Il Mio Blog non vuole essere un monologo, ma un invito all'incontro: pertanto sono graditi i commenti e il succedersi degli scambi che ne conseguono.
Buona lettura!

lunedì 23 gennaio 2023

E vogliamo fermare il femminicidio?

 

Ho avviato l’auto, come ogni mattina, per andare a lavoro, ho guardato flebili fiocchi di neve poggiarsi sul vetro e decorarlo con disegni ipnotici, frastagliati. Un breve momento, prima che il sottile braccio del tergicristallo portasse via tutto.

Il cielo bianco, il freddo intenso, i miei occhiali che si appannavano, in attesa che il motore consentisse all’abitacolo di assumere una temperatura accettabile.

Una giornata fredda, a seguito di una notta ancora più fredda, che mi ha gelato il cuore e i pensieri.

Ieri sera la chiamata di una conoscente: mi chiedeva di andare a prenderla alla stazione del treno. Mi sono mossa subito, aggravata dal sonno, chiedendomi perché, alle dieci di sera, di domenica, quella donna si trovasse da sola su un treno. Madre e moglie, tre bambini in casa. 

La vedo arrivare lenta, con andamento stanco. Apro lo sportello e la vedo piangere, lo spingo verso l’esterno per farla entrare e mi dice che il marito è ubriaco e ce l’ha con lei, che l’ha insultata con violenza, che è già successo ed è stanca, e ha paura. La porto davanti alla sua abitazione, e poi arriva lui.

Incontro una persona totalmente diversa da quell’uomo mite e gentile, sempre disponibile, che conosco da qualche anno: mi si para davanti una furia, il forte odore di alcool, urla con il corpo e con la voce; mi fronteggia, ha lo sguardo fisso su di me mentre chiede di chi sia la colpa. Parole prive di senso, il suo corpo è teso e scattante, e continua a venirmi addosso. 

Potrebbe darmi una spinta, potrebbe toccarmi, intanto che indietreggio e cerco di farlo ragionare con la voce calma che cerco di far risultare ferma. Ora ho paura anche io.

La esorto a chiamare i carabinieri mentre lo trattengo per guadagnare tempo. Ora lui se la prende con me, urla e minaccia… Non so come, riesco a chiamare un amico al telefono gridando che è urgente, che mi stanno mettendo le mani addosso. 

Il tempo si dilata e si ferma. Il buio, quella furia e io che cerco di tenere la giusta distanza tra noi; mi sposto, indietreggio, gli parlo guardandomi intorno. I suoi occhi spalancati sui miei: non mi vede. Un’esperienza già vissuta in un tempo lontano: l’aggressione da parte di un uomo altrettanto fuori di testa. Quella volta, però ero sola, e una sua distrazione mi ha permesso di darmela a gambe.

Di nuovo a cercare soluzioni in una situazione disperata. L’amico è arrivato, e poi i carabinieri, in coppia, le mani sulla pistola. Stavolta non sono sola, ne usciremo.

Urla, pugni sui muri, salti, parole, lacrime, la donna barricata nella mia auto, i bambini usciti di casa, la ragazzina che si stringe a me senza dire una parola. Poi i carabinieri, altre parole, la comprensione, il dispiacere, il freddo sempre più intenso e i pensieri.

 Li abbiamo visti entrare in casa con loro, invitandoli a calmarsi entrambi, che siccome non è stata data violenza FISICA, non è possibile fare altro. Li abbiamo lasciati lì, nella notte, nel freddo, con tre ragazzini spaventati. Violenza fisica??

La Giustizia non può proteggere nessuno: mandano due uomini a tentare di far ragionare un uomo che la ragione l’ha persa, a supporto di una donna terrorizzata. 

Mi sono tirata dietro la porta di casa e ho tirato il chiavistello: i pensieri si sono ammassati furiosi, come il vento gelido che fischia dietro i vetri. Una storia già sentita: finché non sei stata picchiata nessuno può intervenire. Le minacce, le urla, la violenza NON FISICA non conta perché non è violenza: è solo rumore. 

Propaganda, ci riempiono di parole e di slogan, è tutto un parlare di femminicidio e di violenza sulle donne…Poi accade qualcosa, e chi è chiamato a intervenire ha le mani legate.

