Il Mio Blog non vuole essere un monologo, ma un invito all'incontro: pertanto sono graditi i commenti e il succedersi degli scambi che ne conseguono.
Buona lettura!

martedì 26 novembre 2019

Il custode

La grande quercia che custodisce la mia casa da lassù, dalla sua alta postazione da cui domina il territorio che pure mi accoglie, oggi mi aiuta, invocata, a sostenere il peso della mia situazione. La ammiro nella sua fierezza, stabile nella sua scura corazza rugosa, fatta di scorza e di foglie, arricchita di ghiande, che elargisce con zelo nello spazio dintorno, e in questo posto quaggiù, ad offrire del brio a questi miei deboli passi.

 Mi sento fragile e piccola, e lei troneggia severa sopra di me, e col suo stare rimprovera la mia debolezza, e mi spinge ad avere un atteggiamento diverso. Lei ha lottato, per anni e per anni, quanti mai un uomo potrebbe eguagliare.

Ha resistito alle ingiurie del tempo e del cielo, sopravvissuta alla violenza dell'uomo e all'invadenza dei parassiti di varia natura.
 É lì, maestosa e ferma, con aspetto severo sembra rivolgersi alla mia persona, a suggerire che la forza é anche dentro di me: devo solo scoprirla e avere il coraggio di usarla.

Piango con gli occhi e con tutto il mio corpo, piango e cammino respirando il vento che, noncurante dei miei sentimenti, continua il suo viaggio, cosi come il sole e la luna, cosi come tutto ciò che incontro viaggiando.

Un passo e uno ancora, con moto pesante e aggravato: la vita continua mentre io resto indietro, piegata e sola, e mi sento una esclusa, e avrei voglia di urlare. Ma non ci riesco, obbligata a portare con me quel groppo pesante alla gola, resisto, e cerco conforto in quell'albero antico. Lo invoco e gli chiedo di darmi una mano, gli chiedo di trasmettere la forza che ha, gli chiedo di aiutarmi ad essere quercia.

E il freddo che é dentro di me sembra racchiuso e fermato, incapace di espandersi oltre. Riesco a star calma e a prestare il mio braccio a chi ora ne ha davvero bisogno ed e' parte di me, una parte così radicata.

Resisto e resto, ferma, circondata da suoni e colori, sferzata dalle pioggia copiose che insultano i rami e mi strappano via le foglie leggere. Anche io ora sono lassù, piantata sulla terra abitata, ben salda sulle forti radici.
Le fronde scomposte a riparare il tronco ferito, annidato nella ruvida scorza che mi protegge dalla violenza del mondo.




venerdì 8 novembre 2019

PROFUSIONE





É notte,  e ancora non riesco a dormire. 
Ho traversato il giorno senza mai sostare: ho cucinato, ordinato, camminato, sorriso e corrugato la fronte. Pensieri e dense emozioni hanno catturato la mia persona in alternanze corpose. 
E poi ho incontrato la sera, senza sapere come e nemmeno il perché. Ad un tratto il cielo si é scurito, ed i viali, dove più e dove meno, sono stati violati da fasci di luce severa.
La sera in una città, una tra le tante location in cui si svolge questa strana esistenza.

Da qualche mese io vivo in campagna. In una casetta circondata dai campi, custodita da antichissime querce, profumata da acacie spinose ed ornata da frutti selvatici. La notte i cinghiali raspano tra le fronde, scavando il terreno e solcando la quiete con i loro rumorosi sospiri. Di giorno stormi di uccelli attraversano il cielo lassù, e ghiande nutrite atterrano sul mattonato che costeggia il giardino. 
Timidi funghi si affacciano tra i folti germogli, ed un odore di terra matura mi inebria al mattino, quando il cielo si accende per gradi fino a mostrare, orgoglioso, l'incendio dell'alba.

 Così ha inizio la mia giornata. 

