Il Mio Blog non vuole essere un monologo, ma un invito all'incontro: pertanto sono graditi i commenti e il succedersi degli scambi che ne conseguono.
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mercoledì 6 novembre 2024

AZIONE!

 


 

Ieri sera ho messo sul fuoco i fagioli raccolti dal mio piccolo orto improvvisato: ne è uscita, con l’ausilio di certe erbette aromatiche, una zuppa piacevole e consolante: piacere del palato e dello spirito: li avevo seminati in estate, i fagioli, e ho visto alzarsi, giorno dopo giorno, quei fili verdi, arrampicarsi su per le canne secche, appositamente aggiunte a supporto. Mi sono goduta la delicatezza dei fiori rosa, e poi ho visto i baccelli spuntare e cambiare colore, infine gonfiarsi. Poi, la raccolta.

Basta poco a scaldare il cuore.

Qualche giorno fa ho vissuto una strana esperienza, su cui sto ancora riflettendo: ero in uno spazio dedicato ad informare sulla realtà militare: ho visto giovani adulti esortare i loro bambini a giocare con le armi, a fingere di fare la guerra indossando visori 3D, ad esercitarsi in azioni militari con gli esperti del settore, veri soldati che esponevano simboli dei corpi speciali di appartenenza. Ridevano, felici, i bambini, come anche i genitori.

Basta poco a raggelare il cuore.

Oggi viviamo immersi in un fluttuare di informazioni… Parole tra le quali risalta continuamente il termine GUERRA. Ogni giorno, questa guerra si avvicina alle nostre case, come una grande macchia di petrolio sversata nel mare. Si estende lentamente, vischiosa e scura. L’Oriente scotta, e l’Occidente decide chi aiutare, chi ignorare, dove guardare… perché non è più possibile astenersi, nessuno può più permettersi di non sapere: questo è il mondo globale. L’informazione diffusa, la politica intrecciata… Questioni economiche.

A scuola abbiamo appreso nozioni sulla guerra. Leggevamo che si trattava di un evento importante, che era giusto supportare con le risorse possibili, anche umane. 

L’insegnante delle scuole elementari mi rimproverava la mancanza di coraggio, io che non sarei mai stata in grado di farmi tagliare la lingua per onore di patria; che i veri patrioti si, erano persone degne! E non capivo perché avrei dovuto farmi tagliare la lingua nel nome di una “patria” che non sapevo cosa potesse significare.  Suo fratello era morto in guerra.

Poi ci hanno insegnato che la guerra era una brutta realtà, dove le persone morivano, perdevano i cari e gli averi, e che poi ci sarebbero voluti anni per tornare ad una condizione di vita “normale”… Il fragore delle poesie, le frasi roboanti e i termini pomposi svanivano lentamente sotto i lamenti dei sopravvissuti.

Poi la scuola ci ha insegnato che esistono guerre giuste e guerre necessarie, e anche guerre da condannare.. Ci è stato detto che esiste una etica in guerra… anche il Papa ha invitato a rispettare comportamenti umani in uno stato di guerra.

Io mi sono sempre chiesta come potessero stare accanto parole così contrastanti. Cosa può esserci di etico in una guerra, dove persone si uccidono a vicenda. Anche il Papa ci si mette: va bene la cattiveria, ma non esagerate, eh! Il Papa, che dovrebbe parlare di pace e di amore..

 

Dopo aver frequentato le scuole da studente le ho frequentate da insegnante, e ho imparato quanto sia facile e delicato orientare una giovane mente. Ho affrontato narrazioni diverse su fatti interpretabili – come ogni fatto - e ho sempre spinto chi avevo davanti a mettere in discussione ogni dictat. Se esercizi di stile devi subire, esercizi di stile è meglio imparare!

Oggi, alle scuole, si aggiungono gli insegnamenti globali, quelli che passano attraverso la rete in mille canali: purtroppo e per fortuna. Fiumi di input si riversano sulle menti creandovi il caos, la saturazione e nuovi miti.

 Le famiglie subiscono la violenza di una società in corsa, e faticano a competere con tanti maestri. I ragazzi, oggi, sviluppano nuove competenze e allenano zone diverse del cervello – ce lo dicono i neuropsichiatri, gli psicoterapeuti e anche i grafologi.  

