Il Mio Blog non vuole essere un monologo, ma un invito all'incontro: pertanto sono graditi i commenti e il succedersi degli scambi che ne conseguono.
Buona lettura!

sabato 29 maggio 2021

Che qualcuno lo dica

  

Una domenica mattina, una delle mie tante escursioni tra campi e boschi. Viaggio con una cara amica che da anni, ormai, accetta di seguire col sorriso le mie scorribande. Abbiamo scarpinato nel fango, raccolto ortica selvatica, sonnecchiato tra i cardi e sorriso davanti a un vitello che succhiava il latte dal corpo materno.

Una splendida giornata di sole, satura dei profumi dolciastri di questa strana primavera che è lenta a svelarsi. Finalmente distese, anche se stanche, ci dirigiamo verso casa. Poi, però, lo sguardo cade su un campo in cui una decina di asini pascolano sereni. Hanno il pelo arruffato, sono di colori diversi, con le grandi chiazze bianche intorno agli occhi e le caratteristiche lunghe orecchie.

Non riuscendo a resistere, ci fermiamo, e li vediamo arrivare in un attimo: ci raggiungono fino al recinto, allungando il muso verso le nostre mani. La mia amica raccoglie erba fresca dal suolo e la offre ridendo davanti allo spettacolo allegro che ci si para dinanzi: gli uni con gli altri, i musi vicini, si tolgono i fili di bocca. E così il gioco prosegue, con manciate di erba tenera e veloci bocche pelose che masticano.

Mi guardo intorno, chiedendomi perché vengono allevati degli asini. Sono belli, certo, ma oggi si fa tutto per profitto… e vedo un cartello di legno, con su scritto a caratteri storti “si vendono uova fresche ed altro”. Uno sguardo di intesa e ci diamo da fare: andiamo a vedere.

Raggiungiamo un ometto, avanti negli anni, un po’ curvo, che ci sorride invitandoci a entrare. E’ lui il capoclan: vive lì con la famiglia, con le galline, gli asini e alcune capre.  Ci dice che, in effetti, dovrebbe correggere il cartello: lui vende le uova, quanto all’ “ed altro”, non sa bene cos’è. Ci racconta che le capre le gestisce il genero, producendo pochi formaggi (che poi avremo il piacere di assaggiare); quanto agli asini, non sa nemmeno lui perché il figlio abbia deciso di allevarli…

Domenico, è questo il suo nome, ci accoglie in casa per presentarci Teresa, la moglie: una donna robusta dagli occhi buoni, che ci prepara un caffè e fa spazio sul tavolo. Sediamo in una piccola cucina dall’aspetto vissuto, i piatti svuotati ancora sul tavolo dopo un pranzo in famiglia appena concluso.

Io e la mia amica sediamo, a nostro agio, e parliamo a lungo con loro: respiriamo un’atmosfera benevola che ci fa stare bene; l’atmosfera è rilassata e gioviale. Domenico ci racconta delle sue galline, di quella piccola, nera e ribelle, che smaniosa di libertà, aveva covato all’aperto, sotto la protezione di un grosso cavolo. Tanta l’ostinazione che le uova si erano poi schiuse, lasciando uscire dei sani pulcini. Ci parla della sua infanzia, al paese in Abbruzzo, quando la carne non si mangiava quasi mai, perché gli animali costavano, e costava fatica nutrirli. I polli di oggi, però… Ci fa il nome di allevatori famosi alle cronache, del modo in cui allevano le bestie che poi la gente acquista, per pochi euro, al supermercato.

Parliamo dei nipoti, della scuola, del fatto che molti ragazzi crescono senza avere la fortuna di poter toccare la terra, senza conoscere il verso di alcuni animali. Loro hanno tre figli, e ognuno ha altrettanti bambini - qualcuno di più - e vivono lì, tutti vicini, condividendo un pezzo di terra che accoglie animali, un bell’orto e una serra.

Il nostro ospite tiene banco, un cerimoniere di corte, e restiamo in silenzio a seguirne i volteggi mentali; abbiamo gli occhi sgranati e le orecchie spalancate intanto che il tempo scorre veloce verso la sera. Lui si è rovinato una spalla lavorando la terra, ma non si ferma, nonostante l’età: è lì, tutti i giorni sul campo. Dopo un po’ infatti si congeda con una frase cortese e torna al lavoro. Ci dice la moglie che lui si fermerà solo da morto. Sorride, Teresa, con un’espressione di semi-rimprovero e approvazione: si vede da come scherzano che l’intesa tra loro è sana.

 Compro le uova e mi invitano a vedere la serra: dietro la porticina sbilenca, custodita da un lucchetto rugginoso, vedo file lunghe di insalate giganti, così belle e sode da sembrare gioielli. Rimango ammaliata da tanta semplicità, umanità e benevolenza.

Teresa mi consegna un cespo di canasta che ha appena colto: un regalo per me, secondo i rituali di una ospitalità antica e dimenticata da molti. Un benvenuto che segna il primo di incontri futuri. L’insalata è croccante e piena di terra, il suo diametro supera quello del mio busto. Lavorare la terra è faticoso, e questa coppia, avanti negli anni, fatica.

 E accolgono me, con calore, con fiducia e con doni preziosi.

Ci diamo un appuntamento a breve perché ho intenzione di acquistare i formaggi, ed il loro genero non è in casa. E così io ritorno, e scopro che altri parenti gestiscono api e, a breve, produrranno miele di acacia e castagno.