E gli esseri umani: persone che si trasformano, che non riconosci. La persona più mite diventa un pericolo, ti minaccia. Tutto in movimento, tutto senza controllo. Viviamo in un mondo così. Una bambina che ti si stringe contro, affonda il viso sul tuo petto e non parla. E tu dici parole che non riesci a sentire, che non sai da dove vengono, e vuoi solo che sparisca tutto questo e che quelle piccole orecchie, che cerchi di chiudere con le mani gelate, non sentano.

Ma non puoi cancellare gli eventi. Le situazioni accadono, lo ripete continuamente un amico, accadono e tu puoi solo viverle, e devi prenderne atto.

Siamo umani, siamo fragili e siamo tutti continuamente sotto pressione. Dobbiamo aiutarci, dobbiamo capirci – soprattutto – abbiamo il dovere morale di ascoltarci.






 

giovedì 15 dicembre 2022

Armonia

 



La pioggerella scende gentile, il ticchettio sul selciato, affonda sul prato, e solletica l’olfatto insonnolito. È notte, in questa casa silenziosa e accogliente, accompagnata dalla luce azzurra che fa capolino dai vetri aperti, nella stanza in cui riposo. Il corpo pigramente disteso, la mente all'erta, si estende oltre l'ambiente e la nebbia, oltre il cielo, che mi copre a protezione del mondo in cui agisco. 

Là fuori fischiano animali notturni, protetti dal buio e dalle fronde smosse dal vento e dall'acqua, redarguite, così pare, dal brontolio delle nubi che scivolano svelte, rincorrendosi indifferenti a quanto accade quaggiù.

Sono in ascolto, i miei sensi accesi, e con animo incerto rivivo momenti della giornata trascorsa: volti amici, sorrisi spontanei e tensioni male occultate. Le loro e le mie.

 La percezione del corpo che si muove nell'aria, il ritmo dei passi, e lo sforzo nel raggiungere un punto, una idea. Il tentativo di trasmettere immagini attraverso la mente e le azioni.
Lo sguardo dell'anima e quello del corpo si uniscono in una danza complessa, tra presente e passato, dal cielo diurno a questa notte ovattata, percorsa dai suoni che amo. 

I rami del fico antico, davanti alla porta di casa, si tendono liberi verso l'alto, sembra che pregano, a ringraziare il cielo per tutta quest’acqua che scende e va giù, a nutrire le radici nodose, dalle quali escono rami ulteriori, nuovi individui di una esistenza comune.

 Pioggerella gentile, tra le fronde e la terra, sospinta dal vento festoso e potente, entri nei miei pensieri, e decori di gioia le mie sensazioni. Sono qui che vivo, io che un giorno credevo di non esserci più, di non esserci forse mai stata.

 Respiro e mi sento le membra, e mi accorgo di quanto mi tocca d'intorno, come l'acqua del mare che carezza la pelle del corpo che vi nuota dentro, che si muove con lei. Una notte indivisa dal giorno e dai giorni passati e a venire, e dalle mille notti che ancora verranno, con i loro doni, preziosi barlumi di una luce delicata e continua, che vuole essere colta e che pure, a volte, sembra ritrarsi. 

Mi giro su un fianco per udire quel coro da un’angolazione diversa: l'acqua ora scende più intensa, sembra una giovane donna che domina il suolo incedendo con vesti fruscianti, attirando su di sé l'attenzione di molti.

La magia di un opale luminescente, di un affilato cristallo dalle insolite forme e dai colori brillanti, rintanato nella grigia e monotona scorza di un semplice sasso: è sufficiente osservare, basterebbe ascoltare, allungare le dita e fare silenzio, per cogliere il respiro del mondo. Le gocce infinite scendono in terra più intense, come un applauso a queste mie riflessioni per lo spettacolo grande della nostra esistenza.

La storia si fa col presente, recando con sé le radici di un sogno comune, vissuto da ogni piccola e unica forza: la nostra coscienza e la forza del mondo. Miriadi di fili preziosi intessuti tra loro in sorprendente armonia. 







 

martedì 8 novembre 2022

DENTRO

 

Le piccole foglie scure del leccio si agitano spinte dal vento, di qua e di là, e inducono in me un senso ipnotico confortante.

 Il cielo azzurro e poi scuro, e poi di nuovo chiaro, nel pomeriggio di un giorno senza tempo di un anno senza volto.

