Il Mio Blog non vuole essere un monologo, ma un invito all'incontro: pertanto sono graditi i commenti e il succedersi degli scambi che ne conseguono.
Buona lettura!

martedì 24 gennaio 2017

Beh


C'era una volta una pecora verde: era piccina, grassoccia e molto lanosa. E aveva il pelo verde. Le piaceva brucare in terre libere, e non temeva nessuno. Anzi, era aperta verso tutto ciò che incontrava e provava piacere nel vedere altri viventi muoversi intorno. Un viaggio solitario, il suo, ricco di incontri, più o meno fugaci. Zampetta dietro zampetta, e poi ancora, e ancora...Un po’ lenta e un po’ lesta, di umore incostante...

Beh, la vita non è poi così male - pensava  trotterellando dentro e fuori dal fragoroso ruscello: vedeva le trote veloci gareggiare tra loro nelle vesti eleganti, ornate di oro e di rosso, come piccole pietre preziose poggiate sul dorso, illuminare la scanzonata sfilata di fantastiche ombre veloci, proprio come evanescenti pensieri.

Ma poi ogni tanto pioveva, e le sue zampe imbrattate dal denso fetido fango in cui le toccava affondare, rendevano duro il suo viaggio. E lo rendevano brutto, brutto e crudele. Allora, tra i brividi e il peso che la lana bagnata riversava sul suo piccolo dorso, tra i tanti gravosi sospiri, il mondo perdeva la sua luce fatata: la vita è pesante - belava - piena di orribili prove, e io mi ci trovo dentro, senza averlo mai chiesto a nessuno...  Il lungo musetto rosa pendeva verso il basso, sempre più giù, e non aveva più occhi per guardarsi d'intorno: tutto era lotta, era sforzo, una enorme infinita fatica.  Una enorme inconsolabile triste emozione... Tristezza e tanta fatica.

In quelle parentesi grigie sembrava adombrarsi anche il colore del suo morbido vello, che pure sapeva donarle, nei momenti migliori, una fiera alterigia.
 Lo stesso colore, così le piaceva pensare, delle ali dei piccolissimi insetti che, quando in estate lei correva tra i prati, le saltavano via allegramente tra uno zoccolo e l'altro, omaggiandola di colorata allegria. Un po’ verde, un po’ blu.... Certuni eran anche rubizzi! 

Oh, quanto le piaceva quel gioco, e correva qua e là, agitando un tripudio di colori nell'aria, che la occupavano in sciami, e poi tornavano giù, tra le foglie, pronti a venir fuori di nuovo al prossimo gesto. I grilli, che cantano tutta la notte, e addolciscono la malinconia che l'immenso cielo stellato, a volte, accende in sordina, con la delicatezza sottile di un elegante ladro notturno.

Una volta dei bimbi l'avevano incontrata per caso, mentre curiosava in giro tra le valli della zona, e ne avevano talmente elogiato il colore... Un colore fantastico - dicevano -, e lei ne rimase colpita. 

Aveva a lungo creduto di essere strana, con un certo chissà tra i riccioli indomiti che le vestivano il corpo, come una brutta malìa capitatole addosso, senza un chiaro motivo. Se ne andava pertanto da sola tra i prati, esplorando le terre che riusciva a raggiungere, intraviste per caso e per caso raggiunte, in quello spazio variabile e pieno di forme.

 Ma poi, questa assonanza con i prati che le carezzavano, profumandolo, il muso, la fece sentire speciale, e ogni suo ricciolo vibrava di esuberante euforia. Un poco vanesia, aveva pertanto apprezzato quegli occhietti vivaci ed il piacevole stupore trasmesso.

 Pecorilla, Pecorilla - ripetevano ancora le acute vocette - corri con noi... E le porgevano fiori appena raccolti per lei, di colori e misure diverse, accostando a quei gesti gentili spontanee e allegre risate. 

Era bello quel suono, evocava la fresca cascata che una volta l'aveva colpita a sorpresa, mentre sbucava da un pertugio, tra le rocce che stava esplorando. Era freddo in quel luogo, e umido, ma vibrava imperioso un fragore costante, grave e robusto, sempre più forte man mano che lei pestava la terra franosa... Finché, la sorpresa: un gelido getto le punse la groppa, e per un po’, forse, la offese. Ma, lesto, il fresco elemento si riversò su di lei, donando ristoro alle zampe accaldate, e sbuffandole addosso il profumo di menta che, tanta, sbocciava su steli lunghissimi e folti là intorno. 