 Altra lunga conversazione, altre risate, ancora festa. I piccoli caci hanno il sapore dei miei ospiti: semplici, genuini e sinceri. Tra una visita e un’altra si susseguono bicchieri di vino, racconti, riflessioni e sorrisi. Ogni volta, in auto, percorro una strada diversa per raggiungerli, ma l’accoglienza è sempre la stessa.

 Ieri, licenziandomi, ho ricevuto un abbraccio materno. Ci vedremo domani, probabilmente: le ho promesso un rimedio per le ginocchia dolenti.

Teresa mi ha raccontato di sé, di come è arrivata in Italia da Asmara ai tempi in cui dall’Eritrea si partiva per tornare dopo alcuni anni di lavoro. “Io volevo aiutare i miei fratelli e così sono partita da sola, non conoscevo nessuno, ma sono stata fortunata: ho trovato tante brave persone” - Teresa ha cresciuto i figli di altri, prima di crescere i suoi. Lo ha fatto per soldi e lo ha fatto per necessità. Ha cresciuto anche i figli dei fratelli che sono morti durante la guerra, e li ha aiutati a venire via da quel paese ferito. Ora i nipoti sono tutti sistemati: la scuola, il lavoro, e i loro figli. A questa donna brillano gli occhi mentre sorride al nipotino più piccolo che si avvicina timidamente stringendo la mano alla mamma, che entra in cucina per un saluto. Entrambi sono scuri di pelle, capelli ricci e zigomi alti. La voce rivela la cadenza romana.

Il suono corposo conquista lo spazio nel raccontare della sorella più giovane, figlia di un padre diverso, che è rimasta ad Asmara, e i nipoti che sono migrati in Canada, e i suoi figli, che le vivono accanto. La casa è piccina, eppure mi sembra enorme, piena di vita e di urla, di capricci e di gambette veloci...

Le dico, commossa, che ha vissuta una vita importante, suggerendo quello che sa: che lei ha avuto tanti, tantissimi figli.  Sorride e dice di sì, che è felice. La sua vita, ora sta qui.

La voce rimane serena anche quando descrive gli orrori, la fatica e le incertezze: ha dovuto guadagnare molti soldi per consentire ai ragazzi di approdare in Italia: storie di barconi, di capò, di un sistema malato.  Mi ha descritto i campi di accoglienza nella loro vera natura: prigioni violente che snaturano l’uomo, a cui tolgono quel poco che c’è e la dignità di esistenza. Dove si ruba su quanto già è stato rubato.

L’ha superato, tutto questo, Teresa, e i suoi ragazzi sono divenuti uomini e padri. Dopo aver faticosamente comprato – sue le parole – la libertà dei suoi cari, questi si sono dati da fare, e lavorando onestamente hanno ricostruito la dignità sequestrata.

Questa famiglia, con i suoi modi, con la sua storia, ha toccato qualcosa dentro di me. E ora sono qui, a scrivere di loro su questa tastiera, perché le parole cupe mi girano ancora e ancora nel cuore: “nessuno lo sa perché nessuno lo dice”.






 

mercoledì 19 maggio 2021

Saluto

 

Oggi pianterò un altro albero. Come un paio di mesi fa. Solo che non lo pianterò in nome del compagno di vita, quello che in pochi minuti, in modo inatteso e indesiderabile, mi ha lasciata per sempre, fuggendo via da quel corpo fragile, che gli era diventato nemico.

Lo pianterò per Vittorio, un uomo buono, che ho conosciuto anni fa, e che ha vissuto alla porta accanto alla mia per una decina di anni. 

Vittorio viveva solo, con pochi amici, nessuna famiglia, un anonimo tutore assegnato dalle istituzioni e i suoi vicini. Con me era gentile, sorrideva sempre e mi chiamava quando aveva necessità. Se n’è andato così, non sappiamo come, nel silenzio della sua stanza. Lo hanno trovato i pompieri, su insistenza di un amico che non aveva sue notizie da alcuni giorni. Mi hanno telefonato gli altri vicini per dirmelo, e qualcosa è esploso dentro di me. Ancora.. Posso solo scrivere, tra le lacrime, questo breve commiato. Che gli sia di carezza, che sia ancora un sorriso per lui, di quelli che lui cercava e che mi uscivano sinceri davanti ai suoi grandi occhi confusi. Prendeva dei farmaci, Vittorio, per stare tranquillo, mi diceva, perché in passato aveva fatto cose brutte. Quali non si sa, non lo ha mai detto.  

Se ne è andato da solo, nel silenzio, nell’ignoranza di chi sapeva di lui. Pochi giorni prima era allegro, mi dicono, aveva comprato abiti nuovi, belle scarpe, aveva rifatto il look. Aveva anche superato indenne la prima dose di vaccino.

Tempo di covid e di distacco, di paura, di perdite. Un tempo triste, il nostro. Un tempo triste il mio: accolgo la solitudine degli altri benedicendola con la mia compassione.

In un mondo che ci vuole sempre più lontani e distaccati, in cui i ragazzi imparano a condividere il meno possibile e gli uomini muoiono soli, per mano propria, o per invisibili cause.

L’ennesimo strappo al mio cuore.





lunedì 17 maggio 2021

Alzano Lombardo: la prima Accademia per Ambasciatori per la Giustizia Climatica del 2021

 


 Alzano Lombardo, provincia di Bergamo. Area divenuta ben nota alle cronache italiane nell’ultimo anno a causa della devastanti conseguenze della diffusione pandemica. 

Qui l’inizio della sciagura, ma anche della ripresa grazie alla forza, all’entusiasmo, alla cultura e all’amore per la vita e per la Terra.