Spalanco le finestre e sorrido a tutta la vita che mi circonda: i custodi della mia nuova esistenza. 
Saluto il ciliegio, che ho liberato da quelle pungenti formiche e dalle liane asfissianti, annidate tra i rami e sul tronco rossastro; sorrido al bel fico, i cui rami nodosi strutturano la chioma complessa, così ampia, e si estendono giù verso me, come arti graziosi protesi ad accogliere la mia ammirazione; e poi omaggio la grande quercia che domina tutto, dalla sua alta postazione, con le foglie che brillano al mattino di una luce dorata, spioventi verso il basso e indisciplinate, come i riccioli lenti che mi cospargono il capo. 

In questo luogo, dovunque mi giro io vedo la vita: dal ragno che fila paziente, legando la sua piccola preda, all'animaletto ritroso, che si è infilato sul prato per mangiare i residui caduti dei frutti. Se ne stava immobile tra i fili verdi, guardandomi dal basso come a scusarsi, con i suoi occhioni luminosi e cerchiati di scuro... 
Osservo le api che si poggiano a terra per bere in una giornata di sole, ed il piccolo geco che ha scelto il  soffitto della mia cucina come ostello notturno.
Vedo la palma spintonata dal vento, e mi arrivano i versi del cavallo che vive oltre il muretto. Il vento e la pioggia, e quando arriva la nebbia, ad imbiancare lo spazio in maniera quasi uniforme, attutisce tutti i rumori e fa apparire tutto irreale.

 Respiro finalmente un'aria che a me si confà, intanto che guardo lontano, tra i campi e verso quel piccolo lago che riflette i colori del cielo, e mi dona una calma ancestrale. Indosso i miei scarponcini e mi addentro nel verde: raccolgo cicorie, foglie di salvia  e bacche odorose, e come un animale selvatico riempio la mia casa di questi bottini, li sistemo per fare colore, per nutrirmi e per scaldare il mio cuore. 

Adesso io vivo cosi, circondata da amici che non sanno tradire, che vivono solo se stessi curando anche me, offrendomi doni preziosi e contribuendo a creare l'ambiente in cui provo piacere. E mi confondo con loro, lisciandone i rigidi tronchi, carezzando le foglie nervose, assorbita dal naturale andamento, un po' lento, armonioso e sorprendentemente accogliente. 

In estate ho levato gli spini che oscuravano il sole e raccolto i frutti succosi che mi si offriva dai rami.  E adesso che é autunno osservo le foglie cadere, arrugginite e indurite, che strisciano via sul terreno a causa del vento. I tronchi rimangono spogli e si espongono fieri nella propria maestà. 
Mi piace osservarli, con tutte le loro ferite, mi piace toccarli e provare quella forte emozione che mi si gonfia nel petto  e che sale più su, verso l'alto. 

Loro sono dei veri guerrieri: difendono la propria esistenza intanto che il mondo gli cambia d'intorno. Si piegano un po', cercano il sole e frugano in basso, in cerca del nutrimento migliore, ma rimangono fermi, tra il cielo e la terra, piantati in un mondo che cambia e si espande con arroganza impietosa. 

Chi di loro é capace resiste, si adatta e diviene più forte e più bello. Un po', forse, come accade a noialtri....








sabato 4 maggio 2019

La maschera


È un pò che non scrivo su Il mio Blog: ho vissuto mesi impegnativi, e anche incisivi, che mi hanno resa partecipe di accadimenti nuovi, che a loro volta hanno reso visibili nuove porte - porte che spero di attraversare al più presto...

I miei sogni presentano giardini, percorsi in campagna e animali di vario tipo, che cambiano e crescono; ci sono terremoti in arrivo e intrusioni moleste; ci sono amici con cui preparare manicaretti da offrire a persone con cui condividerli. 
Sono passata al trotto attraverso eserciti armati, e mi sono rifugiata in luoghi accoglienti... E cosí come racconta la notte, io vivo il mio giorno: tra scoperte, sorprese e delusioni... Immagini e vita.