 Fluttuo tra gli eventi, passati e futuri, raccogliendo il presente che mi si offre mutevole ed estraneo. Un passo e un evento; un giorno e un incontro.

 Emozioni: tante, forti, nuove… tutte insieme, ravvicinate, condensate in una vita che non riconosco e dalla quale mi lascio sedurre.

Fluttuo, non cammino né corro. Sembra che il suolo non tocchi i miei piedi, e che l’aria mi avvolga come un nido sicuro: esisto, semplicemente, come accade ora e poi ancora e ancora.

 Rannicchiata dentro il mio corpo, sorpresa e un po' spaventata, ma curiosa: mi do coraggio per spostare ancora un passo, fare un gesto, donare un suono. E ascoltare la risposta.

Avverto un senso estraneo di libertà, uno scongelamento inquietante, in una corrente che mi porta al largo. Ho mollato gli ormeggi e mi lascio finalmente portare.

Sorrido al vento che mi sfiora il viso e sposta i capelli con dispetto; spalanco gli occhi su un futuro che ignoro e di cui non mi importa.

 Potrei viaggiare, potrei affondare, potrei smettere di respirare e lasciare che l’acqua sommerga il mio volto ed invada il mio corpo.

 Potrebbe spegnersi il cielo o aprirsi il mondo, potrei rimanere così per sempre. 

Voci, sguardi, parole che rombano dentro me, situazioni vissute e perdute, da una vita ad un’altra, per mille anni in un solo istante.

 Sono qui, dentro me.





mercoledì 12 ottobre 2022

Tra cielo e terra

 

Un volto scolpito nella pietra, consumato nel tempo. La lunga barba che scende morbida lungo la linea del mento. Sullo sfondo il cielo e l’aria frizzante di un autunno lento. Un pomeriggio di libertà che decido di vivere vicino a persone care. Me lo devo, e colgo l’occasione capitata: decido di accostare doveri - la noia e la burocrazia – a piaceri, così colgo la palla al balzo. 

In effetti è una grossa palla di pietra bianca, quell’oggetto ipnotico che il volto liso di pietra, lassù, sta fissando. Da chissà quanto tempo.

Occhi vuoti, spalancati tra cielo e terra,

in un universo fermo e antico che è presente qui, ancora, tra noi. E sembra non interessarsene.

 Questa situazione mi attrae, mi affascina, e scatto una foto così, quasi di nascosto, timidamente, con un certo pudore… ci penserò dopo, scaverò nei percorsi dei miei neuroni e cercherò di capire perché.

Ora sono lì, di nuovo, che osservo questa immagine, che sento amica, tra un biscotto e una sorsata di tè. È una scena che mi ispira serenità, anche allegria. 

Saranno quei folti baffoni, rassicuranti e robusti, che troneggiano su una barba quasi fluida, riccia, che scivola in basso come un torrentino vivace sul suo letto di pietra, o forse quelle orbite spalancate verso l’alto, comodamente sovrastate dall’arco sopracciliare, che le protegge come un grosso muro. 

L’ampia fronte ispira saggezza, contornata da una capigliatura ariosa e mossa, che chiude il volto come un quadro armonioso. La grande testa sembra emergere da un giaciglio appena accennato, fatto di pietra grezza.

Lo osservo e mi viene in mente il modo in cui dormo, immersa nelle coltri, dalle quali emerge solo la testa. 

Mi piace osservare l’ambiente, quando mi sveglio – accade più volte durante la notte -, illuminato dalla luce del cielo, che cambia col trascorrere delle ore e dei minuti. Prima più lentamente, poi, la mattina presto, sempre più celere. Il chiarore notturno si spalanca in un bianco lucente, si tinge rapidamente di arancio, fino ad accendersi di vita viva nelle giornate estive.

I vetri, aperti anche in inverno, lasciano entrare un’arietta fresca che sa di buono, donandomi i profumi dell’erba e degli alberi, e carezza i miei pensieri al ritmo della loro danza mentre ondeggiano nel vento.

A completare il miracolo gli uccelli notturni, coi loro fischi e richiami, delicati e striduli, sussurrano e dialogano insistentemente tra loro. Io li ascolto con stupore, meravigliandomi e sorridendo, innamorata di un mondo precluso a chi vive in città.

