Il Mio Blog non vuole essere un monologo, ma un invito all'incontro: pertanto sono graditi i commenti e il succedersi degli scambi che ne conseguono.
Buona lettura!

lunedì 8 febbraio 2016

Aggressività.

Quando sentiamo parlare di aggressività pensiamo subito alla rabbia e alla violenza. Immaginiamo scene apocalittiche di arpie dalle lunghe unghie arcuate che si avventano su tristi malcapitati, o visualizziamo scene da stadio, definite da rumore e fumo e corpi in movimento. Urla e botte ovunque.
Ci può venire in mente l'ultima traumatizzante giornata trascorsa in auto, imbottigliati in un traffico odioso, tra gli improperi dei frettolosi e stressati automobilisti... O le immagini registrate dalla telecamere della finanza che riportano gesti incomprensibili della maestra d'asilo che prende a schiaffi un bambino e lo picchia con cattiveria. 

Questo avviene perchè confondiamo il concetto di aggressività con quello di violenza.

L'aggressività è un termine che viene dalla ligua latina, e significa, prima di tutto, avvicinarsi (ad-gredior), andare verso. L'espressione può assumere poi varie connotazioni, certo...
L'aggressività è comunque lo strumento naturale e basilare con cui  metabolizziamo la realtà.
Per la vita, lo scopo primario è vivere, e perchè ciò accada, ogni essere vivente  deve servirsi dell'ambiente che lo ospita nel modo più funzionale possibile.  Dovrà quindi aggredire l'ambiente per farlo suo, per renderlo sè.

Se ho fame, devo procurarmi il cibo, così se ho sete... Se ho freddo dovrò trovare il modo di scaldarmi. Brucerò la legna, appozzerò al torrente, coglierò dei frutti... Ma si tratta sempre di un togliere per necessità naturalmente egoistica. 

La violenza è un togliere che implica un sopruso. Un'aggressività finalizzata a danneggiare l'altro, non ad accudire me stesso. Non c'e' necessità sana, ma la perversione di un bisogno. 

Chi si fa latore di violenza? Solitamente chi l'ha subita, o chi vuol vendicarsi, chi sente la necessità di imporsi e non conosce o non vuole imparare altro modo.
Si tratta di risposte compensative a frustrazioni vissute, cioè ad impedimenti alla realizzazione e alla soddisfazione di bisogni che si è in qualche modo subiti.

L'organismo vuole vivere, e si prodiga in tal senso.
Vivere significa correre e dispiegare liberamente i propri impulsi sani, vivere l'erotismo sano, metabolizzare cioè la realtà in modo piacevole e accretivo.

L'uomo vive prevalentemente in società, seguendo regole e convinzioni formalizzate secondo codici a volte necessari, e a volte castranti. La cosiddetta civiltà impone il rispetto di regole. La natura, lo fa a sua volta.

Non sempre, però, i dictat coincidono.

Spesso i modi indicati dai codici della civiltà sovrastano la natura, la coprono e la offendono: avviene una imposizione che fa violenza.
L'individuo che rispetta il codice sociale, che si comporta secondo la morale richiesta, deve fare attenzione: se queste regole si contrappongono alle istanze della natura (ciò che ci fa essere individuo), iniziano i guai.

Allora accade che l'interessato perde un pò della sua linfa. E poi ancora un altro pò. Inizia la percezione di un'insoddisfazione strisciante, una solitudine fastidiosa, un nervosismo costante... Scoppi di rabbia, voglia di fuggire, sensazioni oppressive... Egli avverte un malessere, un disagio, un rumore di sottofondo costante che va crescendo... Qualcosa che vuole essere buttato fuori, scaraventato via.

La colpa è degli altri, di tutte quelle persone che  sanno come si vive e te lo vogliono insegnare, di quelli che capiscono tutto e non vedono niente, che non ti capiscono affatto. Che non lo fanno perchè non hanno voglia di farlo...

 "Ma si, morissero tutti"... E Lasci correre, lasci che quel disagio ti invada con fare crescente, e cerchi la soluzione altrove, al di fuori. Cerchi situazioni nuove, ma non risolvi quelle che ti hanno spinto alla fuga, verso il burrone.
E aggiungi nuove questioni alle vecchie e non sai armonizzarle... Ti distrai finchè puoi... Fino a quando ti accorgi di avere altri guai. Sembra il canale sifonale della conchiglia... Un canale lungo e contorto nel quale si ritrae il mollusco, sempre più in fondo, dentro al cono, verso il buio. Verso una solitudine triste. 

Ecco che l'aggressività, qui, non è più funzionale, non è accretiva, ma distruttiva e dannosa. Qui il suo esercizio non esprime un valore, ma un capriccio di egoismo infantile: volere l'altro, occuparlo per colmare un vuoto dovuto all'assenza da sè.

Colpevolizzare chi non vuole capire, dirlo crudele perchè non si china al tuo piagnisteo, minacciarlo con la propria debolezza, e accusarlo di non provare emozioni. 
Violenta invasione di un profugo ignavo.

E' un togliere per colmare, non per crescere. Rubare risorse anzichè attivare le proprie, in una deresponsabilizzazione dannosa per se stessi e per gli altri. Dove tutto è confuso, è penombra, dove il singolo non sa più distingurere se stesso come individuo.

  Il mollusco conosce la strada, percorre  il canale ritorto verso l'uscita e si muove sul fondo del mare per condurre la propria esistenza.

La vita vuole la vita.











martedì 2 febbraio 2016

Lunedi mattina



 Mi alzo dal letto, nella luce soffusa, e inciampo nel calore del sonno appena lasciato.
Frammenti, immagini vive colpiscono ancora i miei sensi... Fotogrammi emotivi.
In piedi, accolgo il silenzio in cucina, al di qua della tenda, mentre addento la mia colazione.
Sposto quel telo pesante e immergo lo sguardo assonnato nel cielo, dove nubi dense si stendono, ignare di me, ad oscurare il sole che sorge.
Penso all'umanità popolosa, che sfrigola tra cielo e terra, in un fremito continuo di vita.
   Onde di vento e di suoni, di cose spostate, spezzate e aggiustate in un moto infinito.

   A breve sarò sulla strada con altri. Nel rumore diurno di questa città così poco ospitale e per nulla ostile.
Tra la folla costretta e gli odori pesanti, nel sottovia del metrò.
Estranea e distante da quel mondo di braccia e di gambe, di voci che si fondono ovunque,  articolando strane armonie.

   Vivo immersa nel suono, attratta dai colori e da ciò che si muove.
Le note arrivano ovunque, e si impongono sempre.   Le attraversa il respiro.

Sorseggio con gusto un caffè,  che ammicca vezzoso nella sua veste cremosa. Il morbido aroma impreziosisce l'ambiente...  
    Momenti privati di attutito piacere. 

  Ancora un istante prima di scendere in strada...




martedì 19 gennaio 2016

Giò


Ho un'amica che vive in montagna
dove fa freddo, ma lei non si lagna
     Le piace l'arietta frizzante e vivace
       che spira dovunque in quel mondo di pace.

Osserva chi tace ed abbraccia chi ride, ascolta curiosa ed impara ogni cosa.
        Giocando lei usa il suo estro...Eppur non si avvede del suo fare maestro!
Coi sassi costruisce casette, con le mani realizza borsette...In cucina nemmeno lo dico...Io mangio e la benedico!!
Ha un piccolo orto che cura felice,
Con aromi, profumi e fiori vivaci
Le fragole lì son cresciute
Che pure in inverno si fanno apprezzare.
Melograni e limoni, tra cachi e melissa,
uva spina e insalate.

E l'acero rosso, sottile e tranquillo, che veglia su tutto.

Ma pure L'azzurro dell'acqua incantata
del mare di Grecia se l'e' conquistata.
Lei studia la lingua, osserva le carte e prepara il suo viaggio...

Protesa in avanti, i suoi sogni le danno coraggio.

Io penso e sorrido
La vedo già lì:
allegra e vivace
tra la gente del luogo
che ride, che parla, che fa...

Tra le onde turchesi del vivido Egeo...







mercoledì 6 gennaio 2016

Personal Computer

Avvio il mio nuovo PC e in un attimo appare lo schermo acceso, con tutte le icone che conosco. É un computer molto veloce e molto potente, che mi sono procurata con la consulenza di un amico davvero competente.

 Uno che di computer, di programmi e di computazione ne capisce parecchio. Un esperto.
      E così, con tanta, tantissima pazienza, questo amico professionale mi illustra i passaggi che compie nel settare il nuovo PC.

Digitando istruzioni sulla tastiera fa accadere delle cose... Alla fine mi trovo davanti agli occhi svariate icone, delle immagini, insomma.

"Cara mia, ricordati che dietro ogni immagine esiste un algoritmo, ossia una serie di istruzioni elementari, chiare e definite, che dicono in modo univoco al ricevente come deve comportarsi."

  Faccio una ricerca su Google, e leggo che un algoritmo, per essere tale, è definito da alcune caratteristiche imprescindibili, quali:
 
-  la elementarità dei passi costituenti (ogni passaggio è basilare, atomico, va fatto uno per volta);
-  la loro univocità di interpretazione da parte dell'esecutore (deve esser chiaro e non fraintendibile quello che viene richiesto di fare); 
- deve esser definito da un numero limitato di passaggi (seguo un percorso di azioni definite) e da una quantità finita di dati in entrata (devo avere tutti gli ingredienti necessari per ottenere il risultato richiesto);
-  l'esecuzione deve portare ad un risultato effettivo ed univoco (da quelle istruzioni non può non derivare quel fenomeno).
 
Quindi, se applico istruzioni chiare e chiaramente espresse, devo ottenere i risultati voluti.

Ora, la codifica (una rappresentazione) di una serie di algoritmi (istruzioni) secondo un certo linguaggio produce un programma, ossia un insieme di comandi approntati nel modo che siano leggibili per quel destinatario che è chiamato a realizzare - tramite la loro applicazione - uno scopo.

Negli anni 70, alcuni ingegneri semplificarono l'accesso ai "comandi "suddetti attraverso la realizzazione del GUI (Graphical User Interface), un'interfaccia grafica che consente all'utente di interagire con i programmi manipolando graficamente degli oggetti, cioè utilizzando delle icone, delle immagini.

Perché delle immagini?

Effettivamente oggi, smanettando tra le immagini, siamo talmente abituati a utilizzare i nostri devices (che sia il personal computer, il tablet o lo smartphone), che nemmeno ci pensiamo. Ma se dovessimo eseguire le stesse funzioni utilizzando le righe di comando, troveremmo tutto molto più dispendioso in termini di tempo e di fatica...
 
Le immagini costituiscono un linguaggio naturale, universale, immediato, veloce. Per esempio, se clicco col mouse sull'immagine della casetta so che sto tornando alla home page. L'algoritmo sottostante è stato già tradotto e semplificato, regalandomi il vantaggio della velocità.
 
    Noi viviamo in un mondo fatto di immagini. Ogni volta che pensiamo a qualcosa ce lo rappresentiamo... E questo è il motivo per cui certi termini astratti ci rimangono ostici da comprendere... Non sappiamo come rappresentarceli!

Ho un ricordo di me, molto molto piccola, seduta sul sedile posteriore dell'auto dei miei genitori. Mi portavano all'asilo, e mentre ascoltavo ciò che dicevano gli adulti io interrompevo spesso chiedendo cosa significasse questa o quella parola... 
     Non era per rompere le scatole, ma solo perché non riuscivo a collegare nulla a quelle espressioni, e questo interrompeva il flusso delle informazioni che volevano farmi arrivare coi loro discorsi. Io ascoltavo ma non capivo.
 
Dopo qualche annetto ho frequentato la facoltà di filosofia all'università.....E pure lì ce ne erano di termini oscuri... Tanto che ancora oggi mi infastidisco quando sento utilizzare paroloni astratti per indicare contenuti altrimenti esprimibili. 
 
      L'irritazione nasce dalla perdita di tempo che viene imposta all'ascoltatore che deve sforzarsi di decodificare un contenuto che potrebbe non richiedere la fastidiosa operazione....
 
       Probabilmente sono ancora irritata per la perdita di tempo che personamente subito in situazioni analoghe durante gli studi.
 
    Soprattutto perché, a dirla tutta, lo scopo di un tale comportamento espressivo, più che di passare informazioni sui contenuti, è troppo spesso quello di esibire un teatrale atteggiamento prosaico....

Ora, questa corrispondenza tra programmi e immagini non è proprio limitata a ciò che troviamo nel nostro PC.... Perché è quanto accade anche dentro di noi!
 