 Quando ho aperto Il mio Blog firmavo con uno pseudonimo - Terenzia Forse - che era nato per gioco durante l'esplorazione del mondo dei social. L'ho inserito inizialmente per gioco, in un gioco che non sapevo in che modo e se lo avrei poi proseguito. 
Forse...!

È trascorso del tempo da allora, e adesso i miei pezzi sono ospitati su spazi virtuali che mi consentono di avere confronti con persone di un certo interesse.
 Essere on-line, essere esposti ed esporsi per viaggiare con altri...

  Persone che si mostrano, come me, con nome e cognome - a loro volta impegnate nel piacere dello scambio e della provocazione. 

Capita, a volte, che alcune persone mi scrivano in privato - ho appositamente inserito un modulo di contatto nel blog - perché vogliono fruire di una linea riservata, perché non amano esporsi troppo, o per una serie di motivi che non sto qui ad elencare. 

Poi ci sono persone che non riescono tecnicamente a registrarsi, e quando inseriscono un commento risultano mittenti anonimi, ma poi hanno il buongusto di chiosare il pensiero inserendo il proprio nome e cognome.

Rimangono infine gli anonimi totali, coloro che scrivono, provocano, plaudono o esprimono concetti confusi mantenendo volutamente l'etichetta dell'anonimato. 

 E questo è un modo che mi dá da pensare.

 Cosa si cela dietro una maschera esposta? La volontà di esibirsi senza la serietà richiesta chi si pone in un dialogo? La disponibilità ad entrare nel gioco solo a metà? Ossia: entro, ma le regole le decido io! 

... Un atto violento, mi dico.

Io, questo, lo trovo un poco offensivo: nei confronti di chi ha messo su il gioco, aprendolo a tutti con l'intento grazioso di invitare ad un party chiunque abbia voglia di scambiare esperienze - o anche solo vezzosi esercizi di stile; e nei confronti di chi ha deciso di trattenersi in ascolto. 

La tua maschera si rivela offensiva verso chi si mostra da sé, e anche un poco offensiva verso te stesso, che fai prova di  avvertire un qualche imbarazzo nel dirci chi sei.



IL TITOLO: 

Il mio blog


LA NOTA:
"Il Mio Blog non vuole essere un monologo, ma un invito all'incontro: pertanto sono graditi i commenti e il succedersi degli scambi che ne conseguono. Buona lettura."

L'intento é lampante, reso visibile a chiare note... E dunque, che c'è?

Un gioco ha di suo che provoca gioia in chi decide di volevi giocare, e nel farlo, questi ha scelto di accettarne e rispettarne le regole a garanzia di un gradevole scambio. 

Io non vado a casa di altri senza dire il mio nome. 
Non mi presento coperta sul capo di un oscuro cappuccio.

 A me piace esporre il sorriso e incontrare persone che hanno voglia di divertirsi con me. 

Una maschera non ti rende invisibile: piuttosto ti rende molto presente, direi anche ingombrante, direi un pò fastidioso.

Come ho già detto a qualcuno: se giochi solo a nasconderti un pò, ti invito a farlo per un brevissimo tempo; se hai necessità di proteggere la tua immagine da sguardi ed orecchie indiscrete, puoi contattarmi in privato: so rispettare la privacy di ognuno, avendo assai in conto la mia personale.

 Ma se vuoi solo ottenere un primato veloce per la curiosità che cerchi di imporre, ti dico che hai bussato all'uscio sbagliato: qui non si confezionano misteri, non si custodiscono segreti nè si accettano nebbiose intrusioni.

 Se vuoi giocare con noi sappi che sei già nella festa, ma se intendi importunarci con questa sgradita molestia, ti ricordo che questo è il MIO BLOG, di nome e di fatto.

Memento audere semper....