Ha ragione il mio amico, quando dice ridendo che il mio tetto è il cielo, e le pareti la foresta…

 Ieri una grossa e tonda luna piena splendeva nel cielo, diffondendo nella stanza un candore accogliente.  A pensarci, era come quel globo pesante, osservato da sempre e per sempre dalla facciona gentile: tondeggiante, impreciso, che sembra morbido, un po' squagliato, nonostante sia fatto di pietra. Forse, però, non lo è l’anima che lo ha scolpito.

Sorrido, non posso farne a meno. Viaggia il pensiero tra passato e presente, e va ad un futuro ipotetico in cui, ancora, il saggio dormiente sarà lì, nel suo angolo, sopra il paesaggio e tra le nuvole chiare, a dialogare con il suo globo.






 

 

 

 

 

martedì 27 settembre 2022

DUNAMIS

 

 

Un’amica mi invia una rassegna di articoli pubblicati dal Sole24ore e mi chiede cosa ne penso. Leggo e mi infiammo, come spesso accade.

 Il primo parla di come il linguaggio attuale, utilizzato, diffuso e rilanciato dai social media non faccia che impoverire la nostra capacità di articolare il pensiero: una lingua povera dice poco, non rispetta le differenze né le sfumature, ci spinge ad un fare frettoloso e pressapochista. 

Questo è effettivamente un fenomeno vivissimo con cui mi confronto nel corso delle giornate lavorative: studenti universitari che si esprimono in modo stringato e incomprensibile, in maniera confusa, e si infastidiscono se si chiedono loro chiarimenti.

Nel linguaggio quotidiano si infiltrano espressioni televisive, neologismi di giovani influencer, si dimentica la grammatica e si ricorre spesso a emoticons e abbreviazioni personali. 

Scrivere è diventato faticoso e fastidioso perché toglie tempo.

Il pensiero va alla mia adolescenza, alle lunghe lettere scambiate con amici lontani in cui raccontavo eventi per me significativi e descrivevo emozioni personali.

Quei fogli scritti di pugno portavano ai destinatari una parte della mia vita e avevano per me un grande valore: mi raccoglievo nel silenzio della cameretta e liberavo il piacere dello scambio. Col tempo la carta ha ceduto il passo a tastiera e monitor del pc… era bello intrattenersi con sé stessi per incontrare gli altri.

 La mia è stata una generazione “lenta”, che viveva di letture, di sport e passeggiate all’aperto. Le conversazioni private a distanza si svolgevano per via epistolare o attraverso le cabine telefoniche: buste, francobolli, gettoni e tessere plastificate…pensare che ora bastano un click e una sfiorata di monitor.

Ad oggi sembra che nessuno di noi abbia mai abbastanza tempo per fare ciò che vorrebbe, o anche solo ciò che è necessario fare: corriamo, corriamo sempre perché “non c’è tempo”. Dobbiamo preservarlo, questo poco tempo, dobbiamo ottimizzare, fare quante più cose in contemporanea.

Ma che cosa è successo? Dove abbiamo fatto finire il “nostro” tempo?  Non riusciamo più nemmeno a sederci intorno ad un tavolo per confrontare le esperienze fatte.

 Ci stiamo abituando ad assistere a conversazioni ridotte all’osso, cristallizzate in espressioni standard ripetute ovunque e da chiunque, spesso contratte in immagini, filmatini dai nomi moderni (i rill, le storie…), e tutto va pubblicato on-line perché si sappia che “ci sono anche io”. Tutto in vista di un rapido consumo, effimero come certi messaggi che i social fanno cancellare non appena visionati. 

Sembra che la conferma della propria esistenza sia demandata sempre di più allo sguardo pubblico: più mi vedono e più esisto. 

Un pubblico amplio e abbastanza anonimo, quel “man” a cui la filosofia tedesca dello scorso secolo ha attribuito il senso dell’”Inautenticità”: si dice, si pensa, si fa… Si, ma chi?

Corriamo quindi verso uno stato di anonima confusione, uniformandoci ad un sistema che spinge sempre più all’identificazione collettiva, una identificazione schiacciata verso il basso, verso l’elementare e il banale, dove le mosse e le trovate più stupide e insensate diventano facilmente virali e vengono spinte all'esasperazione.

