilizza.

La legge dell’uomo costruisce un mondo di valori, che variano nel tempo e nello spazio secondo i flussi degli eventi e dei colori del vincitore di turno; la legge della natura risponde solo a se stessa e ci chiama direttamente, da dentro, e ci parla, e ci dice di noi. 

E’ quella spinta verso l’autentico che non molti hanno il coraggio di assecondare. E’ quell’istanza che ci sottrae al modo dell’esser cose o pupazzi, che rischiara il senso di un vagare che ci pone umili e ci riempie di domande, spingendoci a cercare.


Mi guardo intorno e nel vedere tanta sofferenza diffusa mi chiedo quanto ancora ci vuole perché la pedagogia renda possibile un accostamento delle leggi dell’uomo a quelle della natura, e si faccia finalmente pedagogia esistenziale.

Bernabei, nel suo scritto, si sofferma sulle dinamiche della rimozione, ed io stessa mi chiedo se questa cecità, questo ritardo e questa titubanza non siano il frutto di una più ampia rimozione che l’umanità tutta ha eseguito su stessa e sui propri canali gnoseologici: abbiamo dimenticato l’importanza di osservare le immagini, abbiamo dimenticato come leggerle, abbiamo dimenticato di ascoltare noi stessi.

 Tutti proiettati nella costruzione di un senso da attribuire a ciò che c’è fuori, dietro la spinta della legge che uomini dai colori vincenti, in un dato momento, hanno codificato per noi.





mercoledì 15 febbraio 2017

NAVIGATORE ESISTENZIALE




Ho compiuto da poche ore 44 anni: un bel record, mi dico. Come ogni personcina seria, adesso dovrei fare il mio discorso di valutazione, in cui tirar le somme su quante delle mie aspirazioni, nel frattempo, si son concretizzate, di quanto vorrei ancora realizzare, di progetti, sorrisi e cotillon...

E invece no.

Io sono quella strana, la filosofa, quella che fa sempre a modo suo... La capocciona... E allora, in pieno rispetto alle suddette descrizioni che mi capita spesso di ricevere, faccio a modo mio. Niente consuntivi: solo uno sguardo in avanti!  Mi sembra il modo migliore per iniziare il viaggio numero quarantacinque. O meglio: per continuare un viaggio che dura da quarantaquattro anni compiuti!

E allora sia: buon compleanno e buona continuazione! Me lo dico primariamente da sola, un pò per regalarmi allegria e un pò per consolarmi anche delle sbandate in cui mi sono imbattuta.
Per dirla tutta, i consuntivi li faccio di frequente, mica aspetto il 13 febbraio di ogni anno! quindi, il compleanno lo festeggio come un giorno da vivere, possibilmente in libertà, a modo mio. Niente eccessi, niente rituali stravaganti, niente contatti formali o necessariamente "politico-diplomatici".

Faccio quello che mi va, e me la godo. E venite a dirmi che è sbagliato.

Ho sempre ritenuto che la data del compleanno fosse una data importante, da festeggiare: si nasce una volta sola! Vero, ma si vive anche, una volta sola - almeno ad esperienza nota. Quindi avvio il tergicristalli della mia mente e tolgo un pò di memorie patinate dallo schermo: la torta piena di panna, le candeline, i sorrisi, le telefonate... Quella frase ripetuta in modo squillante (tanti auguriiii)... Tutta quella luminosità disneyana...

In realtà, quando ero piccola, ogni anno era la stessa solfa: il pranzo in famiglia, risposte cordiali ad auguri forzati, la foto di gruppo mentre spegnevo le candeline - di colore rigorosamente rosa -, il taglio della prima fetta di torta, i pacchetti da scartare.. etc etc etc.

I tergicristalli fanno un altro giro e, a dirla tutta, provo un pò di oppressione: una rappresentazione permanente, ripetuta, scricchiolante e falsamente morbida, eccessivamente zuccherata... Insomma: indigesta come lo sono le meringhe.

A poco a poco ho cominciato a rifiutare le torte e poi tutto il resto è sfumato via, verso un modo diverso di celebrare me stessa, un modo che si è esteso, al passo della mia evoluzione, al calendario intero.

Il Cappellaio matto raccontato da L. Carroll festeggiava i non-compleanni, e io cerco di vivere bene ogni giorno che mi trovo a percorrere: penso sia il modo migliore per onorare lo straordinario evento di una nascita. Una nascita che, nel mio caso, è iniziata alle 4.00 di un lontano mattino, ma che si rinnova di continuo nelle cose che faccio, giuste o sbagliate (per me, ovviamente, nel modo ostinato che ho di dire la mia).