P.s.
La "coscienza nominativa" propria di ogni essere vivente permette di svelare l'identità degli intrusi attraverso le immagini, quale epi-fania ontologica. Ma ciò vale solo per coloro che sanno davvero leggere questa grafica mentale. L'Innominato, di manzoniana memoria, non ne è stato capace fino alla sua conversione per opera di Lucia. 
Non tutti gli innominati però trovano il loro angelo, e rimangono nel loro miserabile inferno...

mercoledì 14 novembre 2018

Le brutte sorelle




Autentico è ciò che si riferisce alla nostra vera interiorità (autòs : sé stesso ed entòs: in, dentro), al di là di quello che vogliamo apparire o crediamo di essere. (https://it.wikipedia.org/wiki/Autenticit%C3%A0#Etimologia)

Di situazioni curiose, nel tempo, ne ho incontrate parecchie. Eppure ce ne sono di un tipo a cui proprio non so abituarmi.

 Si tratta di chi si introduce con fare strisciante nella vita degli altri e poi, pian piano, e senza fare troppo rumore, al pari di un tarlo rosicchia via quanto si trova dinanzi, e lo trangugia con l'ottusa protervia che é propria di chi si lascia condurre dalla ingordigia smodata: braccia ossute e bocca affamata, sempre in cerca di una sazietà inappagabile, ad ingurgitare in fretta del cibo rubato - così di fretta perché non vada perduto.

 E allora il furto è divenuto già doppio, perché la materia sottratta non è nemmeno compresa: non se ne è colto il sapere; è solo sostanza che serve a riempire, materia che accresce il grigio ammasso arraffato. 

 Sottratta a chi l'aveva sapientemente  assemblata; sottratta a chi avrebbe saputo fruirne con vantaggio per sé e per altri attraverso di lui.

Ma l'avidità è una vecchia signora, curva sullo scheletro ossuto, e sola nella sua cecità. Si vanta e si bea del proprio misfatto e facendo in tal modo denuncia, ostentandola ignara, la propria pochezza. 

Guardate, signori, che bella veste ho indossato: è lucente e tutta da me realizzata. Non nota la vecchia che la gonna le struscia tra i piedi, né che la manica è larga, e ricade pesantemente su un arto per il quale non ha la misura. Non si avvede che un colore così va accostato ad uno spirito allegro e che la sua lucentezza oscura la misera ombra che le si impone dal basso.

 È tutto per altro, e ad altri dimostra di quanta pochezza é ornata la scaltra ignoranza. 

Scaltrezza per chi, se poi non sai trarne vantaggio?

E dunque signori un tale spettacolo non so proprio osservarlo senza provare un certo disagio: Avidità è sorella a Miseria ed insieme, tra gli sguardi seccati della stanca platea, se ne vanno a braccetto via per le strade, in cerca di Gloria, la terza sorella perduta che  pure acclamano in molti, convinti che basta ingannare le genti per fare di sè gran signori.

Ma la sorella rimane lontana, donando di sè l'immagine falsa che danza soltanto nella mente annebbiata di chi prende senza nemmeno vedere, ed espone così scioccamente la propria scarnita magrezza.

Ed ecco, è capitato di nuovo. Davanti al mio sguardo inasprito il movimento continua: persone che stanno facendo per sè e per gli altri, ed altre che prendono e buttano via. 

Chi fa e chi spreca, sciupando in questo modo malsano il valore di quanto le mani rapaci hanno sottratto con violenta ignoranza.

Ma dopo il rumore rimane il silenzio, e le vuote parole si disperdono insieme alle pallide foglie invernali: un soffio di vento e tutto finisce.







venerdì 28 settembre 2018

Nascere ancora

Stanchezza e relax in una serata tranquilla, tra le luci soffuse della casa in cui vivo: ambiente accogliente, molto privato, e sereno.
Scorro le foto scattate nel bosco, con uno sguardo ancora sorpreso - e un pó di sentire nostalgico...