     Ascoltare certi suoni, annusare certi odori, provare dei sapori evoca in noi immagini, situazioni, emozioni che ci agiscono, che ci muovono verso determinate reazioni. Viceversa, la visualizzazioni di alcune immagini - naturali o artefatte che siano - determina la presa in carico dei rispettivi algoritmi sottostanti che, a loro volta, ci muovono e orientano.
Certi film ci fanno piangere, ci fomentano, alcuni quadri ci opprimono, il modo in cui si veste il nostro collaboratore stimola in noi repulsione o allegria....
 
... I sogni che facciamo durante il sonno (e durante la veglia), dei quali siamo spontanei registi, sono la nostra interfaccia grafica: quelle icone dinamiche che cambiano, che si ripetono e che si susseguono rappresentano l'attualità della nostra situazione, codificandola. 
 
  Dietro quelle immagini ci sono istruzioni, descrizioni di fatti. Se sappiamo leggere quelle immagini sappiamo anche vedere cosa stiamo facendo e dove ci porterà il programma attivo in quel momento.
 
  Non è certo poco!!!
 
Ok, e poi?
Come scelgo di avviare un programma o di abbandonarlo, quando lavoro al mio PC? 
 
                                     Dipende da cosa posso farci.
 
 Mi è utile? Risponde alle mie esigenze? 
 
     Se voglio vedere un film dovrò avviare un programma di lettura specifico; se voglio comporre un testo avvierò un programma di scrittura.... Se voglio ... 
 
    Ma cosa è che voglio davvero? A livello più profondo, personale, a livello esistenziale. Se non lo so devo scoprirlo e, una volta individuato, devo cogliere cosa impedisce di raggiungerlo, e come fare. 
 
   Abbiamo le nostre immagini. Le produciamo noi e ce le raccontiamo continuamente. Di notte e di giorno.
 
Dobbiamo imparare a decodificarle. 
Dobbiamo andare a scuola.
 Dobbiamo fare esperienza.









La mela.


Ho realizzato la composta di mele annurche. Ne sono venuti cinque barattoli di una bella purea dal colore giallo rosato.

   Le mele annurche hanno un aspetto seducente: sono piccole e tondette, rosse rosse, e la buccia dura protegge una polpa bianca e compatta dal sapore dolcissimo.


Si tratta di una delle tipologie di mela più antiche, che i latini chiamavano orcula perché ritenevano che la terra in cui nascevano fosse l'ingresso per gli Inferi (Orco). 

   Nella storia questi frutti hanno portato su di sé il peso di tanti significati, facendosi simbolo di virtù e di iatture. Nel medioevo la cultura acquisita dal passato attribuiva alle mele una forte capacità medicamentosa: dal Corpus Hippocraticus si tramandava la necessità di farne mangiare a uomini e animali debilitati, e di come le loro caratteristiche fossero in grado di far prevenire a chi le assumeva le conseguenze delle orribili epidemie. Si trattava di un frutto talmente importante che chiunque avesse avuto intenzione di esportarle si trovava costretto al pagamento di un dazio. Circolavano inoltre molte storie su mele fatate in grado di donare saggezza e potere…
    
   La cultura celtica attribuiva loro un legame con il mondo dell'Al di là – rappresentato, appunto, come una isola su cui sorgevano meli.

   La cultura biblica l'ha fatta nascere dall'Albero della Sapienza, l'unico frutto che Dio volle tenere per sé – una tentazione cui l'uomo non ha saputo resistere. La mela ha così ereditato il titolo di frutto del peccato nonostante, di per sé, di peccaminoso, non abbia mai avuto nulla!

La colpa stava nel gesto, nel fatto che l'uomo l'avesse raccolta nonostante la proibizione, ne avesse mangiato, e avesse coinvolto in ciò il suo simile.

  L'errore è dell'uomo, incapace a resistere al richiamo della curiosità e del piacere. La mela, nella sua compatta rotondità lucente, si limita ad esercitare un fantastico ruolo attrattivo.

   Così, mela, piacere, tentazione e peccato sono andate a braccetto per un po'…. Le fu anche attribuita la causa della lunga guerra di Troia!

