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mercoledì 11 aprile 2018

Aurum non vulgi


Jung studiava l'uomo. E per incontrare l'uomo si mise a studiare le immagini che questi produce e ha prodotto nel tempo. Quelle interiori e quelle che nei secoli sono state estroflesse, venerate, additate e oscurate.

Locke, un pò di tempo prima, dichiarava che usiamo il linguaggio per condividere le nostre conoscenze del mondo, ma non è con il linguaggio che possiamo arrivare a conoscerlo. In particolare sosteneva che:

I nomi non si riferiscono alla realtà, ma alle idee esistenti nel nostro intelletto, e dunque il linguaggio non serve per lo studio della realtà, ma solo a porre ordine nel pensare.
Il linguaggio, quindi, non ci consente di cogliere l'essenza delle cose ma solo la loro essenza nominale: concetti, idee messe insieme a costruire e orientare direzioni di azione.

Era il Saggio sull'intelletto umanoquel testo in cui il pensatore scandagliava i vari modi in cui l'uomo arriva a conoscere. E così arrivò a definire diversi modi di conoscenza: per fede, per probabilità, per dimostrazione e per intuizione. Fino a dire che sì, siamo sempre nella sfera del probabile e dell'interpretabile, perché il linguaggio non arriva mai davvero ad esprimere quelle "chimere" che ognuno ha dentro di sé, quelle fantasticherie prodotte dalla nostra immaginazione che renderebbero egualmente autentica, qualora coerentemente espressa, la visione di un pazzo come quella di un uomo tenuto per sapiente.

Immaginazione, fantasticherie e chimere che ci muovono da dentro, nel privato, e ci danno una conoscenza del mondo che metabolizziamo e manipoliamo ogni dí.

Immagini che il linguaggio non arriva a descrivere, limitandosi a rappresentare idee eterogeneamente azzeccate tra loro. A volte spontanee, a volte trasmesse, a volte apprese con modi invadenti e non rispettosi.

Idea: una parola che viene dal greco ίδεἶν (ideìn), e indica l'atto del vedere, del cogliere con la mente ciò che appare... La percezione di immagini.

Conosciamo attraverso le immagini, ma il linguaggio che usiamo comunemente non riesce ad esprimerne completamente il senso...

E torniamo a Jung.
Come altri scienziati rivolse la sua attenzione alla potenza delle immagini, e ne raccolse tantissime da studiare: le immagini della tradizione mistica, filosofica, alchemica, quelle dei suoi pazienti e le proprie.
Dopo la sua morte ha trovato diffusione un libro di sogni personali che lui aveva pazientemente compilato per anni, commentando e annotando, con tenace sforzo interpretativo, alla ricerca di una misura che lo aiutasse a decodificarne l'espressione.

Un documento talmente personale e privato che l'autore stesso rifiutò alla pubblicazione per tutto il tempo in cui rimase in vita (lo fecero pubblicare gli eredi, a dispetto della sua volontà e in irrispettoso odor di moneta).

Era il suo Libro Rosso - di nome e di fatto.

Egli sapeva che il linguaggio immaginifico è il modo più intimo che abbiamo di parlare a noi stessi e di esibire la nostra realtà in modo diretto e sfrontato, in barba ai dettami sociali, alle suddette buone maniere e al comune senso del pudore.

 Esso ci mostra quello che in quel preciso momento stiamo facendo, la sua utilità e l'eventuale degrado che imponiamo alla nostra persona per scelte sbagliate, non rispettose della nostra più propria natura.

Un'infamia condotta per falsi giudizi che ricade su quanto facciamo, o la premessa azzeccata di un successo in fieri.

 Jung era noto come uomo di scienza, che andava esaltando la valorosa funzione formativa della psicologia, orientata a far comprendere - a suo parere - a chi non vede che ha solo necessità di imparare a farlo. 

Poteva forse mostrare a tutti i suoi dubbi, gli errori e le incertezze profonde, ma decise di tenere per sé i propri esercizi...

Il punto di grande dissenso con Freud, al quale si era accostato per un certo periodo, riguardava proprio l'approccio da colui riservato alla lettura dei sogni.