E s'avvide, d'un tratto, del dono che le era stato elargito dall'incontro con lo strano informe e veloce vivente: il suo pelo era diventato cangiante.

 Il vigore di quella mano invisibile aveva raschiato via dal suo corpo le erbacce e le spine, aveva fatto volare via quegli odiosi semini appiccicosi di certe orribili piante selvagge, e le aveva mostrato che veste preziosa avesse da sempre condotto con sé.  Si specchiava sorpresa nell'acqua raccolta intorno al suo piccolo corpo ricciuto, e accoglieva da dentro il tepore del sole accecante, che brillava sull'acqua, in certi punti soltanto.

Pecorilla, Pecorilla, gioca con noi... Correvano insieme, quei corpi diversi, ognuno a suo modo, ma con la stessa gioia vivace accesa dal sole e dal terreno odoroso, punticchiato da mille colori e da strani viventi che volavano bassi, saltavano gai e strisciavano a scatti, nascosti nell'erba un po’ alta e un po’ rada.

Una piccola pecora verde, ed alcuni bambini dall'età indefinita.

























mercoledì 18 gennaio 2017

Titani



E' l'una di notte e fa freddo. In questi giorni le temperature sono calate in tutto il paese, e quando cammino per strada, nonostante i numerosi strati di lana, il cappello e la sciarpa lunghissima, avvolta e riavvolta intorno al collo fino a coprirmi la bocca, l'aria che respiro arriva a gelarmi la testa: sento come una lama posizionata nel cranio, dentro la fronte.

Rifletto sul fastidio che provoca il freddo, e so già che non sto pensando al disagio climatico. Leggo sul web le notizie e i relativi commenti, leggo i post di bloggers che seguo, vedo immagini devastanti di un pianeta che non rispetta se stesso: nel piccolo e nel grande. I migranti; i muri difensivi che offendono chi li erige e chi rimane dall'altra parte; omicidi di varia natura; attentati; guerre tra clan... Odio e violenza allagati dall'acqua di ghiacciai che si sciolgono con una rapidità spaventosa; specie animali che si estinguono a causa dell'ignoranza, dell'egoismo infantile e degli abusi di questi viventi che hanno perduto la bussola.

Ma ha senso definire viventi coloro che distruggono ciò che ne garantisce l'esistenza? 

Sembra un paradosso, come le scale di Escher, che salgono e scendono al contempo, in maniera impossibile. Cancelliamo il respiro del mondo inseguendo illusioni vanesie di potenza e maestà: il potere, la gloria, l'onore... "Che le generazioni future parlino ancora di me, nel bene o nel male!"

Li abbiamo chiamati eroi, imperatori, assassini, li abbiamo dichiarati pazzi o superbi, magnifici e infami, li abbiamo comunque ammirati: i mostri del bene e del male. Li abbiamo messi lì, in alto, distaccati dal reale, in una improbabile storia che sa di leggenda e di forzatura studiata, e poi li abbiamo amati e temuti, e abbiamo insegnato a chi ci ha seguito a farlo a sua volta, in un modo o in un altro. Erano dei, erano re. Erano tiranni. Ma li abbiamo ammirati e serviti, nel timore che in noi suscitavano. 

Abbiamo peccato, insegnando a chiunque che l'autorità è la forza, e che il dolore, quello è solo un effetto secondario, necessario e discutibile. Roba da donne.

Il freddo fa male, allo spirito e al corpo. E da sempre è in agguato e ci morde. Siamo tanti e bastano piccoli gesti da parte di ognuno per scaldare un pò l'aria, quel poco che riesce a generare un sorriso. Bisognerebbe iniziare a guardare chi abbiamo davanti e domandarci se, in fondo, con quel suo silenzio rappreso, non stia dicendoci proprio qualcosa.

 Dov'è finita la volontà di osservare?
 Corriamo, da un'azione ad un'altra, in gara con la morte e con la velocità ossessiva del fare. 

Serve una tregua col mondo, una  breve cesura fuori dal tempo per poterlo davvero incontrare, e lasciare che in esso si imprima infine il respiro di una persona che vive. Non vediamo noi stessi con gli altri e quindi non vediamo più nulla.

 Non possiamo capire che il freddo è generato e diffuso anche da noi.