Forse è come scriveva Matisse: l’arte di chi nasce dopo di noi non potremmo davvero capirla, perché è il frutto di un vissuto strutturalmente e totalmente diverso: non abbiamo le coordinate per orientarci.

Eppure, qualcosa è possibile farlo, o ci arrendiamo così?  L’atomismo democriteo è stato frainteso: anche tra elementi diversi, sosteneva il filosofo, passano informazioni e intervengono a modificare chi le accoglie. Difficile pensare al futuro, ora che tutto è cambiato, difficile lavorare sugli uomini del futuro…Ma ancora più difficile far finta di nulla.

 






giovedì 22 aprile 2021

E se possiamo farlo, cambiamolo, il mondo! - Rossella Köhler

 


 Anche per lei, ai tempi della scuola, la geografia è stata una materia noiosa, fintanto che all’università, il prof. Lucio Gambi, titolare dell’omonimo insegnamento, ha spalancato il velo di Maja: lui parlava di sostenibilità.

La studentessa Rossella Köhler scopre dunque la geografia come “materia di studio fondamentale”, tanto che diverrà lei stessa geografa – oltre che insegnante, blogger e scrittrice. 

Nel tempo Rossella ha fatto della sostenibilità il proprio grido di battaglia, impegnata nel trasmettere – parole sue - ottimismo alle nuove generazioni, ciò di cui abbiamo tutti un gran bisogno: i giovani devono esser preparati ad intervenire e a fare le cose in maniera diversa da come le ha fatte chi appartiene alle precedenti generazioni. 

Loro devono essere messi a conoscenza del fatto che esistono progetti importanti, portati avanti da coetanei, semplicemente ragazzi. Il movimento c’è, esiste, e va condiviso, va diffuso e stimolato perché diventi azione corale.

Oggi il tema della sostenibilità è sulla bocca di tutti, e siccome rifiuta una compressione confinante entro specifiche aree di azione, diviene facile trovarlo ovunque: un condimento verde come il prezzemolo, necessario – come la stessa erba – perché interessi di difficile metabolizzazione scendano giù senza conseguenze dannose.

Ma cosa è questa sostenibilità? Si tratta di un concetto ampio, che ha preso piede a partire dagli anni ‘70 in risposta alla delusione indotta dal processo di forte industrializzazione orientato al consumo di massa - sia pure tenuto per una manifestazione di grande spinta evolutiva.

 Si capì progressivamente che tale modello non era davvero applicabile ovunque nello stesso modo, dato che i paesi esportatori di materie prime - i siddetti paesi del terzo mondo -  erano i più vulnerabili alle fluttuazioni del mercato. 

Un passo avanti nelle coscienze fu fatto: la crescita economica deve procedere in equilibrio con la ridistribuzione delle ricchezze. Si giunse infine alla comprensione che lo sviluppo non è solo espressione della crescita economica, ma una dinamica basata sulla qualità della vita.

La definizione più nota del concetto di sostenibilità la si deve al documento che va sotto il nome di Commissione Brundtland, un documento pubblicato nel 1987 dalla  Commissione mondiale sull'ambiente e lo sviluppo. Ivi si leggono temi di economia, criteri di giustizia sociale e, finalmente, si spende del tempo sul riconoscimento dei limiti delle risorse della Terra.

La definizione suona così:

Lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri”.

In sintesi, esso consta nella ricerca continua di una equità intergenerazionale che cura gli equilibri tra la sfera economica, sociale ed ecologica (nel senso di ambiente).

 Una parola che rimanda a valori importanti, declinati più o meno onestamente in tutti gli ambiti. Oggi parliamo di consumo responsabile delle risorse nel rispetto dell’esigenza di sviluppo di generazioni presenti e future, perché non resti fuori nessuno. 

Il futuro, che nutrirà e sarà curato dai nostri figli e dai loro figli.

Il sito dell’Onu rende disponibile una gran quantità di materiali multimediali, ma non sono di facile gestione: documentari, esercitazioni, testi, video divulgativi e materiale di notevole valore, in lingua inglese, che non aiutano il fruitore scolastico ad orientarsi nella complessità di temi tanto vasti e interconnessi.