  Ma gli orientali, che da millenni esercitano una visione del mondo per molti versi più ricca di quella occidentale, la utilizzano come simbolo di potere e completezza, simbolo del mondo e della sua totalità. E la mettono in mano a uomini saggi e forti che rappresentano nella propria iconografia artistica.

   E' trascorso il tempo necessario e la conserva è matura. Sto aprendo il barattolo... 









mercoledì 9 dicembre 2015

Dream



 Conosco una persona che si occupa di sogni. Li legge, li  esplicita, li usa.  E si impegna a trasmettere questa arte perché la conoscenza, soprattutto questa, è il fondamentale preludio del fare, e quindi del Vivere.
 Vivacchiare è un’altra cosa..Lo sappiamo villanamente fare tutti…

Questa persona è un amico, un amico di vita, della propria e di chiunque voglia davvero viverla. Ed io lo amo e lo rispetto. A volte lo faccio impazzire con le mie domande ottuse…
Francamente conosco solo alcuni dei miei limiti, però mi impegno a convertirli in punti di forza. Non è facile per mille motivi, o forse per uno soltanto: siamo programmabili. Questo ce lo insegnano molte scuole, ce lo ripetono pensatori e scienziati, lo vediamo costantemente nello specchio della realtà quotidiana… Ma sono coriandoli di informazione, che arrivano con folate di vento e volano via, un attimo dopo. 

 Prima di esser capito, un messaggio ha bisogno di essere accettato e letto; le coscienze programmabili e programmate (…) dovrebbero essere messe da parte: fare epochè, assenza di giudizio, assenza di coscienza” – così scrive l’Amico nel suo Blog.

Nasciamo informati, continuiamo ad essere informati, e informiamo a nostra volta…  Acquisiamo parole abitate da piccoli sistemi di vita, confezioniamo concetti, architettando una visione del mondo già pronta, diffondendo modi di concepire il nostro passaggio sulla terra. Facciamo uso di gesti che rimandano a giudizi, ed esprimiamo idee generate da convinzioni acquisite. 
I pensieri, poi, volteggiano elastici in uno spazio illimitato dentro e fuori di noi ... Ma quanto ci appartengono davvero?

Siamo programmabili. Siamo programmati. Molto spesso inganniamo sostanzialmente noi stessi, indotti a cercare cose di nessun interesse, a combattere battaglie di scarso valore, a rifiutare ciò che invece è di vitale importanza. Viviamo emozioni confuse e arraffate, in un gomitolo scomposto di cui non cogliamo il principio.

E poi arriva un sogno.

Una immagine, semplice, evanescente, veloce. In una sola immagine che mi sfiora leggera arriva la dritta sulla verità di questa grande tela che ogni giorno costruiamo e disfiamo, tinta da umori ed emozioni non sempre sinceri. Non sempre reali.

Quando l’inconscio vuole farti sapere qualcosa di solito ti invia un sogno”, scrive il dott. Bernabei…Ed è così! Con le immagini parliamo a noi stessi..Non ha senso ignorarle! 
Eppure, distrattamente…Le trascuriamo. Filtri, tappi e distrazioni: ascoltiamo insegnamenti di altri e ignoriamo quelli che diamo a noi stessi. Perché non li capiamo, perché non siamo addestrati ad accoglierli… Tutto ciò che è altro sembra avere importanza e priorità assoluta…Ma per una volta…Ma non ho tempo…Ma poi chissà che succede…Ma poi mi si complica tutto!!

Paura, dubbio, vergogna…

Si, si complica tutto ciò che è in un equilibrio tirato, ma che non è in equilibrio con te! Lasciamo cadere le carte, sovrapposte a costruire pagode. Son labili e inutili, ostruiscono la via del possibile. Provare..un passo..Un altro…Una piccola azione..

Partire da un sogno per scoprirlo (e scoprirsi) reale.


Risultati immagini per castelli di carte

giovedì 19 novembre 2015

Story Telling



 Watzlavich diceva che non e' possibile non comunicare, e che comunicare e' inevitabilmente agire.

Da sempre, la forma privilegiata della comunicazione e' il raccontare...

 Cosa sottende un racconto? Quali immagini usa e quali produce?
 Perche' ci interessa, e in che modo lo fa?

In quale misura, raccontar storie non e' solo "raccontar storie"?

Un piccolo saggio composto da me....






Buona lettura!