 Per Jung ciò che vediamo con gli occhi interiori della nostra persona (il sè l'anima, come la si preferisca indicare) non è solo relegato al passato: la vita è continua, attiva, muove e procede. E quanto eseguiamo riguarda il nostro presente che, per quanto inficiato del proprio vissuto (sia pure molto lontano nella linea del tempo), è radicato nell'attualità del nostro momento, e consequenzialmente, riguarda l'estensione futura degli echi del nostro operare.

Si ostenta pertanto una sintesi, sia pure sotto forma di enigma, del nostro momento corrente: situazione, sentimenti, pressioni, errori, variazioni e ambizioni. In un fantastico rebus abbiamo le coordinate della nostra esistenza - per come in quel dato momento stanno orientando il nostro percorso.

 Non una fumosa e magica precognizione, ma una progettazione viva, in itinere,  disponibile alla conoscenza intuitiva, alla percezione eidetica: una visione personale sincronica, irriducibilmente connessa  a quanto accaduto e alla direzione intrapresa. Un prospetto che possiamo variare, se solo impariamo a vederlo.

Questo era l'aurum non vulgi cui mirava la grande alchimia, rozzamente confusa nei suoi raffinati obbiettivi: voler mutare in preziosa la materia volgare  era lo sforzo esemplare per azionare un cambiamento di tipo diverso, mirato  a far uscire dall'oscuro rifugio ogni uomo, finalmente congiunto con quanto di se' per vari motivi si costringe a ignorare.
E questa auspicata ricongiunzione, descritta come slancio universale della natura verso la libertà di essere per sè, era quel valore piú  puro che Jung definiva "l'evidenza inalterabile della propria parte d'immortalità".

E l'immaginazione se ne rende capace parola.










martedì 6 dicembre 2016

Sulla conoscenza: immagina.

Scrivo questo post in risposta alle riflessioni di De Negri su "i modi del conoscere" pubblicate su Agoravox nei giorni scorsi.

Ringrazio innanzitutto l'autore per aver citato la mia persona, compiaciuta del fatto che ciò che scrivo può stimolare riflessioni in chi mi legge.
Testo
Dunque, l'autore ci dice che l'uomo in cerca di conoscenza può appellarsi alla capacità di astrazione, all'istinto e all'esperienza diretta. Lo stesso può anche far uso dell'arte dissimulatoria, ed utilizzare a suo piacere la menzogna per dire la verità. 

Nell'elenco dei molteplici strumenti descritti e corredati di esempi applicativi, ne è stato però trascurato il più elementare, che proprio a causa di tale sua elementarità naturale tendiamo un pò tutti a tralasciare, dimenticando di riconoscergli la giusta importanza.

Provvedo quindi immantinente a colmare la lacuna.
Da sempre gli uomini si sono espressi attraverso le immagini: abbiamo appreso molto delle civiltà che ci hanno preceduto solo osservando le immagini che ci hanno lasciato, sin dalla siddetta "preistoria". 

Attualmente viviamo in quella che i sociologi chiamano "la società delle immagini", bombardati da esse e desiderosi di riceverne ancora: non sappiamo proprio farne a meno. Gli stessi pc, non sapremmo più utilizzarli se perdessero quelle capacità grafiche che ne fanno tanto lievitare il prezzo. 

Le immagini ci circondano, ci spingono a provare emozioni, a fare cose ed azioni, e ci agevolano negli sforzi di comprensione. Lo fanno in modo corretto, a volte - il disegno delle posate vicino ad un piatto presso una zona di ristoro, ad es. - e perverso in altre - basta osservare qualche spot pubblicitario...

Il tanto sovrastimato Freud ha definito le immagini come il linguaggio dell'inconscio, il linguaggio universale che accomuna gli uomini e li allerta sulle coordinate di quanto stanno esperendo. Purtroppo Sigmund inseriva le sue riflessioni in un contesto limitato a dinamiche meramente sessuali, ma ricordiamoci pure che la sua "Interpretazione dei sogni" risale al 1899.... Insomma, era figlio del suo tempo e di una cultura storica ben definita!