I faggi, dalle radici intrecciate, estese sulla terra ruvida e vicine tra loro, rivestite dall'umido muschio, spalancano ancora il mio fresco entusiasmo. Io non ne avevo mai viste di creature cosí: osservavo non tanto i bei tronchi, ma la parte in cui poggiavano in terra, ornati dal ricamo nodoso e diffuso delle grosse radici sporgenti. Come una veste elegante che espone lo strascico lungo; maestosi,  mi si ergevano incontro.

La terra, tutti quei rami nell'aria, agghindati di foglie verdine, e le impronte nel suolo, fiori e variopinti funghetti, che sbucano timidi ovunque, alcuni ancora coperti, sul capo, dalle foglie cadute nel suolo.  Avanti con lena, ad incontrare le querce, serie e composte nei loro scuri cappelli... Fino ad arrivare piú avanti, dove si mostrano, sparsi, i vecchi castagni.

Come in un raduno tra amici sono in ordine sparso, vicini, ma ognuno per sé: maestosi, nodosi e contorti; corpi legnosi che contano anni, centenari viventi dalla chioma leggera e brillante. 

Li osservo estasiata, pensando che in fondo, son quelli i viventi più belli e più saggi che io ho il piacere di amare. 

Mi sovviene il sorriso della piccola amica, mentre diceva convinta che se fosse possibile, se mai dovesse accadere, lei vuole rinascere albero. "Ho deciso - gli occhi lucenti su un viso pulito - é quello che voglio. Un bell'albero grande, con il suo posto nel mondo, tra il cielo e la terra, ben radicato nel suolo, circondato dal vento e dal canto di tanti pennuti." 

"Attenta - le ho detto - che cosí ti ritrovi bloccata in un unico posto, e poi chissà fino a quando! Un uccello, invece, ha le ali, può cambiare dimora, e incontrare tutti gli alberi che vuole sfiorare..."

Era un gioco, uno scherzo tra il serio e il faceto, ma ora che sono quaggiú, tra i giganti custodi del sacro, tra funghi, foglie e minuti viventi dai ritmi diversi; ora che massi vestiti di muschio brillante si offrono come a comporre un salotto di lusso, adesso ripenso a quel sorriso scherzoso, e vorrei che potesse vedere anche lei questo splendido sogno in cui sono coinvolta, sentire lo scricchiolio dei rami seccati sotto al mio passo leggero, le foglie e i licheni, che rendono tutto così straordinario. 

Vorrei che provasse anche lei quest'ampio respiro di vita!

Un'insolita pace, quaggiù, un silenzio che é pieno di senso e che respira il divino che contribuisce a creare. Da ora e da sempre, in questo luogo che continuo a esplorare con occhi assetati, un pó camminando, col fiato pesante, un pó arrampicando piegata in avanti, sulle ostili scarpate che son dominate, con rara maestá, dagli imponenti signori del luogo. 

Ogni tanto ne vedo uno riverso, con le radici corrose, ed i rami spezzati, bloccati tra quelli dei loro compagni che stanno ancora lassù in verticale, foss'anche un pó storti, nello sforzo finale di rimanere ben saldi.

 Li osservo nella loro veste rugosa, che sa di saggezza, di tempo e di vita vissuta, di respiri continui, immersi nell'aria pulita che profuma di erbe e di fiori, che sa di acqua e di legni, di funghi e di quella vita che passa d'intorno, lasciando le impronte profonde che il terreno mi mostra. 

Li osservo rapita e li immagino ancora sottili fuscelli, in corsa verso il cielo, dove affiora la luce del sole, irrobustire pian piano, un cerchio alla volta dentro la scorza grintosa, tra i sussurri dei forti compagni ed i passaggi di altri viventi.

Un mondo a sé stante, sul suolo che io stessa vado esplorando, e mi sento onorata di esservi accolta semplicemente cosí.
In terra i solchi impietosi di cinghiali affamati, hanno scavato dovunque ammorbidendo il terreno, e questo mi agevola il passo...