Da quest’anno, inoltre, le scuole sono chiamate ad affrontare gli stessi argomenti nelle aule e a diffonderne la consapevolezza tra i futuri adulti, senza che le istituzioni abbiano fornito linee guida o strumenti didattici appropriati: gli insegnati sono stati lasciati soli in quella che è stata indicata come una fase di sperimentazione esplorativa. In base a quanto ne emergerà, forse, verranno suggeriti percorsi per l’anno a venire.  

Non si tratta quindi solo di formare i ragazzi, ma anche di aiutare gli adulti che li accompagnano.

E Rossella si mette al lavoro: l’operazione di divulgazione si specializza su un blog: Il Progetto Ipazia, uno spazio che nasce con l’intento di realizzare e rendere disponibile agli insegnanti di scuola primaria del materiale per svolgere il lavoro in maniera innovativa; materiale realizzato da insegnanti, autrici ed esperti di didattica aperti al confronto e allo scambio con operatori di settore. 

Si susseguono sezioni divise per discipline, a partire proprio da quelle più direttamente connesse al concetto di cittadinanza attiva (quale disciplina, poi, realmente, non lo è?), aree dedicate alla metodologia, ad esercitazioni possibili, alle normative, ed anche a materiali in lingua straniera. In quest’area emergono i temi trattati nei sussidiari che l’autrice scrive per le scuole.

Contenuti “densi” espressi in un linguaggio semplice, perché siano di facile e piacevole acquisizione.

Spazi che rispondono alla forte esigenza, espressa dall’attuale corpo insegnante, di strumenti e sostegno per la trasmissione e divulgazione tra i ragazzi dei temi della sostenibilità: temi, come abbiamo visto, di recente formulazione e di difficile gestione.

La geografia è una materia di studio che, progressivamente, ha subito drammatiche restrizioni contenutistiche e contestuali nelle scuole. Oggi viene insegnata prevalentemente nelle scuole secondarie attraverso insegnanti dalla formazione non specifica, trattata davvero solo in settori ben definiti, come la geografia del turismo o la geografia economica - prevalentemente negli istituti tecnici. 

Alla luce di ciò la Köhler ha deciso per una sorta di distanziamento urbano, più che sociale: si è trasferita in campagna, e anziché formare i ragazzi in aula ha deciso di formare i loro formatori, così da potenziarne il risultato… i famosi “due piccioni con una fava”! 

E brava Rossella, che agisce nel backstage, realizzando strumenti per chi dialoga con i giovani e con il futuro. Un dialogo a doppio giro, che stimola la ricerca alimentando la creatività.

I testi realizzati per le scuole rispettano i programmi ministeriali ma aprono anche ad altre discipline, orientati a presentare questioni legate alla cittadinanza attiva – una disciplina che si vuole parecchio diversa da quella educazione civica di vecchia memoria cui era esposta la generazione di chi scrive.

 L’enfasi dedicata alla dimensione patriottistica ha ceduto finalmente il passo alla riflessione sulla comunità, alla cittadinanza democratica e alla cittadinanza globale.

Parliamo, con Rossella, e il tempo scorre veloce verso l’ora di pranzo: i limiti dell’offerta scolastica, l’ideale regolativo del processo di integrazione – mai realmente concretizzato, e lungi dal trovare attuazione… Il commissariamento del sindaco di Riace, che aveva intentato con successo un’operazione di recupero sociale… Questo mondo che va come non deve andare… E anche l’altro blog, Fantasticnonna, nato dalla necessità di esorcizzare un evento personale che suscita domande e riflessioni, nel rifiuto dello stereotipo della nonna-balia. 

L’autrice ha portato con sé sul web altre donne-nonne, coinvolgendole in una esperienza comunicativa che sa di cultura, di sensibilità, di responsabilità e di intelligenza.

Non abbiamo a che fare con una persona noiosa né seriosa, pertanto, sbirciando tra i post, scivoliamo tra eventi, riflessioni, progetti…e ricette di cucina. Testi che scorrono facilmente sotto gli occhi informando e incuriosendo il lettore.

Ma Köhler non si ferma, come il tono incalzante della sua voce, e la sperimentazione continua sui social: da Istagram a Clubhouse, in cui non sono più immagini e parole a fare da padrone, ma la voce degli utenti, esercitate in stanze dedicate a discussioni tematiche.