Abbiamo perso il contatto col mare e col cielo, non tocchiamo la terra e non respiriamo la luce: corriamo e facciamo, sterilizziamo il pensiero e lasciamo ingannare le nostre persone da canali artefatti, già pronti, costruiti apposta per noi.

Ci è stato insegnato a ubbidire e a bere nutrimento già pronto. Se pensi sei matto, se chiedi sei strano, se soffri sei solo un pò fragile... Magari sei gay! Impariamo a descrivere il mondo secondo espressioni forzate che, poi, ci restano dentro e manomettono la nostra visione dell'altro.

Non è un femminicidio: hanno ucciso una donna! Non è un omofobico, ma un uomo che ha differenti orientamenti sessuali. Non sono strana: sono una persona con la sua naturalissima peculiarità. Non è solo: è solamente se stesso, e incontra gli altri dall'interno della propria persona...



Un pò mi dispiace ma non me ne scuso comunque: volevo comporre una festa, avevo intenzione di aggiungere una pagina allegra a questo mio piccolo spazio aperto sul mondo, ma non ce la faccio, non questa notte. Fa freddo, e questo freddo mi sta gelando i pensieri...





venerdì 13 gennaio 2017

interblogging: citando le citazioni...


Lo so: è di faticosa esperienza leggere qualcuno che scrive per rispondere ad altri che cita…  Ma non posso esimermi dal sottoporre - a chi vorrà leggerlo - il brano qui sotto riportato. Si tratta di un'attenta e ricca analisi della dinamica di un gioco che si gioca nello sfondo di un altro gioco: parliamo, come sempre, di umanità, ma stavolta ci arriviamo presentando una presentazione di un famoso giocatore di scacchi...

Quindi, a chi si fosse lasciato incuriosire da questa mia breve premessa, suggerisco di prendersi un pò di tempo per sè, di inserire il jack delle cuffie nell'apposito spazio dedicato sul device in uso, di osservare attentamente le immagini che incontrerà, e di contribuire - sempre se ne avesse voglia - al dialogo in corso nei commenti.

E allora, prego: cliccate qui, e che il gioco abbia inizio!

Buona lettura...
Marina







sabato 7 gennaio 2017

Shhhhht!



Se sei nel dubbio non parlare. Se stai male non dirlo.
Se hai voglia di urlare, tienilo per te.
Se vedi qualcosa di sconveniente, fingi che non sia nulla.
Se sai che quello che accade è solo finzione, recita la parte che ti hanno assegnato e vai avanti.
Se proprio non ti piace... Non è che devi per forza sentirlo da dentro! 

Non arricciare il viso e non sgranare gli occhi per la sorpresa, rallenta il ritmo del tuo respiro e cammina. In modo sereno.
Anche se non va, se è falso e odioso e brutto, moralmente brutto, devi passarci attraverso, e percorrerlo fino ad uscirne. Il passaggio è obbligato: turati il naso e procedi. 

Ciò che vedi non conviene vederlo, le tue domande attivano il sospetto e nutrono l'accusa: se non ne parli, non lo pensi, e così magari nemmeno esiste più.

Non dire una parola. Salva la tua immagine e cammina. Senza pausa. La sponda è di là.

Lo dicono in tanti, qui lo dicono tutti: il silenzio è d'oro.
Come le tarme in una bara di legno: scavano tunnel in compagnia di una cecità funzionale. Tutti là dentro, tutti da soli: automi nel buio.

La paura è la gabbia che chiude la mente e paralizza la vita.

Serve l'azione diversa, urge la smorfia che ti spinge ad urlare: la vita è il suo suono, come il ruggito del mare, ed è azione: gli artigli rinchiusi sulla preda afferrata, tra le forti correnti nel cielo: azzurro, pieno di nubi, o infuocato dal sole.

Arriva al mio cuore il profumo dei prati, e le note sofferte di una vita che mette in gioco se stessa.

Il silenzio e' d'oro ma il respiro vale molto di più.











lunedì 2 gennaio 2017

Lunga vita!





31 dicembre: persone scrivono messaggi, dita veloci in cerca di emoticons, di frasi ad effetto e filmatini graziosi o buffi da condividere. In pochi utilizzano ancora il telefono per rinnovare l'infinito rituale: auguri, buon anno!

… Ora si utilizzano i social. Tutto più  divertente e meno impegnativo. Un  sistema furbo, che permette di adempiere allo strano dovere restando al coperto, e chiudendola in fretta. O allungandola un pò, secondo quanto si ha voglia di fare, ovviamente.