Mancano solo le fate, in questo bellissimo bosco, che infonde piacere e un senso di forza che non sono in grado di dire. 
E se la fatica inizia a farsi sentire, lo spirito esulta e spinge il mio sguardo assetato dovunque: intorno, lontano, tra le timide ombre e lassù, in quello spazio minuto di cielo che le fronde concedono di farmi vedere.

Più salgo e più I'aria diventa severa: i sentieri sono indicati da piccole tracce dipinte sui tronchi, un pó qua e un pó lá, ma io preferisco procedere libera, seguendo gli omaggi preziosi del suolo che hanno mille colori, e la forma di ombrellini compatti, poggiati su gambi carnosi. 

Io salgo, poi scendo, affondo un poco qua e un poco mi affanno, e non riesco a fermarmi perché la seduzione è continua. 

L'abetaia mi accoglie gravosa, in una nube aromatica fresca e carica d'ombra. Seguo con lo sguardo quei fusti che salgono su, talmente vicini tra loro che sembrano fare un tessuto, e ancora più su, in direzione del cielo, nascosto tra i rami corposi e spinosi, coperti di scuri piumaggi.

Il torrente é ancora di lá che canta suoni di vita, un pó dritto e un poco contorto, attraversato qua e lá da pietre scomposte, che fanno comodo ponte tra le sponde di terra.

Lo sento sussurrare magie, nel fitto del bosco incantato, che ha fatto di me la sua sposa, vestita di fiori, di frutti e di profumi terreni. 

Intanto la stagione é cambiata: le foglie ora cadono rosse e un pó gialle, e la terra diventa per gradi piú dura. E' diversa persino la luce!

 Residui di more essiccate, sporgendo tra i rami, allertano che l'autunno é in arrivo, e con esso il gran carnevale dei colori vivaci. 


Risposeró le mie membra e tornerò ad immergermi ancora in questo incredibile mare di vita...










domenica 2 settembre 2018

Come ci informiamo?



Esplorando il web sono recentemente incappata nell'articolo "Quanto è alto il tempo" di Pino Mario De Stefano, incentrato sul tema del tempo e di come l'uomo abbia dimostrato, nel corso della sua evoluzione, di non saperlo gestire affatto, e di averlo attraversato un pò a casaccio. 

L'autore sostiene che quanto l'umanità è stata ad oggi in grado di realizzare in termini di storia e di accadimenti reali è solo il frutto di alterne fortune e di cieca incoscienza. La chiosa finale del suddetto articolo riporta una bella citazione che invita a riflettere:

"Ci conviene riconoscere, con J. d'Ormesson, che, se è vero che gli uomini fanno la storia, è altrettanto vero che “non sanno la storia che fanno. Anzi si potrebbe dire che la fanno loro malgrado".

Queste righe ci conducono direttamente al tema de "la visione": una visione confusa che l'essere umano ha sostanzialmente del proprio cammino e della direzione da percorrere; una visione presuntuosa, basata sulla mera logica razionale pescata dai lasciti della tradizione - quella accolta e stigmatizzata come La Tradizione -, che designa i modi cartesiani quali unici fari di cui noi mortali disponiamo per illuminare il vasto mare della conoscenza.

Il tema sembra caro all'autore, dato che già faceva capolino in un suo precedente articolo titolato "Critica della trasparenza". 
In quel caso venivano lì ammoniti i fruitori dell'arte storicamente intesa a non limitare l'esercizio della capacità percettiva all'utilizzo dei soli strumenti della razionalità condivisa. 
L'esortazione conclusiva, qui sotto riportata, mi ha convinta infine a scrivere questo post: 

"Può sembrare paradossale, ma, forse nel percorso della vita, bisognerebbe temere la chiarezza eccessiva. “Fidatevi dell’intelligenza seconda, fidatevi della notte”, ho letto, una volta, da qualche parte, e ho volentieri accolto questa apertura, generosa e liberante"

Nel corso dell'articolo De Stefano indica "la chiarezza eccessiva" come la meta idealistica e mai raggiungibile di chi, con limitati strumenti, vuole vedere tutto ciò che una immagine espone. Tale condizione, ci dice, andrebbe temuta, in quanto  irraggiungibile oppure realizzabile soltanto in modo illusorio - condizione, a mio avviso, certamente peggiore.