 E anche qui prendono corpo i temi veri, quelli importanti, quelli da discutere e diffondere anche a microfoni aperti: la sostenibilità della produzione, l’apicultura, l’importanza dell’accesso all’energia e le sue forme, la scuola e, ovviamente, L’Agenda 2030.

Rossella mi parla del microcredito, mi racconta l’esperienza che ha vissuto nell’aiutare un gruppo di donne ugandesi a mettere su una piccola attività di impresa; mi entusiasma con la sua soddisfazione per aver compreso, per aver ascoltato e per aver potuto dare. 

E mi rasserena sul fatto che c’è ancora chi ama coinvolgere in azioni comuni, al di là del monito al distanziamento sociale.

Che forza, certe nonne!






 


lunedì 8 febbraio 2021

In dialogo con Valentina Dessì e Anna Piazza: la scuola aperta insegna la vivibilità urbana.

 

Sabato mattina, ore 10,30: digito sullo schermo del cellulare e in un attimo sono vis a vis con la prof.ssa Valentina Dessì e la dott.ssa Anna Piazza, specializzazione in progettazione d’ambiente. Oggetto dell’incontro: La scuola è incortile, un testo da loro redatto ad uso gratuito che circola in rete a fini divulgativi, che ha restituito già molto interesse e feedback positivi. 

Il momento è stato di aiuto, ci dicono le autrici: stiamo vivendo un periodo storico in cui molte scuole si trovano ad adottare forme di didattica all’aperto, e la sperimentazione – per molte scuole lo è – di questo sistema ha portato in evidenza la necessità di riflettere sulla configurazione dello spazio per la didattica all’esterno. 

Nel fare, moltissimi insegnanti concordano nel riconoscere l’esigenza, rivelatasi fondamentale, di colmare una carenza strutturale: la scoperta dell’esterno ai fini dell’apprendimento pone in risalto la mancanza di strutture e strumentazioni adeguate. Lo spazio va ripensato e riorganizzato in un nuova prospettiva.

 Dessì ci racconta con entusiasmo della recente convenzione stipulata con una rete nazionale di scuole all’aperto, su Bologna, orientata proprio su questi temi. L’architettura e la progettazione d’ambiente entrano finalmente nelle scuole perché la configurazione dello spazio vede riconosciuta la sua funzione strategica. 

Oggi, sull’esempio di quanto accade più a nord, diverse scuole italiane si aprono a questi modi, sia pure senza pensarli fino in fondo, sia pure frenate da timori legati alla tradizione, alla burocrazia e a temi legati alla scurezza.

 Un processo di riscoperta certamente agevolato dalla situazione di emergenza igienico-sanitaria che stiamo vivendo oggi, in cui la diffusione del virus covid-19 spinge a rifuggire la permanenza prorogata in ambienti chiusi e ad attuare dinamiche di distanziamento sociale - che ben si sposano con le attività negli spazi aperti, soprattutto legate alla didattica.

 Un processo comunque già avviato nel nostro paese, non solo nelle cosiddette scuole di metodo, ma anche in piccole realtà in cui prevale, diciamolo, l’iniziativa personale del corpo insegnante. Dessì ci racconta come sia difficile a volte far decollare questi progetti a causa dei timori dovuti al retaggio culturale delle famiglie e dei dirigenti scolastici, spesso frenati dall’incapacità o volontà di assumere determinate responsabilità – per nulla scontate – o dalla mancanza di strumentazione appropriata.

Vero è che, ad oggi, sono sempre più evidenti fenomeni di apertura, sia pure parziale, ad un avvicinamento a metodiche di apprendimento all’aperto, ove possibile, con la realizzazione e gestione di orti nei cortili delle scuole; un segnale importante del cambiamento dei tempi e della crescente sensibilizzazione verso due questioni importanti: la consapevolezza acquisita che all’esterno tutto è apprendimento, dove aumentano il numero e la qualità degli stimoli per i discenti come anche per i docenti, che si sentono spronati ad attingere a forme diverse di didattica e a scoprirne i vantaggi; e all’importanza di diffondere tra i giovani una coscienza sui temi dello sviluppo sostenibile attraverso l’osservazione esperienziale diretta.