La fine dell'anno e l'inizio del nuovo.

Sarà migliore, sarà importante, deve esserlo…  E giù musichine e pupazzetti danzanti... Ci vediamo nel nuovo anno... AUGURIIII!
Coriandoli e stelline, immagini di bicchieri lunghi che si sfiorano nella promessa di un brindisi allegro, e di un prossimo incontro.

Sembriamo tutti impazziti, incastrati in questo reiterato spettacolo strano.
Ci rivedremo domani e sarà solo un altro mattino, succeduto a una notte di festa, a cui seguiranno ulteriori giornate...

La fine di un anno: ne abbiamo bisogno; spezzettiamo gli eventi, inseriamo cesure per poterli osservare da fuori: è successo una volta, è altro da me. 

Un periodo è finito, lo abbiamo ucciso "coi botti", esorcizzato con la risate e la musica, e i vestiti eleganti. Il conto alla rovescia e inizia una nuova realtà. 

Il nuovo anno.

Un pò meschini nell'ingannare noi stessi, complici dei nostri timori e della fragilità che non sappiamo accettare.
Sappiamo che è un falso, ma contribuiamo a crearlo, ogni volta di nuovo, il 31 dicembre.

Me ne rimango in disparte: ho già festeggiato. Lo faccio ogni giorno. Festeggio il presente, con quello che sono, impegnata ad impastare gli eventi e a scovare occasioni migliori.

Sono qui che respiro insieme con gli altri, in una vita che non ha interruzioni. Non c'è un prima nè un dopo: la porta è già aperta su uno spazio che può portarci dovunque.

Basta solo percorrerlo, un passo e poi un altro, con andatura leggera...









sabato 31 dicembre 2016

Bambole


Ho sempre sofferto di una personale avversione nei confronti delle bambole.

Quando ero piccola ne ho ricevute in dono da adulti per lo più incapaci di osservare, o solo noncuranti delle emozioni che potevo provare. Ero una bambina, e molti pensano che i bambini siano una sorta di gnomi poco sviluppati, quindi un pò stupidi e incapaci di porsi domande e formulare proprie opinioni su quello che vivono.

io odiavo le bambole, lo sapevano tutti. Ma allora perchè me le regalavano? Ero piccola certo, magari un pò ribelle, ma ritenevo offensivo dover ringraziare pubblicamente qualcuno che, con tanto falso entusiasmo, pavoneggiava se stesso vantando di avermi fatto un super-regalo, pur nella effettiva consapevolezza che quel regalo non era affatto gradito.

Insomma, qual era il senso?

Una conveniente esibizione di finto interesse per la mia piccola persona davanti ad un particolare pubblico? 
Assolvere ad un dovere sociale nel modo più scontato possibile (ai bambini si fanno regali, e alle bambine, in particolare, si regalano bambole)?
Offendermi gettandomi in faccia la cruda realtà, cioè che il mio stato emotivo non era oggetto di alcuna attenzione?
Ho sempre detestato le ipocrisie: quelle di chi mi trovavo davanti, e quelle a cui ero obbligata dalle buone maniere che i miei familiari tenevano tanto a far rispettare.
Mi sentivo poco credibile e fuori luogo: provavo disagio.

Sarebbe corretto dire che sono cresciuta in ambiente maschile: ho trascorso molto tempo con i fratelli di poco più grandi; sono stati i miei soli compagni di gioco fino a quando i genitori hanno ceduto ai colpi incessanti delle mie quotidiane proteste, (non mancavano pianti pietosi ed espressioni disperate), inserendomi finalmente in una scuola, con un anno di anticipo rispetto al tempo previsto, a contatto con altri bambini, fuori da quella casa che mi opprimeva.

Con loro, i fratelli, era una lotta continua; procedevamo a suon di graffi, di morsi e spintoni: riuscivamo a farci veramente del male! Ho anche perso un dente a causa di un pugno. Vabbè che già dondolava... 

In mancanza di altri compagni io giocavo con loro: avevamo biglie di vetro colorate con cui colpivamo i soldatini in nostra dotazione, ne avevamo tantissimi. I più belli erano i samurai: un esercito numeroso, tutto color argento, in vesti tradizionali, riccamente rifinite.
 Li schieravamo contro i cowboys di plastica e poi tiravamo le biglie per combattere.
C'erano anche i piccoli indiani dalle espressioni cattive, con le loro accette di guerra, le piume in testa e la pipa della pace.