L'opera d'arte, nell'ambito della filosofia, viene indagata come espressione esemplare di quel processo informativo che tutto dice, ma i cui rimandi spesso non possono essere colti secondo l'ermeneutica convenzionale che fa uso di un linguaggio  "istituzionalmente" condiviso. 

Ne deriva pertanto la convinzione, difficile da contestare, secondo cui l'opera d'arte esprime l'indicibile, rimanda all'infinito, verso un luogo (esistenziale e metafisico) che si trova ben al di là della cornice che la racchiude e ce la offre.

Ciò che si espone alla percezione parla di sè, ha una capacità informativa ostensiva, attraverso un modo che, secondo il famoso motto di Wittgenstein per cui "di ciò di cui non si può parlare, bisogna tacere (T.L.P.)" ci condurrebbe all'accoglienza silenziosa.

La filosofia occidentale, però, denuncia qui un grosso limite: il linguaggio, sia pure ben declinato, non arriva a descrivere tutto, e non è il solo strumento attraverso cui presentare e condividere l'esperienza. 
Non è vero che il Reale è Razionale - per attardarci ancora un pò nei sentieri della filosofia - perché il Reale è molto molto di più, e trova espressione secondo modalità e forme non sempre "dicibili".

Ed è ciò che sperimentiamo ogni volta che ci poniamo dinanzi ad una immagine.
 La fruizione dell'arte esprime esemplarmente la complessità dell'atto conoscitivo, così come la difficoltà che incontriamo nel trasmetterne esaustivamente i contenuti - se così vogliamo definirli - ci mette dinanzi alla complessità del processo informativo.
 Che non può esaurirsi con il dire. Ma che richiede un altro "dire", più immediato e primordiale, che è strutturalmente connesso alla nostra esistenza.

Dinanzi a questa esperienza comprendiamo, in breve, che gli esseri umani condividono un modo comunicativo alternativo a quello istituzionale (quello che ci insegnano a scuola, insomma), che è  poetico, trasversale e globale.

Un linguaggio che attraverso le immagini ci parla da dentro e ci investe anche a livello organismico.
 Ma torniamo a De Stefano:

 “Fidatevi dell’intelligenza seconda, fidatevi della notte”, ho letto, una volta, da qualche parte, e ho volentieri accolto questa apertura, generosa e liberante"

Siamo soliti riferirci alla conoscenza viscerale come ad una intelligenza seconda, in quanto avvezzi a dar retta primariamente a quella razionale e cerebrale. 
Ma fior di scienziati hanno dimostrato che le nostre viscere presentano una struttura neuronale simile a quella del cosiddetto "primo cervello" ed anzi, forniscono ed elaborano informazioni molto più rapidamente di quello, tanto da meritarsi a buon diritto esse stesse il titolo di primo cervello - o intelligenza prima

"Primo" per intervento, utilità e funzionalità, quindi, ma purtroppo ancora "secondo" per attenzione riservata. 

Questa intelligenza viscerale va oltre i limiti dello strumento razionale, metabolizza e intercetta le immagini in maniera immediata e ci allerta se quanto impattiamo é buono, ci fa bene, o se provoca la necessità del rifiuto. 

Mi riferisco a quel sentire di pancia che ci mette misteriosamente in allerta, prima che noi arriviamo a razionalizzare gli eventi - e spesso proprio in contrasto con quell'operazione.

Quando ci riferiamo alla notte, indichiamo solitamente il periodo di presenza-assenza, quello in cui riposiamo e quindi esponiamo la nostra fragilità all'ambiente. 
In quella fase i nostri processi razionali sono rallentati, le nostre reazioni più blande... E la nostra intelligenza viscerale può finalmente informarci senza troppe sovrapposizioni. 