Una telefonata, qualche ricerca…Rimango sorpresa dalle attività e dal ricco fermento che popola l’Istituto Comprensivo Rita Levi Montalcini che si compone di una scuola dell’infanzia, 3 scuole primarie, e 2 secondarie di primo grado.

Mi interfaccio con la prof.ssa Marcella Assolari – docente si scuola Secondaria di I grado, Coordinatore Progetto Sostenibilità GREEN SCHOOL nel suo istituto, organizzatrice insieme ad altre cinque colleghe della Accademia Ambasciatori Giustizia Climatica – una donna entusiasta e molto dinamica, che mi accoglie con un sorriso sincero e un fiume di parole. Mi risponde dall’auto, mentre si sposta da un impegno ad un altro, e con toni gentili si intrattiene ad espormi che cosa sta accadendo nel suo territorio.

Il SUO territorio perché lei, con la sua scuola e con i suoi ragazzi, con i colleghi e le amministrazioni limitrofe, lei e la popolazione che capisce, che sa e che vuole si sappia, recuperano uno spazio comune in collaborazione con chi lo vive, quello spazio, loro che desiderano renderlo migliore. 

Un coro di amore emerge da azioni diverse, fatte di solidarietà, di educazione, di esperimenti; fatte di manifestazioni e piccole marce, di raccolte e di installazioni.

Parole e immagini scorrono tra Alzano e la mia stanza, dalla quale mi collego per un paio di ore entusiasmanti, dalle quali sono uscita frastornata: ma allora si può?

Dal luogo in cui vivo sembra tutto utopistico, qui dove si raggruppano i centri del potere politico e sembra tutto ingessato. “E’ per via dello stato pandemico” - la risposta ad ogni domanda, il refrain che domina la scena da mesi. 

Tutto fermo, tutto bloccato. Ogni azione, ogni progetto, tutto rimandato. Futuribile. Chissà.

Ma Oblomov, nel Bergamasco, è morto. I ragazzi non subiscono la DAD, la fruiscono. E i docenti insegnano loro a trarne vantaggio: il prezzo di un impegno personale, oltre che professionale, per il premio della evoluzione. Si perché la cultura non va contrapposta alla natura: deve camminare con essa, contribuendo a farla conoscere ed amare, rispettare.

La cultura deve servire ad evolvere, non a distaccarsi.

Parliamo così di un istituto di Formazione con la F maiuscola, dove ragazzi, afferenti a fasce diverse di età, imparano a dire a chiare lettere: “vogliamo il cambiamento. Per favore, che sia intelligente. E rapido.”

E lo fanno con vari strumenti, semplici, immediati e incisivi.       

In attesa della certificazione della Green School, alla quale hanno aderito, i ragazzi di questa scuola lavorano sui temi della sostenibilità, impegnandosi alla mitigazione dell’effetto antropico sull’ambiente. 

La scuola, finalmente, insegna che l’ambiente siamo noi.

Mentre sorrido la musica continua a deliziarmi. Marcella racconta, sciando con maestria tra le tante iniziative: dalle raccolte solidali del cibo avvenuta per City Angels, per convertire i probabili sprechi post-natalizi in occasione di festa per i meno fortunati; alla composizione e distribuzione dei pacchi dono; alla condivisione e sponsorizzazione del progetto merenda plasticfree - che esclude l’utilizzo della plastica nelle confezioni di cibo, favorendo l’abitudine alla scelta di prodotti sani e genuini, portati da casa; alle riflessioni etiche sull’utilizzo di  indumenti della moda usa e getta – il cosiddetto “fast fashion” – le cui ripercussioni in termini di erosione di risorse e sfruttamento dei lavoratori rinforzano la esecranda cultura della illegalità e del disprezzo verso l’uomo; fino ad azioni eclatanti come la marcia del clima e l’installazione di un grosso nido che accoglie l’immagine del nostro mondo, con l’esplicito invito a ricordare che “non esiste un Piano b perché non esiste un Pianeta b”.

E ancora gli alberi, ognuno con la sua targhetta che espone il dictat “maneggiare con cura” perché la loro voce, che in pochi sembrano ormai saper ascoltare, sia declinata nella lingua di chi deve imparare ad amarli. 

Perché tutti comprendano, o perché prestino maggiore attenzione, o semplicemente perché sorridano avvertendo una carezza sul cuore, come la sottoscritta in questo momento.

Cartelloni e striscioni, accompagnati dalla forza dei giovanissimi, sostenuti dalle amministrazioni locali, e dalla cooperazione di altri istituti: adulti e piccini… finalmente l’Antropos.

Le informazioni corrono, i discorsi di Greta Thunberg, la sua rabbia contrapposta al sorriso di Felix Finkbeiner…Stefania Ravasio, altra collega entusiasta e appassionata, lo incontra a Roma durante un convegno… e anche Plant For The Planet accende interesse…E allora perché no… ci si dà da fare per diplomare giovani ambasciatori climatici. Erano pronti per partire, altre otto scuole avevano accolto il loro invito, ma la pandemia blocca tutto.

Arriva il Covid-19, le scuole chiudono e molte attività si interrompono: non si può operare all’aperto, bisogna rispettare il distanziamento sociale. Ma abbiamo internet, e in rete tutto il materiale di cui disporre per informarsi e formarsi. Per chi ne ha voglia, certo. Il fermento continua, in attesa che il semaforo indichi il verde… che finalmente arriva.