  Ma i pezzi più amati erano le macchinine da scontro. Alcune venivano caricate trascinandole indietro per qualche secondo, poi le scagliavamo in avanti, addosso al nemico. C'erano pure le macchinette da corsa, che volavano sulla pista nera che assemblavamo incastrandone i pezzi, modificandone spesso il percorso: le lanciavamo così veloci che uscivano sempre di strada nelle curve.

A quei tempi, e ancora per molto in seguito, io mi divertivo a vedere i film western e sognavo di diventare un cow boy, con il cinturone allacciato ai calzoni, doppie pistole, stivali con gli speroni dorati, ed il giacchetto con le frange. 
Quindi perché mi regalavano le bambole??

Il massimo dell'offesa arrivava con l'omaggio degli accessori: potevi cambiare addirittura i vestiti!
Io non sapevo proprio che farne, con quegli oggetti inanimati, li trovavo inutili. Così finiva che li smontavo, staccandone i pezzi che risultavano aggiunti al corpo centrale, come le braccia, la testa e le gambe. Le rompevo tutte dopo pochissimo tempo, ma ne appariva sempre qualcuna in giro a fare il rimpiazzo. 

Quella che ricordo con disagio maggiore era la bambola vestita da sposa: fu un regalo di uno zio - uno zio che tra l'altro detestavo per la rigidità e l'arroganza dei modi. 
La mia famiglia festeggiava l'evento religioso della mia prima comunione - proprio una scelta consapevole e responsabile, come vuole il rituale, eh!! - , e lui portò una bambola molto grossa, coperta da una veste nuziale di raso bianco, lucido come il ghiaccio. Aveva la postura di chi sta seduto a gambe larghe, con la schiena eretta, gli occhi enormi e spalancati, ed era rigidissima. Quella notte ero terrorizzata perché la luce fioca che dal corridoio arrivava nella mia stanza faceva risaltare il bianco del vestito, in netto contrasto con l'oscurità  della notte, e la faceva sembrare un fantasma, uno spirito cattivo. 

Ricordo ancora i brividi e il senso di gelo sotto il lenzuolo.
Venne poi il momento delle bambole di ceramica: mi dicevano che erano preziose, che si trattava di qualcosa che dovevo custodire con cura, un regalo importante di cui dover essere davvero grata. 
Ohi ohi, l'espressione di quei volti era ancora più terrificante di quelle di plastica: sembravano davvero più gelide e morte delle compari a cui succedevano!


Se fai un regalo, dovresti almeno desiderare che venga gradito. Ma a volte i regali, soprattutto quelli destinati ai più piccoli, son deputati a compiacere le famiglie ospitanti, e ad ostentare disponibilità secondo convenienza.

E quegli oggetti, plasmati a somiglianza di esseri umani, erano freddi, rigidi, stupidi: io li detestavo.

Alcuni avevano la forma del neonato: per allenarmi a diventare in futuro una mamma (???!!).
Ve ne erano di gomma morbida, e di plastica dura, dal cranio liscio o con capelli ispidi, realizzati in qualche materiale sintetico.
Un giorno me ne fu regalata una che parlava: aveva un piccolo sportello nella parte posteriore, di poco sotto il collo, in cui era posizionabile una batteria. Così, una volta inserita, bastava premere il largo tasto sul davanti, nella zona corrispondente, e la bambola emetteva dei suoni, una specie di  saluto gioioso - degno del miglior film dell'orrore allora in commercio.

Ricordo che aveva i capelli scuri, le arrivavano alle spalle, e mia madre diceva che mi somigliava. Prese a chiamarmi "la sua bambola parlante" senza rendersi conto di quali tremendi sentimenti riuscisse a suscitare nel mio intimo: un misto tra l'impotenza e l'oppressione.

Ce n'era poi una che aveva gli occhi azzurri, fatti di una plastica lucida, che li rendeva terrorizzanti nella totale inespressività che le era propria. Questa bambola era magica, dicevano: bastava metterla in orizzontale che gli occhi si chiudevano. 
Era proprio così: assunta la posizione orizzontale, le piccole serrande, sagomate a rappresentare le palpebre, scendevano giù a coprire quel colore ceruleo. E la bambola "dormiva". Bastava rimetterla in piedi per tornare a vederne il colore degli occhi.
Ovviamente, la lasciavo dormire tranquilla...