 La comprensione della diversità che esiste tra i nostri e i ritmi della natura si fa condizione sostanziale perché ne nasca un rispetto fondato.

Se è vero dunque che lo stato siddetto pandemico che stiamo vivendo ha spalancato le porte della riflessione in questa direzione, sappiamo bene che in America e nel nord dell’Europa, molte scuole svolgono normalmente giornate di aula all’aperto, nei boschi e a contatto con la natura; in Svezia sono addirittura attivi corsi universitari e dottorati di ricerca sui temi della didattica all’aperto… Situazioni che fungono da exempla anche per la nostra nazione, un po’ lenta nella ricezione, ma impossibilitata ad ignorane i vantaggi.

 Molti studi scientifici attestano e certificano il guadagno in termini di apprendimento e di acquisizione di capacità da parte dei discenti e dello stesso corpo insegnante, spinto ad una operatività esperienziale, alle prese con quantità e qualità di strumenti che favoriscono la scoperta di modalità di gestione a volte più efficaci di quelle tradizionalmente adottate in situazioni e problematiche complesse.

Da dove partire, quindi, nella progettazione degli spazi finalizzati alla realizzazione di una scuola all’aperto?

 La risposta, stranamente, non sorprende e conforta: dall’osservazione e dall’ascolto, soprattutto dalla conoscenza di un potenziale da riconoscere e valorizzare. Come in ogni processo di risoluzione di problemi – o di attivazione di strategie – la parola magica riconduce all’espressione Ascolto Attivo: “noi siamo entrate nella scuola e abbiamo registrato le esigenze dei fruitori attraverso la somministrazione di questionari, di interviste, e l’osservazione di comportamenti. Abbiamo parlato con gli insegnanti e con i bambini afferenti a diverse fasce di età, e le risposte sono state sorprendenti!”. 

Uno sguardo attento alla realtà dell’ambiente scolastico corredato da un orecchio attivo ha evidenziato esigenze, timori, desideri e diposizioni da parte di chi, coinvolto, si è mostrato proattivo ed entusiasticamente disponibile alla collaborazione, attori fondamentali per l’attuazione di quel processo di svelamento del potenziale e delle risorse che un progettista è chiamato a mettere in azione. 

Svelamento della forza di un luogo, rispettoso riconoscimento del preesistente in direzione della sua valorizzazione: un processo complesso che richiede attenzione massima su tanti livelli, da quello strutturale a quello psicologico. L’obbiettivo principe è quello di creare le condizioni di confort che consentano al fruitore dello spazio di identificarsi con esso, di amarlo e di sentirlo proprio. Ne deriverà l’esigenza di proteggerlo e di contribuire a curarlo e migliorarlo, vivendolo e con-vivendolo.

La scuola all’aperto, e in particolare l’aula all’aperto, sposa la bioclimatica, ossia la progettazione che considera flussi immateriali di energia come elementi fondanti, ma considera anche i flussi materiali, in un’ottica di gestione, recupero e riutilizzo delle risorse, per migliorare la resilienza ambientale.

Oggi, sempre più spesso, viviamo fenomeni atmosferici preoccupanti dovuti al tanto discusso cambiamento climatico in atto: le cosiddette bombe d’acqua, ad esempio, fenomeni di pioggia intensa concentrati in tempi brevi, possono provocare danni enormi, ma possono costituire anche importante fonte di risorse se gestite attraverso strategie funzionali. 

La città di Amsterdam, in maniera esemplare, ha adottato provvedimenti atti al recupero delle acque piovane ai fini del loro riutilizzo urbano. Anche in Italia iniziano ad apparire fenomeni come i rain-garden per le strade, aree verdi in grado di assorbire buona parte dell’acqua piovana e di rilasciarla gradualmente nel terreno.

L’atto di costruzione, insomma, deve impattare il territorio in maniera funzionale ed utile, secondo un approccio rigenerativo che si fa scuola, attraverso la sua epifania. L’aula trasmigra dunque all’esterno, in uno spazio finalmente unico che è lo spazio urbano, l’area di quartiere, in cui tutti i cittadini - individui specifici con specifiche esigenze e propensioni- apportano valore e significato, contribuendo dunque a rafforzare un processo d’identificazione e riconoscimento della cosiddetta identità urbana.