Lo fa, quindi, attraverso le immagini - brevi o collegate tra loro in una sequenza che sa di reale e di fantasioso al tempo stesso. E che ci informa, in modo completo, di quanto sta accadendo nel nostro personale percorso di vita. 

Un linguaggio che non siamo abituati a riconoscere nella sua importanza, e del quale sarebbe davvero opportuno recuperarne la capacità di lettura. 

Ciò potrebbe davvero favorire " un'apertura generosa e liberante".








   

                              

sabato 18 agosto 2018

Verde

Un prato inzuppato di pioggia, i fili d'erba solleticano i polpacci nella mia goffa andatura su questo tappeto odoroso, che come una spugna rilascia l'acqua ad ogni mio passo. 
Attraverso un campo scomposto, selvatico e verde, verdissimo. Picchiettato dai tenui colori di capolini fioriti, sparsi elegantemente un po' ovunque.

Lì  sopra il cielo e' occupato da gonfie nuvole scure, che assumono forme pompose, e mutano spostandosi via in fretta, seppure ammassate, come un unico e morbido corpo, sospinto dalle fredde correnti dei bizzarri venti montani.
Qui e la' solo brevi schiarite, spade di luce riescono a rompere il muro, a sbucare in transitori pertugi. Va tutto molto veloce, mentre io sono quaggiù, a muovermi lenta sulla terra bagnata. 

E osservo i rami del pino, ornati di perle cadenti, attratte dal suolo, e ondeggiano le punte argentate dei salici, che come ogni anno di questo periodo, impreziosiscono le chiome brillando nell'aria con i loro riflessi.

Il grigio che piove dal cielo rende la vegetazione piu' verde, la fa apparire più viva, e avverto come una forza che vibra e percorre  il mio corpo.

Un pomeriggio di fine agosto, in solitario ascolto di ciò che mi accoglie. Se mi avvicino a quella pozza accadrà, lo so bene: le piccole rane vi salteranno dentro veloci, con le lunghe zampe scure e quel musetto appuntito che rimane all'esterno, ad osservare il vasto mondo dell'aria. Fintanto che il pericolo sia contenuto, ovviamente...

E allora mi avvicino pian piano, voglio provare il noto piacere di poterle osservare, immobili, colorate, con gli occhi attenti e quel ritmo costante che danza sotto la gola. Un respiro di vita in un ambiente pulito.

Si accorgono della mia presenza, e lestamente si lanciano in acqua: alcune posso solo sentirle dal tonfo che fanno immergendosi, qualcuna  invece riesco a vederla, nel salto che conduce nel luogo sicuro, proprio a mezz'aria, dove il corpo in verticale inizia a incurvarsi per ridiscendere a terra - o in acqua, più propriamente.
Una squadra di atleti olimpionici!

Ce ne sono di scure, che si mimetizzano bene nel fango, e ve ne sono di color verde  brillante; sono di ogni misura, distribuite nell'erba in ordine sparso. E' difficile distinguere, in tutto quel verde, le snelle figure - di certo non per caso. Sono piccoli viventi, non sono aggressivi... Nuotano, saltano e cantano... In qualche modo dovranno pure proteggersi!

D'estate competono attraverso concerti amorosi,  scavalcandosi agilmente nell'acqua e nel limo. A differenza di me, che ho i vestiti impregnati di pioggia, i capelli bagnati appiccicati sul volto, e la camminata pesante, intanto che passo con passo, fatico a estrarre i miei piedi dal fango spugnoso. 

Ma provo una grande allegria, tra le gocce e le fronde agitate, illuminata da un cielo invasato, e spintonata da questo vento freddo e impietoso, intessuto di accesi lampi incrinati, rumorosi e fugaci.

Procedo con ritmi alternati, in questo mondo vivace, fatto di luce e di anime vive, che suona, a volte in modo un po' greve, il respiro del giorno.
Il giorno che appartiene anche a me.