Questa bambola, quando arrivò, me lo ricordo bene: ero nella camera che mi era stata assegnata durante le vacanze estive, nella grande casa che il nonno aveva fatto costruire per vedere tutta la famiglia riunita almeno in estate. Ero in piedi, tra il letto e lo specchio, e guardavo il cielo luminoso che entrava dalla finestra aperta. Volevo buttare la bambola di sotto, ma sapevo che la nonna, che me l'aveva portata, ci sarebbe rimasta male. Così la nascosi nell'armadio grigio, in fondo in fondo, dietro ai vestiti.

Credo che ci fu una sola bambola che trovò la mia approvazione: era quella gitana. Si trovava nella casa della nonna materna, tenuta come soprammobile su una colonnina di marmo, nell'ingresso, vicino alla porta d'entrata. 

Mi piaceva osservarla, ne ero affascinata: si trattava di una figuretta snella, con indosso un'abito rosso lungo, tutto plissettato fino alla lunga coda che scendeva dietro le caviglie, a strascico. Rappresentava una ballerina di flamenco, dalle braccia alzate, con le nacchere scure tra le dita, in quella tipica postura che fa avvicinare i polsi, mantenendo distanti tra loro i gomiti con una certa grazia. Sulle spalle aveva un scialle nero ricamato, che terminava di tante piccole frange che si muovevano al più lieve tocco.
Ricordo gli occhi allungati, segnati dal tratto nero che li rendeva davvero drammatici, il ginocchio in avanti, che accendeva nella mia mente l'idea del movimento.

 Quella bambola mi sembrava viva: la vedevo nello spazio, sinuosa, che danzava. Era impegnata in qualcosa che la rendeva bella. Chissà, forse la mia passione per la danza è iniziata in quel corridoio, davanti a quell'oggetto.
 Avrò avuto cinque anni.

In seguito, a distanza di tempo, ho scoperto il piacere che può dare la danza impegnandomi in un personale studio attento e appassionato: provavo i passi in continuazione e ovunque. Mi piaceva cadenzare il movimento nello spazio, scivolare in ritmi diversi, sentire l'aria che mi si muoveva attorno. 

Ho sperimentato un bel po': dalla ginnastica ritmica alla danza classica a quella moderna, il jazz, il funky, anche la danza del ventre. 
Tanti modi diversi di sentire il corpo nello spazio, di osservarlo disegnare figure ora lente ora forti, linee spezzate, arrabbiate, alternate a movimenti esatti, sempre più personali e sempre più miei. 

Lentamente imparavo a cogliere la bellezza del movimento, e a sentire il mio corpo nel mondo. 

Comunque le bambole hanno via via lasciato il passo ad animaletti di peluche un po' più espressivi, morbidi e gradevoli, fino a sparire del tutto. 
In quel periodo dicevo a tutti che da grande avrei fatto la veterinaria, così sarei potuta restare sempre in compagnia di animali felici, curati da me.
 La tecnologia faceva progressi, regalando un po' di espressione vitale ai giocattoli.

 In occasione di un mio compleanno, inaspettatamente, un giorno accadde qualcosa: il suono del campanello alla porta di casa, la pesante porta di noce aperta da me, e la signora Delia, inquilina del piano di sotto che, sorridendo, mi porgeva un piccolo mazzo di fiori: un gesto delicato, semplice, personale.

 Mi ero finalmente liberata di quegli stupidi oggetti.
Così pensavo.
Ma non era così.

Crescevo e mi confrontavo con altri coetanei. Ero avvezza ai giochi maschili, ai modi maschili, ai vestiti maschili. Io non frignavo come le altre ragazzine per sciocchi dispetti, non avevo segreti da sussurrare all'orecchio delle amichette, non mettevo il colore sulle unghie, e non sopportavo quei giornaletti che ammiccavano a chissà quali notizie per sole ragazze...

Loro carine, ammirate, elogiate. Loro inutili e sciocche, poco espressive come  le bambole che non mi piacevano affatto. Stavano lì, come oggetti passivi tra altri giocattoli sparsi: io mi annoiavo in quell'anonimo mondo.

Ma di bambole ne ho incontrate ancora parecchie, poi dopo, di sesso femminile come anche maschile.
A volte ancora oggi qualcuno mi invita a giocarci, me le porta davanti, ed io mi domando se è solo una svista o se si tratta invece di un dispetto voluto. Magari mi stanno solo mettendo alla prova, per vedere se so rispettare il mio tempo rivolgendomi altrove.