 Fino a diventare modello per molte persone, e non solo tra i giovanissimi. Proprio di recente mi son imbattuta nel fenomeno del "parlare in corsivo", un modo distorsivo di emettere suoni linguistici che ha fatto scalpore in pochissimo tempo. 

Di recente ero con un amico al cinema, e lui mi ha detto: "Vedi, il mondo cambia... e il cinema ce lo restituisce, ce lo fa vedere"…E' proprio così. Si trattava di un film gettonato, ma era pregno di citazioni di altri film, imitazioni e battute banali scontatissime, e sentite mille volte nei film del passato. Dopo un quarto d'ora ci siamo chiesti se non fosse meglio tornare a casa... Il mondo cambia, ma deve per forza retrocedere?

 Un secondo articolo osannava alla rivalsa della donna grassa nella società attuale: le donne (alcune) finalmente si liberano dello sguardo–padrone dell’uomo-maschio che le vuole snelle e quasi anoressiche, un diktat che non ha pietà per le taglie forti che, pure, una volta erano considerate attraenti…

Un articolo che rientra – o ne esce – nella stessa logica e che esibisce la forza coercitiva e condizionante di un mercato anonimo, che non è maschio né femmina, e che orienta i gusti in funzione meramente economica.

E’ vero che uomini e donne hanno subito sempre gli influssi della moda del momento, ma oggi questa voce si è fatta più suadente e invasiva: ormai gli algoritmi informatici dominano le nostre scelte senza che ce ne rendiamo davvero conto. Nuovi strumenti conseguiti dall'evoluzione delle neuroscienze e dagli effetti prodotti dallo sviluppo tecnologico rendono potente quella pubblicità anonima che Heidegger demonizzava cento anni fa. 

Allora non esisteva internet, le persone non si incontravano in ambienti virtuali e non trascorrevano tanto tempo sui canali social. Le mediazioni e le distorsioni accadevano in altro modo, di certo in maniera meno infida e seduttiva.

 La dispersione e l’overdose di informazione e disinformazione provocano il caos, e la ritmicità sfrenata della corsa continua impedisce la riflessione. E’ verissimo che l'utilizzo di un linguaggio povero, stringato e fumettistico riduce la capacità di articolare il pensiero e indebolisce la mente. 

Eccolo l'uomo, individuo solo che corre e che consuma, e che crede in questo di essere libero. Viene da chiedersi cosa sia davvero, in fondo, la libertà, e quanta mai l’essere umano possa averne saggiata. 

Ogni epoca usa i suoi strumenti e dietro le quinte se la ridono quei soggetti che ne fanno uso: espressione, questa, di intelligenza, sia pure mal orientata.  

E’ dunque possibile usarla e alimentarla, e volgerla in direzione diversa. Perché siamo così lenti?






 

lunedì 25 luglio 2022

Luce

 

Conduco una vita concitata, sono concitata, la vita è concitazione: lascio girare queste parole in attesa di rispondere alla domanda di un amico. 

Sto rispondendo a me stessa, alla domanda che continuo a pormi da un po' di tempo, e che mi perseguita da quando ho saputo della nascita della mia nipotina. 

La notizia è arrivata a sorpresa, e mentre la voce di mio fratello suonava nelle orecchie, ero spaesata ma in modo bello, e sentivo lacrime scendermi sul viso. L’animo pervaso da una emozione che non capivo. E tutti a dire che è normale “perché è la famiglia”, ma questo lo so già.

 Ci sta dell’altro, qualcosa che va oltre la “normalità" di un evento che pure è straordinario.

Una certa inquietudine mi ha accompagnata per giorni, finché mi sono trovata a vivere una situazione analoga: presenziavo al matrimonio di una coppia di amici. L’evento inanellava più di 10 anni di convivenza – quella che appariva alla mia mente come una formalità che non avrebbe portato alcun cambiamento alla loro situazione.

Osservavo la mia amica, radiosa nel suo bel vestito, adornata di fiori ed emozionatissima. Li osservavo mentre si scambiavano gli anelli e si guardavano con tenerezza, poi lei si è girata verso di me e aveva gli occhi bagnati. Si sono bagnati anche i miei, e qualcosa di invasivo si è posizionato nella mia gola.