 

E se tante volte è stato detto che un sistema lo si può comprendere e modificare solo tramite l’osservazione esterna, lo stesso mondo scolastico può conseguire vantaggio da una estroflessione istituzionalizzata.

Lo sanno bene le amministrazioni di Torino e Bolzano, che attraverso la stipula di accordi e convenzioni con enti, hanno portato la società nelle scuole, aprendo i cancelli delle stesse ad un certo punto della giornata, garantendo ordine e pulizia, e favorendo lo scambio, l’incontro, e la possibilità di vivere la città in maniera flessibile e trasversale. 

Ecco che la scuola espande il proprio ruolo, insegnando ai cittadini tutti la vivibilità all’interno del quartiere.

Questo tipo di esperienze, incoraggiate dai molti accordi e progetti finanziati dall’Unione Europea, agevolano quel processo di cambiamento che poggia sulla sensibilizzazione verso una modalità di esistenza che include l’ambiente, riconoscendolo parte costitutiva del sé.

 I dati son certi: oggi le città più funzionali sono quelle con spazi pubblici curati, che invitano le persone ad uscire di casa e vivervi il proprio tempo: con-vivere lo spazio urbano garantisce una socialità funzionale che si fa collaborazione e diviene facilmente cittadinanza attiva.

 Le scuole, principalmente le scuole primarie che si prendono cura della formazione dei piccolissimi, hanno un ruolo importante in tal senso, una responsabilità alla quale deve essere loro impossibile sottrarsi. Per far questo è necessario il coinvolgimento delle famiglie, degli insegnanti, e dei dirigenti scolastici. 

E’ necessario che la comprensione della sostenibilità ambientale arrivi ai piccoli attraverso i grandi, e che questi si facciano volano perché il messaggio passi attraverso le istituzioni.

 

La scuola è in cortile è scaricabile ai seguenti link:

https://urbannarraction.net/

https://www.ambientescuola.polimi.it/





 

mercoledì 6 gennaio 2016

Personal Computer

Avvio il mio nuovo PC e in un attimo appare lo schermo acceso, con tutte le icone che conosco. É un computer molto veloce e molto potente, che mi sono procurata con la consulenza di un amico davvero competente.

 Uno che di computer, di programmi e di computazione ne capisce parecchio. Un esperto.
      E così, con tanta, tantissima pazienza, questo amico professionale mi illustra i passaggi che compie nel settare il nuovo PC.

Digitando istruzioni sulla tastiera fa accadere delle cose... Alla fine mi trovo davanti agli occhi svariate icone, delle immagini, insomma.

"Cara mia, ricordati che dietro ogni immagine esiste un algoritmo, ossia una serie di istruzioni elementari, chiare e definite, che dicono in modo univoco al ricevente come deve comportarsi."

  Faccio una ricerca su Google, e leggo che un algoritmo, per essere tale, è definito da alcune caratteristiche imprescindibili, quali:
 
-  la elementarità dei passi costituenti (ogni passaggio è basilare, atomico, va fatto uno per volta);
-  la loro univocità di interpretazione da parte dell'esecutore (deve esser chiaro e non fraintendibile quello che viene richiesto di fare); 
- deve esser definito da un numero limitato di passaggi (seguo un percorso di azioni definite) e da una quantità finita di dati in entrata (devo avere tutti gli ingredienti necessari per ottenere il risultato richiesto);
-  l'esecuzione deve portare ad un risultato effettivo ed univoco (da quelle istruzioni non può non derivare quel fenomeno).
 
Quindi, se applico istruzioni chiare e chiaramente espresse, devo ottenere i risultati voluti.

Ora, la codifica (una rappresentazione) di una serie di algoritmi (istruzioni) secondo un certo linguaggio produce un programma, ossia un insieme di comandi approntati nel modo che siano leggibili per quel destinatario che è chiamato a realizzare - tramite la loro applicazione - uno scopo.

Negli anni 70, alcuni ingegneri semplificarono l'accesso ai "comandi "suddetti attraverso la realizzazione del GUI (Graphical User Interface), un'interfaccia grafica che consente all'utente di interagire con i programmi manipolando graficamente degli oggetti, cioè utilizzando delle icone, delle immagini.

Perché delle immagini?