Le osservo curiosa: sono schermi su cui proiettare tante strane avventure: strumenti ottimali per costruire vicende ideali  che sostituiscano quelle reali.

Sono involucri vuoti, colmabili in varie maniere: siano esse messaggi, valori ed idee. Togliere e mettere: cambiare senza dolore e in modo veloce ciò che altrimenti non si potrebbe toccare. Un ottimo modo per assoldate ubbidienti postini.
Che tanto, poi, non lo sanno nemmeno.

Un ottimo trucco che dovrei ogni tanto imparare ad usare per mia utilità. 

Una scelta studiata, insomma,
   e non certo per esistenza mancata.


Perché questo tema?
Tutto è  partito da un sogno che la giovane amica ha fatto di notte. Mi ha raccontato perplessa di aver visto due donne, belle e sane davvero vicine per forma e complicità. E siccome una diceva con tono convinto di voler fare l'attrice, l'altra la metteva supina, rivelando a soggetto sognante una forma di bambola vuota all'interno.

E così prendeva a dividerla in parti, attraverso un attrezzo che non le toglieva la vita.

E lei, l'autrice del sogno, ha capito il messaggio: a volte, per vivere, diviene opportuno recitare le parti...



















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martedì 20 dicembre 2016

I tuoi sogni non sono i tuoi pensieri.



Ancora mi capita di sentire parlare dei sogni come proiezione di desideri, o solo come rappresentazione metaforica di quelle che sono le nostre riflessioni ricorrenti.

Mi occupo di immagini mentali da abbastanza tempo per sentirmi in dovere di intervenire. Signori miei: se davvero si trattasse solo di questo... Che senso avrebbero i sogni? Semplicemente la versione filmica di un dettato mentale?... Mah!

C'è in ballo molto di più.

Quello che pensiamo, lo sappiamo già: si tratta di un'articolazione razionale a livello di superficie, di coscienza. La messa in forma del pensiero richiede l'utilizzo di un codice positivo, condiviso secondo criteri grammaticali e di attribuzione di significato. Tante volte, infatti, chi parla diverse lingue afferma che per entrare in una di esse deve pensare secondo quella lingua, secondo quel codice.

Quello delle immagini è un altro codice, primigenio e universale. Significa, in soldoni, che è un linguaggio comune a noi viventi, che ci appartiene da sempre e con il quale abbiamo sempre comunicato: con gli altri, ma soprattutto con noi stessi.

Dunque, primigenio significa che c'è da sempre, dalle origini, e che quindi precede gli altri. E il modo più immediato di accedervi è quello di soffermarsi sui sogni.
Ma non si tratta solo di quello.

Le immagini le formalizziamo di continuo: sono flash, sono ricordi, sensazioni, suoni. Ci colpiscono così, inaspettatamente... Sono quelle situazioni che ci sorprendono e ci fanno dire: che strano, mi è venuto in mente... Mentre sentivo quel discorso mi è venuta una immagine.... Ero lì e ho come percepito un certo odore, che a sua volta mi ha fatto pensare a....

Niente è casuale.Dobbiamo solo investigare, così non getteremo via un messaggio che ci stiamo dando da dentro.
Ossia: i nostri radar hanno colto qualcosa prima che ci arrivassero i sensi, prima che divenisse visibile "sugli schermi'.

 Lo ignoriamo?
Direi che sarebbe un peccato.
Direi che sarebbe stupido. 

Se questo codice è primigenio, deve per forza avere nella natura il suo valore di lettura: utilità, funzionalità, natura. 
Questa immagine, cosa significa per me che la vedo? Congruenza, vantaggio, regressione? 

Il pensiero viene dopo: qui c'è l'intuizione. Qui viene rappresentato cosa precede - e quindi rende tale - il tuo pensiero. Qui la mappa di cosa ti porta a pensare in quel modo, quello che orienta il tuo comportamento.
E l'immagine, in modo sincrono, ti dà la risultanza: è un buon modo per me? O lo è solo per chi me lo ha trasmesso? E che succede se continuo? Quali alternative possibili?

È la descrizione di quanto avviene in sala comando, insomma, una descrizione che non è utile ignorare.

Quindi no, a dispetto di un noto ritornello, i sogni non son desideri, né semplici pensieri: i sogni sono lo specchio della nostra realtà.