Ogni azione è un inizio, lo è ogni pensiero, lo è - prima ancora - ogni immagine che produciamo o che ci viene indotta.

Eccola che ricomincia a parlare di sogni! Si, lo ammetto, non posso evitarlo: qualcuno dovrà pure ricordare che i sogni precedono i fatti. Una realtà che diamo un pò troppo per scontata, a tal punto dall'ignorarne le relative implicazioni.

Non me ne voglia l'amico borbottone, se adesso mi metto a citare la definizione che M. Heidegger dava nei suoi scritti del concetto di "autenticità". 
Lo prego di pazientare, magari sbuffando, ma di concedermi di esprimere compiutamente il mio pensiero.

H. sosteneva che  l'uomo, questo essere storico, che accade individualmente nel qui ed ora, sperimenta se stesso in un contesto di possibilità che richiedono attuazione. Egli indicava nella nascita un evento che "getta" l'individuo in un contesto ben definito (nasciamo all'interno di una società, che è caratterizzata da una cultura propria), situato, e che viene così a sottoporre il nato all'esperienza della "inautenticità". 

Il termine utilizzato allo scopo in lingua tedesca è Uneigentlichkeit, che contiene l'espressione Eigen - qui negata dal prefisso un -  che indica letteralmente il concetto di "proprio", "peculiare". 

   Ossia, la cultura, l'educazione, la tradizione all'interno della quale esperiamo la nostra esistenza, sono acquisiti, sono impropri. Lo sforzo che ogni individuo si trova a sostenere nel corso della vita, continua il filosofo, è quello di attuare la Eigentlichkeit, ossia il proprio modo, l'autenticità. Solo così egli potrà davvero esistere, ossia disvelarsi (exsistere).

E qui casca l'asino, intanto che l'amico borbottone -  spinto al limite massimo della sopportazione, lo so e me ne scuso - può riprendere a respirare, perché la domanda che emerge immediata, dopo quel gesto pensoso del capo che muove dall'alto al basso un paio di volte, con espressione accigliata, è la seguente: d'accordo, siamo individui storicamente situati, descritti come "progetti gettati in un mondo esistenziale", ossia interagiamo dinamicamente con contesti di interazioni inevitabili (l'espressione originale è tradotta solitamente con "abitare presso", in contrasto con l'idea di qualcosa che è contenuto in qualcos'altro - l'es.  dell'acqua nel bicchiere), proiettati verso l'attuazione delle nostre possibilità, ed esistiamo facendo, realizzando scelte in direzione di un modo che vuole essere il più proprio.

Ok, fin qui ti seguo, e mi piace pure!! .... E qual'è il criterio? Cosa mi assicura di star camminando in direzione della mia autenticità? Come convalido l'azione rispetto a ciò che viene descritto a tutti gli effetti come ciò che oggi è noto in termini di ISO ? Un Iso di natura, evidentemente...

La filosofia ha i suoi limiti, anche quella che si vuole opporre alla bieca metafisica. La risposta alla domanda, M. Heidegger, non la dà. Il discorso percorre sentieri interrotti (è anche il titolo di un'opera dello stesso autore), nel senso effettivo di interruzione di ragionamento.

L'autore sostiene che la consapevolezza del nostro essere finiti - prima o poi moriremo - coincide con la consapevolezza che quella condizione sarà la possibilità estrema, ossia la possibilità che nega ulteriori possibilità (la fine dei giochi, insomma), e questo ci riporta all'urgenza di usare la vita in modo consono, ossia autentico.

Questa è ovviamente una non risposta ad una domanda che l'autore evita di porre.

Ma la psicologia non si risparmia l'esercizio, e individua nelle immagini oniriche l'espressione simbolica della relazione tra il nostro "proprio" (l'eigen) e il mondo (presso cui esso abita): l'Iso di natura è un nucleo, un progetto che, nel corso del suo esistere storicamente (svelarsi, manifestarsi accadendo), interagisce secondo varie modalità: alcune funzionali, altre distoniche, non utili, o anche nocive. Le immagini oniriche - come un navigatore di tutto rispetto - descrivono la rotta in atto, evidenziando pericoli ed opportunità.


Poi bisogna essere in grado di leggerle... E questo è un altro bel paio di maniche!