Un amico
risponde ad una mia domanda, chiarisce una dinamica in essere, e poi mi invita
a scrivere un post.
Posso forse esimermi?
Non sarebbe rispettoso nei confronti
del suo impegno dimostrato, del suo interessamento, e della voglia che ho di
giocare.
Quindi, amico provocatore, questo post è qui grazie a te.
Io sono nata
a Roma, una città promiscua, ricca di vicoli e di scorci interessanti:
geografici, psicologici e linguistici.
Chi legge
ciò che scrivo lo sa bene che osservo sempre con grande attenzione il modo in
cui le persone usano il linguaggio. Il presupposto da cui muovo non cambia:
ogni lingua esprime un mondo, una visione del mondo, il modo in cui chi la
utilizza si relaziona a ciò e a chi gli è d'intorno.
Se ci scomodiamo a
forgiare espressioni per indicare un concetto, una relazione di azioni, o
semplici oggetti, ciò non avviene per caso né per noia, ma perché riteniamo
quei "contenuti" di una qualche importanza... Una lingua, direbbe
qualcuno, esprime una visione del mondo, una Weltanshauung!
E come negarlo?
E così alle
lingue comuni si affiancano i variopinti dialetti, dall'andamento diverso e non
sempre gradito... Come ornamenti vivaci, e a volte un po' grevi, su una veste
ben fatta.
Nella mia
città ormai il dialetto è quasi scomparso. É presente nei libri di scuola, per
merito di grandi poeti a tutti ben noti. Ma per ascoltare le sagaci espressioni
romane, al di là di certe vecchie taverne, bisogna che si vada in quei vicoli,
con lo sguardo e le orecchie ben ricettivi.
Soprattutto
in estate, quando mi rimane possibile, amo uscire di casa al mattino, in orario
leggero, e camminare per ore, con il naso all' insú (ma anche di lato), in
un libero andare per le strade roventi della storica urbe.
Tutti i miei sensi
in ascolto, accolgo i suoni e gli odori, regalando a me stessa un tempo
privato, e vago tra gli altri, che siano i numerosi turisti accaldati, passanti
d'occasione, o normali residenti nostrani.
Cammino tra loro, silenziosa e
curiosa, ogni tanto una tappa per rinfrescare la testa sotto il fresco zampillo
di un vecchio nasone.
Sempre più rari, purtroppo.
E così vado avanti: sandali
ai piedi, scoppoletta indossata al contrario sul capo, il sole sul volto e i
capelli bagnati di fresco.
Incontro
così finalmente la grande città, con le sue piccole piazze, guizzanti fontane,
sontuosi e antichi palazzi, e le chiese, ornate coi marmi di vari colori e piene
di quadri e di storia, che è dipinta sui muri, nei musei, e tra la gente, per
strada...
Gli odori
che cambiano, spostati da piccole brezze, tra lame di luce accecanti che
sbucano un po' qua e un po' la, dietro gli angoli degli antichi palazzi. Lo
sfarzo, i giardini, e i resti infiniti di antiche vestigia. Cocci, come li ho
definiti volta.... Antichi e famosi, ma semplici cocci.
Roma ne è piena.
Nel web ho
trovato notizie, leggende, usi e abitudini: qualcuno riporta canzoni, modi di
dire e di fare... Se cerchi, puoi trovare una storia per ogni vicolo scuro che
costeggia i palazzi. Feste ed eventi, passaggi importanti e credenze, in un
mondo che ancora rimane, non visto, come sacra memoria dei luoghi.
Ed è strano
osservare così tante persone che calpestano il suolo, dopo tutto quel tempo,
dove tanti altri sono vissuti, hanno cantato e lottato, impegnati nella
banalità di azioni comuni.
Ed io che
sto lì, ad unire i punti di un gioco, tra presente e passato, memorie e
leggende, nel mio attuale e curioso presente.
Osservo, annuso, ascolto...Un
passo alla volta, sotto lo sguardo attento di rapaci gabbiani che si sollevano
in volo dalla superficie del fiume per riscendervi giù, un poco più avanti, li
dove l'arco del ponte regala loro una larga macchia di ombra.
Il sole
nell'aria e un senso fresco di libertà.
La lingua,
dicevo, il dialetto, e la gente del luogo che si rivolge a chi incontra.
Espressioni
di un comune sentire e di un comune vedere, di un modo che rende a volte
compari.
Dare la
guazza: una delle tante espressioni romane, un modo un po' immaginifico per
illustrare un concetto, per indicare un sistema discreto di raggiungere un
certo obbiettivo.
A Roma la
guazza è la brina, che si sofferma brillante sull'erba al mattino. Chi vi passa
attraverso la raccoglie senza nemmeno avvedersene, e se la porta addosso
ignorata.
Col tempo
quell'acqua avrà vinto, dopo che, lentamente, avrà conquistato la stoffa ed
intriso le vesti e i calzari.
Ma questo
dove ci porta? Ad un sistema un po' furbo che alcuni mettono in atto per
raggiungere il proprio obbiettivo. Lentamente si lavora nell'ombra, operando
l'inganno non visti, intanto che la vittima ingenua si lascia distrarre da
altro.
Il meccanismo è perverso, perché silenzioso e graduale... Un lavorio ben
ben misurato che porterà il risultato a sorpresa, inatteso, ma in modo davvero
efficace.
E quindi noi
diamo la guazza a qualcuno nel dirgli che si, è proprio così che stanno andando
le cose, secondo quel modo che a lui piace proprio pensare... Diciamo di andare
al suo passo, ma stiamo muovendo altrimenti.
Una buona
difesa da mettere in atto è perciò l'antiguazza...
E questa, direte, che d'é??
Un semplice
antidoto, che richiede altrettanto lavoro discreto, ma astuzia maggiore. Un
gioco di fino che accoglie la guazza che l'altro ci dona con lo scopo di
rendere la stessa medesima giostra a chi ha avuto la prima intenzione.
Tu mi
sorridi ed io sorrido al sorriso studiato che tu mi hai donato soltanto coi
gesti. Il mio cuore è ben desto però, e così la mia mente, e come se fossi uno
specchio, rimando al mittente quel gioco perverso.
Il
contravveleno è un guazzabuglio al quadrato: il gioco che gioca colui che vuole
giocarmi.
E dunque, a
tal punto cos'altro rimane?
Tra guazza e
antiguazza, nel gioco sottile, chi vince e chi perde: chi sta nella guazza e
chi invece si gode la sguazzatura finale.