Il 5 e il 6 giugno 2021 partirà la prima Accademia italiana di PFTP, organizzata dall’Istituto comprensivo di Alzano con una rete di scuole patrocinate anche dalle amministrazioni locali. Il lavoro integrerà i protocolli tedeschi della casa madre con gli strumenti telematici disponibili per dare vita a un evento che sia memorabile, che faccia da esempio e apra la strada ad eventi futuri che si desiderano sempre più estesi e più ricchi.

Il Presidente di PFTP, dott. Mario Trevisan ed il Vicepresidente dott.ssa Daniela Saltarin saranno lì ad avviare i lavori, presso la Scuola secondaria di Alzano.

 Tanta l’emozione, e le persone coinvolte. 

L’amministrazione ha sostenuto fin dall'inizio il progetto, mettendo a disposizione anche un'area che verrà inaugurata con la piantumazione di alcuni alberi.  Gli sponsor hanno fornito fondi e strumenti utili, molti altri volontari si sono concretizzati in aiuto vero, che ha reso possibile l’attuazione di un evento sospeso da più di un anno.

 I lavori consentiranno anche il proseguo della raccolta fondi a sostegno del progetto Trillion Tree Campaign nell’Africa Sub-Sahariana, che ha già maturato il risultato di 3384 alberi piantati dal giugno 2020 ad ottobre 2021, con l’obiettivo di raggiungere il numero di 5000 entro il prossimo giugno.

L'accademia si concluderà con una serata finale “Cedi la strada agli alberi” nel parco Montecchio, dove una fantastica villa-biblioteca ospita l’RSA di Alzano e la sede di associazioni territoriali. 

Alcuni volontari delle associazioni territoriali saranno di supporto per garantire il rispetto delle pratiche-igienico sanitarie richieste in queste occasioni. Si propone uno spettacolo musicale in prima esecuzione assoluta, con musiche composte dal vicepreside Ugo Gelmi e interpretate dal gruppo “Ecoband” in accompagnamento alla lettura di testi sul tema della sostenibilità.

 Al termine della performance verranno presentati alla cittadinanza gli ambasciatori della giustizia climatica.

Ad Alzano si respira aria di impegno, quello vero che unisce le anime di chi crede che la sostenibilità non è solo uno slogan di moda, ma un sistema di valori da comprendere e trasmettere a tutti: agli insegnanti, ai ragazzi e alle famiglie.

Ci vuole tempo, ma soprattutto ci vuole costanza e impegno, e come l’appetito, anche l’entusiasmo cresce in corsa…basta saperlo alimentare con i sistemi giusti.

E qui, sembra proprio che siano stati trovati.











 


 

giovedì 22 aprile 2021

E se possiamo farlo, cambiamolo, il mondo! - Rossella Köhler

 


 Anche per lei, ai tempi della scuola, la geografia è stata una materia noiosa, fintanto che all’università, il prof. Lucio Gambi, titolare dell’omonimo insegnamento, ha spalancato il velo di Maja: lui parlava di sostenibilità.

La studentessa Rossella Köhler scopre dunque la geografia come “materia di studio fondamentale”, tanto che diverrà lei stessa geografa – oltre che insegnante, blogger e scrittrice. 

Nel tempo Rossella ha fatto della sostenibilità il proprio grido di battaglia, impegnata nel trasmettere – parole sue - ottimismo alle nuove generazioni, ciò di cui abbiamo tutti un gran bisogno: i giovani devono esser preparati ad intervenire e a fare le cose in maniera diversa da come le ha fatte chi appartiene alle precedenti generazioni. 

Loro devono essere messi a conoscenza del fatto che esistono progetti importanti, portati avanti da coetanei, semplicemente ragazzi. Il movimento c’è, esiste, e va condiviso, va diffuso e stimolato perché diventi azione corale.

Oggi il tema della sostenibilità è sulla bocca di tutti, e siccome rifiuta una compressione confinante entro specifiche aree di azione, diviene facile trovarlo ovunque: un condimento verde come il prezzemolo, necessario – come la stessa erba – perché interessi di difficile metabolizzazione scendano giù senza conseguenze dannose.

Ma cosa è questa sostenibilità? Si tratta di un concetto ampio, che ha preso piede a partire dagli anni ‘70 in risposta alla delusione indotta dal processo di forte industrializzazione orientato al consumo di massa - sia pure tenuto per una manifestazione di grande spinta evolutiva.

 Si capì progressivamente che tale modello non era davvero applicabile ovunque nello stesso modo, dato che i paesi esportatori di materie prime - i siddetti paesi del terzo mondo -  erano i più vulnerabili alle fluttuazioni del mercato. 

Un passo avanti nelle coscienze fu fatto: la crescita economica deve procedere in equilibrio con la ridistribuzione delle ricchezze. Si giunse infine alla comprensione che lo sviluppo non è solo espressione della crescita economica, ma una dinamica basata sulla qualità della vita.

La definizione più nota del concetto di sostenibilità la si deve al documento che va sotto il nome di Commissione Brundtland, un documento pubblicato nel 1987 dalla  Commissione mondiale sull'ambiente e lo sviluppo. Ivi si leggono temi di economia, criteri di giustizia sociale e, finalmente, si spende del tempo sul riconoscimento dei limiti delle risorse della Terra.

La definizione suona così:

Lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri”.

In sintesi, esso consta nella ricerca continua di una equità intergenerazionale che cura gli equilibri tra la sfera economica, sociale ed ecologica (nel senso di ambiente).

 Una parola che rimanda a valori importanti, declinati più o meno onestamente in tutti gli ambiti. Oggi parliamo di consumo responsabile delle risorse nel rispetto dell’esigenza di sviluppo di generazioni presenti e future, perché non resti fuori nessuno. 