Effettivamente oggi, smanettando tra le immagini, siamo talmente abituati a utilizzare i nostri devices (che sia il personal computer, il tablet o lo smartphone), che nemmeno ci pensiamo. Ma se dovessimo eseguire le stesse funzioni utilizzando le righe di comando, troveremmo tutto molto più dispendioso in termini di tempo e di fatica...
 
Le immagini costituiscono un linguaggio naturale, universale, immediato, veloce. Per esempio, se clicco col mouse sull'immagine della casetta so che sto tornando alla home page. L'algoritmo sottostante è stato già tradotto e semplificato, regalandomi il vantaggio della velocità.
 
    Noi viviamo in un mondo fatto di immagini. Ogni volta che pensiamo a qualcosa ce lo rappresentiamo... E questo è il motivo per cui certi termini astratti ci rimangono ostici da comprendere... Non sappiamo come rappresentarceli!

Ho un ricordo di me, molto molto piccola, seduta sul sedile posteriore dell'auto dei miei genitori. Mi portavano all'asilo, e mentre ascoltavo ciò che dicevano gli adulti io interrompevo spesso chiedendo cosa significasse questa o quella parola... 
     Non era per rompere le scatole, ma solo perché non riuscivo a collegare nulla a quelle espressioni, e questo interrompeva il flusso delle informazioni che volevano farmi arrivare coi loro discorsi. Io ascoltavo ma non capivo.
 
Dopo qualche annetto ho frequentato la facoltà di filosofia all'università.....E pure lì ce ne erano di termini oscuri... Tanto che ancora oggi mi infastidisco quando sento utilizzare paroloni astratti per indicare contenuti altrimenti esprimibili. 
 
      L'irritazione nasce dalla perdita di tempo che viene imposta all'ascoltatore che deve sforzarsi di decodificare un contenuto che potrebbe non richiedere la fastidiosa operazione....
 
       Probabilmente sono ancora irritata per la perdita di tempo che personamente subito in situazioni analoghe durante gli studi.
 
    Soprattutto perché, a dirla tutta, lo scopo di un tale comportamento espressivo, più che di passare informazioni sui contenuti, è troppo spesso quello di esibire un teatrale atteggiamento prosaico....

Ora, questa corrispondenza tra programmi e immagini non è proprio limitata a ciò che troviamo nel nostro PC.... Perché è quanto accade anche dentro di noi!
 
     Ascoltare certi suoni, annusare certi odori, provare dei sapori evoca in noi immagini, situazioni, emozioni che ci agiscono, che ci muovono verso determinate reazioni. Viceversa, la visualizzazioni di alcune immagini - naturali o artefatte che siano - determina la presa in carico dei rispettivi algoritmi sottostanti che, a loro volta, ci muovono e orientano.
Certi film ci fanno piangere, ci fomentano, alcuni quadri ci opprimono, il modo in cui si veste il nostro collaboratore stimola in noi repulsione o allegria....
 
... I sogni che facciamo durante il sonno (e durante la veglia), dei quali siamo spontanei registi, sono la nostra interfaccia grafica: quelle icone dinamiche che cambiano, che si ripetono e che si susseguono rappresentano l'attualità della nostra situazione, codificandola. 
 
  Dietro quelle immagini ci sono istruzioni, descrizioni di fatti. Se sappiamo leggere quelle immagini sappiamo anche vedere cosa stiamo facendo e dove ci porterà il programma attivo in quel momento.
 
  Non è certo poco!!!
 
Ok, e poi?
Come scelgo di avviare un programma o di abbandonarlo, quando lavoro al mio PC? 
 
                                     Dipende da cosa posso farci.
 
 Mi è utile? Risponde alle mie esigenze? 
 
     Se voglio vedere un film dovrò avviare un programma di lettura specifico; se voglio comporre un testo avvierò un programma di scrittura.... Se voglio ... 
 
    Ma cosa è che voglio davvero? A livello più profondo, personale, a livello esistenziale. Se non lo so devo scoprirlo e, una volta individuato, devo cogliere cosa impedisce di raggiungerlo, e come fare. 
 
   Abbiamo le nostre immagini. Le produciamo noi e ce le raccontiamo continuamente. Di notte e di giorno.
 
Dobbiamo imparare a decodificarle. 
Dobbiamo andare a scuola.
 Dobbiamo fare esperienza.









mercoledì 24 giugno 2015

La Scuola.