 Insomma, che succede? Non trovo strano il fatto di emozionarmi, ma strano era quel tipo di emozione. Anche stavolta, si trattava di qualcosa che andava oltre.

Pensa e ripensa, credo di esserci arrivata: si tratta di questo tempo, e della vita.

Da mesi ormai la nostra attenzione è focalizzata su disgrazie, cattive notizie e allarmismi dovuti a stati pandemici, alla diffusione di virus sconosciuti, a crisi geopolitiche, economiche e climatiche. Io stessa non faccio che documentarmi e devo ammetterlo, effettivamente, che si respira un’aria plumbea, come se il nostro mondo fosse coperto da un cielo torbido, denso e brutto.

 E sinceramente, ritengo che lo sia. 

Ma sono caduta anche io nell’ipnosi di massa: ecco cosa è successo, ecco le lacrime… Finalmente una crasi! È accaduto qualcosa di bello, di vivo e di umano, qualcosa che nasce dalla felicità e la genera a sua volta, e finalmente la luce del sole, quel sole che ci appartiene e che domina il cielo, si è lasciata mostrare.

 Un evento distrattivo rispetto al grigio ha rovesciato la visione: qualcosa di brutto, ora è chiarissimo, si è immesso in qualcosa di bello, quel qualcosa che si chiama vita, la nostra vita. E noi, assorbiti, contribuiamo ad alimentarlo e a coprire noi stessi di malessere.

Guardavo quell’esserino di pochi giorni: una personcina in miniatura, perfetta, emotiva, dagli occhi luminosi, in continuo movimento tra una espressione e l’altra. Osservavo i genitori, stanchi ed estasiati, e sentivo il mio cuore. 

La vita ci dona bellezza: semplicemente, te la trovi dinanzi. E poi lo dimentichi, così indaffarato a fare lo slalom tra le bruttezze che, prevalentemente, ci siamo costruiti intorno. Un’amica si impegna, con il compagno che ama, a proseguire insieme il viaggio comune, e nel suo viso una luce bella, che non le avevo mai visto.

Ecco che certe formule, in passato per me indifferenti, assumono oggi un valore profondo: rituali, cerimonie, gestualità, e frasi a volte considerate banali: è la rete delle nostre emozioni, che ci unisce e ci fa respirare.

E’ la nostra vita, da esseri umani, ed è tempo di riappropriarsene.





  


 

 

venerdì 10 giugno 2022

L'estetica della vita

 

 

Scrivo qui di seguito una riflessione in risposta al post pubblicato da Doriana Goracci su Agoravox il10 giugno,  

Premetto che la sottoscritta non è vegetariana né vegana, e che sono una persona che si alimenta con criteri di funzionalità e piacere, nel rispetto delle risorse che questo nostro mondo ci consente di cogliere.

 Mio padre era un medico e usava ripetere che il nostro organismo necessita di sostanze diverse, incluse le proteine animali. Aggiungeva però che l’alimentazione va fruita con intelligenza e misura, per evitare di danneggiare sé stessi e gli altri.

Chi mi conosce o legge ciò che scrivo sa che sono una persona che osserva il mondo animale – incluso l’uomo – con grande curiosità e ammirazione. Condivido la formulazione singeriana che ha citato Veronesi nel video del termine “antispecismo”: siamo viventi e coabitiamo il mondo, che si fa mondo individuale per gli uomini e per ogni specie vivente - tutti attori che lo vivono e sperimentano a proprio modo. E questo è ciò che va rispettato.

Sento ancora troppo spesso parlare di “animali da compagnia”, una espressione mi fa irritare.

 “Da compagnia” …

 Gli animali sono tali perché vivi: in passato, nel definirli, si è fatto ricorso all’idea di anima, intesa proprio come soffio vitale (forte il dissenso, condivisibilissimo, di Stefano Mancuso che ne coglie altrettanto nelle specie vegetali, a lungo sottostimate dai nostri scienziati); dunque come decidere che un verme vale meno di un cane? Forse perché non ci guarda con occhioni teneri e non si avvicina per ricevere coccole?