Il futuro, che nutrirà e sarà curato dai nostri figli e dai loro figli.

Il sito dell’Onu rende disponibile una gran quantità di materiali multimediali, ma non sono di facile gestione: documentari, esercitazioni, testi, video divulgativi e materiale di notevole valore, in lingua inglese, che non aiutano il fruitore scolastico ad orientarsi nella complessità di temi tanto vasti e interconnessi.

Da quest’anno, inoltre, le scuole sono chiamate ad affrontare gli stessi argomenti nelle aule e a diffonderne la consapevolezza tra i futuri adulti, senza che le istituzioni abbiano fornito linee guida o strumenti didattici appropriati: gli insegnati sono stati lasciati soli in quella che è stata indicata come una fase di sperimentazione esplorativa. In base a quanto ne emergerà, forse, verranno suggeriti percorsi per l’anno a venire.  

Non si tratta quindi solo di formare i ragazzi, ma anche di aiutare gli adulti che li accompagnano.

E Rossella si mette al lavoro: l’operazione di divulgazione si specializza su un blog: Il Progetto Ipazia, uno spazio che nasce con l’intento di realizzare e rendere disponibile agli insegnanti di scuola primaria del materiale per svolgere il lavoro in maniera innovativa; materiale realizzato da insegnanti, autrici ed esperti di didattica aperti al confronto e allo scambio con operatori di settore. 

Si susseguono sezioni divise per discipline, a partire proprio da quelle più direttamente connesse al concetto di cittadinanza attiva (quale disciplina, poi, realmente, non lo è?), aree dedicate alla metodologia, ad esercitazioni possibili, alle normative, ed anche a materiali in lingua straniera. In quest’area emergono i temi trattati nei sussidiari che l’autrice scrive per le scuole.

Contenuti “densi” espressi in un linguaggio semplice, perché siano di facile e piacevole acquisizione.

Spazi che rispondono alla forte esigenza, espressa dall’attuale corpo insegnante, di strumenti e sostegno per la trasmissione e divulgazione tra i ragazzi dei temi della sostenibilità: temi, come abbiamo visto, di recente formulazione e di difficile gestione.

La geografia è una materia di studio che, progressivamente, ha subito drammatiche restrizioni contenutistiche e contestuali nelle scuole. Oggi viene insegnata prevalentemente nelle scuole secondarie attraverso insegnanti dalla formazione non specifica, trattata davvero solo in settori ben definiti, come la geografia del turismo o la geografia economica - prevalentemente negli istituti tecnici. 

Alla luce di ciò la Köhler ha deciso per una sorta di distanziamento urbano, più che sociale: si è trasferita in campagna, e anziché formare i ragazzi in aula ha deciso di formare i loro formatori, così da potenziarne il risultato… i famosi “due piccioni con una fava”! 

E brava Rossella, che agisce nel backstage, realizzando strumenti per chi dialoga con i giovani e con il futuro. Un dialogo a doppio giro, che stimola la ricerca alimentando la creatività.

I testi realizzati per le scuole rispettano i programmi ministeriali ma aprono anche ad altre discipline, orientati a presentare questioni legate alla cittadinanza attiva – una disciplina che si vuole parecchio diversa da quella educazione civica di vecchia memoria cui era esposta la generazione di chi scrive.

 L’enfasi dedicata alla dimensione patriottistica ha ceduto finalmente il passo alla riflessione sulla comunità, alla cittadinanza democratica e alla cittadinanza globale.

Parliamo, con Rossella, e il tempo scorre veloce verso l’ora di pranzo: i limiti dell’offerta scolastica, l’ideale regolativo del processo di integrazione – mai realmente concretizzato, e lungi dal trovare attuazione… Il commissariamento del sindaco di Riace, che aveva intentato con successo un’operazione di recupero sociale… Questo mondo che va come non deve andare… E anche l’altro blog, Fantasticnonna, nato dalla necessità di esorcizzare un evento personale che suscita domande e riflessioni, nel rifiuto dello stereotipo della nonna-balia. 

L’autrice ha portato con sé sul web altre donne-nonne, coinvolgendole in una esperienza comunicativa che sa di cultura, di sensibilità, di responsabilità e di intelligenza.

Non abbiamo a che fare con una persona noiosa né seriosa, pertanto, sbirciando tra i post, scivoliamo tra eventi, riflessioni, progetti…e ricette di cucina. Testi che scorrono facilmente sotto gli occhi informando e incuriosendo il lettore.

Ma Köhler non si ferma, come il tono incalzante della sua voce, e la sperimentazione continua sui social: da Istagram a Clubhouse, in cui non sono più immagini e parole a fare da padrone, ma la voce degli utenti, esercitate in stanze dedicate a discussioni tematiche.

 E anche qui prendono corpo i temi veri, quelli importanti, quelli da discutere e diffondere anche a microfoni aperti: la sostenibilità della produzione, l’apicultura, l’importanza dell’accesso all’energia e le sue forme, la scuola e, ovviamente, L’Agenda 2030.

Rossella mi parla del microcredito, mi racconta l’esperienza che ha vissuto nell’aiutare un gruppo di donne ugandesi a mettere su una piccola attività di impresa; mi entusiasma con la sua soddisfazione per aver compreso, per aver ascoltato e per aver potuto dare. 

E mi rasserena sul fatto che c’è ancora chi ama coinvolgere in azioni comuni, al di là del monito al distanziamento sociale.

Che forza, certe nonne!