C'e' stato un tempo in cui scrivevo. Riempivo fogli e fogli di appunti, impressioni e racconti.
Poi ho iniziato a seguire un tipo di scuola, questa sì, formativa, ed ho sospeso. 

In seguito, quando ho riletto i miei scritti, ho buttato via tutto.

Non si trattava dello stile, ma di cio' che narravo.  Erano contenuti sbiaditi, andati. Appartenevano ad un tempo passato. Come vecchi indumenti in disuso: ancora belli, ma non li sentivo più miei. Inutili modi di atteggiamenti lontani. 

La scuola è stata essenziale, tanto che la frequento ancora. Mi ha cambiata. Ha cambiato il mio modo di sentire le cose, mi ha insegnato a mangiarle... O a buttarle via. Come ho fatto con i miei vecchi racconti. E con i vecchi vestiti.

Ho imparato ad ascoltare le immagini, a cercare nei rebus che la notte mi offre il senso della mia giornata. Ho imparato quindi a vedere quei giochi anche di giorno. 
Un  linguaggio mai appreso nella scuola di stato, escluso da quella istruzione definita primaria. Nessun insegnante ne ha mai fatto parola. Eppure é condiviso da tutti, e sorprende nella sua immediatezza. Indovinello  allegro e serissimo, che urla e sussurra, come il vento su questa terra.
Non scholae sed vitae discimus...La buona scuola - non quella di Renzi - insegna ad affrontare la vita, non è fine a se stessa. E Questa scuola mi fa incontrare il mondo, mi fa viaggiare, mi manda costantemente in crisi, mi fa sentire stupida e piccola, mi fa provare gioie inesprimibili e mi aiuta ad incontrare quei riccioli di allegria che mi appartengono.

Un pò corro ridendo, un pò zoppico trascinandomi dietro, in affanno... 

Un cammino impegnato e pieno di intralci: distrazioni, valutazioni sbagliate, ricordi accattivanti,  disponibilità gratuita, peccati di ingenuita'...Sirene tra Scilla e Cariddi! 

E si riparte daccapo, tra uno schiaffo e un sorriso.
Ho creduto piu' volte di non essere in grado, ma non sapevo voltarmi. Impossibile la via del ritorno in una landa ormai impropria, divenuta estranea come le cose che ho scritto. A guardar dietro si diventa di sale.
Euridice non vuole morire di nuovo: è dolce la musica del mare e del vento, è oscuro il sotterraneo dell'Ade.
Caduta per il morso di un serpente....
Ho dovuto affrontare lo specchio e accettare le ombre, per imparare a gestirle e allontanarne il grigiore.
Ho lavato via il trucco dagli occhi, ho reso scalzi i miei piedi e ho imparato a camminare di nuovo. Un lungo lungo percorso. Che non deve cessare.

Ore fa sedevo davanti all'oceano e guardavo l'acqua scura con i suoi movimenti notturni: increspature illuminate dallo spicchio di luna, direzionate dovunque; veloci fluorescenti luccichii che, sotto la superficie, tradivano il passaggio di pesci, e poi la parabola luminosa del piccolo led del pescatore, che attraversava l'aria e si adagiava comodamente sull'acqua, cullato dalle correnti, e poi spostato lentamente, subendo inattese accelerazioni.

Un venticello freddo mi faceva tremare, ma non avevo voglia di andare. Piuttosto mi sono distesa, guardando il cielo che si riempiva di nubi, e una calma immensa mi ha pervasa. Intorno il silenzio, e lo sciabordio delle onde.

Momenti di vita in una terra altra, in un tempo diverso. A poche ore di volo e a miliardi di anni dal luogo in cui solitamente vivo. Dove trascorro ancora gran parte delle mie giornate.

L'oceano dai colori mutevoli che srotola se stesso ad ogni respiro, entra dagli occhi e dal naso, incontra i miei umori. E vince. L'azzurro che domina, con le sue correnti, e con la forza che ammiro. E che un pò temo.

Lo carezzano ali veloci, lo attraversano pinne possenti, ne emergono gli scudi pesanti delle testuggini....Vive di vita e la espande.

Fino a raggiungere me, in questa mattina di sole.