 Eppure, forse, un verme svolge funzioni per il nostro pianeta più utili di quanto non possa fare un cane di appartamento… (sembra che anche Veronesi sia caduto nella trappola)

E’ terminato da poco un interessante ciclo di conferenze indetto dall’Università di Firenze    sul tema della conservazione delle specie animali, e  su quanto la dimensione estetica influisca nella selezione e individuazione di quali ambienti e di quali animali siano indicati come meritevoli – rispetto ad altri – di attenzioni in tal senso. 

Ciò che emerge da questi incontri, oltre alla necessaria collaborazione ai fini della comprensione complessiva del fenomeno tra le scienze umane e le cosiddette scienze dure, è proprio il fatto che molto spesso ciò che ci spinge a decretare è un fattore soggettivo, estetico: quel che ci porta a dire “scelgo questo perché mi piace, lo trovo più bello”. 

Siamo esseri umani, con i nostri limiti e le nostre necessità, e non possiamo né dobbiamo essere condannati per questo, ma vero è che dovremmo aprire gli occhi e la mente – oltre che il cuore – dinanzi a quanto ci circonda.

Ripeto spesso agli amici che trovo incredibile il fatto che l’uomo cerchi nello spazio altre forme di vita quando non riesce nemmeno a sorprendersi per quelle che lo circondano.

Io, da qualche tempo, ho la fortuna di vivere in campagna e di avere un piccolo giardino a disposizione in cui deliziarmi come non ho mai potuto fare quando vivevo in città. Trascorro molto tempo all’aperto e osservo e ascolto, e mi trovo spesso a sorprendermi e a sorridere.

 Le mie passeggiate nei campi includono incontri con animali che si rivelano curiosi quanto me: mi fermo ad osservare viventi che fanno altrettanto, che si avvicinano e con i quali si realizza una forma di comunicazione che non so definire. 

Non è verbale, ovviamente, e non è solo fisica. E questo è bello. E’meravigliosamente bello.

Recentemente sto avendo incontri ravvicinati con animaletti particolari come le tartarughe, delle quali si dice un po' di tutto. Mi sto documentando e sento definirle come fredde, limitate ad azioni volte alla sopravvivenza, primitive e stupide. 

Sto sperimentando il contrario, in barba alle tante parole scritte e diffuse attraverso la vulgata. 

A fronte della messa a disposizione di spazi ampi e di cibo in abbondanza, loro si mostrano golose, cercano l’ultra che dà loro piacere, e riconoscono chi è in grado di fornirne: questa non è sopravvivenza, ma capacità di scegliere seguendo il piacere.

 Si avvicinano alle mani di chi fornisce loro il cibo extra, e se le trovano vuote (nel senso in cui non è presente il pezzetto di mela che a loro piace tanto, o la fettina di fragole che fa loro impazzire), allora le vedi esercitare colpetti ripetuti col becco, con delicatezza e senza intenti aggressivi, e poi rivolgono il loro piccolo muso in alto, verso la persona, aprendo e chiudendo ripetutamente il becco per inviare un chiaro messaggio di richiesta.

Se poni degli ostacoli sul terreno, anziché seguire i loro normali percorsi – le tartarughe sono delle grandi camminatrici – optano per le difficoltà e scelgono il pericolo arrampicandosi a rischio di ribaltamento. Se poi trovano una rete di contenimento che impedisce loro di procedere verso uno spazio inesplorato, in barba all’ampio territorio che hanno a disposizione, si ostinano a voler andare oltre, cercando di scalare la rete, facendo la ronda avanti e indietro, in cerca di una via di fuga.

Eccomi dunque concordare con il vecchio Darwin, quando sosteneva nei suoi taccuini di viaggio che anche gli animali più lontani dal nostro modo di vivere hanno il senso del gioco e agiscono in funzione del piacere, non solo della sopravvivenza.

Ha ragione Veronesi nel dichiarare che noi tutti dovremmo cambiare il modo di approcciare la vita, ma non solo perché abbiamo “il dovere di sviluppare una coscienza etica”, come lui sostiene,  bensì perché apparteniamo ad una rete vivente che ci consente di esistere.

 L’etica non è un dovere, a mio parere, ma una dimensione strutturalmente nostra.

 Il dovere sta nel cogliere questo, come può esserlo il fatto di avere un corpo che va nutrito. Il dovere del rispetto per la vita, che è anche il rispetto per noi stessi.

Come possiamo chiudere gli occhi davanti a ciò che siamo?