 


giovedì 1 aprile 2021

Aprile

 

Primo aprile, un giorno dei tanti trascorsi qui sulla terra.

Oggi però il cielo è pulito e l’azzurro che mi sovrasta rimanda a pensieri sereni. Siedo sul muretto che costeggia il giardino, col suo calore mi scalda le gambe, e osservo le margheritine rosate che stanno sul prato, a piccoli gruppi.

 Sono intontita, ipnotizzata dal ronzio delle api che, numerose, si spostano vibrando tra i  fiori  leggeri del caro ciliegio. I rami, sulla mia testa, sono cosparsi di ciuffi odorosi, tanti petali bianchi a carezzarmi la mente, sotto il sole tiepido di una primavera un po’ timida, forse pudica.

Ascolto il concerto dei piccoli uccelli che vanno e vengono vicino al mio corpo, saltellano tra i fili verdi e sul mattonato, alla continua ricerca, e rimbalzando qua e là spiccano il volo, in direzione dei rami. 


Vorrei restare così, per un tempo infinito, a godermi una pace armoniosa di cui ho una sete profonda.

Il ronzio invade l’aria e carezza la mia anima tristemente ferita. Il sole, e l’aria, e i piccoli amici piumati, con gli echi di una voce sommessa, che si ripercuote nella memoria accendendo pensieri. La nostalgia di un tempo più intimo e dolce, di una carezza sul viso, di una mano gentile che si univa alla mia…

Vorrei donarti questo momento, vorrei che guardassi con me questa luce, per sorridere ancora, insieme.






sabato 13 marzo 2021

Architettura viva.

 

Sabato 13 marzo, un mese dopo il mio 48° compleanno, mi trovo vis a vis con un uomo simpatico, un professionista dell’architettura e del sorriso. Non è un comico, ma una persona che il sorriso te lo chiama gentilmente, con naturalezza, per la piacevolezza dei suoi modi e, soprattutto, con la bellezza delle sue idee.

 Sono accaduti eventi significativi, nell’ultimo mese, e questo incontro ne arricchisce le riflessioni conseguite. Una vocina dentro insiste a ricordarmi che nulla avviene mai per caso…

Paolo Stella è un uomo che ha capito che con il buon umore si lavora meglio: il buon umore di chi fa e quello di chi riceve il servizio. La fruizione del bene, pertanto, si arricchisce di un valore più ampio: ciò che serve mi lascia anche sorridere, e mi fa star bene.

 Professione: architetto… giocoso.

Ma in che senso, vi starete chiedendo?

La risposta è veloce: se metto su la facciata di una scuola posso anche colorarla con i disegni dei bambini che la frequentano (non è la loro scuola?); se progetto un parcheggio, posso anche trasformarlo in parco giochi, da far vivere nelle ore in cui non svolge tale funzione; se realizzo una classe scolastica, perché non inserirvi sul pavimento le caselle del gioco dell’oca? Se vissute come un gioco a premi, le interrogazioni smetteranno la veste dell’orrida tortura! Se devo tenere una brutta porta sovradimensionata in un ambiente per bambini, non è meglio ricavarne all’interno una più piccola? Una porta nella porta, per aprire la magia di una realtà ristrutturata

Tutto, insomma, può essere progettato in maniera allegra e donare così un sorriso a chi ne fruisce: anche una rampa di accesso per disabili può presentarsi come un grande e accogliente tappeto floreale.

Pensiamoci: un sorriso in più può rendere migliore l’ambiente!

Stella ha iniziato a sperimentare con i bambini, ma poi si è accorto che anche i genitori e gli insegnanti sorridevano, e così ha deciso di seguire quella via. Ora stringe accordi con privati e con i comuni di varie città, che gli commissionano lavori belli, perché il sorriso rende belli i luoghi e le persone che li vivono.

Osare, ci dice, premia. Il primo tentativo è stato un azzardo: doveva ristrutturare gli spogliatoi di una piscina nel comune di Thiene. L’idea di metter su un sottomarino che sembra emergere dall’acqua della vasca ha preso forma nella mente e nelle mani, fino a diventare realtà. E che realtà!

Ma perché i bambini? Le sue parole ricordano il pensiero di Gianni Rodari, quando nella Grammatica della fantasia lamentava il fatto che nella scuola italiana si bada solo all’esercizio, trascurandone gli effetti d’allegria: “(…) nelle nostre scuole, generalmente parlando, si ride troppo poco. L’idea che l’educazione della mente debba essere una cosa tetra è tra le più difficili da combattere”.

E se le strutture scolastiche, in primis, perdendo di vista il senso estetico nello sviluppo esistenziale finiscono col costringere la creatività umana, è bene ravvivare quelle braci, farlo con le forme ed i colori, illustrando storie, popolando con la fantasia gli spazi aperti finanche negli attraversamenti pedonali, dove marinai, fari, grossi piedi, gattoni e zebre a strisce colorate conquistano l’attenzione delle persone – stimolandone la curiosità e l‘auspicato buon umore. Che poi si sa, il sorriso è contagioso…

Dalle scuole alle strade, alla vita comune… E allora perché no, parliamo della morte.

 Ho incontrato Stella tra le righe di un suo articolo, nel quale presentava un fenomeno che sta prendendo piede anche in Italia: quello dei “boschi sacri”. Piano piano le regioni stanno attrezzando aree boschive ad accogliere le spoglie di persone che ci hanno lasciato, così da consentire a chi resta di vivere il distacco in maniera più naturale. 

La cenere dei cari che nutre la vita nel bosco, intanto che la natura torna alla natura.

