Ancora
Cezanne. Sulla scia dell'ultimo post e dei commenti che ne sono seguiti, decido
qui di puntare uno spot su "la punta dell'iceberg", un iceberg di
terra: la montagna di Saint Victoire.
Cezanne fu
un artista infelice come molti altri della sua specie. Un innovatore, e quindi
un solitario... Rimase incompreso fino alla morte. Con il suo lavoro si
contrappose alla rigida e formale tradizione, vivificando le forme con colori
accesi e screziati che prevaricavano le prospettive e costruivano una nuova materialità
alle immagini.
Diverso,
quindi, nel suo modo di osservare e restituire la realtà che lo accoglieva.
Frequentò
importanti scrittori e artisti dell'epoca, studiò con gli impressionisti e
condivise con loro il piacere del plen-air: lavorare all'aperto, a diretto
e immediato contatto con la natura. Egli ascoltava e riproponeva quegli
infiniti e sorprendenti giochi di luce e colore che la vita offre di continuo.
Negli ultimi
vent'anni della sua vita era ossessionato da una particolare immagine: produsse
oltre sessanta lavori tra disegni, acquarelli, schizzi e pitture che
riproducevano, da prospettive diverse e nell'arco di alterne stagioni, una
visione della stessa montagna: si trattava del monte Saint Victoire, che dominava la sua terra natia.
L'artista si
immedesimò a tal punto con questo elemento da finire i suoi giorni proprio
nello sforzo di riprodurlo, nella logorante attività di mostrarne al mondo le
forme che variavano nella sua mente e davanti ai suoi occhi: dentro e fuori di sé.
E nonostante si desse da fare per rappresentarne di volta in volta in veste
diversa,con luci, colori e accessori vari, non poté celare a nessuno la
continuità di ciò che identificava come il suo sogno ricorrente: una montagna
che, lentamente e in modo inesorabile, si accasciava al suolo, perdendo forza e
maestosità, sbiadendo e contraendosi nelle sue parti componenti, raggrumate
finalmente in modo spezzato e sfocato...
Cezanne
utilizzava i pennelli per parlare col mondo, e per gridare il suo dolore.
Daniele Bernabei, nel
commento al mio ultimo post, ha messo in evidenza ciò che l'artista ha
rappresentato nel famoso dipinto La rupe rossa: il disfacimento
quasi completo che precede di poco la morte, il grande volto di un uomo appena
riconoscibile nella sua decomposizione, e una piccola lapide a forma di osso
verticale come autografo.
In ciò che
realizza, ogni autore rappresenta se stesso: disegna i suoi sogni e li offre a
chi ha voglia e capacità di osservare.
Spesso senza essere in grado lui stesso
di leggere il proprio segno.
Sin
dall'antichità sognare erba che cresce sul corpo è stata indicata dagli addetti
ai lavori come indizio di morte imminente: i vivi viaggiano sulla terra e per
mare; i morti sono sotto terra, e la vegetazione li sovrasta, fino ad inglobarli
e nutrirsene.
Così la
morte rende la vita, in una novità che sa di principio.
Quel quadro
fu composto negli ultimi anni di vita.
Lateralmente, in primo piano, è
denunciata la causa della sua ossessione, rappresentata dalla simbologia di una
sessualità perversa e involutiva, statica nella sua rigidità, e accesa nella
sua rossa aggressione (si veda il commento al commento).
Se l'artista
avesse avuto la competenza opportuna, o avesse fruito di una consulenza
adeguata, avrebbe potuto probabilmente evitare di morire di polmonite, per
strada, durante il ritorno di una delle sue scampagnate finalizzate a rappresentare,
per l'ennesima volta, il male che lo affliggeva.
Sono
insistente ma a ragion veduta, quando torno ancora a ripetere che le immagini,
nella loro universalità, DICONO NOI.
.. La rupe rossa:






