Il Mio Blog non vuole essere un monologo, ma un invito all'incontro: pertanto sono graditi i commenti e il succedersi degli scambi che ne conseguono.
Buona lettura!
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giovedì 1 aprile 2021

Aprile

 

Primo aprile, un giorno dei tanti trascorsi qui sulla terra.

Oggi però il cielo è pulito e l’azzurro che mi sovrasta rimanda a pensieri sereni. Siedo sul muretto che costeggia il giardino, col suo calore mi scalda le gambe, e osservo le margheritine rosate che stanno sul prato, a piccoli gruppi.

 Sono intontita, ipnotizzata dal ronzio delle api che, numerose, si spostano vibrando tra i  fiori  leggeri del caro ciliegio. I rami, sulla mia testa, sono cosparsi di ciuffi odorosi, tanti petali bianchi a carezzarmi la mente, sotto il sole tiepido di una primavera un po’ timida, forse pudica.

Ascolto il concerto dei piccoli uccelli che vanno e vengono vicino al mio corpo, saltellano tra i fili verdi e sul mattonato, alla continua ricerca, e rimbalzando qua e là spiccano il volo, in direzione dei rami. 


Vorrei restare così, per un tempo infinito, a godermi una pace armoniosa di cui ho una sete profonda.

Il ronzio invade l’aria e carezza la mia anima tristemente ferita. Il sole, e l’aria, e i piccoli amici piumati, con gli echi di una voce sommessa, che si ripercuote nella memoria accendendo pensieri. La nostalgia di un tempo più intimo e dolce, di una carezza sul viso, di una mano gentile che si univa alla mia…

Vorrei donarti questo momento, vorrei che guardassi con me questa luce, per sorridere ancora, insieme.






venerdì 19 giugno 2020

Prassi Naturale

Un' arvicola risale al crepuscolo il vecchio tronco del fico, silenziosa e veloce, la codina un pó storta, diretta un po' in su, come un ramo sbilenco. 
E dal tronco in un salto al muretto, e poi, rapidissima, risale il ciliegio e corre, corre fino alla punta del ramo più esile. 

La osservo rapita intanto che  consuma con rumorini graditi la polpa degli ultimi frutti rimasti, quelli più in cima, seccati dal sole. Un corpicino nutrito, vestito da una bella pelliccia, tra le fronde di un albero scosse dal vento.

 E poi viene giù, ripercorre all'indietro la strada già fatta portando qualcosa che servirà nel futuro. Dopo poco ritorna, risale, e discende. 

Rimango in silenzio ed osservo: avrà fatto decine di viaggi, nella penombra serale, rischiando  coi predatori che volano liberi e impietosi qui intorno.

 Il suo compare, ieri l'altro, non ce l'ha fatta; ero presente quando il corvo grigio l'ha preso. Un gioco crudelmente normale, ma non ho trattenuto il mio grido...
É rimasta da sola nelle sue sortite notturne, coraggiosa e veloce, e io sono qui ad ammirarla.

E mi viene da pensare a noialtri, cosí pure incastrati tra rischi, tentativi, ripetizioni... Nello sforzo continuo di dover sopravvivere.

 Per arrivare alla cima del ramo piú esterno, quel piccolo essere ha zampettato di corsa esponendo se stesso fino alle salvifiche fronde. Ne seguo gli spostamenti ad udito, attraverso il frusciare fogliaceo e il movimento ondeggiante dei rami. 

Nulla che vada perduto, nulla che finisca sprecato in natura. Vedo noccioli sparsi qua e là, spostati dal vento e dal banchetto di altri, intanto che il grande ciliegio, sornione e silente,  ottiene di espandere la propria presenza. Si sposta attraverso di loro, guadagnando spazio nel mondo in cambio di nutrimenti sicuri.

Noi, per lo più, aiutiamo solo chi amiamo. 

L'albero non ama l'uccello che nutre, ma questi ricambia il favore portando lontano i suoi semi. Nascerà un altro albero altrove, per continuare il gioco di sempre, quello che sa di azione comune, normale in natura.
Noi uomini invece ci avvitiamo con riflessioni di etica, discutiamo sul sistema di convivenza migliore, sperimentiamo innaturali e formali modalità che di sociale hanno davvero ben poco.

 E poi, sempre scontenti, ricominciamo da capo.

 Sisifo contro la simpatica arvicola, che ripete il suo viaggio affannoso portando a casa dei frutti. Noi rovesciamo solo inutili massi, per poi tornare a cercarli e gettarli ancora giù dalla rupe. 

Qualcosa non va, deve essere intervenuto a un certo punto un intoppo, mi dico. Veniamo anche noi dalla terra, ci nutriamo con essa, ma senza riuscire a nostra volta a nutrirla.

 La circolarità si è interrotta: prendiamo senza una resa, all'interno di un mondo in cui, invece, ogni prendere é un dare. 

Ci incastriamo in un fare che è depredare se stessi: una prassi che non sa di natura.