Con Jung il discorso cominciò a farsi serio... Anche se sarebbe più corretto dire che tornò a farsi serio. Si, perché in passato - un passato davvero lontano - gli uomini davano molta importanza a questo linguaggio.

I medici stessi tenevano conto dei sogni dei loro pazienti che, osservati in concomitanza con la situazione personale, usi e abitudini degli stessi, emergevano come fondamentale strumento diagnostico.
E questo lo ritroviamo nelle culture più antiche e più distanti tra loro, da oriente a occidente. 

Da noi, in occidente, fu per via dell'intervento del clero, con l'avvento del medioevo, che lo studio delle immagini venne bandito. Accusati di paganesimo e condannati a morte se avessero proseguito l'esercizio di tale scienza, gli esperti furono costretti al silenzio, e la loro arte indirizzata all'oblio. 

I barbari scorrazzavano liberi, predando un potere che solo la Chiesa riusciva faticosamente a contrastate: perché vi fosse forza (potere) era necessaria l'obbedienza del popolo ad un solo sovrano che, per grazia divina e con incontestata autorità, tenesse docilmente unita la gente nel rispetto di un ente (rappresentante e portavoce terreno del divino) riconosciuto nel ruolo debitamente sponsorizzato di dispensatore unico (unicamente autorizzato dall'alto, appunto) di conoscenza e salvezza.

Molti studiosi migrarono dal decadente Occidente in direzione dell'illuminato Oriente, e lì diffusero e approfondirono le proprie conoscenze, contribuendo alla traduzione di testi classici e al dialogo scientifico. Il convergere di culture diverse rese possibile, in quei luoghi, la creazione di scuole e di centri culturali importanti, che attiravano a loro volta scienziati da ogni dove.
Gli scambi economici poi, e gli spostamenti dovuti alle stesse crociate, riportarono in patria quella stessa cultura che ivi era stata oscurata e aveva così contribuito al perseverare dei tempi bui e del tragico processo involutivo ben noto.

In Oriente però quei saperi avevano raggiunto elevata eccellenza, e fu proprio per merito del loro ritorno che prese piede quell'epoca viva che abbiamo chiamato "Rinascimento": l'epoca in cui l'uomo, riscosso dallo scuro torpore, cominciò a reindirizzare curiosamente lo sguardo verso se stesso, verso il proprio sentire e i propri strumenti. 

Si tornò a parlare di immagini, si rispolverarono gli antichi trattati sulla lettura ed il valore dei sogni, e si è ripreso un cammino che non ha trovato più interruzione.
Non mi dilungherò sulle fanfaronate di chi scimmiotta la scienza per bieco interesse commerciale: ce n'è per tutti e in ogni campo... Figurarsi sulla lettura dei sogni!

Aristotele, attento studioso della natura e dell'essere umano, nonostante la fama di efferato empirista, scrisse nel De Anima che il sonno serve a recuperare le energie consumate, e i sogni che intanto intervengono hanno a loro volta una funzione importante per indirizzare le azioni del giorno e comprendere quanto accade nel nostro interesse.
E sono stati in tanti a pensarla così, prima e dopo di lui.
Molti scienziati hanno trovato importanti risposte nelle immagini che hanno donato a se stessi durante il riposo, ieri come oggi.

Si, ma come comprenderne il senso? 

La prevaricante modalità razionale ha intasato i nostri canali adibiti alla capacità di comprendere, offuscando gli stessi processi intuitivi: una coltre di ipotesi e dubbi soggiungono così ad oscurare la naturale visione. Assetati di conoscenza, sempre in cerca di nuovi strumenti, abbiamo dimenticato quelli che, primi, ci ha fornito la nostra natura, e che pure permangono in noi funzionali.

La natura ci ha fatti ed essa ci guida attraverso se stessa, con allerte immediate che noi trascuriamo.

La natura ci parla secondo se stessa, usando un linguaggio che può andar bene per tutti: l'immagine è il modo più rapido di cui noi disponiamo per recepire un messaggio.

E dunque, come ignorarla?

Così, quando al risveglio rimangono vive le impressioni visionate nel torpore notturno, attenzione: si tratta di noi! E' importante rivolgersi ad esse con il giusto rispetto e con la dovuta umiltà.