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domenica 6 novembre 2016

Giocatori



Mi sfiorano coriandoli di autunno in una giornata che ha ancora il sapore dell'estate, intanto che scivolo tra le vie della città che mi ospita mentre frugo tra i pensieri. 

Non ho dormito molto, stanotte, giusto un pò: mi sono alzata col buio e ho bevuto un buon caffè, godendomi quella confortante sensazione familiare.
E ora sono qui, tra persone indaffarate, che intrecciato ore e azioni, e che producono pensieri. 
Un giorno tra tanti.

Tempo fa scrissi un racconto: diedi corpo ad un dialogo che sfilava via da un quadro intanto che lo osservavo: i giocatori di carte di Cezanne. Due uomini seduti, ognuno totalmente assorto in se stesso, immersi in una luce bianca, un tavolo tra loro e alcune carte tra le mani.

In quella stasi pittorica creai un rimpallo di espressioni tra due individui che non riuscivano a comprendersi. E più insistevano nel tentativo di fare chiarezza e di attivare un dialogo, tanto più ingarbugliavano la situazione, accrescendo il livello di incomunicabilità. 

Tanto rumore, ma nessuno scambio: solo suoni che occupavano, come invadenti e lunghe collane, quella luce bianca e ferma. 

Vicini ma lontanissimi, prigionieri di un isolamento personale in un contesto obbligato, a fingere di condividere un'azione e la sua stessa meta.
  Quell'immagine mi parve un inno alla fragilità umana, alla solitudine che ci appartiene; mi parlava di quanto può esser facile fingere di stare insieme e di volerlo fare, quando siamo tutti presi da noi stessi e dai pensieri.

 Una immagine e la mia persona.

In questi giorni ho avuto modo di osservare una congrega di persone convinte di far azione comune, dirette ad un obbiettivo condiviso, ma totalmente ignare del disegno che contribuivano a delineare. Andavano troppo di corsa per poterci pensare, dicendo di non averne il tempo. E si affrettavano da una scelta all'altra, arrancando, costrette, nello stesso spazio esiguo.

 Sbirciavo dalla posizione esterna quello stato turbolento e vorticoso che si espandeva ad oltranza, come un ampio forzato respiro, ad occupare lo spazio disponibile, poggiando su qualcosa che non c'era: sopra le correnti insostenibili; sotto una stasi muta.

Ognuno assorto nel suo fare, in affanno, di corsa... Azioni, voci ed espressioni concitate: un galleggìo malsano sopra un mare scuro; rumorosi lampi incrociati sulla superficie di uno strano vuoto.

Ed ecco che tale frenesia ha evocato in me il ricordo di quel quadro, e le emozioni che esso aveva stimolato: ero di nuovo spettatrice di una staticità innaturale mascherata da azione. 

Non ho sentito vita, non respiravo allegria: solo idee confuse e male espresse dentro un'atmosfera artificiale che soffocava il mio sguardo e quello di pochi altri.

Di nuovo quel quadro, in cui gli attori, ognuno assorto in se stesso, sembravano impegnarsi in un gioco.

Figure in risalto sullo sfondo scuro, ed immerse in una luce fredda.