La domanda è venuta da sé: l’architetto giocoso, un cimitero, come lo progetterebbe?

Mi dice di sé, che desidera esser sepolto sotto un albero, semplicemente; un albero da frutto, magari, che rechi piacere a chi si avvicina. Sorride con fare bonario: se poi fosse un fico, la gente potrebbe sorridere pensando a chi vi è sepolto.

 Giocoso, il nostro architetto.

Comunque un progetto in tal senso è stato richiesto, senza ridare però la risposta sperata. La proposta mostrava uno spazio verde in cui inserire le salme, con un ampio anello di marmo bianco a tenerle vicine in un confortevole abbraccio. 

Ma l’intento poetico è stato oscurato dall’esigenza, che è propria di molti, di vedere una lapide e di conoscere lo spazio specifico in cui risiede chi cercano. Staccarci dalla fisicità è una impresa davvero difficile, e i simboli hanno la loro importanza.

Ma una tomba giocosa sarà mai possibile? 

Ragiono su eventi personali recenti, ostentando un po’ di sconcerto: i luoghi di sepoltura restituiscono spesso una malinconia che alimenta solo il dolore, rendendo più vivo quel senso di vuoto. Mi viene da dire che invece quei luoghi, istituiti per aiutare le persone a ritrovare la pace, dovrebbero evocare la gioia che è stata vissuta nel tempo trascorso con chi ora non c’è; dovrebbero stimolare il ricordo della bellezza dovuta all’incontro avvenuto, e far sì che quella gioia compensi – per quanto si può – il brutto senso di vuoto che spinge là dentro.

Con fare benevolo Stella mi dice che a me, una tomba così, la può progettare, ma che mettere insieme dolore e piacere è una impresa per pochi. 

Ha ragione: il contrasto provocherebbe sicuramente lo sdegno. Lo ascolto parlare, dice cose che so, eppure oggi mi entrano dentro in maniera diversa.

 Noi, oggi, abbiamo rimosso la morte, la teniamo nascosta, non ne parliamo nemmeno. La morte è un fatto privato molto più di quando la gente viveva vicina, in famiglie allargate e in comunità, condividendo le ore. Allora i bambini imparavano a vedere la morte come un fatto di tutti, che accade, e che appartiene alla nostra e alla altrui natura. 

Ma oggi, che viviamo isolati, non abbiamo più quella scuola, e quando accade l’evento, ci sovrasta del tutto. Noi non sappiamo gestirlo, non sappiamo incontrarlo. E nel desiderio che non fosse avvenuto, cerchiamo le spoglie in oggetti che ci ricordino ancora qualcosa che possa essere visto e toccato, come un surrogato del corpo che fu.

Grazie, Architetto, per questo scambio gentile, gioioso e profondo.






 

 

 

 

 

 

venerdì 12 marzo 2021

Essere Comunità


 

Petr Alekseevic Kropotkin, noto per le sue manifeste tendenze anarchiche, fu principe russo alla corte dello Zar Alessandro II, prigioniero politico e rivoluzionario in fuga, ma soprattutto fu un grande scienziato (nominato segretario della sezione geofisica della Società russa di geografia) e filosofo etico 

Gli studi sul naturalismo nei quale si era immerso lo portarono a definire una visione etica dell’esistenza che oggi sembra impossibile ignorare.

Essendo al contempo un attento osservatore della vita animale e un appassionato studioso di storia, Krapotkin arrivò e definire una sua visione dinamica dell’esistenza, caratterizzata dalla condizione di interconnessione continua, concausa di crescita evolutiva costante: tutto muta costantemente in qualcos’altro.

In Petr le osservazioni dei fatti della natura trovarono facile riscontro nel contesto delle società umane e, qui come lì, in sintonia con Darwin – e in contrasto furibondo con certi suoi epigoni – si convinse del fatto che la vita umana ed animale poggia sui fondamentali principi di solidarietà e cooperazione: una visione in netto contrasto con la tendenza del momento, che predicava la lotta e la prevaricazione del più forte sul più debole.

In natura, sosteneva K., non esistono leggi prestabilite, ma fenomeni indeterminati, e l’armonia è sempre il risultato di un lungo processo di acquisizione e trasformazione.

Dalla natura all’etica, dunque, attraverso lunghi anni di osservazione dell’ambiente: flora, fauna, individui e società: in tutti è presente, per natura, la disposizione a ciò che poi egli definì il mutuo appoggio, uno strumento determinante ai fini stessi dell’evoluzione.

In quest’ottica, il processo evolutivo non poggia sulla prevaricazione ad opera dei più forti, ma sulla capacità di imparare ad unirsi, che è la condizione essenziale per il sostenersi reciproco in direzione del prosperare della comunità.

Se Darwin sosteneva che l’evoluzione graduale delle specie rende più evidenti e forti gli istinti sociali, Krapoktin andava oltre, fino a definire il senso di giustizia come sentimento profondo, ben radicato persino nelle società più primitive, superato in modo “eroico” solo dalla morale, che consta nell’abnegazione o sacrificio di sé stessi a beneficio degli altri. Non più dunque lotta per la sopravvivenza, secondo il canto della sirena hobbesiana, ma mutuo soccorso.

A questo concetto l’autore ha dedicato un bellissimo libro dal medesimo nome (Il Mutuo soccorso, 1902), frutto dell’aggregazione di sezioni composte nell’arco di sei anni di lavoro (1890-96).

Nel suo lungo percorso di studioso e scrittore, K. ha illustrato chiaramente, attraverso numerosi esempi, la naturale tendenza umana ed animale alla solidarietà, quale risultante della dinamica di due istinti difficilmente separabili: egoismo e reciprocità.

 La solidarietà germoglia in seno all’istinto di sopravvivenza - mi unisco per sopravvivere – ed evolve in senso volontario-intellettivo nei popoli più progrediti (la dimensione etica).

La storia ha dimostrato – sono numerosi gli esempi pratici descritti nel libro - quanto la legge del reciproco aiuto sia più importante di quella per la via del singolo: l‘egoismo individuale può esser raggiunto solo in quello collettivo, e trova il limite naturale in quella solidarietà di fondo che è comune da sempre alla specie umana e a quella animale. 

La vita sociale promette agevolazioni, protezione e piaceri che il singolo, di per sé potrebbe faticare a raggiungere, seppure fosse mai in grado di arrivarvi a tal modo.

Se “la lotta risponde all’esigenza di nutrizione (competizione) e l’associazione invece al bisogno di prolungare l’esistenza della specie”, l'aiuto reciproco si fa regola nelle comunità dei viventi, tanto che pure “Le formiche e le termiti hanno ripudiato la «legge di Hobbes» sulla guerra, e se ne trovano più che bene” (cit.). Le specie che, volontariamente o no, abbandonano quest'istinto di associazione, sono condannate a sparire rinunciando per sempre alla probabilità di evoluzione e di sviluppo dell’intelligenza, a dispetto di un gran dispendio di energia. Coloro che si adattano alle condizioni ambientali rendono possibile la conservazione dei loro geni nel tempo e nello spazio, favorendo quell’interessante lento e variegato processo che è l’evoluzione.

Dalle prime comunità alle società organizzate si è passati attraverso la comprensione della necessità di unire le forze, tanto più ove la lotta per la vita si mostra più cruda: “indivise o no, raggruppate o sparse nei boschi, le famiglie dimorano unite in villaggi comuni; parecchi villaggi si raggruppano in tribù e le tribù in federazioni. Tale fu l'organizzazione che si svolse fra i pretesi «barbari», quando essi incominciarono a stabilirsi in un modo più o meno duraturo in Europa”.

Dalla famiglia alle comunità rurali fino alle società moderne: si ripete lo schema. Le stesse città del Medioevo costituirono lo sforzo, su ben più vasta scala di quella del comune rurale, di organizzare una forte unione di aiuto e mutuo appoggio per il consumo, la produzione e la vita sociale nel suo insieme, consentendo libertà di espressione al genio creatore di ciascun gruppo nelle arti, nei mestieri, nelle scienze, come nel commercio e nella politica. La città era un organismo completo perché rappresentava un insieme di funzioni vitali: solo questo permise di arrivare all’età del Rinascimento.

L’aiuto reciproco, descritto al pari di una legge di natura, viene identificato dal filosofo come fattore essenzialmente evolutivo, tanto da rimanere attivo anche nella società moderna declinata sulla china dell’individualismo deresponsabilizzante che fa rottura con la comunità, discostandosene. L’accumulo di ricchezze da parte di alcuni (la classe borghese) rispetto ad altri ritenuti quindi non degni (i contadini) ha sciolto i legami sacri, annullando il senso di comunità e condannando i singoli all’uscita dall’Eden.

 L’allontanamento dalla società rurale per la predilezione manifestata verso l’industria estraniarono l’uomo dalla sua natura.

Vennero ad organizzarsi i potenti Stati, che si imposero come unici rappresentanti legittimi dei rapporti tra i soggetti: “Il federalismo ed il «particolarismo» erano i nemici del progresso di cui lo Stato era il solo iniziatore, la sola vera guida”. 

Tra il 18° e il 19° secolo l’Europa cadde in una disgregazione dispotica che annullava l’individuo come membro di comunità, come “ente sociale”, e lo riduceva ad entità deresponsabilizzata verso il simile, e obbediente all’autorità dispotica del potente accentratore. 

Una tendenza che, nella società attuale, traspare nella propensione diffusa al forte individualismo e all’isolamento del singolo, in forte contrasto con le comunità rurali di cui parlava K. E ancora, gli ultimissimi eventi legati alla situazione pandemica in corso, ci restituiscono una umanità disgregata, impaurita e confusa, che guarda con sospetto il simile ed è invitata ad attuare - per motivi di sicurezza, certo -  la sgradevole pratica del “distanziamento sociale”. 

Eppure, al di là della paura, delle regole e del sospetto, sono numerosi gli esempi di solidarietà e vicinanza che questo essere uomo esprime e pone in atto costantemente: dagli atti spontanei di aiuto reciproco nei quartieri agli scioperi collettivi degli affitti, alle ceste sospese degli alimenti, ai cori di solidarietà morale dai balconi; le persone si sono unite e hanno manifestato reciproca vicinanza e solidarietà.

Ecco che il mutuo appoggio si rivela per quello che k. ci ha descritto: non un fenomeno meramente culturale, ma un istinto vitale universale, un motore di sopravvivenza decisivo per la specie, una legge della vita

Petr sosteneva che proprio la capacità di unirsi e cooperare distingue le specie più evolute, non la loro tendenza a opporsi e competere individualisticamente.

Per chiudere con l’autore: “quali si siano le nostre opinioni sulla prima origine del sentimento o dell'istinto del mutuo appoggio, che gli si assegni una causa biologica o soprannaturale, è forza il riconoscerne la esistenza fin nei più bassi gradini del mondo animale; e da essi possiamo seguire la sua ininterrotta evoluzione”.